La Corporazione degli urbanisti (1928)
Alberto Calza Bini
L’intervento di Alberto Calza Bini, Per la costituzione di un Centro di Studi Urbanistici in Roma, è pubblicato negli Atti del I Congresso Nazionale di Studi Romani, Roma 1928. Si tratta di una proposta organica della piattaforma culturale e organizzativa, che determinerà la nascita della figura dell’urbanista (ormai si chiama così) in Italia. Palesi sono le differenze con l’impostazione di Ardy e Chiodi. Per Calza Bini l’urbanistica è “il midollo spinale delle applicazioni di edilizia cittadina”. E la nuova figura professionale è ben diversa da quella dell’ “eletto funzionario comunale” che l’Ardy proponeva a Torino: è un “architetto-urbanista”, un professionista solidamente legato ai diversi interessi (amministrativi, ma anche finanziari, imprenditoriali, proprietari) la cui sinergia caratterizzava il regime corporativo fascista. Una concezione, quindi, omogenea sia al Regime, sia ad alcune modalità italiane di produzione e funzionamento della città, ciò che indubbiamente giovò al suo successo e durata nel tempo.
La quadrata, esauriente relazione del Duca Caffarelli mi dispensa dal ripetere ciò che tanto brillantemente e con tanta dottrina egli ha detto sull'Urbanistica, e sul molto che in materia. di organizzazione si è fatto alI 'Estero, e sul poco che si è tentato da noi.
Inutile quindi abusare dell'attenzione e del tempo dei congressisti con preamboli più o meno fioriti, e utilissimo invece entrare subito nel vivo dell’argomento.
Quando, nel maggio 1926, al Congresso dell’Urbanesimo a Torino fu fatta la proposta di fondazione di un Istituto italiano di Urbanesimo e di altri studi municipali, fummo in parecchi ad opporci, perchè ci parve che in una materia così delicata un preciso voto impegnativo avrebbe potuto compromettere allora, una iniziativa non ancora matura.
Infatti, prima ancora di fissare le norme e l’ordinamento di una scuola sulla dottrina urbanistica, occorreva diffonderne nel Paese i concetti fondamentali, proprio per creare quella coscienza urbanistica della cui mancanza si sentivano e si sentono i danni.
E l’amico Caffarelli, ricordando con arguzia garbata gli equivoci ingenui sul nome e sulla sostanza, ci ha ricordato che le nostre preoccupazioni d’allora erano ben giustificate.
Ma del cammino se ne è fatto in due anni, e, almeno nelle nostre grandi città, si discute ormai di urbanistica come di una scienza e di un’arte che siano veramente, come sono, il midollo spinale delle applicazioni di edilizia cittadina.
Senonché altro è parlare di un così formidabile argomento e altro è essere ascoltati, compresi, seguiti.
Nel meraviglioso risveglio di attività edilizia che il Fascismo sta provocando in tutte le città italiane, quanti sanno e sentono che il cammino percorso nel recente passato deve essere abbandonato? e se talvolta il buon senso di un amministratore che bandisce un pubblico concorso o l’autorità personale di qualche architetto che si accinge ad una parziale soluzione edilizia riescono a salvare dalla rovina la bellezza o lo sviluppo avvenire delle nostre città, quanti esempi potremmo citare invece di situazioni irrimediabilmente compromesse?
Tuttavia chiari segni ci avvertono che anche in questo campo i tempi sono maturi, e che il complesso fenomeno urbanistico, dal punto di vista demografico, tecnico, artistico ed amministrativo, può essere affrontato con profitto, grazie ai sistemi di rapidità e di disciplina che il Regime ha instaurati.
L’Istituto proposto a Torino dall’Ardy, assai pesante anche per la pubblica finanza, sembrava in realtà più acconcio alla formazione di una eletta classe di funzionari comunali, che non alla creazione di un organo di propulsione, controllo e propaganda per la diffusione dei concetti fondamentali della dottrina urbanistica.
Noi vediamo, e parlo in nome di molti colleghi attratti del nuovo spirito che pervade gli studiosi di problemi cittadini, noi sentiamo che un Istituto d’urbanistica deve essere qualche cosa di più vivo, di più aderente alle contingenze della vita della città, e sopratutto dotato di una praticità immediata e realizzatrice.
Per questo le nostre simpatie furono volte subito al valoroso e battagliero Club degli Architetti Urbanisti di Milano, che in una bene affiatata collaborazione affrontavano con baldanza giovanile il problema edilizio della loro città, sia pure considerato solo dal punto di vista della viabilità e dell’architettura; per questo salutammo come lieto auspicio il fervore che animò un altro gruppo di giovani architetti, romani questa volta, che anche a Roma fondavano un’Associazione o Gruppo di Urbanisti, e con qualche conferenza e conversazione, e più con la partecipazione a pubblici concorsi, contribuivano alla diffusione e alla conoscenza dell’interessante argomento.
Mi limito a citare questi due esempi che sono tra i più tipici e più simpatici, ma non sono i soli tentativi dovuti a private iniziative; ricorderò anche una proposta, rimasta tale, di carattere quasi ufficiale, partita da Milano e facente capo ad un eminente studioso, l’Albertini ; e senza fare altre citazioni dei moltissimi che isolatamente o in gruppi hanno in questi ultimi tempi dimostrato con pubblicazioni, concorsi e progetti, quanto sia delicato e importante il problema dei Piani Regolatori e della edilizia cittadina, mi avvierò alla conclusione.
Ho detto che le nostre simpatie sono per i gruppi che del problema particolarmente studiano il lato tecnico e artistico; e non soltanto per affinità di ... mestiere e di sentimenti, ma perchè, pur convinti con l’amico Caffarelli che la dottrina urbanistica non sia se non un complesso inscindibile di cognizioni ... da enciclopedici, riteniamo che quella artistica sia la branca che tutte le assommi e le sovrasti.
Servizi di comunicazione e traffico, reti di fognatura ed impianti tecnici ed igienici, uffici di statistica e di amministrazione, centri assistenziali e istituzioni accessorie sono altrettante manifestazioni della vita delle moderne città, e nessuna può essere preposta ad un’altra, e nessuna può essere esclusa e sacrificata. Voi potrete però creare una città perfetta sotto tutti i punti di vista: dell’igiene e del traffico, della viabilità e della polizia, dei sistemi di fognature e di distribuzione dell’acqua e della energia elettrica; ma avrete tracciato le sue vie senza la visione di una bellezza. panoramica e prospettica, se avrete lasciato suddividere le zone di ampliamento e di espansione senza un concetto di equilibrio, direi quasi musicale, tra le masse dei fabbricati e le serene pause delle riserve verdi, se in una parola non avrete nella creazione delle nuove città lasciato, alla vostra fantasia di artisti e di poeti, alzato il volo verso una severa e nobile creazione di bellezza, voi avrete condannato per sempre alla inutilità ogni altra conquista raggiunta in campi diversi.
Ecco perchè, senza dire che quasi sempre le ragioni della bellezza portano spontaneamente alle soluzioni migliori per tutti i lati del complesso problema urbanistico, ecco perchè si è affermato che i valori estetici hanno la preponderanza quando si parla di una qualsiasi organizzazione urbanistica, specialmente in Italia; ed ecco perchè credo di poter ripetere qui quanto, pochi giorni addietro, con la sua alta autorità e con la spregiudicata imparzialità che gli è propria, affermava il prof. Giovannoni : essere cioè principalmente compito degli architetti lo studio dei Piani Regolatori; degli architetti che non più come nel passato devono compiere le funzioni di manuali tiralinee per esprimere graficamente fredde e spesso sbagliate concezioni altrui ; ma si devono essere i veri creatori delle belle città, dell’avvenire concepite in una sintesi di armonica grandiosità, adeguate alle esigenze della pratica e al ritmo possente della dinamica vita moderna che vuole la formazione di una città dell’oggi in funzione del suo divenire.
E quando si dice architetti s’intende naturalmente anche quegli ingegneri che, tali per titolo e per severità di studi scientificamente compiuti, sono però architetti per la raffinata sensibilità del loro temperamento artistico, e più ancora per quella peculiare caratteristica del vero architetto che deve concepire in sintesi la sua creazione, gradatamente scendendo al dettaglio dei particolari.
Ma un’altra affermazione è stata enunciata nel sommario di questa schematica relazione: la necessità che alla iniziativa di costituzione di un Ente romano di studi urbanistici partecipino principalmente i Sindacati Intellettuali che hanno la direzione e il controllo di tutto il movimento culturale dei professionisti.
Infatti oggi nello Stato italiano ad una istituzione di carattere tecnico e culturale che assommi e concili studi e interessi diversi, non possono, per l’importanza assunta dalla vita pubblica, restare estranei i Sindacati Intellettuali che raccolgono i professionisti, i tecnici e gli artisti che alla, testa dei lavoratori e dei produttori servono la Nazione secondo le nuovissime leggi della disciplina fascista.
Ente romano, abbiamo inizialmente detto, perchè qui nasce e si afferma la proposta della sua costituzione; qui, e in occasione di questa adunata di studiosi dell’inesauribile tema che Roma propone a tutto il Mondo.
Ma se per la universalità degli studi romani, se per calore di simpatia e di adesione al problema che sentiamo ormai maturato in ogni centro importante della vita edilizia italiana, se infine per il fatto stesso che della iniziativa si fanno banditori i Sindacati Fascisti degli Architetti, degli Ingegneri e degli Artisti che sono entità nazionali, noi superiamo le difficoltà formalistiche e proponiamo senz’altro la creazione di un Ente nazionale, nessuno, credo, potrà sollevare obiezioni: e la proposta, sarà salutata, come è, dal consenso del Congresso.
Come si chiamerà il nuovo Ente?
Mentre scrivevo queste parole lo sviluppo limpido e lineare della proposta si precisava alla mia mente, e mi portava alla conclusione che, impreveduta prima, mi appariva logica, naturale e conseguente. La fusione in uno sforzo comune di artisti e di tecnici, di igienisti e di industriali, di economisti e di scienziati inquadrati nelle rispettive Associazioni Sindacali, e la collaborazione autorevole e fattiva degli organi dello Stato e delle Amministrazioni comunali porta nello Stato Fascista al riconoscimento di una forma nuova, ma ben definita: la forma corporativa. Perché l’organismo che noi proponiamo non deve avere nulla di comune con le ordinarie Società a base elettorale, né con le Associazioni culturali che generalmente risolvono in accademie sterili la loro attività, anche se animata da nobilissime intenzioni; né, tanto meno, con le iniziative di carattere particolaristico che possono investire o nascondere interessi economici non armonizzati con il supremo interesse dello Stato.
Esso deve invece essere una cosa viva e posta al di sopra delle varie competizioni, perchè tutte le accoglie e le subordina; e in esso (e qui sta la forza che lo distacca da tutte le Associazioni consimili), in esso l’azione degli organi pubblici statali o comunali, non deve essere esercitata dal di fuori per dare una qualsiasi sanzione; ma deve al contrario essere parte integrativa e conclusiva dell’attività stessa. E così tipico del Regime potrà essere l’organismo che noi oggi proponiamo e che io spero di vedere presto tradotto in realtà concreta per volere del Capo che tutte le iniziative feconde sa animare del suo spirito formidabilmente creatore.
Unione Corporativa” dunque, che potrà estendere a tutto il Paese la sua zona d’influenza e porterà il suo contributo di competenza e il suo disinteressato concorso nelle grandi città o in quei piccoli centri che, per la divina impronta dell’arte e per la tipica bellezza naturale che Dio ha donato all’Italia, fanno della nostra terra la meta di tutti gli adoratori della bellezza.
Dovrà quindi l’Unione Corporativa farsi iniziatrice di concorsi, di esposizioni, di corsi di studio, di cicli di conferenze, per diffondere ovunque la cultura urbanistica e preparare tecnici ed amministratori adeguati alla delicatezza del loro nuovo compito; dovrà intervenire con il suo consiglio e, ove occorra, con la sua azione per preparare forme e progetti di sistemazione di piano regolatore, e dovrà finalmente farsi promotrice di leggi e di provvedimenti che valgano a rendere impossibile lo scempio che nel passato si è fatto delle nostre belle città, e diano mezzi e poteri agli amministratori cittadini per attuare, con chiara visione delle necessità dell’avvenire, quella politica di ampliamento e di sviluppo degli aggregati edilizi che risponda al cammino ascensionale dell’Italia Fascista.
Ritengo utile dare uno schema di Statuto per l’ ”Unione Corporativa”, schema che dovrà essere elaborato attentamente e sanzionato dal Governo, il quale dovrebbe anche, con apposita legge, regolare il funzionamento amministrativo dell’Unione.
Ho abbozzato questo schema con la speranza che su queste linee il Governo Nazionale vorrà dare la sua ambita e necessaria approvazione.
E noi vorremo e sapremo ottenerla, specialmente se il voto del Congresso sarà, come penso, sapientemente utilizzato dalla sua Presidenza, e se l’alta autorità del Governatore di Roma darà alla nostra iniziativa quel conforto e quell’aiuto che sarà necessario ad appoggiare l’opera che i Sindacati andranno tenacemente svolgendo.
UNIONE CORPORATIVA DELL’URBANISTICA
(Schema di Statuto)
Art. 1. - Sotto l’alto Patronato del Governatore di Roma e per iniziativa dei Sindacati Fascisti degli Architetti e degli Ingegneri, col voto unanime del Primo Congresso Nazionale di Studi Romani, è costituita in Roma l’ “Unione Corporativa dell’Urbanistica”.
Art. 2. - L’Unione Corporativa presiede e promuove tutto quanto valga a stimolare, disciplinare e controllare l’applicazione dei principi dell’attività urbanistica nello sviluppo e nel risanamento delle città italiane.
Essa quindi provvede:
ad organizzare cicli di conferenze di propaganda e corsi di studi specializzati;
a preparare mostre e bandire concorsi;
a raccogliere dati statistici;
a promuovere e disciplinare tutto il movimento inerente alla preparazione e allo sviluppo dei Piani Regolatori, all’impianto e al funzionamento dei servizi di una moderna città, e al coordinamento giuridico e amministrativo che sia per derivare dallo sviluppo dei servizi stessi.
Art. 3. - Fanno parte dell’Unione Corporativa, oltre le Associazioni Sindacali dei Professionisti e degli Industriali:
gli organi statali più direttamente interessati allo studio delle questioni urbanistiche;
i Comuni del Regno con popolazione superiore ai trentamila abitanti;
i grandi Enti edilizi;
le Aziende che provvedono ai pubblici servizi;
gli Istituti di cultura superiore;
le Associazioni culturali che si interessano specialmente di questioni attinenti alla urbanistica;
gli Istituti che facciano operazioni di credito edilizio.
Art. 4. - Al finanziamento dell’Unione Corporativa sarà provveduto, oltreché con la quota di partecipazione di tutti i componenti ed aderenti, con il provento di una tassa addizionale su tutti gli atti compiuti dai Comuni nell’interesse di Enti e di privati in materia di edilizia e di P.R., come compra-vendita di aree e di immobili, contratti di appalti, convenzioni o concessioni speciali, approvazioni di progetti e licenze di costruzione.
Art. 5. - L’Unione Corporativa è amministrata e diretta da un Consiglio generale costituito dalle rappresentanze degli aderenti, con le modalità che saranno fissate dal Regolamento, e da una Giunta esecutiva composta di 15 persone specialmente competenti in materia, scelte tra i rappresentanti designati dalle Associazioni sindacali, dal Governatorato di Roma, dai Comuni del Regno, e dai Ministeri competenti, e nominata con Decreto del Ministro delle Corporazioni.
Art. 6. - Tutte le cariche sono gratuite
Art. 7. - La Giunta esecutiva potrà costituire però una o più Segreterie amministrative e tecniche i cui componenti saranno retribuiti a norma di regolamento.

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