La ‘città gentile’
Damiano Alfredo; Rossi Drufuca
Non bastano le piste ciclabili per rendere gentile una città; l’uso della bicicletta comporta la costruzione di una città molto diversa da quella attuale. Un testo riproposto per eddyburg
Lo scritto che segue è stato redatto dagli autori riprendendo il materiale di una intervista radiofonica svolta sui RAI3 per la trasmissione “Chiodo Fisso”. Le immagini che lo corredano, visibili nel file scaricabile in calce, si riferiscono alla esperienza svolta dalla città di Settimo Milanese, dove i concetti qui espressi sono stati sviluppati e sperimentati.

Una delle ‘cifre’ più significative che misurano il livello di civiltà raggiunto nel funzionamento di una città è dato dalla diffusione dell’uso della bicicletta.

Stiamo parlando di utenza effettiva della bicicletta e non di infrastrutture per la bicicletta: i metri di piste ciclabili realizzate sono, da questo punto di vista, poco significativi, perché l’uso della bicicletta ha piuttosto bisogno di un contesto generale che lo consenta, lo favorisca e lo induca. E siccome la bicicletta è un “mezzo gentile”, questo contesto non può che essere quello di una “città gentile”.

Bisogna quindi interrogarsi su cosa renda una città “gentile”.

La città gentile lo è anzitutto nei comportamenti, a partire da quelli dei suoi utenti più fragorosi, più rumorosi, più invasivi, che sono gli automobilisti. Una città dominata dai comportamenti aggressivi, dalla velocità, dai sorpassi, dal non rispetto delle regole, dalle doppie file, dalla prepotenza, non potrà mai essere una città ciclabile, per quanti chilometri di piste ciclabili si costruiscano.

Occorre quindi operare per ridurre e trasformare lo spazio dedicato alle automobili, con una attenta rigerarchizzazione delle strade, con il severo ridimensionamento degli spazi di circolazione e con l’inserimento di elementi diffusi di controllo dei comportamenti degli automobilisti.

La città gentile poi deve esserlo nella sua organizzazione urbanistica, che deve essere non segregata e segregante, con servizi ed opportunità distribuiti e vicini alle residenze, senza i gigantismi dei grandi centri commerciali che concentrano molte funzioni in pochi luoghi lontani e costringono a spostamenti troppo lunghi e necessariamente motorizzati.

Una corretta pianificazione urbanistica deve dunque in primo luogo garantire alla maggior parte dei propri cittadini la prossimità ai servizi di cui hanno bisogno: le scuole, il verde, i negozi per gli acquisti quotidiani.

La città è inoltre gentile nella qualità e nell’organizzazione dello spazio pubblico.
Ciò in primo luogo significa che quest’ultimo deve cessare di essere disegnato attorno all’automobile o deformato da quest’ultima, con spazi ovunque e comunque consegnati alla circolazione ed alla sosta dei veicoli e sottratti alle altre funzioni, con marciapiedi inesistenti e sensi unici che impongono lunghe deviazioni anche agli ‘incolpevoli’ ciclisti.

Significa poi omogeneità nelle modalità progettuali, qualità dei materiali, attenzione nella manutenzione e, soprattutto, presenza diffusa del verde urbano.
E’ un obiettivo al quale devono poter concorrere tutti gli interventi, dai più piccoli ai più importanti, che vanno ad incidere sullo spazio pubblico, siano essi maturati nell’ambito di uno strumento di settore (come il PGTU) che in quelli della pianificazione e progettazione urbanistica.

La città deve essere gentile nelle opportunità di mobilità, deve cioè garantire a tutti ed in tutte le condizioni in cui si trovano la possibilità di muoversi.

Noi viviamo in città nelle quali ci si può muovere solo in automobile perché il nostro sistema del trasporto pubblico è, come ben noto, gravemente insufficiente ed inefficiente, soprattutto nelle città di piccole e medie dimensioni.

Invece il trasporto pubblico è un elemento essenziale per la diffusione della ciclabilità, dato che l’integrazione tra i due modi consente ad entrambi di ampliare fortemente il rispettivo ambito di utilizzazione.

Infine la città è gentile nella coscienza dei propri cittadini, nel senso che andare in bicicletta è anche il portato di una consapevolezza diversa e più profonda della vita propria, di quella degli altri e delle condizioni che ne permettono oggi e nel futuro una dignitosa continuazione.

Sono ad esempio preziose in questo senso le iniziative come quelle della costruzione della città dei bambini e delle bambine, dallo sviluppo dei processi partecipativi, dal rapporto tra pubblica amministrazione e cittadini.

Prima di concludere il breve ragionamento che si è cercato qui di sviluppare, pare necessario rispondere alle perplessità che possono derivare dall’aver parlato di ciclabilità senza dedicare nemmeno un accenno alle tecniche che la riguardano.

E’ chiaro che occorre disporre di un buon hardware per la ciclabilità, cioè una rete caratterizzata da continuità e connettività degli itinerari, completezza delle polarità servite, adeguatezza degli standard geometrici, sicurezza e comfort; caratteristiche anch’esse poco diffuse –come la gentilezza- negli esempi italiani; è chiaro che bisogna rendere maggiormente visibile il linguaggio proprio della bicicletta in città (si pensi semplicemente alla segnaletica); è chiaro che bisogna investire costantemente in promozione ed educazione all’uso della bici; è però altrettanto chiaro che tutto questo, calato in una realtà poco ‘gentile’ sarebbe destinato a raccogliere risultati ben modesti.

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