Parchi, fiumi e paesaggio nella pianificazione toscana
Renzo Moschini
Criticità e frammentarietà del PIT toscano su tre temi vitali per il governo del territorio. Da greenreport.it , 9 gennaio 2009 (m.p.g.)
Che si tratti di Capalbio e l’autostrada, di Castello e dintorni, ma anche di altri ‘casi’ più o meno noti non è facile dare a questo dibattito che riguarda la pianificazione del territorio toscano un senso più generale. Da tanti frammenti ancorchè significativi è complicato, infatti, risalire ad un contesto regionale e nazionale. Eppure questo è un passaggio obbligato se non vogliamo restare sul bagnoasciuga dei problemi. D’altronde vorrà pur dire qualcosa se in Sardegna la crisi si è aperta sulla legge urbanistica. E segnali dello stesso tipo registriamo in altre regioni.
Si prenda – per cominciare- una questione all’apparenza minore che appare già accantonata; il nulla osta previsto dal nuovo Codice dei beni culturali che è passato dai parchi ai comuni senza colpo ferire e alla chetichella. I parchi davano il nulla osta sulla base di una valutazione non frammentata ma riconducibile quasi sempre ad un piano e in ogni caso nell’ambito di un contesto ambientale più ampio. Anche le relative risorse che andavano a rimpinguare il bilancio del parco dovevano essere investite nell’ambiente e per l’ambiente. Il comune non potrà dare il nulla osta seguendo i criteri del parco perché non ha la competenza e la visione del parco, per di più potrà utilizzare quelle risorse per cose certamente importanti ma non finalizzate all’ambiente e al paesaggio.
Non è una differenza da poco e non averne tenuto conto risulta tanto più assurdo dal momento che il collaudato sistema degli anni scorsi era stato voluto e previsto da una legislazione regionale innovativa anche sul piano nazionale. Peccato che non si sia ‘approfittato’ del dibattito sulla nuova legge regionale sui parchi per fare meno pasticci.
L’Irpet ha pubblicato recentemente uno studio su ‘Le trasformazioni territoriali e insediative in Toscana’, di Chiara Agnoletti. E’ l’annoso problema del consumo del territorio e sulle cui percentuali si polemizza da tempo. Un dato parla da solo; il 46% delle abitazioni in Toscana è localizzato nel 26% della superfice regionale ovvero nella Valle dell’Arno. Abbiamo inoltre un 19% di tessuti urbani discontinui che presentano enormi problemi di mobilità e di raccordo nei vari servizi.
Fermiamoci qui non senza ricordare che negli stessi giorni sono stati forniti una serie di dati dell’Apat relativi ai nostri fiumi e corsi d’acqua dai quali emerge un quadro estremamente allarmante sia in ordine allo stato delle acque (inquinamenti vari), al cuneo salino e alla condizione ecologica (vegetazione perifluviale etc). Ma dati più precisi sono stati forniti da Greenreport proprio il 31 dicembre scorso e a questi rimando. Cosa significa? Significa che per l’Arno come per il Serchio ma vale anche per altri corsi d’acqua ‘minori’ nonostante le celebrazioni dell’alluvione di 40 anni fa, oggi non possiamo parlare di una vera pianificazione. L’impressione è che i fiumi siano ancora considerati unicamente o quasi sotto il profilo della sicurezza idraulica e non come quel patrimonio ambientale e paesaggistico di cui parla(va) la legge 183 poi manomessa dalla Commissione Matteoli.
Non è un caso che a differenza anche di una regione a noi contigua come la Liguria noi non abbiamo parchi e aree protette fluviali mentre per il Magra versante ligure vi è un parco regionale che opera in stretta connessione anche pianificatoria con l’autorità di bacino che peraltro è unica e riguarda anche la Toscana.
Ora – e veniamo così al paesaggio su cui si è riaperta la discussione anche in Toscana- pensare che questa complessa realtà possa essere ricondotta unicamente ad ambiti pianificatori comunali, provinciali e regionali non sta nè in cielo né in terra. E che per quanto riguarda il paesaggio tutto ciò sia riconducibile ai 38 ambiti di paesaggio previsti dal PIT è un’altra di quelle ipotesi di cui è arduo cogliere la razionalità. Chi ha anche frettolosamente dato un’occhiata alle Schede sul paesaggio che con una insistenza degna di miglior causa si continuano a definire ‘istruzioni per l’uso’ non può non aver provato imbarazzo. Io l’ho fatto per il territorio del parco di San Rossore perché lo conosco meglio e francamente mi chiedo a cosa cavolo possono servire schede che tra l’altro dimenticano le dune viareggine.
Credo che se vogliamo ripartire con il piede giusto dobbiamo innanzitutto vedere non solo cosa prevedono i piani regolatori comunali ( come fa la Agnoletti) ma anche i PTC delle province, i piani dei parchi e delle aree protette regolarmente approvati dalla regione anche i parchi nazionali dell’Arcipelago e delle Foreste Casentinesi, vedere cosa c’è in pentola per l’Arno (stando al PIT poco) e così per gli altri fiumi. Lì c’è già molto sicuramente molto di più di quello che troviamo nelle schede zeppe di ‘belle visioni’ , ma assai scarse di quelle istruzioni per l’uso di cui pure si chiacchera, tanto che ricorre frequentemente l’avvertenza ai navigatori che non sono state fatte ipotesi concrete operative per evitare il rischio di sbagliare.
Ma chi pianifica rischia sempre meno comunque che se rimane con le mani in mano. E’ un dibattito come è facile intuire non solo urbanistico anche se l’urbanistica di questi tempi finisce sempre di più sulle prime pagine.
Cerchiamo di non perdere l’autobus.

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