Il valore del lavoro
Alfredo Reichlin
“Non è un problema sindacale, è il problema dell’uomo moderno e del suo rapporto con l’economia”. L’Unità, 24 giugno 2010


La vicenda della Fiat di Pomigliano è andata come è andata. E io non voglio tornarci sopra: nelle condizioni date la posizione più saggia era quella di Bersani. Resta però in me un interrogativo di fondo e diventa dominante il bisogno di una riflessione capace di misurarsi con l’enorme novità di ciò che c’è dietro quella vicenda. Siamo arrivati a una sorta di sfida cruciale che investe il lavoro moderno, non solo italiano. Non è un problema sindacale. Io credo che sia il problema dell’uomo moderno e sul suo rapporto con l’economia.

Qualcosa che va oltre il vecchio conflitto novecentesco tra capitale e lavoro. Perciò mi appare tragica questa riduzione del lavoro a «residuo» su cui scaricare il peso di tutto, compreso il ladrocinio e l’evasione fiscale, ridurlo a precariato, a «mille mestieri » pur di sopravvivere. È la più grande contraddizione del nostro tempo, se alziamoun pochino la testa e comprendiamo che questo tempo chiede ben altro. Chiede il lavoro come fondamentale strumento di identità e di libertà degli uomini e di creazione delle società moderne (cosa che avvenne mica tanto tempo fa).

Insomma, il lavoro come civiltà all’ombra della quale l’uomo si è messo in grado di lavorare non come uno schiavo, di far libera impresa e di misurarsi con se stesso. Di creare il proprio futuro. Mi limito solo a ricordare che questo cammino è stato anche il fondamento etico, il presupposto che ha fatto del capitalismo occidentale un «ordine» in cui ricchi e poveri possono convivere: il mercato non come licenza di uccidere, ma come ciò che impedisce alla società umana di ridursi a una banda di lupi che si scannano tra loro. Insomma i diritti uguali, le regole.

Ecco perché mi colpisce molto il carico di stupidità che c’è dietro l’arroganza di certe lezioni di modernità che i vari Marchionne e Sacconi hanno rivolto agli operai di Pomigliano. Non discuto la necessità di disciplinare il lavoro di fabbrica, eliminare arretratezze e inefficienze. Ma dubito che una grande industria moderna possa resistere a lungo trattando gli operai (dopotutto persone e persone giovani, cittadini europei usciti dalle scuole medie) come degli «zombi» ai quali basta dire: ti licenzio se non fai la pipì prima di tre ore e per non più di «tot» minuti.

Non ignoro affatto che la mondializzazione sta avvenendo in forme tali per cui due secoli di conquiste di poche centinaia di operai occidentali (salari, diritti, Welfare) sono minacciate per la concorrenza di un paio di miliardi di nuovi operai del mondo in via di sviluppo pagati dieci volte meno e senza diritti e protezioni sociali. Ma ne stiamo misurando le conseguenze? Quelle più profonde, storiche, anche culturali. Non solo le conseguenze sulle condizioni del lavoro: quelle sul governo possibile del mondo mondializzato. So bene che stanno anche qui le ragioni profonde della crisi della sinistra e del suo vecchio pensiero classista. È difficile ripetere «proletari di tutto il mondo unitevi». Ma la storia cambia e la sinistra non può pensare solo il breve periodo.

Anche «lor signori» si devono porre qualche interrogativo per ciò che riguarda il futuro dell’ordine attuale, dal momento in cui vengono meno i vecchi presupposti etici e la tradizionale legittimazione storico-culturale della cosiddetta «economia sociale di mercato». Cito testualmente da una lettera al Foglio dell’ex ministro socialista Rino Formica che sembra ammonire i ministri attuali ex socialisti (Sacconi, Tremonti): «Dopo due secoli di lotte politiche, sociali e civili, una parte non trascurabile della sinistra scopre che va sciolto il patto tra diritti civili e diritti sociali. È questo un vero fatto storico. Pomigliano non è la vittoria dei riformisti sui massimalisti perché furono proprio i riformisti in polemica con i rivoluzionari a teorizzare il principio di inscindibilità tra conquiste di libertà e avanzamento sociale. Diciamolo con brutalità: è la vittoria dell’economia sulla politica».

Io voglio aggiungere con altrettanta «brutalità» che non si tratta dell’economia in astratto bensì dell’avvento di una nuova forma del capitalismo basata sul saccheggio dei risparmi (gli acquisti a credito) nonché delle risorse naturali e dei beni pubblici. Cioè di uno sfruttamento più ampio reso possibile dalla decisione di affidare alla finanza il governo della mondializzazione dando ad essa licenza di fare il denaro col denaro e di rompere il rapporto organico con la produzione.

La questione sociale, questa questione di cui da anni la sinistra si occupa poco se non per emendare la finanziaria di Tremonti è giunta davvero a una svolta. Però stiamo molto attenti a non sbagliare. Il cuore del conflitto non è più tra l’impresa e gli operai. E l’insieme del mondo dei produttori cioè delle persone che creano, pensano, lavorano e fanno impresa che sta subendo un inaudito sfruttamento. Ci sono le condizioni per alleanze più larghe.

L’economia di carta (l’alluvione dei titoli di credito) è arrivata a questo punto: ha raggiunto nel primo decennio di questo secolo, l’incredibile rapporto di quattro a uno rispetto al prodotto reale. Il che in pratica significa che spetta ai produttori sia delle merci che del capitale sociale (servizi, sicurezza, beni pubblici, ecc.) farsi, per dirla alla napoletana un «mazzo» tanto e stringere la cinta per garantire i profitti della rendita. È la vicenda degli operai di Pomigliano, la quale passa per la miseria dei cinesi e poi - un po’ meno - per quella dei polacchi. Finendo poi alla ricchezza strabiliante dei finanzieri. Con Marchionne «utile amico», ma subalterno.

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