L’Aquila modello Disneyland
Tomaso Montanari
E’ il momento di cambiare rotta: sarà difficile risarcire il danno della coppia Berlusconi-Bertolaso, ma almeno recuperiamo con saggezza il centro storico. Il Fatto Quotidiano , 12 aprile 2012
Deportare 13.000 aquilani nelle New Town volute dalla Protezione Militare di Guido Bertolaso e Silvio Berlusconi è costato 833 milioni di euro. Quasi un miliardo per costruire diciannove insediamenti chiamati C.A.S.E (“complessi antisismici sostenibili ecocompatibili”): non-luoghi senza forma, socialmente insostenibili (non hanno centri di aggregazione, né servizi, né identità) e ambientalmente devastanti. In questo sprawl di cemento (che ha distrutto per sempre una gran quantità di terreno agricolo) bambini di tre anni sanno cos’è una C.A.S.A., ma non sanno cos’è una città: futuri non-cittadini, perfetti per la non-società immaginata da B.

Come ha efficacemente scritto l’antropologo culturale aquilano Antonello Ciccozzi, “il lato oscuro di questa (ri)fondazione veicolata da un’emergenza rimanda a un sistema di finalità in cui i propositi sociali di aiuto umanitario paiono spesso eccessivamente contaminati da complessi d’interesse votati a usare la catastrofe anche come pretesto per praticare strategie nazionali di profitto economico (nelle abbondanti plusvalenze consentite da certe scelte) e di propaganda politica (nell’aurea taumaturgica ottenuta attraverso la spettacolarizzazione dell’opera)”. Ma la cosa veramente diabolica è che la città in cui quei bambini avrebbero potuto crescere non è (ancora) morta. A tre anni dal devastante terremoto del 6 aprile 2009, L’Aquila appare come un laboratorio dove applicare e sperimentare le peggiori tendenze del pensiero e della prassi nazionali in fatto di città e di paesaggio: il meraviglioso ed estesissimo centro monumentale rantola a qualche chilometro dall’insensato (ma assai lucrativo) scempio paesaggistico e sociale delle C.A.S.E.

Se si eccettua il meritorio restauro della Fontana delle Novantanove Cannelle (pagato dal FAI), nulla è stato fatto: nessun cantiere è in funzione, nessuna pietra è stata ricollocata e le tante chiese monumentali sono spesso ancora a cielo aperto, o sono protette da ridicoli teli, e dunque in preda alla pioggia e alla neve.

Perché? Mancanza di soldi? No: per la ricostruzione sono già disponibili quasi 8 miliardi di euro su quasi 11 stanziati dal governo (così la relazione del ministro Fabrizio Barca, presentata il 18 marzo). La verità è che la sovrapposizione dei poteri commissariali a quelli ordinari, e un getto continuo di ‘grida’ contraddittorie, hanno portato a una surreale paralisi. Come oggi denuncia Italia Nostra, solo “con molto ritardo ci si è resi conto che le ordinanze e le altre normative elaborate all'indomani del sisma hanno immobilizzato la ricostruzione”.

A gettare ombra sul futuro della ricostruzione del centro storico, c’è tuttavia anche una prospettiva che si affaccia nelle righe in cui Barca auspica “una modernizzazione e una funzionalizzazione del centro a nuovi modi di vivere, mestieri e professioni”. Il riferimento è al cosiddetto progetto per “L’Aquila Smart City”, uno studio dell’Ocse e dell’Università olandese di Groeningen finanziato dal ministero dello Sviluppo economico che propone (oltre a molte cose del tutto condivisibili) di poter cambiare la destinazione d’uso degli edifici, permettendo ai proprietari “di modificare la struttura interna delle loro proprietà (in parte o in totalità) ...conservando e migliorando allo stesso tempo le facciate storiche degli edifici”. Italia Nostra ha chiesto di accantonare questa “incauta proposta”, e Vezio De Lucia – uno dei più importanti urbanisti italiani – ha scritto che un’idea del genere rinnega la migliore scienza italiana del recupero del tessuto antico delle nostre città, per cui (almeno dalla Carta di Gubbio, del 1960) “i centri storici sono un organismo unitario, tutto d’importanza monumentale, dove non è possibile distinguere, come si faceva prima, gli edifici di pregio (destinati alla conservazione), dal tessuto edilizio di base”.

Il rischio è che qualcuno pensi di trasformare L’Aquila in una specie di set cinematografico, o di Disneyland antiquariale, fatto di facciate e gusci pseudo-antichi che ospitano servizi turistici in mano a potenti holding. Si tratterebbe di fare a L’Aquila in un colpo solo ciò che un lento processo sta facendo a Venezia: deportare i cittadini in periferie abbrutenti e mettere a reddito centri monumentali progressivamente falsificati. Ma basta vedere lo struggente documentario Radici. L’Aquila di cemento di Luca Cococcetta, o anche solo guardare in faccia gli aquilani, per comprendere che una prospettiva del genere equivarrebbe al suicidio del nostro Paese: il paesaggio e il tessuto monumentale italiani non sono qualcosa di cui possiamo sbarazzarci impunemente. Sono la forma stessa della nostra convivenza, della nostra identità individuale e collettiva, del nostro progetto sul futuro. È anche per questo che gli aquilani devono poter tornare a vivere nel cuore della loro città: per far capire a tutti gli italiani a cosa servono, davvero, la nostra natura e la nostra storia.
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Antonio Perrotti
Lucida denuncia degli errori compiuti nella ricostruzione dell'Aquila da parte di ex funzionario pubblico della Regione Abruzzo, profondo conoscitore delle vicende e del territorio, nonché attivista dei comitati post-sismici e ambientalisti (e.s./i.b.).
Tomaso Montanari
Il Fatto quotidiano, 8 aprile 2019. Manca la città ed è inevitabile che sia così, date le premesse. Ma se la memoria si facesse cultura e la cultura comunità, L'Aquila potrebbe dare l’ennesima, memorabile lezione di futuro. (m.b.)
Serena Giannico
«Ad una cosa non ci siamo abituati: a non poter avere le prerogative di una normale comunità, a cominciare dalla possibilità di incontrarsi senza essersi dati appuntamento. Mancano i luoghi per questo; non luoghi costruiti ad hoc, ma i luoghi del quotidiano. E per gli aquilani questi luoghi si trovavano nel centro storico».
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