Decalogo della ricostruzione
Vittorio Emiliani
Le cose da non fare per non ripetere gli errori del passato. Da l’Unità, 11 aprile 2009 (m.p.g.)
Nei giorni passati, di fronte al sisma dell'Aquila, è parso che fossimo all'anno zero, che il Paese non avesse più memoria di esperienze vissute soltanto pochi anni o decenni fa, in uno dei tanti terremoti. Tipica l'idea fissa del presidente del Consiglio di sperimentare all'Aquila la "new town" (una vecchissima pensata) che tanto gli piace e che in cuor suo vede come il clone di Milano 2. Come se non ci fossero stati i terremoti di Ancona, di Tuscania, del Friuli, dell'Irpinia, di Umbria e Marche (cito alcuni dei più recenti) a fornire dati di esperienza - positivi e negativi - in materia di ricostruzione e si dovesse, e potesse, costruire l'Aquila 2 limitandosi a ripulire un po' le macerie nel centro storico della città, e amen. Proviamoci allora a vedere le cose da non fare, gli errori da non ripetere.

a)avere una gran fretta di decidere, prim'ancora di possedere un quadro analitico, dettagliato, scientificamente fondato della situazione; b)promettere la ricostruzione integrale in tempi rapidi: due-tre anni. Una balla solenne. Si va da cinque anni in su per i danni gravi; c)far piovere tutto dall'alto, non ascoltare a fondo le comunità locali e regionali sul "che fare" e "come fare"; d)dopo gli attendamenti, usare su larga scala gli avvilenti containers quali abitazioni semi-stabili, per anni; e)allargare a dismisura l'area del sisma da sussidiare, soccorrere, sovvenzionare, ecc.: in Irpinia furono inclusi 122 Comuni con lesioni lievissime, in Molise, con San Giuliano di Puglia, tutta la regione divenne terremotata; f)assegnare i lavori della ricostruzione a trattativa privata, comunque senza appalti veri e garantiti.

Proviamoci per contro a vedere i buoni esempi da imitare: a)studiare, analizzare, inventariare ogni pietra, accertare insomma lo stato reale delle varie situazioni; b)tenere unite le comunità locali, coinvolgendole a fondo, ascoltandole, responsabilizzandole, dicendo loro le cose come stanno; c)ricostruire i centri storici com'erano e dov'erano mettendoli in sicurezza sul modello di Venzone, di Tuscania, o anche di certi centri umbro-marchigiani; d)ristrutturare e migliorare a fondo le periferie urbane, senza straparlare di "new town"; e)passare dagli attendamenti alle "instant house" di legno, ai prefabbricati in forma di villaggio usati con successo, per esempio, sull'Appennino umbro-marchigiano; f)andare ad appalti veri, garantiti da un Authority, non col solo criterio del massimo ribasso (dove si infila il racket), ma sulla base di una serie di parametri qualitativi.
Cerchiamo insomma di praticare le virtù, oltre della generosità nei soccorsi, della serietà, della partecipazione, della competenza specifica, della cultura urbanistica e architettonica, della trasparenza nei sussidi e negli appalti. Si può, si deve. Avendo memoria e onestà, morale e intellettuale.

Sullo stesso tema
Antonio Perrotti
Lucida denuncia degli errori compiuti nella ricostruzione dell'Aquila da parte di ex funzionario pubblico della Regione Abruzzo, profondo conoscitore delle vicende e del territorio, nonché attivista dei comitati post-sismici e ambientalisti (e.s./i.b.).
Tomaso Montanari
Il Fatto quotidiano, 8 aprile 2019. Manca la città ed è inevitabile che sia così, date le premesse. Ma se la memoria si facesse cultura e la cultura comunità, L'Aquila potrebbe dare l’ennesima, memorabile lezione di futuro. (m.b.)
Serena Giannico
«Ad una cosa non ci siamo abituati: a non poter avere le prerogative di una normale comunità, a cominciare dalla possibilità di incontrarsi senza essersi dati appuntamento. Mancano i luoghi per questo; non luoghi costruiti ad hoc, ma i luoghi del quotidiano. E per gli aquilani questi luoghi si trovavano nel centro storico».
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