Dalla parte dello Stato, per tutti noi
Rita Paris
Nell’intervento tenuto in occasione di una conferenza stampa FAI e pubblicato in esclusiva su eddyburg, le ragioni di chi combatte una battaglia quasi disperata per la tutela del nostro patrimonio. 8 ottobre 2012 (m.p.g.)
E’ un grande piacere ospitare qui oggi questa conferenza stampa in uno dei luoghi della cultura che come gli altri ha un po’ della nostra anima. E’ segno di una scelta del FAI e di questo siamo molto soddisfatti.

Da anni sono impegnata come direttore archeologo della SSBAR in particolare per il museo nazionale romano e per l’Appia.
Ho avuto la fortuna di vivere un grande periodo per le antichità di Roma, quello della legge speciale del 1981 che, con Adriano La Regina, ha rivolto l’attenzione alla conservazione del patrimonio archeologico della città. Da quel momento si è avviato il progetto che ha coinvolto i monumenti dell’area centrale e del territorio e si è dato vita a un sistema museale (quello del MNR di cui Palazzo Massimo è una sede) che ha permesso di presentare e valorizzare le raccolte in un rapporto coerente con i complessi archeologici di Roma e del suburbio.

Quando si è lavorato per accrescere il patrimonio culturale e migliorarne la fruizione, senza risparmiare l’impegno, se pur tra tante difficoltà, con l’unico obiettivo della tutela e della divulgazione dei risultati, risulta inconcepibile non poter guardare avanti e continuare nell’impresa, dovendo anzi ragionare in termini di “ridimensionamento”.

L’accrescimento del patrimonio culturale e il suo mantenimento hanno dei costi e nella maggior parte dei casi il profitto è assolutamente insufficiente a far fronte alle esigenze. La soluzione evidentemente non è nei maldestri tentativi di trarre guadagno dai beni culturali direttamente, anche se ciclicamente si sono presentati, sotto vesti diverse, esperimenti di sfruttamento, dai giacimenti culturali alle forme di quella cd valorizzazione indirizzata verso “attività” per lo più estranee alla politica culturale. Senza alcun pregiudizio verso le attività che possano avvicinare il pubblico, non possiamo perdere di vista il compito prioritario che i luoghi della cultura devono svolgere: rappresentare l’identità culturale e formare per una fruizione che deve entrare a far parte delle consuetudini della collettività.

Questo compito complesso viene sostenuto, ove più ove meno, dalle competenze specialistiche delle Soprintendenze alle quali è affidata la gestione del patrimonio culturale. Le Soprintendenze, istituite già all’inizio del ‘900, molto prima della creazione del Ministero, oggi, mentre intorno tutto è stato modificato, sono in uno stato di grave sofferenza che potrà solo peggiorare: stanno diminuendo sempre più i tecnici e con loro l’esperienza sul campo, la cura quotidiana verso i monumenti e i problemi della conservazione, l’attenzione per la tutela. Chi resta deve lavorare senza le risorse anche per il solo funzionamento, per poter raggiungere i luoghi e i monumenti, per sostenere la spesa delle bollette dei musei. La macchina centrale, d’altro canto, si è ingigantita rispetto alla situazione originaria e ha costi elevati, in una moltiplicazione di competenze che spesso appare incongrua, rispetto alle necessità di chi opera sul campo, in un rapporto quotidiano con il territorio e con i luoghi della cultura.

Continuare a lavorare in queste condizioni è davvero arduo.

E’ stato scritto e detto esaurientemente al riguardo, i giornali sono densi di articoli ma vorrei, molto semplicemente, esprimere in questa occasione qualche riflessione che scaturisce dall’esperienza sull’Appia, con la preoccupazione che affligge quotidianamente per la sorte di questo patrimonio. E’ un esempio valido perché si tratta di un patrimonio molto esteso, per il quale le amministrazioni hanno trascurato il rispetto delle regole.

In questi anni, con un piccolissimo ufficio, abbiamo cercato piuttosto disperatamente di portare avanti una tutela complessiva, non indirizzata al singolo monumento ma anche al quadro generale di riferimento, in uno stato di carenza di norme certe al riguardo. L’impegno maggiore, accompagnato da un senso di debolezza, è stato ed è proprio nel tentare di motivare la necessità della salvaguardia dell’intero ambito, secondo le linee della legge 431 del 1985 (derivata dal decreto Galasso), che avrebbero dovuto trovare una applicazione più efficace in termini di tutela e gestione, con il presupposto che i BC insistono sul territorio e hanno in questo il loro modo di esistere, di essere conosciuti, tutelati e valorizzati. L’Appia Antica ha una sua specificità che consiste nella relazione inscindibile tra la strada, le testimonianze monumentali e la campagna in cui sono comprese. L’indirizzo della tutela deve essere sostenuto da uno stretto rapporto tra elementi di conoscenza e norme, in una forma di coerenza che non è stata e non è affatto scontata.

Tra le competenze delegate e subdelegate, si tratta, non poche volte, di dover rincorrere il semplice rispetto dell’applicazione delle procedure che, in qualche caso, da sole, sarebbero state sufficienti ad evitare autorizzazioni vergognose e sanatorie.

Si sono concessi condoni dove non era possibile. Si è lasciato che si distruggesse l’integrità di una strada antica, da trattare come un complesso monumentale unitario, con il suo basolato e il ritmo ininterrotto di monumenti, per consentire l’accesso a edifici residenziali, i cui diritti ad esistere, nel modo più utile all’uso privato, sono stati l’unica regola.

La nostra politica di tutela per l’Appia è stata affiancata da azioni per la valorizzazione che hanno portato anche all’acquisto di beni privati - come Capo di Bove e S. Maria Nova - per ricerche, restauri e la fruizione pubblica, con un progetto culturale che tenta di compensare alla mancata attuazione di progetti complessivi, se non per qualche eccezione, creando un modello di gestione coerente di tutela, conservazione e valorizzazione.

Non si può non ricordare l’impegno di Antonio Cederna, di Italia Nostra e di altri che a partire dal 1953 hanno richiamato l’attenzione sull’Appia e sulla necessità di una normativa speciale. Denunce e proposte inascoltate insieme a quelle di Italo Insolera che abbiamo salutato solo poco più di un mese fa in questa sala e che ha voluto aggiungere alla riedizione del 2011 del suo libro Roma moderna, un ultimo capitolo sull’Appia definendola la colonna vertebrale di una nuova struttura in grado di costruire aldilà degli errori e delle speculazioni di Roma moderna…la vera Roma futura.

Fino a un po’ di tempo fa abbiamo creduto che si potesse riuscire a invertire il corso delle cose, riscattando parti di patrimonio pubblico che rappresentassero oltre che una crescita della conoscenza anche una risorsa per la collettività, per dare un contributo alla costituzione di un parco, o come altro lo si voglia definire, autentico e non costruito a tema per soli fini turistici. Non siamo ottimisti oggi nel senso di esser in grado anche solo di mantenere quello che si è realizzato, per non parlare di crescita.

I motivi sono la mancanza di fondi, come si diceva e il grave stato delle Soprintendenze e del personale del ruolo tecnico.

In questo quadro si vuole far credere che il ricorso ai finanziamenti dei privati e a forme di gestione di tipo privato possa rappresentare una risorsa imperdibile e una soluzione. Anche su questo è stato scritto molto e la lettera della collega Anna Coliva sul Corriere della Sera del 21 settembre chiarisce la differenza fra modelli di mecenatismo e di tipo imprenditoriale.

Francamente non mi sembra che il coinvolgimento dei privati sia stato ancora affrontato secondo regole di una corretta partecipazione e di esplicitazione dei diversi ruoli. Perché il ricorso a finanziamenti privati scaturisce dalla debolezza mostrata nel governo dei BC e dalla lagnanza sulla mancanza di mezzi. Si è generato così un equivoco di base che va chiarito senza indugio: il patrimonio culturale non è disponibile al miglior offerente e non può essere oggetto di scambio; in virtù di questo non sono ammissibili forme di sfruttamento che allontanano dalla gestione istituzionale che non può essere messa in discussione e che va sostenuta perché torni a esistere in una condizione dignitosa.

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