Periferie e beni comuni al Padiglione Italia si riprogetta la realtà
Francesco Erbani
L'illustrazione dei virtuosi propositi della XV edizione della Biennale di architettura 2016 dal tema promettente: "Reportage dal fronte".  Sarà davvero una Biennale diversa dalle altre? e come? eddyburg contribuirà a scoprirlo, nei prossimi mesi, non solo nel padiglione italiano. La Repubblica, 26 maggio 2016


Quanti sono i fronti sui quali si misura l’architettura che contribuisce con i propri mezzi a ridurre le disuguaglianze, a mitigare sofferenze e disagi? Tanti, secondo Alejandro Aravena, il curatore cileno della quindicesima Biennale che ora apre i battenti nei Giardini e all’Arsenale. Sono tanti e abbracciano ambiti diversi e diverse scale, diversi continenti, toccano anche l’Italia, con l’architettura che resta architettura («L’architettura è occuparsi di dare forma ai luoghi in cui viviamo », si legge nella prima sala del padiglione centrale ai Giardini), ma mette al bando lo spettacolo di sé. L’esposizione dà concreta attuazione ai propositi di Aravena, che potevano limitarsi a essere tali o rischiare un indeterminato scivolamento verso altre discipline, dalla sociologia all’antropologia, con le quali invece l’architettura coopera, rimanendo, appunto, se stessa.

In Reporting from the front sfilano tanti esempi, interventi realizzati più che progettati. Come la funicolare che il colombiano Giancarlo Mazzanti ha costruito a Medellin, un tempo capitale del narcotraffico, funicolare che insieme a impianti igienici, elettricità, linee telefoniche, conduce a una biblioteca: un complesso di infrastrutture, tutt’altro che Grandi Opere, che hanno ridotto il senso di esclusione, aiutando persino con le forme ardite della biblioteca a limitare il reclutamento dei cartelli della droga. O come le iniziative a Durban in Sudafrica, dove un gigantesco e insicuro mercato è stato trasformato in un luogo di vivacità culturale.

Gli esempi si moltiplicano, spaziano dall’Iran a Parigi, dal Vietnam al Bangladesh. C’è molto Sudamerica, molti materiali poveri e di riuso, tecniche che si raffinano nell’indigenza. Il cuore della rassegna è lo sterminato disagio urbano, sono le periferie metropolitane e le periferie del mondo. Sono i conflitti. Come quelli che documenta la Forensic Architecture dell’israeliano Eyal Weizman: l’analisi del video di un bombardamento in Afghanistan che dimostra, esaminando le strutture edilizie, come la distruzione di un palazzo sia stata l’effetto dell’attacco di un drone e non dell’esplosione di ordigni lì custoditi. Ma accanto alle grandi anche le minute dimensioni – le zanzare contro il rinoceronte, le chiama Aravena: i piccoli appartamenti della siciliana Giuseppina Grasso Cannizzo, «uno sciame capace di sconfiggere le forze voraci che imperversano nella aree urbane», spiega l’architetto cileno. E non mancano alcune grandi firme, da Richard Rogers a Renzo Piano, da David Chipperfield a Eduardo Souto de Moura, convocati non per esibire luminosi grattacieli, ma anche loro per mostrare come una spiccata capacità iconica può servire scopi sociali, dalla periferia di Catania al Sudan.

La proposta di Aravena si arricchisce con il padiglione Italia, curato dalla TamAssociati di Massimo Lepore, Raul Pantaleo e Simone Sfriso. Taking care, il titolo della rassegna sostenuta dalla Direzione generale Arte e Architettura contemporanee del Mibact. Anche qui le espressioni chiave – periferie, associazionismo, beni comuni – non vagano in un cielo di stellata retorica, ma si muovono sulle gambe di realizzazioni avvenute. Anche piccole, disperse e puntuali, ma, insistono i curatori, capaci di mostrare gli effetti «di un’architettura metabolica, che assorbe risorse per farne crescere altre». A Casal di Principe la casa di un boss della camorra è stata rivestita di tubi innocenti e la rete rossa di cantiere lascia intravedere i segni di un’estetica pacchiana. L’interno poi è stato attrezzato per ospitare le opere seicentesche provenienti dagli Uffizi. A Milano, nel quartiere popolare Gratosoglio, l’ufficio tecnico dell’assessorato allo sport ha realizzato insieme a un’associazione di skaters il Gratobowl, una pista che non è solo una palestra per esibizioni spettacolari, ma uno spazio pubblico e di convivenza. E poi c’è il Teatro sociale di Gualtieri, a Reggio Emilia, abbandonato, restaurato e riaperto. C’è la restituzione ai palermitani del lungomare di Balestrate. C’è la rigenerazione di diversi isolati del centro storico di Favara (Agrigento), trasformati in gallerie d’arte, uffici co-working, residenze per artisti. Oppure il parco dei Paduli, in provincia di Lecce, dove si coltivano olive pregiatissime e si fa manutenzione del paesaggio.

La rassegna veneziana vorrebbe mettere in relazione questi mondi, ormai rintracciabili in molte regioni italiane, comprese quelle meridionali, ma ancora polverizzati e non si sa quanto portatori di esperienze replicabili. Entrano in gioco fattori imponenti – basti pensare ai quartieri pubblici, agli insediamenti abusivi del centro-sud, alle lottizzazioni private con i centri commerciali, cioè a tutte le realtà che vanno sotto il troppo uniforme termine di periferia urbana. Accanto agli interventi esemplari, dal padiglione Italia partono anche cinque progetti, cinque camion progettati da altrettanti studi e affidati a cinque associazioni (Legambiente, Emergency, Uisp, Aib e Libera) che da Ponticelli a Cerignola, dal torinese Parco Dora al Casilino di Roma, si proporranno come presidi di qualità ambientale e sanitaria, di iniziative per lo sport, la lettura e la legalità. Anche la confezione della mostra ribalta uno stereotipo, quello comunicativo, dentro il quale si arroccano molte parole dell’architettura. L’intera grafica e il catalogo (Becco Giallo) utilizzano il graphic novel, linguaggi e forme visive aderenti a un modo diverso di fare e raccontare l’architettura.
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