Nota sull'urbanistica (1941)
Carlo Ludovico Ragghianti
Una lucida esposizione degli evidenti rapporti storici e contemporanei fra urbanistica, società, politica e sue declinazioni. Straordinaria ad esempio la sintesi con cui in poche battute si descrive efficacemente (e con incredibile precisione, vista l'epoca) il rapporto fra stato e urbanistica totalitaria nel III Reich. Da Costruzioni Casabella ottobre 1941 (fb)
Un articolo di G.C.Argan (Urbanistica e architettura, in Le arti, 1938, pp.365-73) e quello del Calzecchi (Urbanistica e Monumenti, in Costruzioni, n.165, 1941), mi inducono a qualche riflessione sui problemi da loro prospettati.

Il fatto che muove le molte discussioni su questo argomento è senza dubbio questo: l’accelerazione del processo sociale, con le complesse e urgenti trasformazioni di vita da esso implicate, pone molte delle nostre città onuste di storia di fronte alla necessità di modificazioni o adattamenti rapidi e sostanziali.

Non cade dubbio (per quanto, in troppi casi particolari, ci sarebbe assai da discutere ...) sulla legittimità delle esigenze di natura economica e sociale che sollecitano tali modificazioni nella struttura delle nostre vecchie città, ma non c’è neppure alcun dubbio sulla legittimità di tutelare e di risparmiare dalla distruzione edifici o ambienti storici, che non rappresentano soltanto delle entità artistiche o spirituali, ma sono altresì dei beni economici, valori insomma dei quali è compartecipe, in forme dirette o indirette, l’intera collettività.

E’ doloroso, è angoscioso il vedere come, nel passato e nel presente, l’incontro di queste due esigenze sia stato sentito tanto spesso con mancanza di responsabilità sociale; come si sian potuti produrre e si producano gli episodi di Milano, Bologna, Piacenza, Firenze, qualificati con tanto vigore e ragionevolezza dal Calzecchi nei loro aspetti non solo antiartistici, ma antiurbanistici; esempi ai quali si potrebbero aggiungere quelli di Padova, Torino, Napoli, Roma, Lucca, Brescia, Vicenza, e tanti, troppi altri.

Ciò spiega le preoccupazioni sempre più frequenti sia di definire la natura, i compiti e i limiti dell’Urbanistica, sia di sollecitare, proporre e attuare provvedimenti pratici capaci e adeguati alla risoluzione dei concreti problemi che si presentano nelle nostre città.

L’Argan si preoccupa soprattutto di dare una definizione d’indole generale dell’urbanistica nei confronti dell’architettura come arte. In sostanza, egli dice questo: l’urbanistica non è creazione propriamente artistica, ma problema di cultura e di metodo, cioè critico e storicistico. L’urbanista «deve individuare il valore dei diversi fatti storici, riconoscendone l’identica legittimità». Di fronte al fatto che le città non sono sorte secondo schemi unitari (come quelli ideali dell’Alberti o del Filarete), ma si sono storicamente configurate, ogni volta che si presenti il caso di necessità della coesistenza di antico e di moderno, l’urbanista, che è critico, come deve comportarsi? Premesso che «i caratteri economici dell’urbanistica sono da coordinare con quelli estetici» e che l’urbanistica, sempre in quanto critica, comprende il restauro, le conciliazioni ambientali e simili, l’urbanista, scartata la soluzione neoclassica, nella quale a parere dell’Argan ciascun organismo «è soltanto una funzione plastica relativa a un generale ordinamento prospettico», ed è perciò astratta, deve fare in modo da giungere alla «esistenza simultanea di diversi elementi architettonici in uno spazio costruito attraverso una prospettiva non più geometrica, ma mentale, che ogni contingenza riduca, se non all’unità suprema dell’arte, all’unità di quel piano di cultura e di gusto che legittima l’arte contemporanea».

L’Argan così si esprime perché ha in mente di confutare ancora una volta la mentalità, purtroppo non in tutti sorpassata, dei rifacimenti o completamenti «in stile», e vuol giustificare teoricamente la possibilità dell’inserzione di edifici od organismi nuovi in complessi antichi ed espressi da diversi gusti ed esigenze. Quanto all’argomento fondamentale al quale affida tale giustificazione, vale a dire la presunta «unità di quel piano di cultura e di gusto che legittima l’arte contemporanea», esso non può essere accettato, ad evidentiam, come un dato; ed esigerebbe per la convinzione ulteriori specificazioni. Direi anzi che possa essere un argomento di tal genere soltanto a patto di essere esaurientemente aperto e definito.

L’Argan inoltre restringe volontariamente il suo sforzo di chiarimento al problema esclusivamente estetico, e formulato in termini molto generali, della possibilità della architettura moderna di convivere in modi artisticamente legittimi con quella antica.

Per raggiungere questo risultato, si tratterebbe, se bene intendo il suo discorso assai involuto, di riportare sul piano ordinario di considerazione storico-critica, di gusto adeguato alla qualità intrinseca di ogni fenomeno artistico (col quale tutti noi reagiamo quando ci troviamo di fronte a un complesso ambientale o monumentale, isolandone idealmente, per la comprensione, le singole compiute espressioni formali), anche i fatti di coesistenza che avvengano ai nostri giorni fra architetture antiche e nuove. Una formazione urbana di coesistenza di antico e nuovo non dovrebbe esser così lasciata al caso, vale a dire che quella operazione di «prospettiva mentale» dovrebbe presiedere e non seguire alla formazione urbanistica; l’Argan si augura anzi che anche per l’architetto creatore che si trovi a inserire la sua opera in un ambiente artisticamente preformato, tale «dato urbanistico» o di «prospettiva mentale» sia premessa essenziale, sullo stesso piano dei dati naturali o sociali. Anche la riaffermazione di questo punto di vista, pur di sempre bisognevole ricordo nel suo limite particolare, è da considerare acquisita.

Il Calzecchi è in sostanza sullo stesso piano, ma anziché preoccuparsi di giustificare astrattamente la palese (se pure entro certe condizioni) possibilità di convivenza di antico e di nuovo, rileva ciò che è avvenuto in casi storicamente concreti. Non c’è bisogno di difendere o di assalire l’architettura moderna; meglio vedere, fuor di questa inutile polemica, che cosa avviene in realtà. Di regola, si osserva l’assoluta intolleranza (che non fu propria, in genere, degli architetti del passato) da parte degli ingegneri e architetti attuali per ogni coordinazione con le architetture o gli ambienti architettonici storici. Ciò produce, in nove casi su dieci, degli effetti gravissimamente dannosi sull’aspetto delle nostre città. Con l’aggravante che molto spesso, con questi interventi radicali, se si risolvono privati e privilegiati interessi, non si risolvono affatto quei problemi pratici - di traffico, di economia, di commercio, ecc. - in nome dei quali le discussioni e le ricostruzioni sono state attuate. Perciò, conclude il Calzecchi, se la conservazione dei monumenti artistici e degli antichi ambienti costituisce ancora un interesse materiale e ideale per la collettività, coloro che sono da essa demandati a esercitarne la tutela devono prima e più di ogni altro investirsi dei problemi pratici dell’urbanistica, affinché le riforme considerate necessarie nelle nostre vecchie città avvengano con un equilibrio che non comprometta, le une a scapito delle altre, né le ragioni storico-artistiche, né quelle economiche. Occorre perciò frustrare ogni interesse particolaristico, per tener conto soltanto, con responsabilità adeguata, dell’interesse comune.

Non si può ragionevolmente dissentire (tralasciamo di proposito punti secondari) da queste osservazioni principali dell’Argan e del Calzecchi, che confluiscono nel punto comune della salvaguardia necessaria dei monumenti e degli ambienti artistici e storici del passato, pure in coordinazione con le esigenze economiche e con la legittimità di espressioni architettoniche del nostro tempo. Da questa premessa è possibile dedurre una serie di norme di conciliazione, forzatamente più o meno elastiche, e specificamente negative, che possono limitare, correggere, coonestare, in certe condizioni, casi particolari. E sarebbe già, senza dubbio, un’acquisizione di notevole portata, e altamente augurabile in confronto a ciò che si vede.

Ma quel che si sente di insufficiente, di provvisorio, e direi di evasivo, nelle soluzioni proposte, deriva in sostanza dalla indeterminatezza in cui si lascia, come di solito, la nozione stessa di «urbanistica». Su questa, a mio parere, dovrebbe convergere lo sforzo di chiarimento, anziché accettarla ed usarla come un dato esterno, o di già sicuro e preciso adoperamento. Senza questo chiarimento, ogni integrazione che si tenti fra i problemi di architettura, antica o moderna, e quelli di urbanistica, manca allo scopo, per la genericità, la approssimazione o l’oscurità in cui è lasciato uno dei termini essenziali.

Quanto dico potrà maravigliare, chi pensi che sull’urbanistica esistono persino vasti e poderosi «Trattati». Tuttavia, anche riportandosi a questi, è facile osservare che il riferimento al concetto di urbanistica non passa mai, o quasi mai, alcune specificazioni tecniche, provvedimenti, proposte e soluzioni puntuali, lasciando nell’astratto o nell’indefinito la forza o le forze determinanti, fondamentalmente condizionali.

Le teorie più diffusamente emergenti e note della tecnologia urbanistica raggruppano, grosso modo, i problemi e i compiti urbanistici in alcuni punti:

1) Analisi dell’aspetto storico-artistico del piano e dell’alzato delle città (implicante la conservazione dei monumenti e dell’ambiente, talora del paesaggio), e fissazione dei criteri estetici andamentali delle trasformazioni edilizie e urbane.

2) Studio dei dati topografici locali e regionali, geografici, climatici, ecc.

3) Studio delle generatrici dei piani urbani, della «funzione urbana» e della «dinamica urbana», in rapporto alle determinanti economiche e politiche; stesura dei piani regolatori.

4) Studio della rete stradale, dei problemi del traffico, della tecnica dei servizi pubblici, ecc.

5) Identificazione dei centri di vita politica, religiosa, commerciale, amministrativa, tecnica, industriale, ecc., e distinzione delle parti funzionali dell’agglomerato urbano (stadi, parchi, zone industriali e annonarie, zone di abitazione e di riposo, comunicazioni, servizi, ecc.).

6) Studio delle esigenze di igiene urbana.

7) Sfruttamento dei dati statistici.

8) Legislazione.

9) Problemi di specifica tecnica edilizia.

10) Calcolo delle esigenze sociali, economiche, politiche, che motivano la trasformazione urbana.

Si badi che questo è un decalogo soltanto per caso: si potrebbe senza dubbio aggiungere qualcosa, qualche punto rifondere in un altro, e via. Qui si è voluto soltanto presentare, ricavandolo dalle stesse definizioni, l’insieme dei compiti riconosciuti come proprii e connecessari dagli urbanisti. Si noterà la loro latitudine, espressa anche dalle definizioni generali più correnti della «scienza urbanistica»: «complesso delle discipline che hanno per oggetto i vari aspetti della vita degli agglomerati urbani», o «studio generale delle condizioni, delle manifestazioni, e delle necessità di vita e di sviluppo delle città».

Tale latitudine non è in sé stessa illegittima, qualora si tenga fermo che quel «complesso di discipline» o «studio generale» vogliono soltanto esprimere gli oggetti specifici di preparazione tecnica, di competenza professionale dell’architetto urbanista. Si ritiene giustamente necessario che questi, prima di tracciare, ad esempio, un piano regolatore, consideri tale serie di problemi, e in relazione ad essi progetti ed attui provvedimenti correlativi.

Ma assumere questo insieme di asserzioni meramente tecnologiche come il concetto stesso di «urbanistica», o peggio riferirsi ad esse come a definizione di esauriente, pacifica chiarezza, non è legittimo. Ed è facile provarlo. Basti osservare ad esempio che, se i motivi sociali, economici e politici che originano le trasformazioni urbanistiche, e i mezzi per effettuare tali trasformazioni, possono essere sullo stesso piano nella mente e nell’attività tecnico-esecutiva dell’urbanista, non lo sono però in sé stessi, com’è evidente. Questa distinzione è necessaria.

Anzi, si può senz’altro affermare che, se la tecnica urbanistica, entro i limiti dello sviluppo e del progresso dei suoi mezzi, può rappresentare, in quanto tecnica, una costante, il fattore etico-politico è per eccellenza la variabile. Perciò, quando si consideri che l’importanza della variabile storica, del fattore etico-politico sulle realizzazioni tecniche è determinante, e che l’inverso non avviene (ne sia prova il fenomeno più vasto in questo senso: il carattere impresso all’architettura dalla vita economico-sociale negli Stati Uniti d’America), occorrerà dunque definire anzitutto, e con la massima chiarezza, il primo motore, l’insieme di forze sociali-economiche-politiche che pone e risolve il problema della trasformazione urbanistica. Dico risolve, perché il concreto risultato di una attuazione urbanistica può essere diversissimo, a seconda della qualità del fattore etico-politico che la informa. Non può cader dubbio, ripeto, sul fatto che sia la tecnica urbanistica ad adeguarsi in forme consone alla forza sociale storica che sollecita la trasformazione urbanistica.

Tutto questo mi pare semplice buon senso; ma prima di passare a illustrarlo con qualche sommaria esemplificazione, mi sembra utile ricapitolare i punti essenziali a cui si è giunti.

Parlare di urbanistica fuori di una determinata concezione etico-politica, non ha senso. L’urbanistica non è semplicemente una tecnica, per quanto, come ogni iniziativa spirituale e storica, abbia la sua necessaria tecnica. Qualunque sistematica che prescinda da questa proposizione è inetta, per astrazione, a contenere o a risolvere il problema, dimostrandosi soltanto come una guida o un programma tecnologico, per uso empirico.

In relazione poi ai saggi da cui siamo partiti, ritengo opportuno aggiungere queste obbiezioni, che non dirimono i punti giusti in essi contenuti, ma vogliono piuttosto integrarli e inverarli rispetto al problema qui posto.

Assorbire o isolare il problema urbanistico soltanto o prevalentemente nell’aspetto estetico (Argan-Calzecchi) è certo sempre utile, necessario a chiarirne ulteriormente alcune esigenze; ma limitarlo ad esso risulta parziale e insufficiente, rispetto alla totalità del fenomeno quale noi lo consideriamo qui. Giacché non mi sembra esauriente, anche in linea semplicemente «scientifica» o descrittiva, il dire: si è volontariamente limitata la nostra attenzione a risolvere un problema parziale; poiché di tale soluzione particolare si presuppone il raccordo con un ben chiaro concetto generale, che è appunto quello che a mia opinione non si può considerare tale. D’altro canto la critica dell’avvenuto e la sollecitazione di provvedimenti atti ad ovviare i lamentati errori (Calzecchi), dovrebbe logicamente sboccare in una proposta circostanziata di legislazione, per avere tutto il suo valore; altrimenti non si può che lottare sul terreno del provvisorio e del casuale, e senz’armi, o con armi diseguali; s’intende, rassegnandosi a risultati condegni.

Ma una proposta effettiva di legislazione non può basarsi su considerazioni di dettaglio, su circostanze parziali o fortuite, su particolari tecnici, su esigenze polemiche, su argomenti esclusivamente negativi o limitativi, non può implicare soltanto fatti o problemi frammentari. Anche basandosi sui rilievi fatti dall’Argan e dal Calzecchi, che pure restano validi e precisi, si finirebbe al più per restringersi a una regolamentazione, in cui il problema stesso della tutela non potrebbe essere risolto organicamente e positivamente nei suoi aspetti necessari; una soluzione piena o almeno sufficiente non può trovarsi, è evidente, fuori dalla correlazione con la definita qualità della innovazione urbanistica, dunque con il movente etico-politico di essa.

Dunque, una proposta effettiva di legislazione, in quanto vuol dare carattere esecutivo, organico e generale, a un insieme di principi ritenuti di comune interesse per la collettività, non può ignorare la forma dello stato, non può disinteressarsi dal definire quelle condizioni e fini, quella costituzione della socialità, che pongono in modi specifici il problema urbanistico.

Per convincersi della necessità di questa premessa, basti dare un’occhiata alle varie leggi in materia urbanistica che sono attive in Europa e in America: si vedrà che esse risultano, nella loro varietà, dalle forze e dalle tendenze delle varie forme di socialità. Diverse le concezioni e le realtà etico-politiche, diverse anche le concezioni urbanistiche. Anche se alcune, molte applicazioni o soluzioni tecniche dei problemi urbanistici sono simili o eguali, credo che sia tutt’altro che pacifico affermare, per esempio, che l’urbanistica sia simile o eguale in Inghilterra e in Germania, in Danimarca e in Bulgaria. Si intenda bene che le differenze non dipendono tanto dalla diversa (chiamiamola così) struttura naturale di quelle collettività, quanto da ciò che esse socialmente e politicamente sono, e intendono essere nel procedere storico del mondo. Mi sembra che torni ora opportuno, per maggiore chiarezza, mostrare con qualche esempio sommario la connessione fra l’urbanistica e il suo principio etico-politico. Ciò può farsi in due modi, cioè sia provando le nostre osservazioni su fenomeni storici o su realtà esistenti, sia verificandole in ordine a ipotesi o programmi di socialità, che per comodo di esposizione e con riguardo sufficiente alle esigenze del nostro problema particolare, fisseremo in forme estremamente riassuntive, comprensive quanto antitetiche, ma insieme caratteristiche.

Cominciamo dai primi. Consideriamo per esempio l’urbanistica in Germania dopo l’avvento al potere del regime hitleriano, e delle ideologie nazionalsocialiste. Al centro del problema urbanistico sono due elementi (si veda per tutto questo il volume del Wernert su L’Arte nel III Reich, 1936): gli edifici pubblici e le strade. Soltanto intorno a queste due affermazioni preminenti gravitano, subordinandosi ad esse, le altre innumeri esigenze dell’edilizia privata o collettiva: le quali, o sono state sottoposte ad alcune norme estetiche di carattere limitativo (che colpiscono, come è noto, alcune forme architettoniche sorte nel dopoguerra, indicate come non tedesche - e facile è vedere l’ingerenza di questi o simili provvedimenti nel problema urbanistico), o non sono state rinnovate con originalità di intenti e di mezzi (vedasi ad esempio il quartiere operaio di Britz, a Berlino). Sono state spesso sottolineate dai teorici e dai responsabili le ragioni di stato, politiche e militari, le quali hanno presieduto alla costruzione della rete autostradale di migliaia di chilometri, che ha subordinato alla sua effettuazione una quantità di problemi urbanistici relativi (questo, di fatto come di diritto), e condizionato persino la costituzione di un corpo di «Architekte der Landschaft». Senza voler più che accennare alla costruzione pur significativa di una quantità di grandissimi edifici statali o del partito N.S., richiesta dalla nuova conformazione dello Stato (e si ammetterà che tale attività edilizia, quando sia sistematica e vasta, incida spiccatamente sull’aspetto urbanistico), occorre menzionare però una serie di edifici e di organismi tipici, sorti in tutto il paese, necessari perché le masse popolari possano in modi adeguati ergersi in quelle unanimità di volontà, di sentimento e d’azione, che sono tanto caratteristiche dell’ordinamento della nuova Germania: enormi stadi, colossali arene e sale, giganteschi anfiteatri, e specialmente i «Thingstätte», destinati alle rappresentazioni di massa dei «Thingspiele», moltiplicatisi in tutta la Germania.

Si metta insieme tutto questo, si pensi agli «architetti di masse» del Ministero della Propaganda, che fissano e dispongono non solo i grandi spazi necessari, ma lo stesso ordinamento e allenamento periodico delle masse che in essi dovranno sfilare, disporsi, cantare inni, salutare, ascoltare i discorsi dei capi, nei riti e nelle cerimonie in cui il «Volksgenosse» si immerge nel sentimento della sua emanazione dal «Deutschtum»; si aggiungano tutte le implicazioni di varia natura recate da questo insieme di fatti e costumi, immediatamente e irrevocabilmente, sulla struttura della vita collettiva e urbana; e si comprenderà agevolmente che l’urbanistica, nel III Reich, ha questi caratteri in virtù della costituzione e della volontà dello Stato; né se ne possono considerare, almeno di valore sensibile o importante, di diversi.

E ora, cambiamo continente, trasportiamoci negli Stati Uniti d’America, e consideriamone alcuni fenomeni urbanistici altrettanto tipici (per i quali mi riferisco all’eccellente volumetto del Carbonara L’Architettura in America, 1939). Questo, come in genere tutti gli studi dedicati all’architettura americana, suggerisce intanto una osservazione preliminare, che ha il suo significato: non vi si parla mai di edifici «pubblici», intendendoli come quelli dove si concentra e si svolge la vita politica, governativa e amministrativa. Né in se stessi, né in quanto possano implicare un vivo problema urbanistico. Forme caratteristiche dell’architettura americana non sono queste, come non lo sono, per altro esempio, le chiese, ma sì le abitazioni, gli ospedali, le scuole, gli edifici per la produzione, il commercio, il consumo. E questo perché? Perché è caratteristica della vita sociale americana la riduzione delle attività di governo a meri servizi amministrativi, che non richiedono nessuna speciale affermazione, nessun prestigio. Ciò vuol dire anche, naturalmente, che nelle contingenze urbanistiche si tiene sempre pochissimo conto di questo fattore; al quale, invece, in altri paesi, ne vien dato uno assai elevato, quando non eminente.

Ma vediamo un fenomeno anche più caratteristico. E’ noto come gli americani, quando sentono e praticano in ogni ramo di attività sociale il «teamwork», la collaborazione nel lavoro, altrettanto conservano, per ragioni storiche ed etico-politiche, una vigorosissima volontà di libertà individuale, sia sotto forma di «self-governement», che di volontà di piena realizzazione ed espansione della propria vita. Ciò si riflette, urbanisticamente parlando, nella spiccata, insopprimibile tendenza generale degli americani a fruire di una casa individuale isolata: si calcola che negli Stati Uniti la percentuale di abitazioni di questo tipo oscilla fra il 40 e il 70% secondo i vari Stati, cifra di per se stessa enorme, e dimostrativa della profondità e della larghezza della esigenza. Ci sono poi altri sintomi significativi di questa volontà o tendenza generale. Fra essi, basti menzionare le sempre più larghe manifestazioni di opinione, che partono non solo dalle classi più interessate del popolo, ma dagli stessi industriali e da molti statisti, in pro del principio (che forse ha la sua lontana origine nel George) che il possesso della terra per la casa (come quello dell’aria, dell’acqua e dei suoi derivati, primo fra tutti l’elettricità) è un diritto primordiale di ogni uomo. Come si reagisca contro i vincoli storico-sociali che limitano ancor fortemente la possibilità di un simile possesso diretto, lo mostrano vari fatti di vasta portata: per esempio i villaggi numerosissimi di case mobili a rimorchio, la diffusione delle case prefabbricate montabili su terreni pubblici, e d’altro canto le iniziative del governo federale, e di costruire case adatte a persone di piccolo reddito, che nel limite dell’economia realizzino quei vantaggi di isolamento e di prossimità alla terra cui l’americano medio aspira, e di creare dei villaggi semirurali, le «greenbelt towns», collegate con mezzi di trasporto economici e rapidi coi grandi centri urbani e industriali. L’ideale-limite è la «Broadacre City Usonia» di F.L.Wright, che raccoglie e potenzia i bisogni e le tendenze diffuse in una visione anticipatrice, ma limpida e precisa, pratica. E, si badi, alla base di questo profondo rivolgimento, che va accentuando sempre più la sua pressione, non sono ideali astratti o ipotesi dottrinarie, ma convinzioni radicate di comune utilità economica. A questo proposito è significativo come, in nome del maggior rendimento della produzione industriale decentrata e autonoma e dell’osmosi diretta fra industria e agricoltura, i grandi capitani d’industria, come il Ford, coincidano con le aspirazioni degli operai e dei tecnici.

Non vi sarà bisogno d’altre citazioni e conferme, credo, per illustrare come l’insieme di queste aspirazioni, nell’articolazione complessa e vasta delle iniziative e dei mezzi multiformi, ponga e determini l’urbanistica americana secondo condizioni e soluzioni nettamente speciali. E si potrebbe continuare di questo passo citando altri esempi, da Kalun a Kharkow, da Lechtworth a Littoria; ma qui non si cerca l’abbondanza delle prove o dei riferimenti, ma soltanto quel che di essi è sufficiente per schiarire un concetto. D’altronde, si potrebbe far ricorso anche ad esempi assai più delimitati e parziali: mi limiterò a ricordare, a proposito della sistemazione del centro di Milano, alla quale il Calzecchi muove così appropriate e giuste critiche, che questo problema fu risolto in base a un concetto erroneo e impreciso, per allora e in seguito, che si ebbe dalla funzione della città e conseguentemente del suo «centro». A rileggere e a meditare ciò che scriveva il Cattaneo, quasi cent’anni fa, proprio su tal problema, ci si rende conto che la soluzione da lui proposta, mentre aveva per obbiettivo principale di risolvere un problema di ambiente architettonico, attingeva da considerazioni di natura economica dei limiti tali per cui, se anche tale soluzione fosse stata attuata, non avrebbe compromesso come la posteriore, lo sviluppo moderno, industriale e commerciale, della città. Giacché quella del Cattaneo non era una proposta - che allora era già stata fatta - di un centro permanente e determinante, ma di una semplice sistemazione intorno al monumento più significativo della città, il Duomo. Valutando bene le esigenze e possibilità attuali, si poteva poi incontrare con agio e libertà quelle probabili del processo storico; mentre le effettuazioni urbanistiche poi avvenute non ebbero (non conta che fossero proposte da professionisti architetti) che la giustificazione assai scarsa e di interessi privati, e di anacronistico prestigio, e di approssimativo estetismo.

Venendo alla seconda serie di esempi, sarà inutile distendervisi, dopo quanto si è detto finora. Grosso modo, parlando molto in generale come è lecito in questo caso, distinguiamo le forme di organizzazione sociale in due ipotesi-limite: chiameremo la prima, in cui si affermi particolarmente il principio di autorità dello stato, centrlistico-gerarchica, e la seconda, di criteri opposti, periferico-autonomistica. Nella concretezza della vita storica, non incontreremo forse mai forme così assolute e pure di socialità, naturalmente, per quanto elementi di esse compaiano su per giù in ogni Stato moderno; ma, come ripeto, a noi preme ora soltanto di persuadere che l’urbanistica non può prescindere dal fattore etico-politico, e perciò è lecito, nell’occorrenza, schematizzarlo. Non occorrerà spender parole per dimostrare che sia luna che l’altra di quelle possibilità di quelle possibilità di organizzazione sociale comporterebbero orientamenti e fenomeni (non solo nel campo strettamente politico, ma economico, amministrativo, culturale, privato, ecc.) tanto esclusivi quanto antitetici, e in ogni modo tali da implicare attuazioni urbanistiche, detto in senso più generale, altrettanto esclusive.

E’ chiaro allora che l’aspetto storico delle città, il traffico, il decentramento o l’accentramento, e simili, non hanno né possono avere quella autosufficienza generica che loro si conferisce (alla pari con tanti altri problemi e mezzi specificamente tecnico-esecutivi) nelle ordinarie trattazioni di urbanistica e nell’opinione comune. Essi acquistano significato e realtà soltanto in rapporto ai fattori etico-politici di cui sono espressione diretta; anzi, a parità di mezzi come a parità di problemi, le soluzioni urbanistiche - come si è anche storicamente mostrato - possono essere per questa ragione, nella loro essenza, diametralmente opposte.

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