La corruzione del cemento
Gianluca Di Feo
È facile lamentarsi oggi quandi si vedono le conseguenze degli errori compiuti quando si sono distrutti  gli strumenti che avrebbero dovuto garantire efficacia e competenza nell'azione pubblica e rigore nei controlli.  Meglio sarebbe stato dar ascolto alle Cassandre. La Repubblica, 30 ottobre 2016

CLAUDIO Bertini è morto al volante della sua auto perché nel cuore della Brianza per tre ore nessuno ha voluto fermare il traffico mentre un cavalcavia si sbriciolava. Anas e Provincia di Lecco si sono palleggiate la decisione, senza nemmeno provvedere a bloccare un tir da 108 tonnellate in marcia su quel viadotto letale.

Non è stata una fatalità ed esiste un responsabile chiaro: una macchina burocratica che ha perso il senso della realtà, tanto inefficiente da non riuscire a impedire un disastro annunciato. Lo schianto del ponte brianzolo è il punto terminale di una serie di eventi che mettono sotto gli occhi di tutti una situazione inaccettabile. Come è possibile che nessuno curi la manutenzione di un viadotto sotto il quale ogni giorno passano più di 80 mila vetture? Come è possibile che la strage più grave del terremoto di agosto sia avvenuta nelle case popolari di Amatrice, dove 22 persone sono state travolte da edifici pubblici dichiarati sicuri da pubblici ufficiali? Come è possibile che le scosse dell’Italia Centrale abbiano sbriciolato decine di monumenti restaurati negli ultimi anni e certificati come antisismici? È la dimostrazione che il sistema di regole e controlli non funziona. Che la nostra vita è affidata a un apparato incapace non solo di rispondere alle richieste dei cittadini ma addirittura di tutelare la loro incolumità.

Di sicuro, la corruzione ha avuto un ruolo importante nel minare i pilastri su cui scorre la nostra esistenza. La retata di mercoledì scorso ha evidenziato come nei cantieri delle grandi opere si usino materiali scadenti, «cemento che sembra colla» e si falsifichino tutte le verifiche. Da sempre la corruzione prospera nella cattiva amministrazione, sono due facce dello stesso problema. Ma le indagini delle procure di Roma e Genova mostrano una degenerazione arrivata al paradosso: gli incarichi per sorvegliare sulla qualità dei manufatti si sono trasformati in una tangente, perché venivano assegnati alle società degli amici degli amici proprio come compenso per il silenzio sulle malefatte edilizie. E chi doveva vigilare metteva ogni verdetto in vendita: bastava pagare per rendere perfetti binari che invece andavano demoliti, per trasformare una massicciata marcia nella fondamenta di una galleria.

I protagonisti di questo scempio sono una classe di professionisti e imprenditori che ha imparato così bene a convivere con la mafia da copiarne i metodi: come i corleonesi e i casalesi, hanno sostituito le vecchie bustarelle cash con i subappalti del calcestruzzo di bassa lega e alto profitto. E — come loro stessi rivendicano nelle conversazioni registrate — hanno trasferito nella Pianura Padana gli accordi criminali messi a punto nei cantieri della Salerno-Reggio Calabria. Ai costruttori intercettati la legalità non importava: «Io voglio fare solo i miei 54 milioni di lavori e portare a casa la pagnotta». Tutti sanno, nessuno denuncia. Perché i colossi tirati su con piedi d’argilla garantiscono guadagni ricchi e condivisi, tanto paga “zio Paperone”, ossia la collettività.

Questo male si è diffuso in tutto il Paese. Dal profondo Sud all’estremo Nord, dai sedicenti restauri antisismici delle chiese marchigiane alle infiltrazioni dei clan nei padiglioni di Expo. Ogni scandalo provoca ondate di indignazione, che non si traducono quasi mai in riforme concrete o interventi risolutivi: i problemi restano al loro posto, delegando alla magistratura punizioni che sono tardive o inefficaci. Le immagini agghiaccianti del viadotto che precipita sull’auto di Claudio Bertini invece devono rimanere come un monito per cambiare: chiunque poteva essere al suo posto, ovunque.


“ Nessuno denuncia Icolossi conpiedi di argilla garantiscono guadagni
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