La ballata triste della Milano "di classe"
Michele Serra
Ricordo triste di una città che non c’è più e di un popolo che nessuno sa più dove sia, ma che esiste, là fuori. Da la Repubblica, 24 dicembre 2008 (m.p.g.)
Milano "conosciuta sulle gambe", battuta palmo a palmo, notte per notte. Milano "dove la vita c’era sempre", nelle trattorie e nei crocicchi di strada, nei circoli e nelle case accese dalla politica, nei suoi teatri febbrili. Nel minuscolo Gerolamo (ora defunto) cantò la Piaf, alla Magolfa mangiavano Fortini e Vittorini, al Giamaica andava a bere e giocare a carte chiunque rifiutasse di finire la notte dormendo nel suo letto.

"Sono anche io un luogo di Milano", dice di sé Ivan Della Mea, cantautore, scrittore, intellettuale, etnomusicologo, agitatore politico, sessantottino non senza essere stato anche cinquattottino e forse quarantottino, ex presidente della più grande e bella bocciofila per anziani dell’universo (l’Arci-Corvetto), campione di scopa, perdigiorno e perdinotte. Come quasi tutti i milanesi significativi - Jannacci, Celentano, Gaber, Fo, Walter Chiari - immigrato nel dopoguerra, prima da Lucca poi da Bergamo. Circola quasi come un samizdat, nella semiclandestinità in cui il mercato ha relegato tanti scampoli d’arte, di memoria, di ostinata differenza, una sua notevole antologia-biografia (Antologia, Ala Bianca, euro 14,90): un cidì con molte delle sue canzoni più importanti, in dialetto e in lingua, e un magnifico divudì, realizzato da Isabella Ciarchi, che quasi strappa il cuore per quanto riesce fortemente a rivivificare la Milano dal dopoguerra fino ai Settanta, quella dove Della Mea crebbe e "cantò la classe".

La classe era il popolo, allora non solo integro mito della sinistra, ma carne della città, e lingua viva. Ivan, nel solco di ricercatori come Gianni Bosio e Roberto Leydi e degli artisti del Nuovo Canzoniere, è artista militante in senso fisiologico prima che ideologico. Raccoglie la voce del popolo, la frequenta, la vive, non ha bisogno di tradurla perché la esprime naturalmente come esperienza propria. Gli capita di dormire sulle panchine come sui divani della borghesia rossa, e mentre Eco e Leydi discutono della sua maniera di cantare (con una "attiva indifferenza all’intonazione", dice il musicologo Luigi Pestalozza) lui riposa le ossa, finalmente al caldo, nella supersignorile via Cappuccio.

Nelle sue ballate, specie se riascoltate adesso, impressiona la spontanea con-fusione tra il dibattito politico della sinistra di almeno un paio di epoche (dalla rivoluzione cubana agli anni di piombo) e l’epica di strada, libertà e violenza, emarginazione e sogno, una easy rider urbana e navilica, gatti e affamati, matti e operai, scioperanti e orfani di qualche amore. Quasi scioccante, con il senno di poi, è questa convivenza tra scrittura e popolo, tra intellettuali e classe. Più ancora della nostalgia per quella città insonne a austera, ben più creativa allora piuttosto che quando divennero di moda i "creativi", ascoltando Della Mea, le sue canzoni, il suo racconto ragionato, viene da pensare che la vera perdita - secca, irrimediabile, davvero epocale - è proprio il rapporto tra sinistra e popolo. Una luce zavattiniana illumina il tragitto "di classe" di Della Mea, un saldo e caldo vincolo tra chi pensa e chi lavora, tra lo sbocco politico e la gente di fabbrica e di strada che lo alimenta. Utopia, sì, e populismo forse: ma che abbia perduto, la sinistra nostra coeva, quel profondo tramite di carne, quell’anima di strada, di popolo, di rabbia attiva (non la mugugnante e depressa rabbia di adesso), è un fatto. Eccome.

La distanza abissale, ormai neanche più dolorosa per quanto lungo è il tempo passato, tra quella Milano e quella sinistra, e questa Milano e questa sinistra, descrive perfettamente ciò che chiamiamo il "declino della politica". La sua perdita di giovinezza, il suo ritrarsi impaurita dal territorio, come qualcuno che non esce più di casa per paura di non reggere l’impatto con il sociale, con i paesaggi mutati, con gli umori imperscrutabili del popolo domato dalla televisione, e fatto a fette dai sondaggi.

Per vie traverse, e certamente intellettuali (Elio Vittorini) il giovane Della Mea ebbe in regalo un cappotto appartenuto a Hemingway. Prima di regalarlo a sua volta, lo trascinò per osterie e partite a carte, perché "alto" e "basso" non avevano neanche il tempo di definirsi, tanto intensa e promiscua era la vita "di classe" di quegli anni. Oggi gli intellettuali milanesi si vedono solo tra loro, il censo e più ancora la stanchezza levano la voglia di misurarsi in campo aperto con la città, se non nelle accademie e nei salotti dove la città è poco più di un grafico sul quale discettare. E certamente non esiste più neanche "il popolo", men che meno la classe, e niente è peggio, per un eventuale neo-populista, che frequentare i localini glamour, zeppi di fichetti e fichette, che hanno preso il posto delle trattorie, delle taverne, delle bocciofile. Ma qualunque cosa esista, là fuori, ci vorrebbe un giovane Della Mea che provasse a raccontarcela, e prima di raccontarla, come è buona prassi, a viverci in mezzo fino al collo.

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