La seconda vita dei centri commerciali
Louise Couvelaire
Negli Stati Uniti, ma non solo, lo scatolone del consumo perde ruolo e prestigio, ed è in cerca di nuova identità. Le Monde, 17 febbraio 2012 (f.b.)
Titolo originale: La deuxieme vie des malls - Traduzione di Fabrizio Bottini

Nel comune di Voorhees, New Jersey, il municipio è praticamente dismesso. Ormai per accedere ai servizi pubblici gli abitanti vanno … al centro commerciale! È in questo gigantesco spazio, da 105.000 metri quadrati, che si sono da qualche mese insediati gli uffici locali. Costruito negli anni ‘70, l'Echelon Mall era abbandonato. Nel 2005 il 75 % della superficie commerciale risultava inutilizzato. Così il comune ha dovuto trovare una soluzione alternativa. Basta col mall, ecco a voi il Town Center. Una parte della galleria è stata demolita per far posto a un percorso all’aperto, su cui si allineano ristoranti, botteghe, sportelli bancari, fontane. Ci ha trovato posto anche la scuola di estetica e per infermiere. Su parte dell’immenso parcheggio sono state costruite case private e uffici. E per la prima volta a Voorhees esiste un vero e proprio centro cittadino.

Ovunque negli Stati Uniti stanno sparendo centri commercial. “Secondo i miei calcoli degli 11.000 esistenti un terzo sono del tutto chiusi o sul punto di chiudere” racconta Ellen Dunham-Jones, professoressa di architettura al Georgia Tech. “Non se ne realizzano più di nuovi dal 2006”. Il motivo è sia internet con la sua offerta di shopping online, sia la crisi “che ha accelerato il fenomeno”. E poi i consumatori, che non ne possono più di quei centri commerciali extralarge, consacrati a shopping e ristorazione veloce. Una disaffezione che mette in imbarazzo le amministrazioni locali, prive di mezzi sia per demolire che convertire quei complessi, spesso su superfici di oltre 50.000 metri quadrati. In qualche caso c’è un piano B, come a Cleveland, Ohio, dove la Galleria at Erieview ha ormai solo qualche insegna accesa, quando negli anni ‘80 ce n’erano oltre cinquanta.

Sull’orlo della chiusura definitiva, si è trasformato in un “Lifestyle center”. Offre un passaggio coperto con mercato ortofrutticolo, centro studi sulla produzione agricola locale, saloni per feste matrimoni compleanni. “Alla fine è stata una bella idea” giudica Vicky Poole, direttrice del marketing de la Galleria. “Utilizzare in modo innovativo e diversificare gli spazi”. Ci si trovano anche scuole, ambulatori medici, biblioteche, anche chiese. Sono decine quelli che hanno proprio dovuto chiudere, ma altri hanno saputo approfittare delle possibilità di cambiamento. Come il marchio Jump Street, che in questi nuovi spazi installa giganteschi trampolini. “È ora che la periferia americana abbia dei veri centri di attività” conclude Ellen Dunham-Jones. “Un pochino all’europea”.
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La limitazione del traffico non c’entra con la crisi del commercio, dice il buon senso, ma i bottegai non capiscono. Corriere della Sera Milano, 26 ottobre 2012, postilla. (f.b.)
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L’esperienza della postmodernità territoriale vissuta soggettivamente dalla grande distribuzione, si potrebbe anche dire. La Repubblica, 6 ottobre 2012, postilla. (f.b.)
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La fiera del capitalismo consumista, raccontata con un tono da fiera paesana che le si addice molto. La Repubblica, 22 luglio 2012
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