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Milena Magnani
Dove l’acqua è spremuta dal vento
1 Luglio 2013
Clima e risorse
Un bel caso esemplare di recupero di tecnica tradizionale di gestione del territorio per scopi modernissimi di recupero ambientale e valorizzazione del paesaggio.

Un bel caso esemplare di recupero di tecnica tradizionale di gestione del territorio per scopi modernissimi di recupero ambientale e valorizzazione del paesaggio. Il Fatto Quotidiano, 1 luglio 2013 (f.b.)

Una delle emergenze ambientali della penisola è il processo di desertificazione e salinizzazione dei suoli che, secondo gli studi più avanzati, vede nel Salento il primo avamposto. Per contrastare tale emergenza sette anni fa, in provincia di Lecce è nato un progetto pilota, che tenta di contrastare il deserto catturando l’acqua dal vento e consentendo così di irrigare un orto botanico senza apporto meccanico di acqua.

Si chiama Orto dei Tu’rat , esperienza sorta su un terreno di macchia arida situato nel comune di Ugento, dove sono state realizzate 12 mezze lune di pietra a secco, i Tu’rat, che consentono di catturare come in un retino il vento più umido prevalente, che in quella zona è il libeccio. L’obiettivo è che questo, insinuandosi tra i pertugi delle pietre, rilasci all’interno delle strutture acqua sotto forma di rugiada e che poi, per percolamento, scende al suolo consentendo di irrigare un orto botanico impiantato secondo i principi del massimo rispetto per il territorio.

Racconta Cosimo Specolizzi, fondatore del progetto: “La possibilità di irrigare a goccia in zone aride fu studiata per la prima volta nel 1959 da Simcha Blass e da suo figlio Yeshayahu che introdussero in Israele il primo metodo che all’epoca suscitò l’entusiasmo di un miracolo. Decine e decine di ettari desertificati ritornarono ad essere coltivati, a produrre frutta e verdura, a nutrire popolazioni che sopravvivevano a stento. La bellezza delle strutture, così come le abbiamo costruite ci è quasi sfuggita di mano tanto che le persone che vengono nell’Orto rimangono prima incantate dal fascino paesaggistico del posto, dall’effetto di straniamento che suscitano i tu’rat, per il loro essere disposti in modo tale da farli sembrare dune del deserto e al tempo stesso paesaggio lunare, fascinazione che poi, solo in seconda battuta, rivela la ricaduta ambientale di tale bellezza”.

Specolizzi, laureato Dams e artigiano a Bologna, ha deciso di avventurarsi in questa iniziativa, creando così la scenografia di un orto votato alla risoluzione delle emergenze ambientali. Intorno al suo sforzo iniziale, è poi nata l’associazione culturale omonima, che oltre a curare la messa a dimora e lo stato di salute delle piante, si occupa di organizzare eventi culturali.

Premio Legambiente nel 2012 come innovazione intelligente, L’orto, pur essendo riconosciuto come un progetto di valore dagli assessorati della Regione Puglia e dal Comune di Ugento, per ora non ha ancora ottenuto alcun contributo pubblico che gli consenta di essere portato a termine, tanto che gli associati stanno tentando attraverso piattaforme di crowd funding di attivare micro finanziamenti dal basso. Certo, i propositi della Regione sembrano buoni e l’associazione sta aspettando la firma di un protocollo di intesa con il comune di Ugento, che pare imminente.

Le speranze, però, sono passate in secondo piano quando il 15 giugno l’Orto dei Tu’Rat ha subito il terzo attacco incendiario, segno evidente della volontà di boicottarne l’esistenza.

Il rogo ha reso cenere le più importanti strutture in legno, un gazebo, un palcoscenico e undici ulivi pluricentenari. Un colpo durissimo a tutto ciò che l’associazione aveva fin qui realizzato.

Sulla piaga degli incendi che ogni anno danneggiano centinaia di ettari di macchia mediterranea, in quella zona del Salento, circolano tante voci. Ciascuno ha una ipotesi su chi abbia la consuetudine di dare fuoco agli uliveti e alle campagne. Ma in questo caso, dopo il terzo incendio subito, l’Associazione comincia a sospettare che l’evento non sia del tutto casuale e soprattutto comincia a temere che ci sia qualche volontà ostile al loro modello di dialogo con il territorio. “Insieme alle piante e alle strutture si è affumicata anche la nostra determinazione e l’illusione di essere accettati nel territorio” spiega Gianna Milo. Al momento del rogo l’associazione aveva appena messo a punto la stagione estiva, con il patrocinio della Regione e del Comune, con eventi di teatro, concerti, serate di poesia ed action painting dal 29 luglio al 7 agosto. Il rogo ha trasformato tutto in cenere. Le piante dell’orto botanico hanno sofferto molto, e la maggior parte sono seccate.

Così un progetto pilota, premiato e apprezzato a livello europeo, dovrà ripartire da capo, e potrà farlo solo con l’aiuto di tutti. “Non intendiamo arrenderci - assicura Laura Abatelillo - di fronte a questi gesti di spregio, reimpianteremo l’orto, pianta per pianta, il giuggiolo, il pero spinoso, il corbezzolo, e chiederemo alla Guardia Forestale di avere dei giovani ulivi da reimpiantare per dare una risposta di vita alla scempio che abbiamo subito”. Come scrive il poeta salentino Antonio Verri: “... quello che non cambierà mai sarà l’idea del dialogo con la terra che l’uomo ha stabilito dal tempo dei tempi, il grosso respiro, il sibilo lungo che si può udire solo di mattina, mirando nella vastità dei campi”.

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