Ragionando di utilità pubblica dell'urbanistica
Marco Guerzoni
Una lettera del gennaio 2003. Scrittà perchè, discutendo con alcuni amici urbanisti impegnati nella pianificazione territoriale convenimmo sul fatto che, in Italia, il ruolo dell’urbanista pubblico (dell’urbanista che ha scelto come centro della sua attività il ruolo di funzionario nell’amministrazione pubblica) non è sufficientemente considerato, a differenza di quanto avviene in altri paesi europei...
Convenimmo anche sul fatto che l’urbanista pubblico ha un ruolo particolarmente rilevante in un momento – quello attuale – nel quale la funzione di strumento dell’interesse collettivo che caratterizza l’urbanistica viene negata , o dimenticata, o considerata marginale. Decidemmo di verificare la possibilità di costituire un’associazione che assumesse questo ruolo come fondativi, e si proponesse di rappresentare ed esprimere gli interessi culturali e professionali degli urbanisti impegnati sul fronte, oggi particolarmente difficile, dell’amministrazione pubblica.
Marco Guerzoni ha scritto questa nota, che condivido pienamente, e sulla quale invito alla discussione. Inserirò in questa stessa cartella le lettere che mi perverranno, che a questo testo esprimano adesione e/o commento.

Ragionando di utilità pubblica dell'urbanistica


«Esistono due modi per uccidere: uno, designato apertamente col verbo uccidere; l'altro, quello che resta di norma sottinteso dietro il delicato eufemismo: "rendere la vita impossibile". E' la forma di assassinio, lenta e oscura, consumata da una folla di complici invisibili. E' un "auto-da-fé" senza " coroza" e senza fiamme, perpetrato da un'Inquisizione senza giudici né sentenza (..)»

(Eugenio d'Ors, La vie de Goya) [1]


1. La «vita impossibile» dell'urbanistica

Ci sono segnali - non pochi e non nascosti - che portano a ritenere l'attuale condizione del governo del territorio e delle città, in crisi non solo «di fatto» ma anche «di principio».
E' evidente, perché esplicita, epidermica e documentata, che la vivibilità di molti territori e di molte città del Paese non ha subito, nell'ultimo decennio, «balzi in avanti», come si era sperato quando la coscienza civile, risvegliatasi dopo gli anni delle truffe e delle tangenti ai danni del territorio (e quindi della collettività), sembrava aver indicato con determinazione la necessità di un cambiamento profondo, anche per conseguenza dell'emergere dei cosiddetti «temi globali»; condizioni che imponevano al nostro Paese, alla sua classe politica, a quella imprenditoriale e a quella intellettuale, di riformare il patto con i cittadini: lo Stato doveva riprendere possesso del governo delle trasformazioni, dopo gli anni del liberismo selvaggio, ma soprattutto dopo gli anni del banditismo politico connivente con le mafie e i sistemi criminali.
L'inizio degli anni novanta quindi, per certi versi, è stato l'espressione quasi euforica della volontà di riscatto, e sarebbe lungo e qui inopportuno elencare i fatti che documentano questa ripresa civile.
Altrettanto complicato è spiegare il perché del fallimento sostanziale di questo tentativo di rinascita. Perché l'euforia si è presto consumata, la corruzione quiescente si è riattivata, e non hanno tardato a risvegliarsi il brigantaggio e le ruberie ai danni del territorio; mentre una «nuova» forma di comportamento socio-economico si è affacciata: il neoliberismo deregolativo.
Ma se i fatti, i comportamenti, e gli esiti di questo stato di cose sono - purtroppo - sufficientemente noti e prevedibili, la novità preoccupante di questa «nuova ondata» è il riconoscimento delle sue prassi come «socialmente accettabili»: la prassi cioè si candida a modificare, piegandolo o spezzandolo, il «principio» e spesso anche la «norma», che originano e sottendono il governo urbano e territoriale.
E' una prassi che trova la sua natura nella filosofia individualistica che il neoliberismo impone, secondo la quale la somma dei comportamenti privati, liberamente competitivi, genera benessere, privato e in fine collettivo; che affonda le sue radici nella concezione dell'inesauribilità delle risorse; che impone la coercizione come principio educatore.
La città e il territorio, nella cultura occidentale, non sono però, in alcun modo, l'esito formale e sostanziale di una siffatta prassi, al punto che in tempi ormai lontani questi stessi comportamenti hanno rappresentato la «patologia» per cui è collettivamente maturata la necessità di formare una disciplina - l'urbanistica - che potesse rimediare a queste deviazioni, che avevano reso invivibili quei luoghi in cui gli uomini hanno deciso di convivere democraticamente.
Oggi, questa prassi sembra non essere più patologica, ma organica o per così dire «endemica». E' come un parassita che si è innestato nel corpo dello Stato e sembra in apparente simbiosi, producendo dissesto, congestione, inquinamento, saccheggio, segregazione, che gli «anticorpi» non riconoscono più come malattie ma come manifestazioni normali, di un organismo sano.
L'urbanistica, in questo senso, non è stata assassinata: è il bersaglio di uno stillicidio poco eclatante, ma sistematico e scientifico, diretto a comprometterne gli organi vitali, tramite un anestetico che rende questo declino «socialmente accettabile».

2. L'interesse pubblico

Il mestiere dell'urbanista implica una prassi che è per «principio» e per «norma» opposta a quella prassi più sopra ricordata, tesa alla sistematica eliminazione della cultura che fin qui ha consentito di costruire e governare il territorio puntando esplicitamente agli interessi diffusi.
Si può senz'altro affermare infatti, che la locuzione «urbanistica pubblica» sia una tautologia, allorché essa, nascendo e vivendo per sostanziare tecnicamente delle volontà politiche, non possa essere altro che pubblica, cioè non può esistere - almeno logicamente - un governo privato degli interessi pubblici: sussistendo questo principio, ogni tentativo di deviazione, dovrebbe intendersi illegittimo, sul piano formale e sostanziale, cioè si dovrebbe considerare «patologico».
Chi svolge l'attività dell'urbanista sa bene infatti che ciascuna decisione di trasformazione urbana o territoriale è l'esito di un processo che parte da una domanda politica - legittimata democraticamente da una collettività - si traduce in contenuti tecnici e formali - validati secondo le norme e le leggi vigenti - per esplicitarsi con atti e fatti che risolvono (o almeno dovrebbero) il problema posto dalla domanda politica iniziale. Si tratta quindi di un processo che ha come principio e fine «il pubblico».
Esiste nei fatti però la possibilità che questa catena pubblica entri in corto circuito. Succede quando la domanda politica non interpreta - per diversi motivi, più o meno consapevolmente - le esigenze della collettività; quando l'interpretazione tecnica non è capace di sostanziare la domanda politica; quando, in fine, il processo decisionale non trova alcun esito, perché i mandati politici sono a termine.
In tutte queste occasioni di fallimento non sussiste mai - in linea teorica - la negazione del principio pubblico, che origina l'urbanistica: si tratta certo di fallimenti, ma connaturati ad incapacità soggettive o impossibilità processuali.
Quando si comincia tuttavia - com'è il caso di questi tempi - a diffondere l'attività eversiva che trova nel corto circuito pubblico, cioè nella rottura della catena logica di decisione pubblica, l'obiettivo principale, si producono gravi lesioni alle fondamenta democratiche del governo. Stiamo assistendo cioè ad una fase in cui gli interessi pubblici non sono il principio ispiratore dell'azione di governo del territorio, ma in cui si teorizza e si pratica la massimizzazione degli interessi individuali tramite l'azione di governo pubblico, a cui la norma prima e la storia poi, si debbono piegare e, nel caso, spezzare, con esisti prevedibilmente disastrosi per le città e il territorio, ma con conseguenze ancor più preoccupanti per la tenuta democratica del Paese.

3. Gli urbanisti della pubblica amministrazione

E' chiaro quindi come l'attività urbanistica non si risolva con gli adempimenti tecnici e burocratici, ma contenga uno specifico «mandato sociale», sia cioè inscindibilmente legata alla sua origine di disciplina politica.
Chi si trova a lavorare nella pubblica amministrazione, da urbanista, ha generalmente due compiti principali: quello di controllare e quello di progettare. Per quest'ultimo caso si tratta dell'attività più propriamente creativa, e significativamente organica alla disciplina, cioè quella di progettare il futuro, dando forma a quel mandato pubblico più sopra accennato.
Nel primo caso invece, gli urbanisti hanno il compito di garantire la coerenza degli atti pubblici e privati, con le leggi e le norme dello Stato e degli enti territoriali. Perciò gli urbanisti della pubblica amministrazione sono anche i garanti del rispetto formale e sostanziale, della democraticità del circuito decisionale in materia di governo del territorio.
Al di là delle propensioni politiche personali, ciascun urbanista della pubblica amministrazione, è quindi depositario del «principio» e della «prassi» di una disciplina che abbiamo definito «d'interesse collettivo».
Se l'analisi fin qui svolta è vera, allora sembra molto problematico, o meglio sembra «naturalmente» problematico, sia moralmente che professionalmente, svolgere l'attività di urbanista della pubblica amministrazione, nel momento in cui si comincia ad insinuare l'inconsistenza del principio nel confronto con la prassi, l'elasticità della norma di fronte alla necessità privata; sembra cioè impossibile «fare urbanistica» senza le garanzie codificate di interesse diffuso, che sono null'altro che la natura stessa di questa disciplina, e di questa attività.

4. Sindacare per difendere e promuovere

I tempi sembrano quindi maturi - verrebbe da dire «purtroppo» - per cominciare a rivendicare il valore pubblico dell'urbanista, e per tutelare la professione di chi, svolgendo questa attività nella pubblica amministrazione, si trova spesso nelle condizioni di dover negare - in modo implicito o esplicito - il proprio lavoro, piegandosi ad una prassi (anche politica) che disattende, negandola, l'urbanistica stessa.
Sembra opportuno allora costituire un'associazione col compito di riaffermare l'urbanistica come disciplina di pubblica utilità, e l'urbanista della pubblica amministrazione come la figura più completa e più idonea a garantire tecnicamente la trasformazione della domanda pubblica in atti e fatti che producono maggiore vivibilità, nel rispetto della democrazia.
Per questo le finalità di una Associazione di Urbanisti della Pubblica Amministrazione dovrebbero essere:
- promuovere la qualità dell'urbanistica e della pianificazione territoriale nelle politiche pubbliche;
- seguire e incoraggiare l'evoluzione professionale, partecipando attivamente alle riflessioni circa la qualificazione e la formazione (iniziale e continua) degli urbanisti;
- informare i giovani diplomati della «missione» del mestiere dell'urbanista;
- affermare l'identità di questa professione nell'ambito della «funzione pubblica»;
- organizzare scambi di esperienza e di analisi tra i diversi modi di esercitare questa professione in Italia e in Europa;
- promuovere l'interdisciplinarietà di questa professione;
- promuovere relazioni con le altre associazioni straniere che hanno medesime finalità;
- costruire una rete di informazione sulle pratiche dell'urbanistica nella pubblica amministrazione (sulla gestione delle risorse, sulla formazione del personale, sul coordinamento degli uffici);
- favorire il trasferimento di conoscenze tra i diversi enti del territorio;
Riuscendo a garantire un'adeguata presenza in ogni Regione, l'associazione potrebbe configurarsi come «gruppo di pressione» in grado di incidere sulle iniziative legislative, oltre che agire positivamente sulle dinamiche reali.

Documento proposto da Marco Guerzoni, urbanistagennaio 2003



[1] E' la stessa citazione che Antonio Gramsci, nel 1930, ha annotato su uno dei suoi celebri Quaderni del carcere.

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