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Eleonora Capelli
Merola: "Così sono cresciuti gli ecomostri"
20 Febbraio 2008
Bologna
Dopo la terza via al socialismo, ecco la terza via all'urbanistica: fra ambiguità e ritrattazioni. Da la Repubblica, ed. Bologna, 20 febbraio 2008 (m.p.g.)

L´assessore all´urbanistica Virginio Merola parla per la prima volta di «ecomostri»: «Il Piano Regolatore dimostra il fallimento della pianificazione basata su vincoli ed espropri». Merola, alla viglia dell´approvazione del Piano Strutturale Comunale (prevista per settembre), risponde all´inchiesta di Repubblica e si interroga sui risultati del Prg dell´85. «C´è stata una rinuncia alla pianificazione urbanistica intesa come visione coerente del territorio. Decisioni prese per caso, edifici isolati e fuori dal contesto». Una urbanizzazione «a macchia di leopardo» troppo spesso incentrata sulla cementificazione. «Oggi dobbiamo cercare una terza via».

«Il Piano regolatore del 1985 è la dimostrazione del fallimento della pianificazione urbanistica basata sui vincoli e sulle espropriazioni. Oggi gli espropri si fanno a valore di mercato, il Comune non se le può permettere e quindi quelle previsioni sono saltate. Da questo però si è passati a uno sviluppo a macchia di leopardo, basato sulla cementificazione».

Virginio Merola è alla vigilia dell´approvazione del nuovo Piano strutturale comunale, al voto in Consiglio comunale in settembre, che disegna la città nei prossimi 15 anni. Eredita una città che sull´urbanistica ha fatto scuola ma che oggi si interroga sui risultati perlomeno sconcertanti di quella pianificazione.

L´assessore all´urbanistica si trova così, mentre sta per inaugurare la piazza intitolata al «Liber Paradisus» nella nuova sede del Comune, a tracciare un bilancio di due «fallimenti», in cerca di una terza via per lo sviluppo della città.

Assessore Merola, gli urbanisti illustri che hanno firmato il Prg del 1985 prendono oggi le distanze almeno da alcune zone disegnate da quel piano. Gli architetti indicano nell´edilizia contrattata del Pru 2003 il grosso difetto di una città che cresce disordinatamente nel cemento. Lei cosa ne pensa?

«Alcuni esempi riportati da Repubblica, i così detti "ecomostri", sono un caso evidente di incapacità di ascolto e di attenta decisione politica. C´è stata una rinuncia alla pianificazione urbanistica intesa come visione coerente del territorio, che ha portato all´urbanistica contrattata degli ultimi anni. Decisioni prese caso per caso, edifici isolati e fuori dal contesto. Dalla aspirazioni del Prg si è passati alla «macchia di leopardo», con un uso della densità edilizia mirato alla quantità, alla fattibilità economica degli interventi in cambio di oneri e servizi pubblici e di alloggi convenzionati».

Può fare qualche esempio?

«L´urbanistica contrattata comporta che si ottengono usi pubblici con il meccanismo dell´aumento degli indici. Per costruire di più, si offrono in cambio servizi. Il Prg dal canto suo è la dimostrazione del fallimento della pianificazione dei vincoli, a un certo punto l´amministrazione pubblica non si è più potuta permettere di espropriare e quindi non è stato concretamente possibile realizzare le previsioni del 1985. Oggi dobbiamo cercare una terza via».

Qual è la sua ricetta?

«Un piano strutturale per fissare gli indirizzi, un piano operativo che stabilisce l´attuazione. Agli espropri si sostituisce la perequazione urbanistica: ogni privato avrà un indice alla pari con gli altri, ma è il piano che stabilisce dove si concentrano gli indici. I diritti edificatori valgono cinque anni, se non attuati si perdono e non alimentano la rendita fondiaria».

Anche lei è del parere che il Prg abbia fallito lo scopo di frenare le rendite? Il suo Psc ci riuscirà?

«Il Prg non ci è riuscito, l´urbanistica diventa impotente se le si attribuiscono temi che non le competono. Il Psc non ci riuscirà, ma non se lo pone come obbiettivo. Bisogna prendere atto che non si freneranno le rendite senza un piano nazionale sulla casa. Per quanto riguarda l´espansione, io credo che di cemento ne abbiamo anche troppo, adesso è il momento di riqualificare le aree urbane, in quelle abbandonate c´è il costante rischio, secondo i presidenti di quartiere, di veder "spuntare" un ecomostro».

Secondo lei quali sono le caratteristiche degli ecomostri,?

«L´ecomostro è un edificio che nasce fuori dai riferimenti del territorio, senza sforzi di ricerca e progetto. Sul singolo gesto architettonico, invece, bisogna lasciare la massima libertà, osare l´architettura contemporanea in una città un po´ "allergica". Ad esempio la nuova sede del Comune progettata dall´architetto Mario Cucinella è un oggetto urbano interessante».

Le piace la nuova sede dei servizi del Comune?

«Sì, valorizzerà il quartiere della Bolognina, e creerà una nuova piazza urbana. Piazza che abbiamo deciso di intitolare al "Liber Paradisus", che contiene uno dei primi atti al mondo ad abolire la schiavitù, emesso proprio a Bologna 750 anni fa».

Parlando di qualità, come si può assicurare ai nuovi edifici che sorgeranno?

«Nel nuovo Psc i concorsi di architettura sono obbligatori, un´architettura contemporanea illustrata nei laboratori di urbanistica ma che non dovrà mai essere sottoposta a referendum, perché per immaginare la città del futuro ci vuole coraggio».

Forse lo «shock» prodotto dalle espressioni più recenti di architettura è anche dovuto a un difetto di comunicazione. I cittadini vedono sorgere in pochi mesi palazzi enormi, magari previsti in un piano di 20 anni fa di cui hanno perso memoria. Non c´è un difetto di democrazia?

«Ci sono delle trasformazioni che richiedono tempi lunghi, è normale che i cittadini poi si dimentichino i dettagli di un progetto presentato anni prima. La risposta non può che essere quella di usare i cantieri come centri di comunicazione, cioè aprirli e renderli più leggibili ai cittadini con grafici, dati, disegni della costruzione che sta sorgendo».

Le famose «gocce» sarebbero dovute servire a questo scopo: un Urban center per mostrare i progetti per la città. Pensa di chiudere quell´esperienza?

«L´Urban center verrà spostato in Sala Borsa e il contenitore, lo spazio sotterraneo cui si accedeva tramite le Gocce, tornerà a disposizione del settore cultura. Anche se si tratta di uno spazio molto difficile da usare, perché non ci si può restare per più di 4 ore di seguito. Noi puntiamo sulla partecipazione dei laboratori di urbanistica e su internet, oltre al piano di comunicazione che abbiamo elaborato con la facoltà di Scienze della Comunicazione».

Lei ha citato il modello delle torri come riferimento per lo sviluppo della zona Fiera. I grattacieli saranno quindi la cifra della città del futuro?

«Le torri oggi possono essere tipologie edilizie innovative, con un recupero di terreno permeabile e di spazio pubblico. Il grattacielo è un´immagine un po´ fuorviante, fa pensare a alla densità urbana delle metropoli, Bologna è una città media che vuole rimanere tale. Di sicuro escluderei per il futuro le «villettopoli», casette a schiera che abbondano in provincia, uno spreco energetico e di territorio».

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