Non servono altri piani casa
Mauro Parigi
Un altro intervento nella discussione aperta su “la Toscana e il cemento” nelle pagine de Il Tirreno, 20 maggio 2009 (m.p.g.)
Settis, Asor Rosa, il direttore del “Tirreno”, Frontera e Vanni, Moschini: tutti a ragionare di “politica e cemento”. Sorprende il silenzio di chi governa, come se niente fosse di loro competenza.
Colpisce la conseguenza logica tra l’affermazione del direttore «la strada del cemento è stata la scorciatoia per una politica che non solo ha smesso di pensare, ma non vuole nemmeno che lo facciano altri» e quanto scritto da Frontera e Vanni che ricordano solitudine, avversione, quindi fallimento di un responsabile tentativo di dare al territorio della provincia di Livorno uno strumento di governo pensato per fare di conto tra trasformazioni urbanistico-edilizie e risorse disponibili, applicando parametri certi, misurati e non svolgendo valutazioni letterarie.
In considerazione di ciò e dei tempi elettorali, sussiste il dovere della chiarezza, dobbiamo attestare che spesso si è cercata la scorciatoia del cemento pensando che questa potesse essere sviluppo, anche se tante volte è stato ripetuto che l’edilizia è attività di servizio alla produzione, alle attività primarie, allo sviluppo vero e duraturo. Ebbi modo di dire queste cose già in una conferenza programmatica della Cgil livornese nel gennaio-febbraio del 2005, ma tant’è.

Altrettanto è evidente che si è smesso di pensare ad un progetto di città e comunità, di territorio, che è facile inseguire centri commerciali, le grandi operazioni, spacciare come un successo la realizzazione, a scomputo degli oneri, delle opere di urbanizzazione, dimenticandosi che poi chilometri di strade, fogne, condotte idriche, impianti di illuminazione, vanno gestiti; peggio ancora dimenticando che la competitività di un territorio è garantita in prima istanza dalla qualità ambientale e paesaggistica, quindi dall’accessibilità, dalla vivibilità, dai servizi alle persone e alle imprese. E non possiamo dimenticare che una sussidiarietà forse male interpretata come acquisizione tout-court di potere, ha consegnato ai Comuni molti compiti e oneri, finito per travolgere ogni sistema di controllo, ovvero ha consentito una sorta di “co-pianificazione” che la Regione ha reintrodotto in forme non sempre chiare, soprattutto per quanto riguarda la specifica responsabilità di scelta. Cioè non ci si è assunti l’onere di assegnare a ciascun livello compiti e ruoli, senza sovrapposizione di competenze e si è creato un sistema di valori e beni - suolo, paesaggio, risorse idriche - comunque contendibili: in questo contesto, tutto appare possibile e ovviamente spesso lo è per chi, economicamente, è più forte.

È dunque evidente:
1. che molti problemi non si possono più governare negli angusti confini comunali;
2. che frammentazione istituzionale e competizione tra territori hanno prodotto la moltiplicazione degli interventi di trasformazione urbanistica ed edilizia a scapito della qualità ambientale e paesaggistica;
3. che la mancata riforma della fiscalità e della contabilità locale ha fatto degli oneri di urbanizzazione un’entrata irrinunciabile;
4. che la crescita urbana equivale a futuri maggiori costi di gestione urbana (e cioè a meno risorse per scuole, servizi sociali, verde pubblico);
5. che non si vede all’orizzonte chi si faccia carico di un confronto senza tesi precostituite e ricostruisca un proficuo rapporto tra politica, amministratori, competenze e cittadini: prevale ovunque il “frazionismo” che si riassume nella sindrome di “nimby”, “non nel mio cortile”;
6. che se si crede davvero ai principi europei la valutazione ambientale non può essere ridotta a espressione letteraria, ma deve essere saldamente ancorata alle risorse, cioè a specifici limiti: se le risorse ci sono le cose si fanno, altrimenti non si fanno. Non si può pensare che comunque si debba fare e poi si vedrà;
7. che il futuro del paesaggio non può essere rimesso ad una valutazione separata, di volta in volta, di progetti edilizi, ma ferreamente connesso a specifici vincoli di tutela;
8. che territorio e paesaggio sono capitale fisso sociale, non bene soggetto alla fluttuazione e speculazione dei mercati;
9. che non abbiamo bisogno di “piani casa” e leggi ad hoc - perché norme per gli ampliamenti invece che per nuove costruzioni erano e sono possibili con un qualsiasi piano regolatore che stabilisca cosa fare e come - ma di norme sul diritto dei suoli, la determinazione delle indennità di esproprio che non possono essere definite come prezzo di mercato perché, se uno Stato è comunità, una forma di solidarietà ci deve essere.
Ma siamo maturi per tutto questo, ci sono volontà politiche di discutere e voglia di riprendere un cammino?

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