Le cinque regole del nuovo ambientalismo
Alberto Asor Rosa
Una riflessione che collega principi e definizioni generali a eventi molto concreti. Da la Repubblica del 15 gennaio 2007
L’ambientalismo globale è contraddistinto da almeno queste cinque caratteristiche. Si occupa di tutto quanto riguarda la vita (qualsiasi forma di vita, non solo quella umana) fra il cielo e la terra. È un movimento propositivo, non negativo: ha in testa un progetto (circostanziato anche nei particolari) che si riferisce a un diverso modo d’intendere l’esistenza (anche in questo caso: umana, ma anche non umana). È assolutamente, radicalmente non violento. Nasce dal basso, si autorganizza, si diffonde a macchia d’olio: diffida delle leggi sulla partecipazione votate dalle assemblee elettive, perché ritiene che la vera democrazia sia quella del confronto, che c’è, quando tutti i soggetti che la praticano sono vitali (se no, comunque non c’è). Non è l’antipolitica, per cui avverte una sovrana estraneità, ma una forma nuova, inedita della politica; quella più vera e autentica, fatta fuori delle conventicole e del Palazzo.

Quando uno di questi punti non c’è o stenta a manifestarsi o è appena in embrione, allora siamo in presenza di fenomeni collaterali o deviati o degenerati. Vorrei esser chiaro e al tempo stesso non sfuggire alle difficoltà. Le manifestazioni popolari in Campania di questi giorni sono un’altra cosa. Anche lì, però, la «deviazione» e la «degenerazione» non vengono dal basso: vengono dall’alto. Una troppo lunga carenza dei poteri istituzionali produce mostri: ragioni innegabilmente legittime si mescolano a metodi inaccettabili; oppure: anche quel che c’è di giusto, - e io penso che ce ne sia, - appare deformato dall’insopportabile emergenza, non se ne riconosce più la fisionomia originaria.

Dunque (per così dire), sesta caratteristica: il neo-ambientalismo è profondamente autonomista; ma invoca al tempo stesso che tutte le istituzioni svolgano appieno e seriamente i loro compiti e funzioni. Si potrebbe dire: meno Stato - meno controlli, meno inter-mediazioni, meno trattativismo lobbistico e affaristico - nel libero gioco del confronto democratico; ma più Stato - almeno più controlli, più tutela, più verifiche e più progetto - nella gestione della cosa pubblica. Personalmente ritengo che la sfera dei cosiddetti «beni comuni» non possa esser lasciata all’arbitrio e all’improvvisazione di qualsiasi forma di localismo e di particolarismo. E ritengo che l’ambito di tale sfera debba essere allargato rispetto all’uso comune: progettazione e utilizzo del «territorio», ad esempio, vanno considerati parti di tale sfera.

Penso che i politici, generalmente parlando, si rendano poco conto - salvo qualche eccezione - della portata di tali fenomeni (al di là, come spiegherò meglio più avanti, delle sproloquiate e vane dichiarazioni di principio). Questo è un errore grave, di cui non vorrei ci si rammaricasse, come sovente accade, solo di qui a dieci anni. Poiché amo parlar chiaro, non negherò che in questo movimento, che ormai conosco piuttosto bene, ci siano tentazioni di luddismo ambientalista. Il luddismo, del resto, è presente in ogni movimento vitale (come la storia originaria di quello operaio ha dimostrato). Al luddismo il neo-ambientalismo reagisce per conto suo, cercando di tener puntigliosamente insieme le cinque caratteristiche elencate in esordio. Se però manca la sesta, - e questa non dipende da noi, - il luddismo ambientalista potrebbe apparire, persino a un individuo ragionevole, l’unica strada da percorrere.

Da quest’ultimo punto di vista la situazione in Italia appare duplice, anzi fortemente divaricata, anzi, meglio, schizofrenica. Da una parte, infatti, sarebbe ingeneroso non riconoscere che i Ministeri più direttamente competenti (Beni Culturali e Ambiente) stiano tentando di muoversi nella direzione giusta. Dico: stiano tentando, poiché le macchine, di cui essi sono i terminali, sono vecchie, deluse, sguarnite e insufficienti. Qualche tempo fa, su queste colonne (15 novembre 2007), Francesco Rutelli ha dichiarato che «ci troviamo di fronte a un fallimento generale»: affermazione non da poco per un Ministro della Repubblica, dai toni generalmente moderati. E ha indicato in un nuovo Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, che si sta preparando, la vera e propria Carta costituzionale cui fare riferimento in futuro per risollevarsi da tale «fallimento» (lo aspettiamo con ansia).

Dall’altra, l’Italia è sommersa da un vero e proprio tsunami di villettopoli, opere e progetti inutilmente faraonici, uno spregiudicato (ai limiti o al di là del Codice penale) uso del territorio e del paesaggio a fini speculativi. In questo paese il conto economico, e il modo di calcolarlo, sono sempre incerti. Se però d’una cosa v’è certezza, è che il nostro territorio - il «paese Italia» - è il bene più prezioso che possediamo, da sempre. E dovrebbe essere per sempre. Invece ce lo stiamo svendendo agli angoli delle strade come dei «magliari» impazziti.

Gli esempi occuperebbero pagine e pagine di questo giornale. Per farmi capire, ne userò uno solo: quello, a mio giudizio, in questo momento più clamoroso e più urgente. A Nord di Roma, verso Grosseto, Livorno e Pisa, corre una grande strada statale, la numero 1, l’Aurelia. Nel tratto Civitavecchia-Grosseto (che interessa il nostro discorso), essa potrebbe essere allargata, migliorata, ingrandita, «messa a norma», come dicono i tecnici (esiste un progetto in tal senso, non di una conventicola di scalmanati neo-ambientalisti, ma dell’Anas). No: la Regione Toscana - del tutto autolesionisticamente, dal suo punto di vista, se non c’è qualcosa che non capiamo - si è intestardita a chiedere che sul medesimo percorso, e dunque letteralmente affiancata alla statale Aurelia, venga costruita ex novo un’autostrada. Il prezzo sarebbe lo sventramento e la definitiva liquidazione di una delle zone più belle e conservate d’Italia, la zona meridionale della Maremma.

Il centro-sinistra dovrebbe, su una questione come questa, sottoporre ad analisi la propria schizofrenia, E discutere, in seno al Consiglio dei Ministri, come «affiancare», - per modo di dire, - il «fallimento generale» denunciato dal ministro Rutelli e la decisione di proseguire in grande stile per quella medesima strada.

Mi si dice che il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro sia favorevole alla pressante richiesta della Regione Toscana. Non ci posso credere. Anzi, non ci credo, punto e basta. Ai tempi di Mani Pulite - anzi, proprio agli albori di quella straordinaria azione giudiziaria - pochissime voci si levarono a sostenerla. Antonio Di Pietro non può ignorare che sono le stesse che oggi chiedono d’impedire lo scempio della terra maremmana. Che differenza c’è in termini etico-politici tra il malaffare di alcuni politici e l’assassinio perennemente irrimediabile d’un territorio?

Pare a me che il secondo sia peggiore del primo. Se c’è un rischio di catastrofe, - catastrofe ambientale, intendo, ma, anche in questo caso, appunto, etico-politica, - meglio adottare soluzioni più modeste, più ragionevoli, più a misura d’uomo. Altrimenti il circolo perverso non si spezzerà mai (e questo vale, ripeto, per altri diecimila casi, il che riporta alle dimensioni gigantesche del problema).

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