La città e la fabbrica
Gianni Gianassi
Una testimonianza dell'ex sindaco di Sesto Fiorentino.  Storie individuali e storie collettive legate tra loro per più di un secolo. Spezzato questo filo, entrano in gioco i soliti noti: real estate, cordate, banche. Presidiare questa vicenda è importante per tutti, non solo per gli abitanti e i lavoratori di Sesto Fiorentino. (m.b.)


Ginori annunciati 87 esuberi.Qualcuno l’aveva detto, anche in campagna elettorale, che il problema non era il Museo ma il rischio di far diventare museo fabbrica e lavoratori.Ma era più facile fare interrogazioni su una cosa naif che impegnarsi in operazioni difficili quali rendite immobiliari, piani industriali, appetiti fondiari, destinazioni urbanistiche, in sintesi interessi economici complessi. Tralascio le foto in posa con gli amministratori della fabbrica.

Riepiloghiamo:le aree della Ginori sono l’ultimo grande e pregiato spazio edilizio nelle aree urbane della Firenze Nord Ovest. Interessano imprenditori immobiliari dal 2004, data di nascita della Ginori Real Estate e del conferimento a questa dei terreni. La società, da tempo in liquidazione, era ed è proprietà di due soggetti: Ginori 1735 e Trigono, entrambi possiedono il 50% della proprietà. L’amministratore delegato della stessa era l’ex proprietario di Btp Riccardo Fusi.Per anni, dal 2004 al 2013, si sono succedute cordate, quasi sempre sotto sotto orientate alla valorizzazione immobiliare delle aree.

Il Comune, allora (ero Sindaco) , fece due cose:
- cancellò qualsiasi previsione di edificazione sull’area (prevista dal piano strutturale del 2004);
- dichiarò pubblicamente una disponibilità a ragione, con un’unica proprietà (industriale ed immobiliare) e con un piano industriale di rilancio, anche un’eventuale messa a reddito di una porzione delle aree in questione, con l’obiettivo di tenere la Ginori a Sesto (anche in un’altra area) e di rilanciare la produzione manifatturiera di qualità.

Quando la Ginori fu messa in liquidazione ci fu chi sostenne che per fare quel prodotto, nel mercato attuale fossero sufficienti molti meno dipendenti (150-160). A questo tutti ci opponemmo tant'è che l’offerta irrevocabile di Gucci all'asta fallimentare del 2013 prevedeva il mantenimento dell’occupazione al livello 230 con l’impiego delle eccedenze in attività collaterali del gruppo.In questi anni la nuova proprietà non ha risolto né il nodo dei terreni, né quello del rilancio del prodotto che, seppur rinnovato nel design non ha aggredito in nessun modo i mercati mondiali del lusso e del tabellare.

Andava e va guardata la luna e non il dito. Del Museo parleremo a tempo debito, per fortuna c’è un vincolo apposto dal Ministero dei beni culturali in accordo con il Comune che impedisce qualsiasi speculazione e spostamento dell’edificio e del patrimonio. Ora è della carne viva dei lavoratori che dobbiamo occuparci.Va attivato immediatamente il tavolo nazionale per trovare un accordo sui prezzi dei terreni e liquidare per sempre gli appetiti fondiari e va respinto un piano industriale che non preveda investimenti e rilancio anche ricordando che Gucci comprò per un tozzo di pane (appena 13 milioni di €) la fabbrica.La formula, benchè alla crisi aziendale si sia sommata quella mondiale, è sempre quella
- La Ginori deve stare a Sesto Fiorentino;
- La produzione deve rimanere manifatturiera;
- L’occupazione deve essere la più alta e qualificata possibile.

Forza ragazzi siamo sempre con voi!!!Ps Qualcuno ha visto gli industriali toscani? O saranno, come al solito, dietro ad aeroporti e poli espositivi?
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