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Giorgio Bocca
Le spallate del partito aziendale
11 Aprile 2004
I tempi del cavalier B.
Giorgio Bocca, su Repubblica del 14 agosto, analizza l’atteggiamento del signor B. nei confronti della magistratura e ne spiega le irragionevoli ragioni.

ALMENO a parole la guerra civile fra sostenitori ed eversori della democrazia liberale è dichiarata. Il capo del governo Silvio Berlusconi, al ritorno da uno dei suoi viaggi nuziali, l’ha dichiarata in modo non equivocabile: «Perseguirò la guerra alla magistratura di parte fino alla sua sconfitta. Fosse anche questo il mio unico successo». La magistratura di parte per dire quella che non sta ai suoi ordini. E gli fanno eco gli uomini di assalto di Forza Italia o della Lega, gli stessi che minacciano di riaprire il movimento di secessione della Padania. Non a caso, fra il secessionismo della Lega e il rifiuto della giustizia di Berlusconi esistono le affinità elettive di un autoritarismo che non accetta controlli e freni.

I metodi di lotta politica sono certamente simili: l’offensiva continua, le spallate successive, l’avversario "lavorato al corpo" per vedere se gli saltano i nervi, se cede a stanchezza o impotenza. È il solito dire e disdire. Le rodomontate dei vari Calderoli e dei Bondi smentibili se la manovra intimidatoria non passerà.

La guerra fra la democrazia delle istituzioni e i suoi aggressori autoritari è un dato di fatto. In una dichiarazione congiunta i magistrati del Consiglio superiore della magistratura del centrosinistra fanno il punto su questa guerra preventiva e continua tipica del conservatorismo radicale diffuso nel mondo intero: "La istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta per accertare se una parte della magistratura ha operato e opera come associazione a delinquere a fini eversivi mette in pericolo gli equilibri istituzionali previsti dalla Costituzione e pone, a nostro avviso, non più e non solo un problema di tutela della onorabilità e della credibilità dei singoli magistrati e della intera magistratura ma anche la necessità di valutare che cosa il Consiglio superiore possa fare per adempiere al dovere costituzionale di difendere l’indipendente esercizio della giurisdizione".Con il suo esercito di avvocati pronti a procurare armi formali alla offensiva autoritaria si è già arrivati, nel caso della commissione di inchiesta, a mettere in pratica la dittatura della maggioranza. Prima questa maggioranza vota la creazione di una commissione inquirente che punta a mettere sotto accusa la magistratura che ha osato opporsi ai voleri del "piccolo Cesare" e come secondo e definitivo passo minaccia chi si oppone di offesa a un organo dello Stato democraticamente eletto. Dice il leghista Calderoli: «Dichiarazioni sottoscritte da una parte dei componenti del Consiglio superiore della magistratura sulla istituzione di una commissione di inchiesta sono di una gravità estrema e rappresentano, esse stesse, motivo in più per procedere alla approvazione della commissione».

Quando la democrazia autoritaria scopre il potere formale che è a sua disposizione non ha più limiti. Il rifiuto dei magistrati di prestarsi a una operazione di potere diventa un reato punibile con la galera. Il vicepresidente del Senato Calderoli, riconoscibile per il tovagliolo verde che straborda dal suo taschino, si rivolge già al Codice penale: «Sarei lieto che chi di competenza valutasse se ricorrono o meno gli estremi previsti dall’articolo 289 del Codice penale, quello che fa riferimento all’attentato contro organi istituzionali. È assolutamente necessario dare il via alla Commissione estendendo, con un emendamento, l’indagine anche sulla attività degli ultimi anni proprio del Consiglio superiore della magistratura. Continuo a essere sempre più convinto che si debba prevedere nelle riforme anche la revoca del potere disciplinare del Csm. Gli esiti della inchiesta confermeranno questa necessità».

Il bulldog della Lega, da perfetto liberale, sa già come finirà la commissione di inchiesta e ha la faccia tosta di chiedere al «presidente della Repubblica nella sua qualità di presidente del Csm di approvare l’iniziativa».

C’è da chiedersi a questo punto il perché di questa accelerazione berlusconiana verso lo scontro frontale. Una ragione solo in apparenza marginale è che egli non conosce altra organizzazione del potere che quella aziendale dove il comando del padrone è totale e indiscutibile. In buona o in mala fede i "Ceo", come chiamano in America i sommi dirigenti aziendali, sono indiscutibili, al di sopra delle leggi e della morale.

Per Berlusconi, arrivato per vie magiche più che politiche al sommo del potere, la resistenza di una parte della magistratura al suo disinvolto modo di governare non è un ostacolo imprevisto ma un’offesa imperdonabile, un rifiuto della sua missione provvidenziale, del Bene che egli rappresenta contro il Male dei sempre comunisti che sono tutti coloro che non si inginocchiano di fronte a lui. La seconda ragione, più politica che personale è che egli si sente, come dovette sentirsi Mussolini nei giorni della crisi Matteotti, i giorni in cui un capo politico sa di poter guadagnare o perdere tutto e perciò non esita a giocare forte e pesante. Fa specie vedere che il berlusconismo dilaga anche in campo sportivo: chi tenta di mettere ordine viene accusato di essere nemico delle istituzioni.

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