In difesa dell’urbanistica pubblica - Per un’azione degli urbanisti pubblici
Eddyburg
Una lettera di Piero Cavalcoli, Elena Camerlingo, Stefano Fatarella, del marzo 2003
Gentili colleghi,

i segnali quotidiani di crisi - non solo «di fatto» ma anche «di principio» - del governo del territorio e delle città, sono oggi evidenti e indubbi, perché è esplicita e documentata l’invivibilità di molti territori e di molte città del Paese, che non hanno subito, nell'ultimo decennio, «balzi in avanti», come si era sperato quando la coscienza civile, risvegliatasi dopo gli anni delle truffe e delle tangenti ai danni della collettività, sembrava aver indicato con determinazione la necessità di un cambiamento profondo, anche per conseguenza dell'emergere dei cosiddetti «temi globali»; condizioni che imponevano al nostro Paese, alla sua classe politica, a quella imprenditoriale e a quella intellettuale, di riformare il patto con i cittadini: lo Stato doveva riprendere possesso del governo delle trasformazioni, dopo gli anni del liberismo selvaggio, ma soprattutto dopo gli anni del banditismo politico connivente con le mafie e i sistemi criminali.

L’esito di questo «processo di speranza» non è stato solo deludente, ma ulteriormente preoccupante: i fenomeni di corruzione non si sono placati, né l’attenzione per il governo delle trasformazioni territoriali è aumentata, né il supposto riformismo delle politiche urbanistiche ha prodotto condizioni reali per il progresso della vivibilità delle cittadine e dei cittadini del Paese. Ma alla delusione si è aggiunta una nuova preoccupazione, per una prassi emergente che trova la sua legittimazione nella filosofia individualistica che il neoliberismo deregolativo impone, e che oggi sembra essere «socialmente accettabile»: è una prassi che si candida a modificare, piegandolo o spezzandolo, il «principio» e spesso anche la «norma», che originano e sottendono il governo urbano e territoriale, e che nascono dalla collettività per governare l’interesse pubblico. E’ una prassi che sembra non essere più patologica ma organica o per così dire «endemica», come un «furbo parassita» che si è innestato nel corpo dello Stato e nasconde artificiosamente la sua natura per apparire simbiotico, ma producendo, nei fatti, dissesto, congestione, inquinamento, saccheggio, segregazione, che gli «anticorpi» non riconoscono più come malattie ma come manifestazioni normali, di un organismo sano.

Il mestiere dell'urbanista tuttavia implica una prassi che è per «principio» e per «norma» opposta a quella prassi più sopra ricordata, tesa alla sistematica eliminazione della cultura che fin qui ha contribuito a governare il territorio puntando esplicitamente agli interessi diffusi.

Si può senz'altro affermare infatti che la locuzione «urbanistica pubblica» sia una tautologia, allorché essa, nascendo e vivendo per sostanziare tecnicamente delle volontà politiche, non possa essere altro che pubblica, cioè non può esistere - almeno logicamente - un governo privato degli interessi pubblici: sussistendo questo principio, ogni tentativo di deviazione, dovrebbe intendersi illegittimo, sul piano formale e sostanziale, cioè si dovrebbe considerare «patologico».

Oggi però assistiamo, spesso inermi e muti, all'attività eversiva che trova nel corto circuito pubblico, cioè nella rottura della catena logica di decisione pubblica, l'obiettivo principale dell’azione di governo (non solo urbano e territoriale); eversione che produce gravi lesioni alle fondamenta democratiche del Paese. Stiamo assistendo cioè ad una fase in cui gli interessi pubblici non sono il principio ispiratore dell'azione di governo del territorio, ma in cui si teorizza e si pratica la massimizzazione degli interessi individuali tramite l'azione di governo pubblico, a cui la norma prima e la storia poi, si debbono piegare e, nel caso, spezzare, con esisti prevedibilmente disastrosi per le città e il territorio, ma con conseguenze ancor più preoccupanti per la tenuta democratica del Paese.

L'attività urbanistica non si risolve con gli adempimenti tecnici e burocratici previsti dalla legge, ma contiene uno specifico «mandato sociale»: è cioè inscindibilmente legata alla sua origine di disciplina politica e chi si trova a lavorare nella pubblica amministrazione, da urbanista, avendo il principale mandato di controllare (la coerenza e la liceità degli atti e dei fatti) e quello di progettare (il futuro di una città e di un territorio) è quindi depositario del «principio» e della «prassi» di una disciplina che abbiamo definito «d'interesse collettivo». Ma come svolgere l'attività di urbanista della pubblica amministrazione, nel momento in cui si comincia ad insinuare l'inconsistenza del principio nel confronto con la prassi e l'elasticità della norma di fronte alla necessità privata? Come «fare urbanistica» senza le garanzie codificate di interesse diffuso, che sono null'altro che la natura stessa di questa disciplina, e di questa attività?

A partire da queste domande ci siamo convinti che non sia più rimandabile una riflessione tra chi lavora nella pubblica amministrazione come urbanista, nei diversi settori che questa attività multidisciplinare implica. Siamo cioè convinti che il continuo attacco, che ciascuno di noi vive quotidianamente e con sofferenza, all’interesse pubblico dei processi di trasformazione territoriale, stia seriamente demolendo la nostra professione, compromettendone il significato tecnico e sociale.

Siamo sempre più spesso costretti ad attività di difesa e ripiegamento, chiusi nelle scomode e inefficaci maglie della burocrazia per impedire che abbiano corso nuovi danni alla collettività per i vantaggi privati di pochi individui.

Siamo continuamente posti nelle condizioni di piegare le norme, le prassi, le leggi, per liberare il passaggio a potenti interessi economici e a interessi politici paradossalmente poco pubblici.

Vediamo spesso luoghi del territorio e della città che si trasformano all’insegna della speculazione, con la nostra involontaria complicità.

Siamo insomma di fronte ad una prospettiva di oggettiva «vita impossibile dell’urbanistica» e degli urbanisti.

Riteniamo perciò urgente riflettere su questo stato di cose per tentare un’attività di rimedio, che non può che essere associativa: siamo cioè convinti che l’efficacia dell’attività di riforma delle condizioni di «vita» degli urbanisti della pubblica amministrazione, non possa prescindere da una loro unione, per condividere idee ed esperienza, e per sommare le forze che intendono spingere verso il cambiamento.

Per iniziare questo percorso, abbiamo convocato una riunione che si terrà a Bologna, il 16 aprile), alle ore 14.30, a via Zamboni 13. Cordialmente,

Elena Camerlingo, Piero Cavalcoli, Stefano Fatarella

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