La proprietà privata in America: un’idea in costante evoluzione
Harvey M. Jacobs
Una disincantata rassegna di quanto poco "sacra" sia in realtà l'idea del diritto proprietario sull'uso del suolo, anche nella patria del moderno neoliberismo. Un aiuto ad affrontare laicamente anche gli attuali spinosissimi tempi. Da On Common Ground n. 4 (fb)
Titolo originale: Private Property in America: an Ever Evolving Idea – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Il movimento di tutela della proprietà privata, per quanto riguarda l’ambiente e l’uso del suolo, è uno dei più significativi degli anni Novanta. A partire dal 1991, 25 stati hanno approvato leggi per proteggere i diritti della proprietà privata, e i legislatori statali e al Congresso hanno introdotto molti elementi nuovi in questo senso nello stesso periodo. Per i sostenitori di questa linea, le leggi rappresentano un necessario correttivo all’erosione dei diritti di proprietà causata dalle numerose leggi sull’uso del suolo, sull’urbanistica, e ambientali.
Non sorprende, che si stia lottando sui temi della proprietà privata. Gli americani si sono sempre preoccupati seriamente della propria terra. Che si tratti di vicini che litigano sulla linea di recinzione, o di legislatori che dibattono nelle aule parlamentari, la discussione americana è approfondita e appassionata. Perchè? Perché possedere e utilizzare terra va al cuore dell’essere americani.
L’idea comune sulla nascita degli Stati Uniti racconta del desiderio fra gli immigranti di libertà religiosa e politica. È vero, ma è anche vero che l’immigrazione è stata e continua ad essere anche un desiderio di accesso alla terra. Il diritto di possedere terra e di farci quello che si vuole: questa è la promessa mitica dell’America.
Nondimeno, la terra in America è sempre stata una questione confusa. Fra i fondatori della nazione figure come James Madison, Alexander Hamilton e John Adams sostenevano che una delle principali funzioni di un governo era la protezione della proprietà privata. Come scrisse James Madison sul Federalist n. 54, “il governo è istituito per la protezione della proprietà, non meno che per quelle delle singole persone”. Adams notava che “la proprietà deve essere assicurata, altrimenti non può esistere la libertà. Nel momento in cui si immette nella società l’idea che la proprietà non sia sacra come la legge di Dio, o che non esista la forza della legge e della giustizia pubblica a proteggerla, iniziano l’anarchia e la tirannia”. Altri non avevano queste certezze. Thomas Jefferson e Benjamin Franklin credevano che la proprietà fosse un concetto definito socialmente, che doveva cambiare al cambiare dei bisogni sociali. Franklin sottolineava con forza, “la proprietà privata è una creatura della società ed è soggetta ai voleri di quella società quando la necessità lo richiede, fino all’ultima briciola”.
Come si risolse, questo dibattito? Non si risolse. La Dichiarazione di Indipendenza ci garantisce “vita, libertà, e il perseguimento della felicità”, non vita, libertà e proprietà. La Costituzione degli Stati Uniti del 1787 non contiene specifici riferimenti alla proprietà privata. Fino all’approvazione del Bill of Rights nel 1791 non compare la dizione ora tanto controversa cosiddetta delle “sottrazioni” [ takings] nella clausola conclusiva del Quinto Emendamento: “... né sarà sottratta proprietà privata per uso pubblico senza giusto compenso”.
Con questa frase, la Costituzione riconosce formalmente quattro concetti: l’esistenza della proprietà privata, un’azione denominata “sottrazione”, un campo di attività che è l’uso pubblico e una forma di pagamento specificata come giusto compenso. Ma i padri fondatori non hanno mai specificato cosa potessero significare questi concetti. Quello che sappiamo è che i concetti sono interrelati in modo tale che dove esiste proprietà privata essa possa essere sottratta, ma solo per un definito uso pubblico e quando si provveda ad un giusto compenso. Se una di queste condizioni non si verifica, per esempio l’uso proposto non è considerato pubblico, allora non si può verificare sottrazione.
Nel passato d’America, queste preoccupazioni erano in larga misura teoriche. Il nuovo paese possedeva terra in abbondanza, e fu l’uso di terre pubbliche, non la sottrazione di terre private, a dominare l’agenda. E così rimase in gran parte fino all’alba del ventesimo secolo.
Nel ventesimo secolo, ci sianmo trasformati da nazione rurale a urbana, e con questa trasformazione la proprietà comincia ad essere regolata in modo più ampio e specifico. Ora esiste un’ampia disposizione di regole, dal livello federale sino a quello locale, che influiscono sulle libere scelte del proprietario riguardo all’uso del proprio terreno.
Quando cominciano a formarsi queste moderne regole, non c’è questione su cosa debba fare il governo e cosa questo significhi riguardo alla clausola dei “ takings” nella Costituzione. Una regola non era sottrazione fisica di proprietà per un uso pubblico. E infatti lo zoning fu validato dalla Corte Suprema federale nel 1926, in parte secondo la teoria che avrebbe prevenuto danni a pubblico e privato; ovvero, le regole non erano una imposizione sul proprietario privato di terreni, ma piuttosto una ragionevole restrizione, secondo un’interpretazione moderna delle antiche nuisance rules.
Nello stesso periodo, la Corte Suprema USA decise su un altro caso, che mise il seme per punti di vita divergenti sul tema e mostrò come i tribunali i legislatori e il mondo politico potessero avere due opinioni sullo stesso soggetto. Nel 1922, un noto giurista membro della Corte notava che le regole pubbliche possono essere tanto severe nelle richieste fatte al singolo da costituire, nei fatti, una sottrazione. Quello che non diceva però, e nemmeno la corte ha mai detto, è quando esattamente questo accada.
Quello che hanno detto le corti e il Congresso è che la proprietà privata non è un concetto fisso, ma un’idea che deve cambiare al cambiare della società. Infatti al cambiare della tecnologia e dei valori sociali, la società ha ritenuto opportuno ridefinire l’idea stessa di quali sono i diritti privati e quelli pubblici sul suolo. Così, per esempio, nei primi anni del secolo l’invenzione dell’aeroplano causò a tutti i proprietari la perdita dei diritti privati sullo spazio aereo, senza alcun compenso, al fine di facilitare una nuova forma di trasporto e commercio. Prima dell’aeroplano, proprietà significava che si possedesse usque ad coelum (fino al cielo). Ma a partire dagli anni ’20 e continuando fino ai ’50, quando i proprietari fecero causa sostenendo che i viaggi in aeroplano violavano i loro diritti, come un’automobile lanciata oltre la recinzione dei loro terreni, le corti statali ritennero coerentemente che la definizione del XIX secolo di proprietà privata non fosse funzionale a tempi mutati. A partire dagli anni ’60, il cambiamento dei valori sociali riguardo alle relazioni fra razze e sessi causò ai proprietari di strutture commerciali la perdita del diritto di decidere chi servire, e ancora una volta senza alcun compenso. La lista potrebbe allungarsi. La storia della proprietà privata in America è che quanto possediamo cambia quando cambiamo noi, tecnologicamente e socialmente.
C’è un limite alla regolamentazione dei diritti di proprietà in America? Dal punto di vista teorico legale, la risposta sembra essere: No. Ma dal punto di vista politico, la risposta è chiaramente: Si. Il problema è che come americani sembriamo desiderare entrambe le cose: vogliamo la proprietà privata e i limiti alla proprietà privata. Vogliamo libertà nella nostra proprietà, e restrizioni in quella degli altri. Siamo, in genere, un popolo né radicale né ideologico. Vogliamo stare nel mezzo. Riguardo alla proprietà, vogliamo sicurezza (dei nostri investimenti finanziari), chiarezza (sulle regole e aspettative di uso del suolo, per noi e gli altri) e certezza (riguardo a come cambiamenti futuri possano intaccare la nostra sicurezza).
Concludendo, l’idea della proprietà privata continuerà ad evolversi in America. Deve farlo. La proprietà privata è un contratto sociale. Stabilisce i diritti del singolo, e unisce la società. Il punto di equilibrio fra diritti individuali e sociali nella proprietà deve essere continuamente rinegoziato, al cambiare dei valori tecnologici e sociali. Non ci sono definizioni fisse di proprietà privata nella storia americana. Non è chiaro se i padri fondatori ne avessero una, le corti non ne hanno fornita una, e nemmeno le leggi statali sulla proprietà.

Nota: l’articolo in originale si trova nell’Archivio di The Common Ground ; L’intera rivista ed altre informazioni su temi come la Smart Growth e altro, al sito principale Common Ground (fb)

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