Italiano addio, sconfitto in Europa
Paolo De Stefano
Intervista al presidente della Crusca, Francesco Sabatini, sul Corriere della sera del 18 febbraio 2005. In Europa non ci vogliono più bene
Il sospetto è che il presidente dell'Unione Europea, José Manuel Barroso, non ami l'Italia. La notizia è che il suo portavoce-capo, la francese Françoise Le Bail, ha cancellato la lingua italiana da tutte le conferenze-stampa dei commissari, ad eccezione di quelle che si tengono il mercoledì, unico giorno in cui è garantita la traduzione delle principali lingue dell'Ue. Dunque, l'italiano esce dal gruppo ristretto delle lingue stabili dell'Unione, al quale appartengono l'inglese, il francese e il tedesco. Quanto basta per mandare su tutte le furie il presidente dell'Accademia della Crusca, Francesco Sabatini, il quale alla difesa della nostra lingua anche nelle sedi istituzionali si dedica anima e corpo da anni. Professore, che significato ha questa decisione? «Se è così, significa che il prestigio della nostra lingua è molto diminuito. Fino a qualche anno fa la conoscenza dell'italiano presso il pubblico colto europeo era maggiore rispetto al tedesco e allo spagnolo. Oggi purtroppo non è più così». Che cos'è successo negli ultimi anni? «È successo che il valore e l'importanza della nostra lingua non sono stati abbastanza difesi nelle sedi istituzionali». Dai politici? Dal governo? Dai nostri rappresentanti in Europa? «I politici non hanno fatto nulla per difendere in Europa il ruolo dell'italiano. Il ministro competente è Gianfranco Fini, il ministro degli Esteri. Vorrei chiedergli: dov'è finito il nazionalista di An? Gli sbandieramenti generici dell'italiano non bastano». Ma perché l'italiano dovrebbe essere privilegiato rispetto alle lingue degli altri Paesi: lo sloveno, il danese, il portoghese, il ceco, l'ungherese, il finlandese eccetera? «Intanto, l'italiano è la lingua di uno dei paesi fondatori, il nostro Paese è stato a lungo il più popoloso dell'Unione, e ora si è fatto scippare la propria lingua come nulla fosse... Fino a due o tre anni fa la nostra lingua era affiancata al tedesco come lingua più studiata fuori dal paese d'origine». Oggi la popolazione europea che parla l'italiano come lingua straniera è il 2 per cento, la metà rispetto allo spagnolo. Dunque? «Un fatto del genere lo fa regredire ancora di più. Io sostengo questo: le lingue dell'Ue sono 20? Bene, manca una politica ufficiale dell'Unione sul problema linguistico complessivo e così si va avanti per vie di fatto che sono dei colpi di mano amministrativi. Invece bisognerebbe decidere una volta per tutte con un programma definito democraticamente e insomma con una politica linguistica vera e propria». Che non esiste? «C'è una Federazione europea delle istituzioni linguistiche, fondata a Stoccolma nel '93, che raccoglie tutte le accademie scientifiche, come la Crusca. Questa Federazione ha dichiarato la necessità di una politica dell'Unione: si è parlato di possibili compensi alle lingue che non vengono usate nelle istituzioni». Che tipo di compensi? «Per esempio finanziare l'insegnamento di queste lingue, sostenere le traduzioni per questi paesi, eccetera. Insomma, intraprendere tutta una serie di iniziative per aiutare quegli idiomi che non godono del privilegio di un uso istituzionale nei lavori dell'Unione. Se questo non si realizza, è una violazione dei diritti della carta europea dove si parla di pari dignità anche sul piano linguistico». Ma non si può certo pretendere che tutti i Paesi siano rappresentati con le loro lingue in sala stampa. Non crede che sarebbe un po' eccessivo? «È vero, se bisogna restringere per motivi economici, è necessario mettere in atto quei compensi di cui dicevo oppure stabilire dei turni che favoriscano ora questa ora quella lingua. Tanto ci sono sempre i traduttori. Queste però non sono decisioni che spettano al direttore di un ufficio ma al Parlamento». Questa decisione sulla lingua italiana va di pari passo con la perdita di prestigio politico del nostro Paese? Ha ragione Chirac? «Indubbiamente sì.

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