D’Alema, Montanari: “Mi ha chiamato ma non ha fatto pressioni. Oggi è M5S a farsi portatore delle idee della vera sinistra?
Marco Pasciutti
«D'Alema ha telefonato allo storico dell'arte per convincerlo ad accettare l'assessorato alla cultura offertogli dal M5S a Roma: "Mi ha chiamato come hanno fatto in molti - conferma lui - mi ha detto che sarei stato un ottimo assessore"». Il Fatto quotidiano online, 16 giugno 2016 (c.m.c.)



«Forse ci sarebbero cose più serie di cui parlare. Lo dico da vicepresidente di Libertà e Giustizia: se si discutesse delle ragioni del ‘no’ al referendum un decimo di quanto si parla delle telefonate di Massimo D’Alema, sarebbe un Paese migliore».

Tomaso Montanari, docente di Storia dell’arte moderna alla Federico II di Napoli, torna sulla querelle tra l’ex premier e La Repubblica, secondo cui in diverse occasioni pubbliche il “Lìder Maximo” si sarebbe detto pronto a votare Virginia Raggi “pur di mandare via Renzi”. Il quotidiano romano racconta anche che D’Alema ha telefonato allo storico dell’arte per convincerlo ad accettare l’assessorato alla cultura offertogli dal M5S a Roma.

«Quando è uscita la notizia che Virginia Raggi mi aveva chiesto se fossi disponibile a diventare assessore alla cultura a Roma, ho ricevuto moltissime telefonate da amici, conoscenti, persone appassionate di politica, ho sentito Civati e Fassina, Salvatore Settis e Goffredo Fofi, Gian Antonio Stella e Massimo Bray… Tra costoro c’era anche D’Alema, e mi ha fatto piacere sentirlo. Non ci sentiamo spesso, ma abbiamo fatto entrambi la Scuola Normale di Pisa, tra noi ci sono argomenti e ragionamenti in comune. Voleva sapere se era vero e mi ha detto che secondo lui sarei stato un ottimo assessore alla cultura di Roma e che quindi avrei potuto pensare ad accettare. Ma non c’è stata alcuna pressione, non è che D’Alema stia facendo la giunta dei 5 stelle, queste sono sciocchezze. Anche perché non so in base a che cosa avrebbe potuto fare pressione su di me, io con il Pd non c’entro nulla».

D’Alema dice che lei gli ha chiesto un consiglio.
«L’ho chiesto a molte persone che mi hanno chiamato, gli ho domandato cosa avrebbe fatto lui al posto mio. Il fatto che il M5S stia per conquistare Roma e che in questo momento ragioni non come il Pd o come la destra con una logica di appartenenza, ma si apra a persone molto diverse dalla sua storia come me, e in particolare che si apra a persone e a idee della sinistra, ha incuriosito molti e ha creato un dibattito. Credo che ascoltare le opinioni delle persone sia importante: D’Alema è una persona a particolarmente intelligente e di esperienza. Ma non ho chiesto consiglio solo a lui. L’ho chiesta anche al mio ortolano, ai miei colleghi di università, per capire come reagisce il mondo della sinistra di fronte a queste aperture».

All’assessorato ci ha pensato davvero.
«Certo che ci ho pensato. Io studio storia dell’arte romana da una vita. E poi fermare il Pd a Roma e tentare un esperimento diverso sia una grande occasione. Da un punto di vista professionale e da un punto di vista politico ero molto tentato. Ma poi ho pensato che, specie nell’ambito della cultura, non si può governare una città in cui non si vive tutti i giorni, in cui non si ha una famiglia, della cui comunità non si fa parte. Quelli che fanno gli assessori o i superconsulenti esterni alla cultura e sono sempre in viaggio da un posto all’altro alla fine non fanno un gran lavoro. Una delle cose che mi è piaciuta dei discorsi della Raggi è che parla di comunità. Per governare una comunità bisogna esserne membri».

Che giudizio ha dei programmi di Giachetti e della Raggi?
«Il programma del Pd non riserva nessuna sorpresa: continuerà tutto come prima, spero non la corruzione. Giachetti mi sembra una persona pulita, quello che che c’è dietro di lui mi piace di meno e mi dà minori garanzie, è il motivo per cui voterei la Raggi se fossi residente a Roma. Su tanti punti condivido il suo programma. In generale mi pare che i 5 stelle abbiano un’idea della cultura molto simile alla mia: cultura non come mercato, che è l’idea di Renzi e del Pd, ma come strumento per ridare sovranità ai cittadini e renderli partecipi della vita politica».

Cosa pensa di questa storia? D’Alema sta veramente tramando contro Renzi?
«Renzi non c’entra nulla con la storia della sinistra. E’ un gigantesco equivoco che Renzi oggi, invece di guidare Forza Italia, sia il leader del Pd. Sarebbe il leader ideale di Forza Italia per le idee che ha e le leggi che sta facendo. Lo Sblocca Italia, la riforma della Costituzione, la riforma della scuola sono tutte cose che hanno un minimo comune denominatore: il primato assoluto del mercato. Nel momento in cui in un modo assurdo, con delle primarie aperte anche a chi non era iscritto al partito Renzi diventa segretario del Pd, chi è di sinistra in quel partito si pone il problema: o riuscire a recuperare il partito o uscirne. A un certo punto D’Alema e molti altri dovranno decidersi».

Come esce da questa storia il Pd?
«Il Pd è un partito che ha subito un’opa ostile da parte di uno che con la sua storia non c’entra nulla. D’altra parte però in questa vicenda vengono al pettine molti nodi. Io sono fiorentino, ero al liceo di Renzi che ai miei tempi era vicino a Comunione e Liberazione, poi è stato presidente della Provincia di Firenze da democristiano qual è. Poi solo la creazione a freddo del Pd ha permesso che queste due storie, quella di Renzi e quella della sinistra, si incontrassero. Ora un’anima ha prevalso sull’altra. Ma quando da sindaco di Firenze Renzi diceva che per lui le bandiere rosse erano quelle della Ferrari diceva la verità».

Un incontro tra due storie che è il prologo della mutazione genetica del Pd.
«Il problema è questo: esiste ancora la sinistra in questo Paese? Se esiste, che scelte fa? Cambiare il Pd? Non ce la fanno e allora creano Possibile e Sinistra Italiana. Io sono nel consiglio scientifico di Possibile, ho grande stima per Civati e Fassina, hanno creato un laboratorio di idee importantissimo, ma non riescono ad avere un consenso maggioritario. In questo quadro i 5 stelle sono una creatura molto strana in cui ci sono cose molto inquietanti – l’aspetto proprietario e privatistico dei Casaleggio lo trovo terribile, il ruolo di Beppe Grillo che va superato, tanti altri punti a partire dalla loro posizione sui migranti non mi convince affatto – però vedo che su molti altri temi c’è una convergenza con la sinistra come la intendo io».

Quali?
«Sul campo, io che mi occupo di ambiente, paesaggi e territorio mi trovo dall’altra parte il sindaco con la betoniera cementificatrice e non riesco a distinguere se è del Pd o di Forza Italia, mentre dalla mia parte ci sono i militanti 5 stelle. Allora mi domando se non esista la possibilità che i 5 stelle non assomiglino nel tempo a quello che è Podemos. Un dato di fatto: se al governo della città di Roma arriva l’urbanista più di sinistra che in questo momento è attivo in Italia, Paolo Berdini, non si deve a un partito di sinistra ma al M5S. Se la sinistra delle idee va al governo in alcune città grazie ai grillini è un dato di fatto su cui occorre ragionare».
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