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Gianpasquale Santomassimo
Togliatti, un erudito della politica
21 Agosto 2014
Altre persone
«L’eredità irrisolta, a cinquantanni dalla sua morte, di una leader comunista che ha voluto costruire un partito popolare radicato nella realtà nazionale lontano dal modello sovietico. Alcune note a partire dalla pubblicazione per i tipi Einaudi di «Guerra di posizione», l’epistolario del dirigente del Pci».

Il manifesto, 21 agosto 2014

«Un’altra cosa che vor­rei dire, e soprat­tutto ai nostri com­pa­gni che hanno già una certa pre­pa­ra­zione, è che lo stu­dio per loro non può con­si­stere e non deve con­si­stere nel met­tere fati­co­sa­mente assieme idee gene­rali in forma più o meno pole­mica. Que­sto sforzo non porta di solito a fare niente di serio, e anch’esso non è stu­dio, quando man­chi la ricerca attenta, paziente, larga, dei mate­riali di fatto, quando man­chi l’esame cri­tico di que­sti».
C’è anche que­sto (tra con­si­gli su come leg­gere e stu­diare, in una let­tera a «una cel­lula dell’apparato» pub­bli­cata su Vie nuove del marzo 1949) nella rac­colta recen­te­mente pub­bli­cata (Pal­miro Togliatti, La guerra di posi­zione in Ita­lia. Epi­sto­la­rio 1944–1964, a cura di Gian­luca Fiocco e Maria Luisa Righi, Pre­fa­zione di Giu­seppe Vacca, Einaudi, pp. 372, euro 24), sele­zione ine­vi­ta­bil­mente e con­sa­pe­vol­mente «arbi­tra­ria» di un epi­sto­la­rio vastis­simo, parte di un Fondo che attende una piena valo­riz­za­zione.
Il titolo discu­ti­bile, gram­sciano, richiama un’atmosfera suc­ces­siva al fal­li­mento della rivo­lu­zione comu­ni­sta in Europa, quella «guerra di posi­zione» vis­suta da Gram­sci e Togliatti anche come occa­sione per ripen­sare i ter­mini della scon­fitta e per impe­dirne il ripe­tersi. E nella prima inter­vi­sta a un inviato spe­ciale della Reu­ters nell’aprile 1944, con la quale si apre il volume, Togliatti riba­diva: «Nei primi anni della sua esi­stenza il Par­tito comu­ni­sta ita­liano com­mise gravi errori di set­ta­ri­smo, non seppe fare una poli­tica di unità del popolo per la difesa delle libertà demo­cra­ti­che con­tro il fasci­smo. Di que­sti errori trasse pro­fitto la rea­zione e noi oggi ci guar­de­remo bene dal ripe­terli».
Ma il «ven­ten­nio togliat­tiano» (1944–1964), in cui Togliatti eser­cita il ruolo di costrut­tore e capo di un grande par­tito comu­ni­sta di massa, appar­tiene ad epoca diversa, in cui guerra di trin­cea e di movi­mento si intrec­ciano in forme ormai lon­tane dalla fase «bol­sce­vica». Le let­tere ci resti­tui­scono, come ha notato Mario Tronti su l’Unità del 7 luglio, «un Togliatti molto gram­sciano, ma che non smette mai, nem­meno per un momento, di essere togliat­tiano». Dove men­ta­lità togliat­tiana signi­fica indub­bia­mente rea­li­smo, valu­ta­zione attenta e costante dei rap­porti di forza, non per cri­stal­liz­zarli ma per modi­fi­carli a van­tag­gio di un fronte ampio di alleanze da costruire, rivol­gen­dosi a tutti gli inter­lo­cu­tori pos­si­bili. L’elenco dei cor­ri­spon­denti rispec­chia l’ampiezza di que­sta pro­pen­sione al dia­logo e alla ricerca di un ter­reno d’incontro mai subal­terno (da Pie­tro Bado­glio a Bene­detto Croce, da Alcide De Gasperi a Romano Bilen­chi, da Pie­tro Nenni a Vit­to­rio Val­letta e alla fami­glia Oli­vetti, da Sta­lin a Giu­seppe Dos­setti).
Il ruolo attri­buito alla cul­tura, da costruire quasi da zero - più che recinto da «ege­mo­niz­zare» - per chi veniva dalla distru­zione ope­rata dal fasci­smo è uno dei temi fon­da­men­tali del volume, una «bat­ta­glia delle idee» seguita con cura anche nel det­ta­glio, quasi mania­cale, senza impar­tire in genere «diret­tive», anzi rifiu­tando diri­gi­smi con­fusi e capo­ra­le­schi sul ter­reno della ricerca sto­rica (la vicenda già nota della difesa di Gastone Mana­corda dalla pre­tesa di «det­tare la linea» da parte di espo­nenti dell’apparato).
Quello che pro­ba­bil­mente col­pi­sce di più il let­tore odierno è lo sfog­gio – inne­ga­bil­mente com­pia­ciuto – di eru­di­zione, che si esplica ad esem­pio nelle pole­mi­che con Vit­to­rio Gor­re­sio attorno a un sonetto di Guido Caval­canti e alla sua esatta gra­fia: dove c’è sicu­ra­mente la volontà di dimo­strare che i comu­ni­sti non erano i sel­vaggi dipinti dalla pro­pa­ganda avver­sa­ria, ma non c’è in alcuna forma la volontà di venire ammessi nei «salotti buoni» della bor­ghe­sia, che tra­vol­gerà lon­tani eredi di quella tra­di­zione in anni futuri. C’è ancora la volontà di costruire un cir­cuito cul­tu­rale auto­nomo e paral­lelo, che riprende ispi­ra­zioni dell’«universo socia­li­sta» a cavallo fra i due secoli, ma senza sem­pli­fi­ca­zioni gros­so­lane e inte­ra­gendo senza rigide sepa­ra­zioni con la cul­tura nazio­nale. C’è anche la con­vin­zione che il movi­mento ope­raio debba essere, clas­si­ca­mente, «erede» dei punti più alti della cul­tura bor­ghese (le famose ban­diere lasciate cadere nella pol­vere e che vanno risol­le­vate) e che il supe­ra­mento possa avve­nire solo attra­verso assun­zione piena delle istanze più alte della tra­di­zione che si avversa.

La scoperta dell'illuminismo

Ma pro­ba­bil­mente c’è qual­cosa di più, che attiene alla dimen­sione stret­ta­mente per­so­nale di un uomo com­bat­tuto in gio­ventù tra voca­zioni che appar­vero alter­na­tive, tra la dimen­sione di stu­dioso e quella di poli­tico, e dove la scelta esi­sten­ziale, com­piuta infine, non si tra­dusse nel senso un po’ arido che Croce dava al ter­mine di totu­spo­li­ti­cus (coniato appunto in una let­tera a Togliatti) ma in una con­ce­zione della poli­tica che pur auto­noma e con le sue regole era ine­stri­ca­bil­mente con­nessa alla cul­tura. Quest’ultima col­ti­vata in forma auto­noma, e che si era arric­chita nel tempo di dimen­sioni in pre­ce­denza igno­rate: si pensi al rap­porto con l’illuminismo, com­ple­ta­mente estra­neo alla for­ma­zione gio­va­nile tori­nese e ordi­no­vi­sta. Quel Togliatti che nelle memo­rie di Giu­lio Cer­reti tro­viamo intento nei lun­ghi sog­giorni pari­gini nella ricerca dei clas­sici set­te­cen­te­schi presso le libre­rie anti­qua­rie è lo stesso che tra­durrà il Trat­tato della tol­le­ranza di Vol­taire (in pole­mica con le ten­ta­zioni «cle­ri­co­fa­sci­ste» della nuova Ita­lia) e che qui vediamo impe­gnato in discus­sioni su Pie­tro Gian­none e sulla civiltà giu­ri­dica dell’illuminismo ita­liano.
Ma a dif­fe­renza che nella cul­tura azio­ni­sta, l’unica che in que­gli anni risco­pre in Ita­lia l’illuminismo, que­sta acqui­si­zione non si tra­duce in una ripresa del vec­chio anti­cle­ri­ca­li­smo, ma anzi in una atten­zione più assi­dua al dia­logo con le istanze pro­fonde della sen­si­bi­lità reli­giosa. In forma dif­fe­ren­ziata: sprez­zante nei con­fronti di De Gasperi, affet­tuoso nei con­fronti di Don Giu­seppe De Luca («lei è per me tra i pochi che, vivendo, della mia vita stati un po’ la com­pa­gnia e un po’ la fie­rezza» gli scrive il prete lucano in punto di morte, nel gen­naio 1962). E in una let­tera alla sorella di De Luca, a un anno dalla scom­parsa, nel feb­braio 1963, Togliatti chia­riva i ter­mini di que­sto rap­porto: «La sua mente e la sua ricerca mi pare fos­sero volte, nel con­tatto con me, a sco­prire qual­cosa che fosse più pro­fondo delle ideo­lo­gie, più valido dei sistemi di dot­trina, in cui potes­simo essere, anzi, già fos­simo uniti. Cer­cava e met­teva in luce la sostanza della nostra comune umanità».

Il rigore parlamentare

L’ampiezza degli inte­ressi cul­tu­rali (unita a gusti in verità retro­gradi tanto in let­te­ra­tura quanto in pit­tura e musica) non lo spinge a dive­nire quello che oggi si defi­ni­rebbe un «tut­to­logo», e que­sta con­sa­pe­vo­lezza del limite si riflette anche nel suo stile di dire­zione: «Voi mi con­si­de­rate come que­gli appa­rec­chi auto­ma­tici che ti ser­vono a tua scelta, solo che toc­chi un bot­tone, un pollo arro­sto, o un bic­chiere di birra o una cara­mella al miele» pro­te­sta scri­vendo alla Fede­ra­zione di Bolo­gna nel marzo 1961. Stile che emerge anche nel rifiuto degli usi «sovie­tici» che i diri­genti del par­tito vor­reb­bero impor­gli per cele­brare la sua per­so­na­lità, chie­den­do­gli di posare per un busto: «Que­sto si fa, da noi, ai morti ed è una cosa ridi­cola. Il mio busto, per ora, sono io. Non andrò quindi dalla Mafai a posare e se ci vado, (vado) con un bastone per distrug­gere il già fatto». E non sapremo mai, in verità, fino a che punto cre­desse alle difese argo­men­tate dell’esperienza sovie­tica in cui si pro­du­ceva, avendo però fin dal ritorno in Ita­lia chia­rito che quel modello non era impor­ta­bile né da imi­tare in forma inge­nua e ripe­ti­tiva.

Molto signi­fi­ca­tivo è anche quel che emerge sulla con­ce­zione della demo­cra­zia par­la­men­tare, che fu uno dei car­dini su cui il Pci di Togliatti venne costruito. In un momento in cui i lea­ders poli­tici si espri­mono in par­la­mento come se si tro­vas­sero alla Sagra della Fet­tunta di Rignano, è istrut­tivo lo scam­bio di let­tere del mag­gio 1964 con Pie­tro Nenni a pro­po­sito della deca­denza della prassi par­la­men­tare. Lo sca­di­mento dello stile di lavoro dei par­la­men­tari si regi­stra nella «deca­denza del dibat­tito e quindi anche dell’istituto par­la­men­tare. Que­sti discorsi ad aula vuota, nell’assenza totale o quasi dei par­titi gover­na­tivi e dei diri­genti del governo, e i voti che inter­ven­gono poi, a cor­ri­doi affol­lati, su posi­zioni ela­bo­rate in altra sede, sono un fatto assai grave». Già in una let­tera a Gio­vanni Leone (pre­si­dente della Camera) del 23 luglio 1958 aveva con­di­viso il per­so­nale rifiuto, a norma di rego­la­mento, dei testi «scritti» in pre­ce­denza e non svi­lup­pati al cospetto dei depu­tati, avver­tendo però che rispetto all’antica tra­di­zione par­la­men­tare il discorso poli­tico, nell’epoca dei grandi par­titi popo­lari, non poteva che assu­mere ormai «aspetti ben diversi dalla sem­plice dotta con­ver­sa­zione», soprat­tutto per chi rap­pre­sen­tava classi popo­lari e non pro­ve­niva dalle «classi colte, avvo­cati, docenti uni­ver­si­tari, ecc.» e che per­tanto nella ste­sura scritta tro­vava «asso­luta neces­sità». Tempi molto lon­tani da noi, come si vede.
E lo si com­prende ancor meglio dalla chiusa della let­tera, con il rin­gra­zia­mento a Leone per l’aiuto finan­zia­rio a lui con­cesso dalla Camera per motivi di salute: «pur­troppo si riscon­tra con troppa evi­denza, in caso di infer­mità, quanto grande sia il diva­rio tra la retri­bu­zione che giu­sta­mente richiede un libero pro­fes­sio­ni­sta, anche mode­sto, e quella cui dà diritto l’attività par­la­men­tare». Non c’era una «casta», anche se l’antiparlamentarismo non man­cava di certo negli umori ata­vici dell’ideologia ita­liana.

Il cin­quan­te­simo anni­ver­sa­rio della scom­parsa di Togliatti e il tren­te­simo di Ber­lin­guer si sono intrec­ciati. Sono figure che non vanno con­trap­po­ste, e Ber­lin­guer fino alla fine degli anni Set­tanta si mosse in una linea di evi­dente con­ti­nuità con alcuni capi­saldi dell’ispirazione togliat­tiana, per poi intra­pren­dere nell’ultima e breve fase della sua vita una ricerca bru­sca­mente inter­rotta di cui nes­suno può ipo­tiz­zare com­piu­ta­mente gli esiti pos­si­bili. Sono stati anni­ver­sari che hanno evi­den­ziato il sedi­men­tarsi di «for­tune» molto diverse, e quasi di mito­lo­gie dif­fe­ren­ziate, sostan­ziate spesso di empa­tia con­fusa in un caso, di fredda dif­fi­denza (se non dam­na­tio memo­riae) nell’altro.

La «questione nazionale»


Pro­ba­bil­mente nes­sun can­tante dichia­rerà mai che votava comu­ni­sta per­ché Togliatti «era una brava per­sona». Fu in effetti per­so­nag­gio assai più rispet­tato e sti­mato che «amato» (se pure dopo l’attentato del luglio 1948 e nei fune­rali dell’agosto 1964 era emerso un pro­fondo legame popo­lare nutrito anche di affetto). E cer­ta­mente il mondo di Togliatti dopo mezzo secolo non esi­ste più, si è com­ple­ta­mente dis­solto in tutti i suoi pre­sup­po­sti, negli sce­nari nazio­nali e ancor più inter­na­zio­nali. Eppure mi sen­ti­rei di affer­mare che ci sono ele­menti di attua­lità mag­giore nel lascito di Togliatti che in quello di Ber­lin­guer (almeno così come viene vis­suto e inter­pre­tato).
Se la «que­stione morale» di Ber­lin­guer è ormai con­cetto lar­ga­mente inser­vi­bile, espo­sto a tutti i mora­li­smi e giu­sti­zia­li­smi delle piazze, è soprat­tutto la «que­stione poli­tica» che Togliatti ha lasciato in ere­dità ad assu­mere la dimen­sione di un enorme nodo irri­solto. Un grande par­tito di massa che rap­pre­senti il mondo del lavoro, auto­nomo da poteri forti, gruppi di pres­sione e mosche coc­chiere, inca­na­lato in una demo­cra­zia par­la­men­tare non ever­siva dell’esistente e mediata da una Costi­tu­zione pro­gram­ma­tica, un par­tito in grado di costruire con tena­cia rap­porti di forza più favo­re­voli ai lavo­ra­tori, e che si fondi su una auten­tica par­te­ci­pa­zione popo­lare e non su ristrette éli­tes di intel­let­tuali o pic­cole sette depo­si­ta­rie di dot­trine immu­ta­bili.
Que­sto è man­cato dram­ma­ti­ca­mente nel quarto di secolo che ci separa dall’eutanasia della crea­tura poli­tica ideata da Togliatti, e attorno a que­sta assenza si con­suma il vuoto, muto nella sostanza, chias­soso nelle forme, della poli­tica italiana.
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