Diritto alla città, secondo Harvey
David Harvey
A partire dallo slogan di Henri Lefebvre, la recente interpretazione (2008) del geografo marxista sulla rivendicazione tornata all’ordine del giorno dopo una lunga eclissi (i.b.)
Premessa
Di diritto alla città si è scritto e parlato spesso, su eddyburg , nella sua Scuola estiva e negli eventi internazionali che eddyburg e Zone onlus hanno contribuito a organizzare negli ultimi anni. Abbiamo ragionato e discusso sull’impostazione originaria di Henry Lefebvre e sui successivi approfondimenti ed estensioni del termine nonché sulla stretta connessione dell’espressione lefebvriana con la più recente tematica dei “beni comuni”. Su quest’ultimo argomento è in corso di pubblicazioneun numero monografico dei quaderni dell’università La Cambre di Bruxelles, curato da I Boniburini , J. Le Maire, L. Moretto e H. Smith, dal titolo The right to the City / The City as a common good.E’ un argomento, (certamente non nuovo ai frequentatori di eddyburg) del quale si è da tempo occupato David Harvey, tra i più autorevoli studiosi contemporanei della condizione urbana e certo il più rilevante analista di scuola marxista della città.

Il saggio di David Harvey, di cui pubblichiamo un ampio estratto ringraziando sia l’autore che l’editore, costituisce a nostro parere un’illustrazione chiara ed esauriente del percorso di riflessione che il geografo anglosassone (Harvey è britannico e insegna da tempo negli Usa) ha sviluppato negli ultimi anni, a partire da
Social Justice and the City (1973) fino a Rebel Cities: From the Right to the City to the Urban Revolution (2012). Quest’ultimo non è stato ancora tradotto in Italia, benchè ne siano comparse recensioni ospitate anche su eddyburg. L’editore Ombre corte ha invece dato alle stampe la raccolta di tre saggi di Harvey, intitolandola il capitalismo contro il diritto alla città (2012). E’ da essa che abbiamo tratto, nella traduzione di Carlo Varesch,i un ampio brano del saggio ” Il diritto alla città”, originariamente pubblicato inNew Left Review, 53. 2008. (i.b.)


David Harvey
Il diritto allo città


[…]Voglio qui esaminare un altro tipo di diritto collettivo, quello alla città, nel contesto di un rinato interesse per le idee di Lefebvre al riguardo e dell’emergere in giro per il mondo di svariati movimenti sociali che rivendcano questo diritto. Come definirlo, dunque?
Il noto sociologo urbano Robert Park scrisse tempo fa che «dei tentativi fatti dall’uomo per rimodellare il mondo in cio vive secondo i propri desideri [la città] è il più duraturo e nel complesso anche il più riuscito. E così, imdirettamente e senza una chiara consapevolezza della natura delle proprie azioni, l’uomo nel creare la città ha creato se stesso» . Se Park ha ragione la questione di quale tipo di città vogliamo non può essere separata da altre questioni: che tipo di persone vogliamo essere, che rapporti sociali cerchiamo, che relazione vogliamo intrecciare con la natura, che stile di vita vogliamo, che valori estetici riteniamo nostri.. Perciò il diritto alla città è molto più che un diritto d’accesso individuale o di gruppo alle risorse che la cittàincarna: è il diritto di cambiare e reinventare la città in modo più conforme ai nostri intimi desideri. E’ inoltre un diritto più collettivo che individuale, perché reinventare la città dipende inevitabilmente dall’esercizio di un diritto collettivo sui processi di urbanizzazione. Quello che intendo sostenere è che la libertà di creare e ricreare noi stessi e le nostre città è un diritto umano dei più preziosi, anche se il più trascurato. Come possiamo, dunque, esercitare al meglio questo nostro diritto?

Se, come sostiene Park, ci è finora mancata una chiara consapevolezzadella natura del nostro compito, sarà anzitutto utile riflettere sul modo in cui, nel corso della storia, siamo stati formati e riformati da un processo urbano messo in moto da forze possenti. L’incredibile velocità e ampiezzadell’urbanizzazione negli ultimi cent’anni, per esempio, significa che che siamo stati ricreati diverse volte senza sapere come, perché e a che scopo. Questa urbanizzazione impressionante ha contribuito al benessere dell’umanità?Ci ha reso persone migliori o ci ha lasciato brancolare in un mondo di anomia e alienazione, di rabbia e frustrazione? Siamo diventati delle semplici monadi scagliate a caso nel mare urbano? Questo tipo di domande ha impegnato , nel XIX secolo, pensatori diversi come Friedrich Engels e Georg Simmel, che hanno offerto analisi acute dei soggetti che stavano allora emergendo a seguito della rapida urbanizzazione . Ai nostri giorni non è difficile enumerare tutti i tipi di ansia e di malcontento, ma anche di entusiasmo , che si realizzano nel corso di trasformazioni urbane ancora più rapide. Eppure sembra che, per qualche motivo, ci manchi il coraggio per una critica sistematica. Il codice del cambiamento ci travolge, anche se ovviamente le domande rimangono. Che fare, ad esempio, dell’immensa concentrazione di ricchezza, privilegi e consumismo in quasi tutte e città del mondo, nel mezzo di quello che le Nazioni unite dipingono come “un pianeta degli slum”? .

Rivendicare il diritto alla città nel senso che qui intendiamo significa rivendicare una forma di potere decisionale sui processi di urbanizzazione e sul modo in cui le nostre città sono costruite e ricostruit, agendo in modo diretto e radicale. […]



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