Se in costiera raddoppiano le case e gli abitanti
Giuseppe Guida
Prosegue, nel modo peggiore, l’applicazione del piano casa in Campania e la svendita del territorio da parte dei Comuni. Da la Repubblica, ed. Napoli, 24 febbraio 2010 (m.p.g.)
Sommersa dai temi vaghi e approssimati della campagna elettorale, la legge sul "piano casa" prosegue di sottecchi il suo percorso di attuazione, che prevede, come atto finale, una delibera dei singoli Comuni ai quali è stato inopinatamente affidato il compito di individuare le eventuali aree di esclusione dall’applicazione della legge e quelle dove prevedere nuova edilizia residenziale (in parte pubblica).
Approfittando di una generale distrazione verso le apparentemente più concrete scadenze elettorali, i Comuni campani si stanno muovendo come meglio credono e ognuno di essi propone una propria interpretazione a un testo di legge scritto in maniera appositamente meschina, inesatto in più punti e incomprensibile in altri.

Tecnicamente una legge-porcata, che avvelena i pozzi della già debole urbanistica regionale, abbandonandola a un pout-pourri di regole contrastanti e normative fiacche. Tra i primi Comuni a elaborare la delibera c’è Napoli. Tentando di muoversi all’interno dell’impostazione della vigente variante al piano regolatore, il Comune quadruplica l’offerta residenziale teorica, passando dai circa 3.650 alloggi già previsti, agli oltre 10.000 che si dovrebbero realizzare applicando il piano casa in 10 ambiti e sub-ambiti di Prg e in 8 rioni di edilizia residenziale pubblica.
Di questa nuova offerta abitativa soltanto un terzo sarà edilizia residenziale sociale, il resto sarà venduto sul libero mercato senza nessuna misura perequativa. A questi alloggi si dovranno aggiungere quelli generati dall’ampliamento delle case uni e bifamiliari, dalla quantificazione incerta, ma probabilmente attorno a ulteriori 5000 vani.

Si può discutere sulla bontà o sulla necessità di prevedere tanta nuova edificazione, ma alcune riflessioni sono utili.
Raddoppiare, ad esempio, l’offerta abitativa dell’ambito Coroglio, in ossequio a una specifica "richiesta" protocollata il giorno prima della delibera da Bagnolifutura, non solo pone problemi sul controllo del processo di trasformazione dell’area e sul rapporto pubblico-privato delle trasformazioni urbane, ma, soprattutto, determina una consistente modifica urbanistica per pezzi e non organica con un orizzonte più generale di sviluppo urbano. La nuova previsione si pone, poi, come una farsesca variante di variante di variante, essendo state le capacità edificatorie della variante generale già sottoposte a congruo aumento nell’ottobre 2009.
Più positiva è, invece, l’individuazione di 8 ambiti degradati di edilizia residenziale pubblica per interventi di demolizione e ricostruzione con un incremento del 50 per cento. In questi casi, fermo restando il soddisfacimento degli standard di servizi e attrezzature pubbliche, si potrà procedere a una vera e propria ristrutturazione urbanistica utilizzando l’intervento dei privati, cui andrà l’incremento volumetrico del 50 per cento, ottenendo anche il miglioramento della qualità abitativa per migliaia di cittadini che attualmente vivono in alloggi inadeguati.

Ma a sfuggire completamente alle maglie del controllo pubblico e degli indirizzi ed equilibri del piano regolatore saranno le decine di lotti (di massimo 15.000 mq) con immobili industriali dismessi che potranno essere convertiti a parità di volume a edilizia residenziale, di cui solo un terzo di tipo sociale. In questo caso l’affidamento al caso per la trasformazione di pezzi di città, fuori da ogni tipo di disegno urbano, è pressoché totale. Soltanto nell’area Est si possono stimare in maniera sommaria circa 10.000 nuovi alloggi con un incremento di quasi 40.000 abitanti.

Tuttavia non è a Napoli che bisogna guardare per valutare nella loro enormità le regole del "piano casa", ma ai Comuni minori e, soprattutto, a quelli inclusi in aree a vincolo paesaggistico, che la legge varata dalla giunta Bassolino si è preoccupata minuziosamente di includere. In molti casi, ad esempio Castellammare di Stabia, il consiglio comunale ha pensato bene di bocciare la delibera elaborata dalla giunta, aprendo la strada all’applicazione del piano casa sull’intero territorio comunale. Ma è l’appetibilità delle aree vincolate che sta muovendo interessi ciclopici che molte amministrazioni comunali in cerca di voti, consenso e danaro, si apprestano ad accontentare. Il Comune di Vico Equense, tanto per citare uno dei territori paesaggisticamente più tutelati d’Italia, travisando in parte l’occasione offertagli dal "piano casa", ha individuato aree nelle quali poter realizzare nuova edilizia residenziale (sia sociale che da vendere sul libero mercato) per un’estensione pari alle attuali aree urbanizzate dell’intero Comune. In pratica si prevede il raddoppio delle superfici edificabili e il conseguente raddoppio del numero di abitanti. Un destino da litorale domizio, ma con tanto di delibera comunale.

In maniera non dissimile si stanno muovendo molti Comuni della costiera e, in generale, molti di quelli che ricadono in aree a vincolo paesaggistico e che un ente regionale meno smodato avrebbe escluso con chiarezza dall’applicazione, almeno parziale, del piano casa.
E invece si è ritenuto di procedere, sapendo quello che sarebbe capitato: l’espulsione dall’agenda politica della pianificazione e delle visioni di sviluppo compatibili e legate al bene paesaggio, tra gli ultimi "valori" che questa regione faticosamente conserva.

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