La politica del cemento
Bruno Manfellotto
Dallo scempio edilizio di San Vincenzo stigmatizzato da Settis e Asor Rosa il dibattito si allarga a tutta l’urbanistica toscana. Su Il Tirreno, 10 maggio 2009 (m.p.g.)
Nel giro di pochi giorni il "Tirreno" ha ospitato due interventi di alto spessore e di grande rigore, quelli di Salvatore Settis e di Alberto Asor Rosa, due massimi studiosi - l’uno del mondo antico, l’altro della letteratura e della politica del mondo contemporaneo - che non riescono a immaginare il loro ruolo di intellettuali disgiunto da un forte impegno civile.
Settis ha preso spunto dallo scempio edilizio di San Vincenzo, da quella arrogante collina cementificata che si para dinanzi al viaggiatore che percorra l’Aurelia da sud a nord. Su quella scia, Asor ha allargato la sua indagine con un breve viaggio che lo ha portato anche a Campiglia, Rosignano, Castiglioncello. Ma è evidente che, viaggiando e osservando, l’uno e l’altro pensavano a tutta la Toscana che solo pochi anni fa fu definita "felix" (proprio da Asor Rosa!) e alla china lungo la quale si è ora messa a correre.

Devo immaginare che sindaci e assessori abbiano accolto quelle parole - e queste poche righe, se sono arrivati fin qui... - con malcelato fastidio. Perché questo è il sentimento che li pervade ogni volta che qualcuno provi a riflettere su ciò che è stato fatto e si fa in Toscana: lo tacciano con disprezzo di radical chic, a volte di vip. E corrono a posare un altro mattone. Perfino Riccardo Conti, che ha speso tempo e risorse alla ricerca di un serio testo di legge regionale che tenesse insieme sviluppo e rispetto del territorio, davanti a queste critiche non riesce sempre a conservare la pazienza.
Forse è la reazione di chi può fare poco e fatica ad ammetterlo: l’assessore discute, suggerisce, legifica ma - ahimè - non riesce ad arginare i mille amministratori locali che progettano opere invasive e spesso ingiustificate. Meglio il silenzio.

Io invece vorrei insistere, provando a leggere questi fatti attraverso una diversa ottica. Mettiamola così. La strada del cemento è stata la scorciatoia più facile per una politica che non solo ha smesso di pensare, ma non vuole nemmeno che lo facciano altri. Specie se si tratta di intellettuali che tenacemente ci provano. Cosa sia successo è semplice da spiegare. In Toscana, ma non solo, si è risposto alla crisi economica e dell’occupazione, figlie anche di una lenta ma inesorabile deindustrializzazione, con massicci piani di sviluppo urbanistico ed edilizio. Tutto qui. Con evidenti vantaggi: i cantieri portano occupazione immediata.
E questo sia nelle fasce più basse della popolazione (immigrati compresi), sia nell’esercito di fornitori, costruttori e piccole imprese dell’indotto; i soldi che girano sono tanti e l’economia cresce; la politica, poi, ci guadagna due volte: prima governando il flusso delle risorse e delle licenze edilizie, poi incassando i tributi locali.

Perché spezzare il cerchio? Perché ci sono anche gli svantaggi: l’edilizia è come una fiammata che scalda molto, ma dura poco e che produce nel tempo costi crescenti, quelli che discendono dal maggiore inquinamento e dal consumo di risorse pubbliche (acqua, energia, territorio). In più, alla lunga produce non reddito, ma rendita. Che di fatto la collettività è chiamata ad alimentare pagandone costi e servizi.
In Toscana, poi, c’è un’aggravante: in una zona a forte vocazione turistica, questo tipo di politica economica produce reddito (rendita) solo per pochi mesi l’anno; in più, tutto avviene all’ombra di un paradosso: la continua distruzione proprio di quel capitale che ne ha fatto per anni un’oasi ambìta dal turismo culturale e vacanziero. È come fare un falò dei soldi che ci ha lasciato il nonno.
Finora di queste cose si è discusso, diciamo così, all’italiana. Cioè dividendosi, attaccandosi, disprezzandosi: scapoli contro ammogliati, favorevoli e contrari, partito dei geometri e partito dei vip. Senza cominciare invece a interrogarsi se non esista un modo diverso di affrontare la questione, e se non si debba finalmente cominciare a pensare a forme alternative di sviluppo, di crescita, se non altro più eque e più durature. Per capire che è il momento, non c’è bisogno di chiamarsi Barack Obama.

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