San Vincenzo, la costa martoriata a colpi di mattone
Salvatore Settis
“Un caso esemplare dell’idea perdente che lo sviluppo coincide con l’edilizia”. Da Il Tirreno, 27 luglio 2011 (m.p.g.)
"Dopo i campi di sterminio, stiamo assistendo allo sterminio dei campi". Queste parole di un grande poeta, Andrea Zanzotto, descrivono bene quel che sta accadendo in questi anni in Italia. Prigionieri di un modello di sviluppo arcaico e senza futuro, politici di ogni colore si sono alleati di fatto con chi considera il territorio materia inerte per speculazioni d’ogni sorta, e non più, come è stato per secoli, preziosa fonte di salute, cibo, vita. In un Paese dall’economia notoriamente immobile, da vent’anni inseguiamo l’idea stolta e perdente secondo cui lo sviluppo economico coincide con l’edilizia, con il consumo di suolo, con la devastazione dei paesaggi storici.

Berlusconi è il corifeo di questo gigantesco spreco della nostra risorsa più preziosa; ma i suoi seguaci si contano nelle fila di ogni partito, come ben si vide quando la parola d’ordine del fallimentare “piano casa”, lanciata dal presidente del Consiglio però mai tradotta in legge dal governo, fu prontamente raccolta da tutte le regioni italiane (senza eccezione). Invano si ripete, a orecchie sorde a ogni discorso, che la crisi economica che attraversiamo nasce dalla “bolla immobiliare” americana, e che non si può combattere con una bolla immobiliare nostrana.

Pessime abitudini, sordità culturale, incapacità di pensare, intrecci di interessi privati, vischiosità di procedure amministrative, avidità di guadagno e mancanza di immaginazione congiurano nel consegnare il suolo della patria nelle mani sbagliate, nell’indirizzare sul “mattone” il risparmio senza tener conto dell’enorme invenduto (120.000 appartamenti fra quelli costruiti negli ultimi due anni). «La lotta contro la distruzione del suolo italiano sarà dura e lunga, forse secolare. Ma è il massimo compito di oggi se si vuol salvare il suolo in cui vivono gli italiani» (Luigi Einaudi).

Il caso del comune di San Vincenzo, che sta occupando in questi giorni molto spazio sul Tirreno e su altri giornali, è esemplare. A ogni festa popolare, a ogni occasione, si dispiegano sui muri le idilliche foto della San Vincenzo che fu, paesaggi e panorami che non ci sono più. La realtà è che, a fronte di un continuo calo dei residenti, il territorio comunale è stato spietatamente cementificato, con un consumo di suolo doppio di quello medio della provincia di Livorno e più che triplo della media toscana, fino all’obbrobrio di un “porto turistico” che ha letteralmente ricoperto di cemento centinaia di metri di spiaggia già pubblica, trasformandoli di fatto in un centro commerciale, invano ribattezzato “Itaca” (offendendo Ulisse e Omero), come invano le strade asfaltate del porto-shopping center sono state intitolate populisticamente a locali famiglie di pescatori. Il tentativo di recuperare coi nomi e con vecchie foto ingiallite quel che viene distrutto coi fatti denuncia la coda di paglia dell’amministrazione comunale, ma non attenua i suoi torti.

In un territorio martoriato dalla cecità di chi lo ha amministrato, non c’è che da sperare in chi lo amministra oggi. Cartina di tornasole delle intenzioni dell’amministrazione comunale è la tenuta di Rimigliano, 560 ettari di assoluta meraviglia, contro i quali intendeva accanirsi la speculazione edilizia, quando la proprietà (per intenderci, il Tanzi della Parmalat: un emblema dell’imprenditoria italiana) voleva lottizzare, costruire un enorme albergo, distruggere una straordinaria oasi flori- faunistica. Quando il sindaco Michele Biagi mi propose, qualche mese fa, di visitare la tenuta con lui e i suoi collaboratori, fui felice di sentirgli dire che il nuovo Regolamento urbanistico avrebbe previsto il pieno recupero delle bellissime case poderali, senza aumento di cubatura e rispettandone le caratteristiche architettoniche; che gli annessi agricoli sarebero stati solo in minima parte destinati a supporto delle funzioni residenziali; che la tenuta sarebbe diventata un parco da visitarsi, con pieno rilancio delle attività agricole; che non erano previste nuove costruzioni né nuove cubature.

Apprendo ora, da una lettera del sindaco al Corriere Fiorentino, che è invece previsto «un albergo più piccolo, al massimo di 6000 metri quadrati»; e apprendo dai giornali che a supporto delle attività agricole sarebbero destinati appena 650 metri quadri, men che insufficienti per 560 ettari. Queste ed altre gravi perplessità, almeno in parte presenti anche nelle osservazioni della Regione, dovrebbero indurre a riaprire un tavolo di discussione, ma è proprio quello che (sembra) il sindaco Biagi intende escludere, coinvolgendo per misteriose ragioni anche un cittadino come me (senza affiliazioni politiche) in una generale chiamata di correo: «Rimigliano, tutti sapevano: anche Settis», titola infatti il Corriere Fiorentino. Il sindaco sostiene che di discussione ce n’è stata anche troppa, del resto in linea con lo Statuto del suo Comune, che nel prevedere la possibilità di referendum consultivi di iniziativa popolare espressamente esclude fra le materie soggette a quesiti referendari «l’assetto del territorio» (art. 28, lettera h). Ma la discussione su questi temi non è mai troppa, perché i delitti consumati contro il territorio sono irreversibili.

San Vincenzo non è certo l’unico Comune in Italia (e nemmeno in Toscana) in cui miopie amministrative e avidità di privati hanno largamente esagerato nel consumare il suolo.
Ma altri Comuni, altri sindaci hanno capito quando è tempo di smettere con la droga dell’edificazione illimitata (questo è spesso il senso dello “stop al consumo di territorio” deciso dai “Comuni virtuosi” o reclamato dai cittadini).
A San Vincenzo, lo stesso quadro conoscitivo annesso al nuovo piano strutturale del Comune offre un dato agghiacciante: a fronte di un consumo di territorio del 10,6% nel 1999, nel 2009 si è raggiunto il 17,6%, con un incremento del 70% in dieci anni. A tanta overdose è tempo di dire “basta!”.

Nelle preziose memorie del primo sindaco di San Vincenzo, Lido Giomi («Io c’ero. Storie e memorie di una vita vissuta»), si trovano foto e notazioni commoventi: il porto costruito negli anni Settanta e allora gestito dal Comune, con la spiaggia ora profanata dal cemento, è messo a confronto col porto di oggi, dove a causa della «diga foranea talmente vasta, considerando le riflessioni fatte dai tecnici già nel 1970, è probabile che l’arenile scompiata definitivamente. Insomma, ciò che ha rappresentato la carta d’identità del nostro Comune fin dalla sua nascita un giorno non ci sarà più. Chi beneficerà di un lavoro così ampio a mare aperto? Non certo gli stabilimenti balneari, che dovranno portare la sabbia con mezzi meccanici, con danni economici e ambientali. Valeva la pena di spendere tanti miliardi per un aumento di circa cento posti barca? Chi ci guadagna da questa operazione? Cittadini e villeggianti per andare al mare dovranno spostarsi in macchina verso Donoratico o Rimigliano».

D’altronde, prosegue Lido Giomi, «in questi ultimi anni il peso urbanistico sul territorio si è fatto molto pesante. Sono state costruite centinaia e centinaia di case, anche troppe e qualche volta nei posti sbagliati. Il costo della casa è uno dei più alti in tutta la provincia e per questo motivo i giovani si trasferiscono spesso in altri Comuni. Intanto i cittadini residenti sono diminuiti di quasi 1000 unità rispetto al 1970. Questo tipo di sviluppo non ha risolto il problema della casa per i residenti, ha prodotto tante doppie case senza risolvere il problema della disoccupazione per i giovani.
Se solo vedessi, in qualche modo, un’inversione di tendenza rispetto al presente sarei più fiducioso; invece no, da trent’anni a questa parte si continua a mentire anche a noi stessi, si continua a costruire a macchia di leopardo, disseminando case dovunque senza una programmazione urbanistica, con costi enormi per la collettività. Il fatto è che il valore e la preservazione del patrimonio ambientale non si possono in alcun modo monetizzare. Invece, sono sempre i soldi a “farla da padrone”».

Nella postfazione al libro di Lido Giomi, il sindaco Michele Biagi dice che Giomi è una figura esemplare. «che nel tempo ha mantenuto, se non accresciuto, la sua autorevolezza, ben al di là del suo ruolo politico». Ben detto, sindaco Biagi: ma allora segua i consigli del suo autorevole predecessore. Il gravissimo errore del porto è ormai compiuto: ma ora stop al consumo di territorio a San Vincenzo, per favore!

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