In memoria di un urbanista: Bernardo Secchi
Valerio Paolo Mosco

Un'analisi  di una grande personalità, che per  l'importanza  del ruolo svolto nel sapere e nel mestiere, non merita solo agiografie. L'abbozzo di un ritratto nel quale forse non ci sono tutti i "chiari" del vero, ma cominciano ad apparire gli "scuri" senza i quali il vero non c'è. Artribune, 16 settembre 2014, con postilla


Era un privilegio assistere ad una lezione di BernardoSecchi (1934-2014). Secchi scolpiva le sue lezioni e poi lesmerigliava con una pasta fatta di deduzioni logiche e per ultimo lelevigava con dosatissimi ammiccamenti che non scendevano mai nellaconfidenzialità a ribasso. Secchi possedeva anche quella leggerasprezzatura vanitosa senza la quale non può esistere il granderetore. Le sue argomentazioni erano un sapiente bilanciamento tra lasequenza logica dell’illuminismo padano e le iperboli ellittichedei filosofi francesi.

Sentendolo con attenzione si capiva la sua duttile retorica:quando la concatenazione logica illuminista diventava troppo serratae quindi sul punto di gripparsi, Secchi la ribaltava con ilrelativismo dei vari Foucault o Deleuze, e quando questo relativismoera sul punto di evaporare nelle sue stesse circonvoluzioni, allorafluidamente tornava al razionalismo riduzionista. Non si poteva nonrimanere affascinati da come Secchi gestiva questo pendolo retoricoche ipnotizzava.

La vera seduzione si attua nei confronti di coloro i quali lapensano diversamente. Per quel che mi riguarda, non amo il pensierorelativista dei francesi e considero il principio secondo il qualeesistono solo interpretazioni persino pernicioso. Per di più detestoquella città diffusa su cui si è fondata da decenni la peraltroacuta analisi di Bernardo Secchi e considero i cosiddetti “pianidi terza generazione”, propagandati dagli Anni Ottanta daSecchi nei suoi editoriali su Casabella, molto menoacuti di quanto si sarebbe potuto supporre. In definitiva consideroche il pensiero debole alla Vattimo di cui si è nutrital’urbanistica di Secchi abbia prodotto un’urbanistica un po’troppo debole, troppo in libertà vigilata rispetto allafenomenologia.

Eppure le lezioni di Bernardo Secchi erano uno spettacolocatturante: tornivano anche chi come me afferiva a un altro mondo e ti tornivano perché raccontavano di una cultura alta e chiara,persino accessibile: una cultura alla quale dagli Anni Settanta erasubentrata una cultura di segno opposto: bassa e confusa, pop mainaccessibile nelle sue finalità.

Secchi aveva stile. Non credo che avrebbe amato questa miaaffermazione idealista, ma per me Bernardo Secchi era un magisterelegantiarum. Il suo stile era sobrio, velatamente scettico,intriso da un senso del decoro mai ostentato ma mai celato, qualitàqueste che gli permettevano di vedere le cose a volo d’uccello. Edè proprio questa capacità di vedere le cose a volo d’uccello, divedere l’architettura come parte di un contesto sempre più ampio,ciò che Secchi lascia all’architettura italiana.

Penso che Secchi e con lui Paola Viganò abbianoinfluenzato notevolmente lo stile dell’architettura italiana degliultimi anni. Sono stati artefici di un processo di avvicinamentodell’architettura all’urbanistica e dell’urbanisticaall’architettura senza il quale oggi non avremmo le architetturedi Cino Zucchi o di Stefano Boeri o l’azionecritica di Mirko Zardini o di studicome +Arch, Metrogramma e Barreca e Lavarra.Nonè poco per un urbanista influenzare l’architettura. Forse è ilmassimo a cui egli possa aspirare.

postilla

L’intelligenza di Bernardo Secchi e il ruolo che ha svoltonell’urbanistica e nella società italiane non consentono, nelricordarlo, di limitarsi all’agiografia. Significherebbe tradireuna parte rilevante del suo lascito, che è lo stimolo continuo aesercitare lo spirito critico. Un ritratto di un personaggio tale dameritare un ritratto non può essere fatto solo di luci: anche leombre devono essere tracciate. Questo di Mosco è il primo scritto(tra quelli che ho letto) che comincia a lavorare su un ritratto chesi avvicina al vero. Personalmente ne condivido la maggior parte,sebbene nel loro insieme mi sembra che manchino molte delle luci chenel suo lavoro mi sembrano balenare.
Il punto sul quale nonconcordo con Mosco è sulla questione del rapporto tra urbanistica earchitettura. Mosco scrive «non è poco per un urbanista influenzarel’architettura. Forse è il massimo a cui egli possa aspirare». Iopenso che ciò al quale l’urbanista deve aspirare è influenzare lasocietà. E penso che se l’urbanista deve porsi (come deve) anche l’aspirazione  a “influenzare l’architettura” devefarlo assumendo un compito riassumibile nel titolo delle lezioni diCarlo Melograni: “progettare per chi va in tram”. (e.s.)
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