L’uomo anfibio tra pubblico e privato
Ilvo Diamanti
Guardiamo un po’ più a fondo sul “declino degli italiani”, e scopriremo cose che il pensiero unico nasconde. La Repubblica, 30 dicembre 2007.


Romano Prodi, negli ultimi giorni, ha polemizzato contro la "sfiducia artificiale". Quel malessere diffuso, fra gli italiani, cui hanno dedicato pagine intere autorevoli testate straniere. Il presidente del Consiglio non contesta queste analisi. D’altronde, tutti i sondaggi le confermano. Ma sostiene, in modo esplicito, che si tratta di sentimenti amplificati.

Costruiti, in qualche misura, "ad arte". Da un’opposizione irresponsabile. Ma anche dai media, pronti a trasformare sussurri in grida. Offrendo ai cittadini una rappresentazione pessimista; in contrasto con la realtà e con ciò che il governo, concretamente, "fa". Anche il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha contraddetto, con puntiglio, il "declinismo". Le letture che – in Italia e fuori – definiscono il nostro Paese depresso e stagnante. Dal punto di vista economico, demografico e del sentimento. C’è da scommettere che dedicherà una parte, almeno, del suo discorso di fine anno alla questione della fiducia. O del suo complemento: la sfiducia. Per presentare il 2008 come una svolta verso il futuro. Non come la pallida replica dell’anno che se ne va.

Si tratta di polemiche, in parte, giustificate. È vero: la sfiducia è ormai un argomento (forse il principale) di lotta politica agitato contro l’avversario. Da molto tempo. Da quando, cioè, con l’avvento di Berlusconi, si è affermata la "democrazia del pubblico", fondata sulla crescente importanza della personalizzazione, dei media e dei sondaggi.

È altrettanto vero che i media contribuiscono ad alimentare la sfiducia e l’insicurezza. D’altronde, i "buoni sentimenti" non fanno notizia. Non alzano l’audience. Vuoi mettere l’angoscia, la paura, l’odio? La bontà e la carità funzionano solo nelle fiction dedicate ai santi del passato, anche recente. Si tratti di Wojtyla o di San Francesco.

Queste "colpe", tuttavia, non assolvono la politica dalle sue responsabilità. Il senso di precarietà prodotto dall’azione di governo, i conflitti che agitano la maggioranza e l’opposizione. Ma non possono neppure svalutare le radici sociali e soggettive di questo sentimento. Che, invece, sono largamente rimosse. La sfiducia, l’incertezza e la delusione non costituiscono vizi dell’Italia d’oggi. Attraversano i principali Paesi occidentali da almeno vent’anni. Con poche pause. La sfiducia, peraltro, ha una "meccanica" particolare, come abbiamo sottolineato altre volte. Si concentra soprattutto sul "pubblico", ma anche sugli "altri". D’altronde, il compito della tutela sociale, sanitaria, previdenziale dallo Stato si è spostato progressivamente sui privati. E sul "privato". Il lavoro è sempre più frantumato e temporaneo. Mentre i riferimenti che offrivano ideologia, identità e aggregazione si sono indeboliti. Fatti noti a tutti. Riassunti dal sociologo Richard Sennett nel "declino dell’uomo pubblico". Flessibile perché indebolito dalla "corruzione del carattere". Un fenomeno che si è affermato insieme alla "privatizzazione". Non solo in ambito economico, anche nella vita quotidiana. Dove ciascuno insegue "soluzioni private a problemi privati" (come osserva il filosofo Gilles Lipovetsky). Numerosi segni, d’altronde, rivelano il contemporaneo diffondersi di felicità individuale e infelicità pubblica.

A differenza di quanto sostiene il Nyt, gli italiani sono felici. Ma nel loro piccolo, nella loro vita personale, nella cerchia stretta della famiglia e degli amici. Nonostante le preoccupazioni economiche (il lavoro, il reddito, il costo della vita) stiano spargendo inquietudine anche in quest’ambito. Gli italiani, invece, si sentono insoddisfatti quando si guardano intorno. Quando si rivolgono ai servizi e alle istituzioni. Al sistema pubblico locale e soprattutto statale. Ma anche quando si rivolgono agli altri. Alle persone con cui non hanno consuetudine. (Soprattutto gli immigrati, perché cumulano le paure dell’altro che non ri/conosciamo; e della globalizzazione, che incombe su di noi, facendoci sentire vulnerabili). Per questo crescono le forme di aggregazione "diffidenti" e particolariste. Fondate sull’interesse professionale, locale. Oltre a una pluralità di appartenenze faziose, ideologiche e settarie. Nessuna in grado di marcare linee di confine nette; o di attrarre e mobilitare le "masse". Tutte in grado, però, di opporre veti. Di fare esplodere, insieme alla protesta, la sfiducia generale. Minoranze dominanti.

È difficile, indubbiamente, "governare" ma anche fare politica, mentre affonda l’uomo pubblico. Tanto più se, nel frattempo, l’uomo privato stenta ad emergere. A frasi largo. Perché la rivendicazione di uno "stato minimo" contrasta con la difficoltà (forse: la velleità) evidente di asserragliarsi dentro a un "io minimo" (la definizione è di Cristopher Lasch).

Non per niente il garante Francesco Pizzetti ripete da tempo che stiamo perdendo la "privacy". Mentre Stefano Rodotà sostiene che l’abbiamo già perduta. I nostri dati personali, ormai, vengono raccolti e schedati: a ogni transazione bancaria, a ogni passaggio autostradale con il telepass, a ogni acquisto fatto con carta di credito o bancomat. Per non parlare dei cellulari. Che tutti possiedono. E usano dovunque: a casa, per strada, sul lavoro, a scuola, a pranzo, al cinema, in autobus, in auto. Perfino in Chiesa. Forse per comunicare meglio con Dio. Ciascuno di noi può essere rintracciato e "tracciato", un passo dopo l’altro, attraverso i cellulari. Sempre: il giorno e la notte. E che dire della rete? Google registra e archivia i nostri tracciati su Internet. Attraverso "Google maps", fra non molto, sarà possibile scrutare la nostra vita e i nostri movimenti. Cellulari e rete, insieme: permettono incursioni senza limite nella nostra vita quotidiana. I maggiori scandali degli ultimi anni/mesi, d’altronde, nascono da «intercettazioni». Da Calciopoli all’Unipol a Bancopoli, a Vallettopoli. Fino a quelle pubblicate qualche settimana fa fra dirigenti Rai e Mediaset. Ma, soprattutto: Berlusconi e Saccà. Certo: non si tratta di "gente comune". Però, grandi scandali e grandi intercettazioni rammentano che, a maggior ragione, i più piccoli potrebbero essere ascoltati e osservati. Senza troppi scrupoli.

Tutto ciò avviene senza destare eccessive preoccupazioni. Ci stiamo abituando alla riduzione dello spazio privato. Infatti (indagine Demos per Fondazione UniPolis, ottobre 2007), 1 italiano su 5 si dice disposto a farsi controllare la posta e le e-mail; circa 1 su 3 a permettere il monitoraggio sul proprio conto bancario. In nome della sicurezza. Ma, soprattutto, quasi 9 italiani su 10 chiedono che «venga aumentata la sorveglianza con telecamere di strade e luoghi pubblici». Siamo giunti alla "banalizzazione" della videosorveglianza (come ha scritto il sociologo Eric Heilmann). Le telecamere spuntano dovunque, evidenti. Ma non ci preoccupano. Elettrodomestici a cui affidiamo la soddisfazione del bisogno di sicurezza. Elementi "naturali" del nostro paesaggio quotidiano. Li accettiamo senza negoziarne le condizioni d’uso. Anche se gli obiettivi sorvegliati siamo "noi". Infine, sempre nel nome della sicurezza, si stanno preparando norme e controlli che permettano la schedatura del Dna. (Altrove, come in Francia, è già avvenuto). Degli immigrati, delle categorie "pericolose". Insomma, si mira a legalizzare la raccolta delle informazioni genetiche. La chiave per accedere alla nostra specifica "struttura individuale". Un’ipotesi largamente condivisa. In nome della paura dell’altro. La banalizzazione e la diffusione delle tecnologie di controllo. L’abitudine a essere spiati senza saperlo. E a spiare gli altri a loro insaputa. La cessione di ogni estremo sistema immunitario della nostra individualità. Tutto ciò suggerisce un paradosso. Mentre celebriamo il declino del pubblico, in realtà, il nostro privato tramonta. Perché siamo sempre "in" pubblico. Siamo sempre pubblico. Spioni e spiati. Allo stesso tempo. Come non essere inquieti? Come non provare sfiducia e paura? La personalizzazione, la mediatizzazione, i nuovi partiti, le riforme istituzionali, lo stesso sistema elettorale. Risposte utili, talora importanti e perfino necessarie per restituire governabilità al Paese e rappresentanza alla società. Ma non bastano. Sono scorciatoie. Se la politica non dà risposte a questo "uomo anfibio", perso nella battigia tra pubblico e privato.

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