La città, luogo delle espulsioni e delle segregazioni
Paola Somma
Il testo della relazione presentata al convegno "Città come bene comune. Vertenza europea", Venezia, 24 novembre 2008
Parlare di città come luogo delle espulsioni e delle segregazioni all’interno di un convegno dedicato alla città come bene comune può sembrare un controsenso.
Se, però, si considera che le due definizioni descrivono sinteticamente due ipotetiche situazioni estreme, due modelli contrapposti, mai perfettamente riscontrabili nella realtà, ma rispetto ai quali è possibile valutare la struttura di ogni specifica città, il tema acquista rilevanza, perché consente di riconoscere il distacco tra l’aspirazione alla città come bene comune e l’esperienza quotidiana, di individuare gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento dell’obiettivo, di preparare una efficace strategia operativa.
Far diventare la città un bene comune, infatti, richiede una serie di azioni coerenti, individuali e collettive, basate, oltre che sulla condivisione di questo ideale, sulla consapevolezza di una diffusa e crescente tendenza a trasformare la/le città in merce a disposizione solo di quelli che possono permettersi di pagarne il costo, in luogo dove la frammentazione sociale viene facilitata o perpetuata dalla sconnessione fiisca.

Che la città non sia un ammasso di edifici, di strade, di individui, ma un organismo solidale nel significato letterale del termine - sia cioè composta di elementi collegati uno all’altro, ognuno dei quali è essenziale per il funzionamento complessivo - è una nozione ampiamente condivisa dal punto di vista teorico, ma che non si traduce in adeguati interventi progettuali e procedure amministrative.

Al contrario, la sconnessione è, allo stesso tempo, un prerequisito e un risultato delle molteplici forme di espulsione, segregazione, autosegregazione che stanno scardinando la società. Come qualsiasi fenomeno di separazione sociale, esse sono l’esito dell’intreccio e della sovrapposizione di aspirazioni individuali, di comportamenti e di scelte indotte dal mercato, di decisioni politiche e istituzionali. Ed è da queste ultime, dalle loro motivazioni e dai loro effetti, che è opportuno partire, se si vuole evitare che la svalutazione in corso dell’idea di città come bene comune, e dello stesso concetto di bene comune, produca ulteriori danni. Per la loro estrema pervasività e apparente neutralità, infatti, le politiche delle pubbliche istituzioni hanno un ruolo decisivo nel favorire, assecondare, consolidare la segregazione nelle sue diverse accezioni.

Molto schematicamente si può dire che:

- la società è costruita spazialmente, nel senso che le strutture spaziali che gli uomini creano non esistono indipendentemente dalla società che riflettono, ma possono amplificare certe tendenze e ridurne altre,

- l’ingiustizia e l’inequità sociale sono leggibili spazialmente. Non solo l’insediamento di un individuo o di un gruppo in una determinata parte di territorio e di città è in larga misura determinato dalla sua capacità a pagare, ma la localizzazione di attività di pregio o degradanti, la dotazione di infrastrutture e la erogazione di servizi secondo criteri e standard diversificati in funzione dei gruppi di popolazione ai quali sono destinati, lo spostamento di abitanti da una parte all’altra del territorio codificano e rafforzano ineguaglianza e discriminazione,

- la città segregata ha una forte persistenza nel tempo, perché la distribuzione o redistribuzione forzata della popolazione, la costruzione di barriere fisiche per separare un gruppo dall’altro, sono fenomeni che durano anche dopo l’eventuale cambiamento di leggi e norme che impediscono ad alcune categorie di popolazione di abitare in specifiche parti del territorio o le obbligano ad insediarsi solo in altre e ben delimitate porzioni,

- nel linguaggio corrente il termine segregazione viene spesso usato come sinonimo di segregazione residenziale. In realtà la gamma delle segregazioni è molto più articolata, ma l’esclusione dalla casa o l’esclusione attraverso la casa aggravano la frammentazione sociale e la segregazione residenziale è contemporaneamente una manifestazione di ineguaglianza ed un elemento che sostiene tale ineguaglianza.

Dal momento che la casa è uno dei più cospicui indicatori di ineguaglianza, perché status sociale, reddito, identità razziale e di classe sono intimamente legate con il tipo di alloggio, la sua localizzazione e le sue condizioni intrinseche e ambientali, è evidente che le vicende dell’edilizia residenziale pubblica e la selezione e destinazione di ambiti spaziali ad uso esclusivo di gruppi di popolazione omogenea secondo qualsivoglia criterio, forniscono elementi importanti circa gli atteggiamenti di una società in un determinato momento storico. D’altro lato, anche la segmentazione del mercato residenziale ci fa intravedere scenari preoccupanti perchè l’enorme diversificazione delle opportunità residenziali, a seconda del reddito e delle cosiddette “preferenze” di stili di vita, si accompagna ad una forte tendenza all’esclusione e all’autoesclusione,

- se le manifestazioni più odiose di segregazione suscitano, e del resto non sempre, indignazione, attorno alla segregazione in sé esiste un vasto e crescente consenso. Particolarmente apprezzati da m olti cittadini sono gli interventi il cui scopo dichiarato è la loro protezione, attraverso la separazione fisica, da coloro che hanno, o si presume abbiano, comportamenti devianti.

Infine, tra le forme, certo meno violente ma forse più subdole, di segregazione vanno incluse anche quelle che cercano di garantire “buone condizioni” a un determinato gruppo considerandone le esigenze in contrapposizione a quelle di tutti gli altri. Sempre più spesso si sente parlare di città dei bambini, degli anziani, delle donne, dei disabili, come se ciascuna di queste “categorie deboli”, identificate in base a un criterio anagrafico e/o di prestanza fisica, con l’eventuale correzione del livello di reddito, rappresenti un insieme omogeneo dai connotati e necessità così specifici da tradursi automaticamente in requisiti fisici e spaziali.
Si tratta, ovviamente, di fenomeni diversi dalla discriminazione che colpisce gli immigrati; pure essi contribuiscono all’affermazione dell’idea che la separazione sia non solo necessaria e innocua, ma positiva.
E dal punto di vista urbano/territoriale contribuiscono ad accentuare la tendenza a creare spazi destinati all’uso esclusivo da parte di una precisa categoria di popolazione le cui caratteristiche possono essere di volta in volta definite, come si trattasse di un gruppo di consumatori, piuttosto che progettare una città adatta a tutti, inclusiva, diversificata ma non frantumata.

Il progetto di frammentazione sociale di cui la città è contemporaneamente scenario e attore ha valenza economica, politica e simbolica. Per contrastarlo e modificarlo in senso democratico, non bastano generici appelli, ma è necessaria una sistematica opera di svelamento e divulgazione dei meccanismi che lo sostengono, nonché un’accorta e incisiva campagna di promozione di modelli alternativi.

Innanzitutto bisogna capire e far capire che progettare le città per renderle sempre più luogo di segregazioni ed espulsioni ha effetti dannosi e cumulativi sul tessuto sociale nel suo complesso.

La separazione produce inferiorità sociale, è il primo passo per la messa in opera di un sistema di ineguaglianze accumulate, è funzionale all’instaurazione di una società sempre più iniqua. Non a caso, da un lato si alimenta un atteggiamento popolar razzista le cui sanguinose conseguenze non fanno nemmeno più notizia, dall’altro si opera per una parallela disaggregazione dei legami sociali di classe e per la costruzione di città intrinsecamente divise.

In una città normale il conflitto esiste ed è visibile, ma non esclude la cooperazione; nella città divisa, invece, il conflitto è controllato, ma non esistono forme di solidarietà fra i “diversi” gruppi ed individui.
Nella prima il livello del conflitto si mantiene tollerabile grazie alla mediazione politica tra interessi diversi e legittimi. Nella città divisa, invece, dove la mediazione è sostituita dai rapporti di forza tra chi guadagna dalle divisioni e chi ne paga i costi, il conflitto può solo esssere represso od esplodere in forme violente, come infatti avviene. Sostanzialmente, segregare serve a discriminare.

Meno facile è definire l’integrazione, ma qualsiasi significato si dia al termine è certo che la mancanza di integrazione è inestricabilmente legata a un disequilibrio di potere. Le stesse politiche color blind, quindi, apparentemente neutrali, se non sono integrate e fortemente sostenute, non solo non producono una maggiore integrazione, ma possono avere effetti perversi, perché suscitano reazioni ostili dei gruppi che si sentono ingiustamente defraudati a presunto vantaggio dei «non aventi diritto/i».
Integrazione è una parola ombrello che significa molte cose: ridurre le differenze tra ricchi e poveri, dare eguali opportunità ad uomini e donne e a giovani e anziani nel mercato del lavoro, migliorare l’accesso all’educazione, alla sanità, alla casa, ai servizi sociali, promuovere il rispetto per altri sistemi di valori e la coesistenza di diversi stili di vita e tra i diversi gruppi etnici e le varie minoranze. L’integrazione presuppone l’esistenza di una città bene comune ed è un elemento che può facilitarne la costruzione.

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