Eddytoriale 100 (05.02.2007)
Eddyburg
Con il protocollo d’accordo tra Regione Toscana e Ministero per i beni e le attività culturali si è chiusa una fase della vicenda nata dall’utilissima denuncia della “schifezza” di Monticchiello, e se ne apre un’altra.
Il protocollo segna un punto di svolta. Uno dei due ministeri cui la legge affida la collaborazione alle regioni nell’attuazione dei piani paesaggistici sembra condividere l’impostazione che la Toscana ha dato a quella pianificazione, e comunque su questa base ha avviato un percorso di co-pianificazione. Non sappiamo ancora quale sia la posizione dell’altro ministero (quello per l’Ambiente e la tutela del territorio e del mare). Né sappiamo se la Corte costituzionale reitererà la sua dichiarazione d’incostituzionalità sulla procedura di pianificazione deliberata dalla Regione.

Si ricorderà infatti che la Corte aveva ritenuto che l’applicazione del codice del paesaggio comportava la necessità che, entro i termini temporali fissati dalla legge, le regioni dovessero redigere un unico piano paesaggistico esteso all’intero territorio regionale, con i contenuti stabiliti dal codice: quindi l’individuazione degli oggetti territoriali appartenenti alle categorie di beni paesaggistici tutelati ope legis, o per autonoma decisione della pianificazione regionale, nonché delle altre componenti stabilite dalla legge; e quindi la definizione per ciascuna di esse delle specifica disciplina e delle azioni necessarie per tutelare il paesaggio e, dove necessario, ricostituirlo o migliorarlo.

La Toscana ha scelto una soluzione diversa. Non avremo subito, nel giro di un anno o due, un piano analogo a quello che l’Emilia-Romagna, la Liguria, le Marche produssero nel 1986 sulla base della legge Galasso, né quello che la Sardegna sta completando sulla base del Codice. Quel prodotto – cioè un documento che per l’insieme del territorio regionale definisca con precisione le condizioni che l’esigenza di tutelare il paesaggio pone alle trasformazioni – lo avremo solo quando l’ultimo dei comuni avrà adeguato il suo piano comunale agli “indirizzi” nei quali si esaurisce il livello regionale della pianificazione, e se i comuni avranno volenterosamente rispettato quegli indirizzi.

La soluzione toscana suscita in noi profonde perplessità e preoccupazioni. Non perché non sia in sé giusto proporsi di associare profondamente le comunità locali nella tutela del paesaggio. Sappiamo bene che, finché il paesaggio non sarà sentito, vissuto e quindi gestito come un bene dalle comunità locali la sua protezione sarà sempre in pericolo, non sarà mai piena. Né perché ci sfugga che, in particolare in quella regione, la tutela del paesaggio è stata storicamente garantita più dai sindaci che, spesso, dalle stesse soprintendenze. Ma sappiamo anche altre due cose, che l’attuale dirigenza della Regione Toscana sembra ignorare.

1. Oggi la cultura politica è profondamente cambiata, anche a sinistra. Oggi lo “sviluppo economico”, obiettivo d’ogni azione e misura d’ogni successo, è affidato indiscriminatamente a ogni tipo di affare: al profitto e all’accumulazione derivanti dall’innovazione di prodotto e di processo, all’aumento di fatturato derivante dalla produzione e della commercializzazione di merci e di servizi inutili, come all’aumento di valore venale di un terreno per effetto della sua maggiore edificabilità. In questa logica il territorio è sempre più considerato una merce, la cui trasformazione è di per se un vantaggio. Che il Piano d’indirizzo territoriale della Toscana esprima in pieno questa concezione non stupisce, tanto essa è generalizzata.

2. Oggi le condizioni materiali dei comuni sono enormemente peggiori che nel passato. Le finanze comunali sono state strozzate dallo smantellamento del welfare state. Per di più, il rifiuto di distinguere, all’interno delle forme di reddito, quelle da promuovere e quelle da colpire ha portato a non compiere nessuna azione per spostare ricchezza dalla rendita agli impieghi sociali (per esempio adeguando agli incrementi della rendita gli oneri di costruzione e utilizzandoli per rendere vivibili le città). Si è arrivati al paradosso di rendere edificabili aree al di fuori di qualsiasi necessità oggettiva unicamente per rimpinguare le casse comunali.

Ottenere, nella società contemporanea, una effettiva partecipazione delle comunità locali alla tutela del paesaggio è sempre stato il traguardo di un lavoro di lunga lena. Oggi questo è più vero che mai, e il cammino si preannuncia particolarmente arduo perché è controcorrente. E nel frattempo? Continuiamo a lasciar dissipare, oppure giochiamo su tutta la tastiera dei poteri democratici sulla base di una corretta interpretazione del principio di sussidiarietà? Magari rispettando la Costituzione e le leggi ordinarie, e ricordando che la tutela è responsabilità anche delle comunità locali, ma non è una loro esclusiva.

Questa è la ragione di fondo delle perplessità, e delle preoccupazioni, sollevate dalla “via toscana alla tutela”. Gli attuali reggitori dell’ex stato mediceo non le condividono. Poiché sono loro che governano, dobbiamo augurarci che abbiano ragione. Ma poiché siamo anche noi cittadini di quella Repubblica che tutela il paesaggio, e anche componenti di quell’umanità che ha diritto di fruire di beni che non sono patrimonio esclusivo di quanti vi abitano, ci proponiamo di seguire con attenzione il percorso che Ministero e Regione hanno avviato. Chiederemo l’aiuto di chi dispone delle informazioni necessarie per valutare e informare a nostra volta del modo in cui, nella Toscana, Regione, province e comuni costruiranno uno “statuto del territorio” reso concreto da regole certe, chiare, efficaci, valide nei confronti di tutti, e da azioni finalizzate al miglioramento della qualità paesaggistica e ambientale del territorio, e alla sua fruizione da parte di tutti.

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