Un protocollo internazionale per il lavoro
Piero Bevilacqua
Un protocollo di Kyoto applicato al lavoro per difendere i diritti del lavoro nel mondo della globalizzazione capitalistica. Su il manifesto del 3 dicembre 2008
Con una suggestiva immagine notturna, sul manifesto del 20 novembre, Rossana Rossanda così rappresenta l’afasia attuale delle « sinistre critiche» di fronte alla crisi economica mondiale:« sembriamo il gatto nella notte, abbacinato dai fari di un camion di cui preconizzavamo l’arrivo ma che ci prende di sorpresa.» E’ una amara constatazione, che descrive una condizione generale, non solo italiana. Ma è anche un’esortazione ad afferrare il momento, a utilizzarne le potenzialità. Oggi chi ha voce pubblica( sindacati, partiti) si limita ad alzare la posta delle rivendicazioni immediate in termini di misure di soccorso congiunturale destinate alle famiglie e ai ceti popolari. Chiede un pò di più rispetto a ciò che governo e ceto imprenditoriale sono disposti a dare. E’ dunque una voce che rimane timidamente dentro l’orizzonte del presente disordine del mondo. Eppure la portata della crisi è di tale ampiezza e radicalità da reclamare apertamente nuove architetture istituzionali, nuovi strumenti permanenti con cui rovesciare o quanto meno raddrizzare le inique gerarchie che hanno condotto alla catastrofe presente. Perché questa crisi è figlia primogenita delle iniquità con cui il capitalismo tardonovecentesco ha plasmato la società mondiale, non solo l’esito di un imbroglio finanziario, come credono le menti semplici.

Ma occorre intervenire ora - mentre colossi economici e finanziari, che hanno spadroneggiato per decenni, implorano il soccorso pubblico - perché la politica possa riprendersi quel potere di regolazione che essa stessa ha ceduto ai privati nel trentennio del delirio neoliberista. Del resto, proprio il New Deal messo in campo da Roosevelt negli anni della Grande Crisi – oggi così ripetutamente richiamato a proposito dei programmi presidenziali di Obama – fu tutto un fiorire di nuove istituzioni che spostarono decisamente il potere a favore della classe operaia, dei ceti popolari, dei sindacati. E stupisce non poco oggi riscoprire la creatività progettuale del capitalismo di allora di fronte all’opaca e spenta gestione quotidiana dei dirigenti dell’Unione Europea. I quali testimoniano desolatamente quanto il conformismo totalitario del pensiero unico abbia lavorato nelle menti dei nostri contemporanei. Ricordo che nel 1933, in un ramo del Parlamento USA, venne approvata la legge che istituiva le 30 ore di lavoro settimanale, poi accantonata per le pressioni padronali. Ma nel 1938 divenne legge definitiva il Fair Labor Standard Act, che introduceva le 40 ore. Una conquista che si estenderà all’Europa del dopoguerra. Così come si estenderanno gran parte delle istituzioni fiorite negli anni della crisi e che regaleranno all’Occidente la stabilità e la prosperità del primo ventennio postbellico.

Ebbene, oggi è il momento del lavoro, del suo riscatto. Rammento che negli ultimi decenni una delle più grandi rivoluzioni tecnologiche dei tempi moderni, l’informatica, è andata quasi tutta a vantaggio del capitale. Una gigantesca sostituzione di lavoro vivo che in altre condizioni storiche poteva tradursi in una progressiva riduzione dell’orario di lavoro, in liberazione sociale, in un assetto più avanzato delle società industriali, si è trasformato nello strumento di una inedita oppressione antioperaia. Ristrutturazioni, subcontratti, outsourcing, flessibilità, delocalizzazione, tutti gli strumenti della nuova organizzazione industriale resa possibile dall’informatica sono stati usati nell’ultimo trentennio per rendere più produttivo il lavoro e più emarginata la classe operaia. La nuova mobilità è servita a rendere più completa e lacerante la divaricazione segnalata da Ulrich Beck, tra la «mobilità globale del capitale» e il vincolo locale del lavoro. E tale squilibrio, la possibilità del capitale di giocare sui grandi spazi planetari per collocare le imprese, non solo gli dato la possibilità di utilizzare a man bassa la forza-lavoro sindacalmente più indifesa nei Paesi poveri. Ma gli ha consentito di tenere puntata alla tempia dei lavoratori dell’Occidente la pistola della minaccia del licenziamento. Gli operai sono stati così messi in un angolo, costretti ad accettare di volta in volta tutte le condizioni che l’avversario decideva di imporre all’interno di un agone intercapitalistico sempre più aspro. Ma la mortificazione e l’impotenza dell’avversario storico non ha solo compresso gli standard salariali, e quindi la domanda. Essa ha ridotto drammaticamente quel grande regolatore delle società industriali che è stato il conflitto operaio, la sua spinta redistributiva di reddito, potere, capacità di controllo, spazi di libertà. Sulla scena sociale non ci sono stati più due contendenti, ma un dominatore incontrollato. L’arroganza distruttiva del capitale, negli ultimi decenni, è incomprensibile al di fuori dell’emarginazione storica della classe operaia e delle sue organizzazioni.

Oggi, si può incominciare a voltare pagina. Si può ad esempio regolamentare la delocalizzazione. Non certo con misure di protezionismo nazionale. Queste sono le vie che normalmente vengono scelte dai liberali, quando la realtà rende difficile la coerenza del loro pensiero. Essi infatti osannano la libera circolazione del danaro e delle merci , ma quando a muoversi sono le persone si rammentano dell’esistenza dei confini nazionali. E accade facilmente che chi viene da un altro Paese, se non si presenta come forza-lavoro immediatamente utilizzabile, cioè come merce, viene bollato come clandestino. Al contrario, noi non abbiamo dimenticato l’esortazione e la sfida della chiusa del Manifesto dei comunisti, «proletari di tutto il mondo unitevi». Le soluzioni sono globali, l’avvenire è cosmopolita. E allora lo strumento regolatore potrebbe essere un organismo internazionale in cui si stabiliscono degli standard universali relativi a salario minimo, orario giornaliero, protezioni, condizioni di lavoro, ecc. I vari Stati riuniti nell’organismo internazionale dovrebbero impegnarsi a conseguire queste condizioni di tendenziale parificazione, modulata ovviamente sulle diverse condizioni economiche dei loro rispettivi Paesi. Una sorta di Protocollo di Kyoto applicato al lavoro o, se vogliamo, l’equivalente del WTO, che oggi regola la «libera» circolazione delle merci.

Oggi gli Stati inviano in quest’organismo i loro rappresentanti per regolamentare la circolazione mondiale delle loro produzioni. Non dovrebbero poter inviare i rappresentanti dei lavoratori che quelle merci producono con il loro lavoro quotidiano ? Certo, non è semplice. La diversità delle singole situazioni nazionali è grande. Ma è semplice il Protocollo di Kyoto, naviga senza tempeste l’imbarcazione del WTO ? E tuttavia non debbono sfuggire i potenziali vantaggi che ne seguirebbero, per i lavoratori del Sud, ma anche per quelli delle società postindustriali. Anche quella sorta di « guerra intercapitalistica» (J.Ziegler) che è diventata la competizione mondiale ne verrebbe calmierata. E gli operai di tutto il mondo avrebbero un organo universale di rappresentanza a cui rivolgersi, unificando così, tendenzialmente, su scala planetaria, le loro aspirazioni rivendicative, il loro sentirsi parte non marginale ma decisiva nel processo di produzione della ricchezza mondiale.

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