De Rita: "L’opinione pubblica non fa più sistema così l’Italia resta avvolta nella mucillagine"
Alberto Statera
E se gli italiani non fossero diventati così, perché mai avrebbero potuto eleggere un governo così infame e un’opposizione così inutile? La Repubblica, 19 agosto 2008


Brandelli d’Italia pullulano sul finire d’agosto nella "poltiglia di massa" ormai incapace di orientamento collettivo, in una società senza più memoria (Walter Veltroni), senza o con più opinioni pubbliche (Eugenio Scalfari e Nanni Moretti), senza più valori (tutti), di fronte a un’offerta politica taroccata che nuota nella banalità. Un’Italia con l’Alzheimer, bulimica soltanto del presente, in crisi civile, forse democratica, con una maggioranza vuotamente arrogante e un’opposizione letargica, di fronte alla perdita di legalità e di verità. Di qui, mestamente, riparte il dibattito che forse scandirà l’autunno di quel che resta dell’opinione di centro e di sinistra riformista, ridotta "allo stato larvale" (Scalfari).

Su uno spartito del genere non si può non andare a sentire Giuseppe De Rita, presidente del Censis, cattolico, appena fregiato dai Devoti di Sant’Agnese della "Targa Socrates Parresiastes", come portatore di "parresia", cioè la capacità di "dire la verità", che già nell’ultimo rapporto da lui firmato alla fine del 2007, ben prima del risultato elettorale e del cambio di maggioranza da Prodi a Berlusconi, parlava di un paese avvolto nella "mucillagine sociale", una paccottiglia di coriandoli priva di un orientamento collettivo. Quasi una malattia dell’anima che da tempo ha colpito il paese, un corpaccione psicologicamente debole, ormai antropologicamente incapace di "fare tessuto sociale", con un’esclusiva passione all’impulso, non più alle passioni, non più alla storia e ai principii, ma un "monstrum alchemicum" che il benessere piccolo borghese ha creato e che ci rende poco vitali, impotenti, come di fronte a una generale entropia della società.

De Rita è a Courmayer, dalle finestre guarda placidamente il Monte Bianco, panorama alpino, ma che non cancella nella sua testa il paragone con mari accaldati: "Esattamente la mucillagine, la citerei ancora molti mesi dopo e con tanti fatti accaduti in una società nella quale le singole realtà non si integrano, dove vediamo una distesa di elementi galleggianti uno accanto all’altro che non si integrano. E’ esattamente quel che mi ritorna in mente leggendo Scalfari, Veltroni, Moretti. La mucillagine è figlia di un’opinione pubblica che può pure avere un’opinione comune, ma non si integra, non fa sistema. Ecco la tragedia italiana di oggi."

Cosa manca? Forse la macchina? Ebbene sì: "Per quarant’anni abbiamo fatto partiti d’opinione contro i partiti di massa, poi cosa è successo? E’ arrivato Berlusconi e l’opinione pubblica che fa? si riconosce nel berlusconismo, in una poltiglia di opinione figlia dell’emozione. Tutto scende come in un colatoio di fiocchi di neve, un colatoio di opinioni, che produce soltanto saracchi e crepacci. Non c’è un primato dell’opinione sulla macchina, sia della Chiesa o del partito. Si è teorizzato il primato dell’opinione sulla macchina, ma adesso si vede che l’opinione non c’è o non è collettiva e non c’è neanche la macchina".

De Rita ha scritto sul Corriere che di tutte le istituzioni oggi operanti in Italia la Chiesa è quella che più presidia il territorio con le parrocchie, i movimenti, le associazioni, il volontariato e, si faccia o non si faccia il federalismo, questa è di fatto una società localistica con un’anima e una coesione sociale, capace di innervare comportamenti di iniziativa e responsabilità. Allora il federalismo di Bossi come nazionale panacea? Macchè. De Rita ritiene l’unico federalismo possibile oggi è quello dall’alto, ma quando Bossi dice a sorpresa che reintrodurrà l’Ici abolita da Berlusconi "ha capito che per un buon federalismo bisogna far crescere l’autonomia dal basso, occorre affidarsi alle comunità di base, non ci vuole certo una grande legge nazionale che estranei dal consenso localistico. Quando Bossi difende Malpensa non lo fa, del resto, per supremi principii, ma per il direttore, il vicedirettore, gli impiegati e anche per l’ultimo pouliscicessi dell’aeroporto".

Insomma, il centro e la sinistra devono lavorare dal basso, intercettare le "minoranze vitali" trascurate: "Nanni Moretti ha ragione - dice - tutto oggi sembra vuoto, occorre riprendere il filo delle integrazioni strutturali, ma senza credere mai nel primato dell’opinione, come sembrano fare Veltroni, Scalfari, Moretti stesso, i giornali e anche parte della Chiesa. Posso dire che odio la parola opinione, figlia di processi culturali che mirano a far opinione con emozioni, mai con la coscienza."

Ma la memoria, professor De Rita? Come può vivere un paese senza più memoria, in cui tutto si confonde in tanti brandelli una "brandellizzazione" storica berlusconiana? "Caro mio, veniamo da lontano e andiamo lontano, dicevano i comunisti. Poi hanno dismesso lo slogan perché era troppo comunista. Anche San Tommaso diceva che la Chiesa deve essere bioculata, con un occhio davanti e uno di dietro. Regole fondamentali in una società che ormai vive senza passato e, purtroppo, senza futuro. Il Pci ce l’aveva la biocularità, poi se l’è giocata male. Ma la nostalgia della memoria che manifesta Veltroni oggi non fa bene. Ha senso solo se il tuo presente orienta il futuro, altrimenti un grigio presente produce soltanto nostalgia del passato".

Davanti al Bianco che trascolora in un tramonto rosso, De Rita ha l’ultimo empito di entusiasmo per le "minoranze fertili", pezzi della Chiesa, e della "minoranza industriale", che, secondo lui, si distaccano dalla "poltiglia di massa". Saranno loro a salvarci dalla perdita di memoria da una civiltà che Giacomo Leopardi giudicava incompiuta perché mancante di una "coscienza stretta", cioè delle connessioni personali nel rapporto sociale? E hanno i necessari "Big players"? "Le analisi di Tettamanzi, di Bazoli, con la Banca che deve anche pensare al futuro, di Marchionne, dell’Eni, dell’Enel, di Montezemolo, le scommesse sul futuro non solo individualiste forse capaci di far lievitare tutta la società sostituendo una politica che si perde e perde consenso attraverso il mito dell’opinione. Io ci spero".

Ma è forse questa, così poco mucillaginosa, l’agenda che esalta il prossimo autunno di Montecitorio?

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