«Intellettuali dimenticati nella fiction su Olivetti»
Luca Mastrantonio
Una grave omissione nella bella fiction sull'ingegner Adriano Olivetti, protagonista d'un progetto culturale che contribuì a far emergere l'Italia dalla palude del fascismo. Corriere della Sera, 31 ottobre 2013, con postilla e barzelletta


La colonia di scrittori, intellettuali e uomini di scienza che animavano la Olivetti era una fabbrica nella fabbrica. Di cui però nella fiction La forza di un sogno , trasmessa lunedì e martedì da «RaiUno», non c’è traccia. «Non dico che sia calata una saracinesca, ma è una diminutio eccessiva» sostiene Franco Ferrarotti, tra i collaboratori stretti di Adriano Olivetti. «Una storia della Olivetti senza gli intellettuali è impossibile - dice Luciano Gallino, che non ha visto la fiction e fa un ragionamento per assurdo - perché non sarebbe la storia della Olivetti».

Al Corriere della Sera, Ferrarotti (classe 1926) parla con schiettezza: «La fiction racconta benissimo Olivetti uomo, interpretato magistralmente da Zingaretti: Adriano era così, volitivo e trattenuto, razionale e intuivo». Bene anche la regia di Michele Soavi. Ma l’ipotesi del complotto della Cia, adombrata, per Ferrarotti è errata: «Si drammatizza troppo il contrasto con gli americani, con l’agente americana infiltrata e alcune allusioni; in realtà la fortuna Olivetti deriva anche dai contatti con gli americani, in Svizzera, dove conosce Allen Dulles, poi direttore della Cia, grazie al quale riuscirà a non far bombardare Ivrea durante la guerra».

Ferrarotti non contesta le licenze di finzione, ma il fatto che il peso dato al complotto, e al romanzo familiare, metta in subordine il ruolo degli intellettuali: «Senza di loro non ci sarebbe il mito Olivetti. Non sarebbe arrivato al Museum di modern art a New York. Perché Ivrea, in quegli anni, era una piccola Atene industrializzata. C’erano Geno Pampaloni, scrittore e critico letterario, che faceva il segretario personale di Adriano, poi Renzo Zorzi, che veniva dal Partito d’azione, e Paolo Volponi, che non si limitò a dirigere le risorse umane, ma ricavò dall’esperienza dell’Olivetti i suoi libri Il memoriale e Corporale ». E ancora, Ottiero Ottieri, mandato da Olivetti come psicologo alla fabbrica di Pozzuoli «perché lì, in una fabbrica nuova in una zona non industrializzata — sottolinea Ferrarotti — i neo operai avrebbero avuto problemi particolari». Almeno il critico Franco Fortini, dice Ferrarotti, si poteva citare: «Fu lui a regalare lo slogan di grande successo per la prima macchina Lexicon 80, che diceva “Scriverà le parole del vostro avvenire”».

Ma attenzione. Olivetti non era un mecenate. «Era un capitalista che andava oltre il capitalismo — sostiene Ferrarotti —, un imprenditore che intuiva, per vie misteriose e a lui naturali, l’enorme importanza e il riverbero intellettuale e propagandistico dei suoi prodotti. Era una strana figura di ingegnere, umanista e post-rinascimentale, mezzo ebreo e mezzo protestante, meticcio come Obama, diciamo, sovversivo come Jobs... Un vero imprenditore perché non si limitava a gestire l’esistente».

Il sociologo Luciano Gallino (1927), collaboratore di Olivetti per l’Istituito di relazioni sociali, ricorda che a Ivrea il ruolo degli intellettuali era duplice: «Alcuni continuavano a fare quello che facevano prima, e si occupavano delle attività culturali dell’azienda, come Luciano Codignola e Ludovico Zorzi. Mostre, esposizioni, spettacoli a ciclo continuo. Altri svolgevano compiti manageriali, come Volponi, che era un dirigente anche severo, oltre che un vero romanziere. Ma non dimenticava mai di essere un intellettuale». Cosa vuol dire? «Non dimenticarsi mai — risponde Gallino — di avere davanti persone, la cui componente umana è inseparabile da quella economica, produttiva, come credevano i capitalisti che pensavano solo alla prestazione. E che oggi, purtroppo, hanno vinto. Olivetti diceva che la fabbrica, l’azienda, che molto prende e chiede in termini di sacrifici fisici, psicologici, familiari, ha il dovere di restituire. Oggi che il lavoro è presentato come un regalo fatto al lavoratore, suona assurdo».

postilla
Giustamente Ferrarotti e Gallino  criticano la fiction su Olivetti per aver trascurato di sottolineare  l’attenzione con cui Adriano Olivetti chiamava gli intellettuali a lavorare nella sua fabbrica, dove costituivano, come dice Ferrarotti "una fabbrica nella fabbrica". A questo proposito, e a conferma delle osservazioni di Ferrarotti e Gallino,  voglio raccontare a chi in quegli anni non c’era una meravigliosa storiella, nata e diffusa qualche decennio fa. La trovate nella cartella Humour del vecchio archivio di eddyburg,it, precisamente qui 
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