A mo’ di postilla sul Convegno di Siena (Marco Romano, 1980)
Eddyburg
Sul Convegno di Siena: da Marco Romano, L’urbanistica in Italia nel periodo dello sviluppo, 1942-1980, Marsilio, Venezia 1980 (pp. 125-126)
Non era forse la mancanza di conoscenza a impedire l’applicazione dei principi urbanistici, forse era venuto il momento ... di rettificare il tiro ascoltando le sollecitazioni che venivano dai più giovani e che erano emerse esplicitamente a Siena durante un convegno sull'insegnamento dell'urbanistica nel novembre 1951.
I docenti delle diverse facoltà di architettura - alcuni dei quali sono tuttora ancorati alle tradizioni disciplinari precedenti - profilano una figura culturale e professionale dell'urbanista coerente con l'opinione consolidata: egli deve avere «da un lato la capacità di risalire ad una sintesi dall'analisi; dall'altro la capacità di operare questa sintesi in termini di espressione (in senso estetico)». e «se non c'è la base di una società che sappia esprimere i suoi bisogni, è compito dell'urbanista il suscitare questo programma prima che sia formulato con esattezza, poiché l'uomo urbanista è anche uomo politico in quanto antevede, intuisce, induce».
I giovani, partendo da questa stessa ottica, rilevano una contraddizione di fondo: se l'urbanista - osserva Novella Sansoni - è anche e soprattutto un operatore sociale, allora occorre che nella scuola gli si diano gli strumenti necessari a comprendere la dialettica del sociale; mentre «l'insegnamento quale è impartito oggi è parziale, nel senso che ignora le radici profonde dei mali del nostro tempo ed i rapporti economici, politici e sociali che hanno determinato questa situazione ».
Il colpo va a segno, nel senso che queste osservazioni inducono a una vivace discussione con evidenti sfumature autocritiche i docenti più sensibili, avvio - o occasione di maturazione - di un processo di ripensamento sui moduli interpretativi fino ad allora adottati, che qualche anno dopo entreranno effettivamente in crisi ma con un evidente ritardo.
È difficile valutare fino a che punto questo ritardo sia dovuto in concreto alla prepotente influenza di Bruno Zevi sull'Istituto nazionale di urbanistica, del quale era diventato segretario generale nel 1950. Questa influenza non si esplica tanto a livello di contributo teorico - anche perché Zevi ha formazione di storico - quanto con una mostruosa capacità organizzativa: i congressi dell'istituto del 1952 e del 1954, più volte citati, sono preparati con un intenso lavoro svolto in collaborazione con i quadri dirigenti del ministero dei lavori pubblici e dei più grandi comuni italiani, sono introdotti eseguiti dai ministri in carica e dalle più alte autorità amministrative delle diverse città, richiamano migliaia di architetti e urbanisti da ogni parte d'Italia, forniscono una quantità sterminata di documentazione - sotto forma di opuscoli, di mostre, di conferenze - sullo stato della pianificazione urbanistica in tutto il paese, sono occasione di dibattito sullo stato dell'arte, ma anche di vermouth d'onore e di escursioni per le gentili signore. Mi sembra difficile che - in questo clima di ampia collaborazione - potesse prosperare una linea di critica approfondita e serrata alle istituzioni politiche e culturali come quella profilatasi a Siena, sicché la crisi ideologica serpeggia per molti anni sotto i trionfalismi dei discorsi ufficiali senza esplodere, e si esprime comunque anche in seguito ... in forme che tengono sempre conto di quest'ottica conciliativa con il gruppo dominante.

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