Il muro di Metropoliz
Eddyburg
Una ricerca sul campo, condotta da Camillo Boano, Giorgio Talocci, Andrew Wade. Riuscirà questa linea di di lavoro a dare un contributo non solo alla conoscenza, ma anche all’azione? That’s the question.
Il muro di Metropoliz come dispositivo architettonico nel lavoro del Dpu summerLab (University College London (UCL)
Abstract


Nel settembre 2011, la Development Planning Unit di Londra ha tenuto la prima edizione del summerLab programme a Roma: una immersione di sei giorni negli spazi di conflitto della città, particolarmente all’interno dell’universo di Metropoliz, un’occupazione a scopo abitativo i cui meccanismi di inclusione ed esclusione sono stati decostruiti dai partecipanti con la progettazione di dispositivi volti alla loro profanazione.

Roma e la lotta per la casa.

Metropoliz e molte altre occupazioni (oggi se ne possono contare più di trenta sul territorio romano) sono nate in uno scenario decisamente condizionato dalle pressioni della speculazione immobiliare. Le autorità sono state silenziose spettatrici di una situazione continuamente peggiorata negli ultimi venti anni: così, mentre molto famiglie diventavano pendolari potendo trovare affitti sostenibili solo nei comuni e nelle province limitrofe, una risposta alternativa si è materializzata nelle occupazioni a scopo abitativo, che allo stesso tempo hanno contribuito alla de-ghettizzazione delle geografie degli immigrati (altrimenti confinati all’estrema periferia della città in cluster reciprocamente esclusivi).

L’occupazione illegale di edifici abbandonati, frammenti della città dimenticati dallo sviluppo urbano, è stata dunque la strategia principale per la cosiddetta Lotta per la casa, condotta da una serie di associazioni (spesso vicine alla sinistra antagonista) che ricercano una legittimazione via via maggiore tramite la produzione (e ri-produzione) informale di spazio pubblico.

Di recente il loro obiettivo si è spostato dalla Casa all’Abitare, cercando di enfatizzare il ruolo delle occupazioni stesse come pezzi viventi e attivi della città: pezzi che non provvedono solo alla sistemazione di persone in emergenza abitativa ma anche a ricreare quei servizi e spazi pubblici scomparsi con lo stato sociale. In altre parole, ad asserire un pieno diritto alla città per tutti i suoi abitanti, tramite la resistenza giornaliera e la produzione di spazi e conoscenze alternativi.

Questa resistenza è tuttavia giornalmente minacciata dalla possibilità di venire sgomberati, e messi di fronte alla scelta di ricominciare da zero e essere di fatto senza casa o sistemati in centri di accoglienza (gestiti da istituzioni cattoliche) nelle estreme periferie. I rom, che si sono uniti alla lotta di recente, sono coloro che subiscono il trattamento peggiore, finendo in campi (amaramente chiamati Villaggi della solidarietà) che sono ormai la norma per la loro rilocazione.

Metropoliz.

La storia di Metropoliz inizia nel Marzo del 2009 con l’occupazione dell’ex fabbrica Fiorucci a via Prenestina 913 da parte dei Blocchi Precari Metropolitani, alla guida di un gruppo di una novantina di persone da tutto il mondo: italiani, marocchini, etiopi, eritrei, ucraini, peruviani e non solo. Iniziano a occupare gli edifici più piccoli, più facili da trasformare in abitazioni (spesso la loro funzione originaria era quella di uffici), per poi espandere il processo al resto della fabbrica, riutilizzando spesso i materiali già presenti sul sito e finanziando in parte i lavori con la vendita del ferro presente nelle sale di produzione della fabbrica.

Nelle fasi iniziali dell’occupazione il campo rom Casilino 700 viene sgomberato: i BPM offrono ai Rom un posto nell’occupazione, vedendo sicuramente una opportunità politica in questa alleanza, mentre gli altri abitanti – influenzati ovviamente dagli usuali stereotipi sui rom – cominciano a interrogarsi verso l’effettiva convenienza di convivere con un centinaio di persone in più.

Un compromesso viene trovato nella occupazione del lotto adiacente, dove i rom cominciano a costruire il loro nuovo insediamento, prima sfruttando il riparo di un capannone industriale e poi espandendosi nello spazio retrostante.

il muro come dispositivo.

I due siti sono divisi da un lungo muro alto un paio di metri e con una sola apertura. Questo è diventato simbolo della segregazione interna, rappresentando la mutua esclusione fra le due parti e catalizzando allo stesso tempo paure e desideri di sicurezza e controllo da parte degli abitanti stessi.

Il muro è stato il centro di investigazione del Rome summerLab, che ha cercato di de-costruirlo interpretando tracce (e ferite), guardando i suoi usi giornalieri, capendone i gradi di permeablità. In questa operazione il muro è stato visto come dispositivo, ossia come strumento in grado di connettere elementi eterogenei (citando l’originaria definizione di Foucault) in un assemblaggio riconoscibile ed identificabile. Gli interventi di design dovevano essere volti, usando le parole di Giorgio Agamben, a profanare il dispositivo muro, ad immaginare un contro-dispositivo che, pur riconoscendo e accettando l’esistenza e il funzionamento del muro, ne disinnescasse le dinamiche esclusive e aumentasse l’interazione tra le due parti e di entrambe verso la città.

Uno dei progetti ha identificato un punto lungo il muro come il locus della possibile espansione del muro stesso e la sua trasformazione in luogo di mediazione e incontro: provocatoriamente aumentandone lo spessore, paradossalmente privatizzandone uno spazio con la creazione di un possibile “Giardino di Salomone”, identificando uno degli abitanti come possibile mediatore tra le parti e iniziatore di questo processo di profanazione.

Il summerLab, progettando controdispositivi, mira a intervenire sulle relazioni tra elementi eterogenei e diacronici al fine di produrre un terreno fertile per l’interazione e la scrittura di nuove narrative comuni. I prossimi summerLab, sfruttando l’esperienza di Roma come fondamento per l’esplorazione di una progettazione politicamente impegnata e guidata da solide basi filosofiche, si svolgeranno a Bucarest, Sarajevo e Budapest tra aprile e settembre 2012.
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