Politica e Urbanistica (1937)
Giuseppe Bottai
Giuseppe Bottai era il rappresentante del regime fascista più sensibile alle ragioni della cultura. È interessante cogliere nel suo Discorso inaugurale al primo congresso dell’INU, oltre al riconoscimento ufficiale del ruolo della nuova figura di architetto-urbanista, un intelligente richiamo, di carattere contemporaneamente culturale e politico. Bottai, indica infatti ai tecnici due obiettivi: la trasformazione della disciplina in una vera e propria scienza delle città, e la necessità di non perdere mai di vista la sua funzione eminentemente collettiva, come e più di altre strettamente legata all’evoluzione sociale. Il discorso è pronunciato a Roma, Palazzo della Sapienza, 5-7 aprile 1937-XV, e pubblicato in Atti del I Congresso Nazionale di Urbanistica, Volume II, Discussioni e resoconto, INU, Roma 1937.
Camerati,
Credo che voi non vi aspettate da me un vero e proprio discorso inaugurale, perché io non ho nessuna competenza specifica nella materia intorno alla quale voi state per aprire dibattiti certamente fecondi. La mia antica, ormai, qualità di amministratore di una grande città mi ha conferito questo compito, che ho mantenuto, pur nel mutare delle mie funzioni. Ma la sorte ha voluto, che, anche nelle mie nuove funzioni, avessi qualche ragione di presiedere a questo Congresso che vuol dare un apporto, e certamente lo darà, alla formazione di una nuova scienza, che prenda posto sempre più preciso, con caratteri sempre più chiari, fra le altre scienze. Noi possiamo domandarci, dovete soprattutto, domandarvi voi, urbanisti di ogni parte e di ogni provenienza, o ingegneri, o architetti, o giuristi, o sociologhi, se intorno a questo nuovo concetto di urbanistica sia per avventura venuto a cessare quel certo senso di sfiducia, di cui, in un non dimenticato saggio, di un paio d’anni fa, parlava S.E. Giovannoni, che gli urbanisti italiani ritengono uno dei loro maestri, se non il maggiore dei loro maestri. Fu al Congresso del Progresso delle Scienze, se non erro, nell’ottobre del 1935, che, riferendo intorno ai progressi compiuti dall’urbanistica italiana negli ultimi anni, S.E. Giovannoni notava un certo senso di sfiducia nelle stesse classi dirigenti intorno all’urbanistica.
Ebbene, voi dovete confessarvi, senza perdervi in ottimismi, che questo senso di sfiducia non è ancora cessato. Da che cosa dipende?
Dipende probabilmente da alcune impostazioni pratiche errate date a taluni problemi di urbanistica in Italia.
Non voglio esemplificare, perché non sono qui per questo. Ma, probabilmente, certi piani regolatori concepiti in modo sproporzionato alle reali esigenze di alcune città, il non chiaro senso del rapporto tra le necessità delle costruzioni cittadine e le necessità della vita rurale del Regime, certi lussi, certe dispendiosità eccessive hanno fatto ritenere che l’urbanistica mirasse a una specie di inflazione cittadina. Di qui, quella sfiducia delle classi dirigenti verso certi teorizzatori dell’urbanesimo che non tenevano sufficiente conto delle leggi ferree poste dalle necessità politiche, economiche e sociali di un Paese.
Ma, a creare questa sfiducia, ha concorso anche un mancato chiarimento dottrinale preciso: direi quasi di formule, di metodi, e di enunciazioni di questa nuova scienza.
Non mancano, né tra gli urbanisti né tra i politici gli orecchianti: quelli, cioè, che capiscono le cose a orecchio. Sia alcuni urbanisti di seconda mano, sia alcuni politici di seconda, terza o quarta mano, hanno, ad orecchio, derivato urbanistica da urbe; e poiché anche urbanismo deriva da urbe, hanno, attraverso la simiglianza etimologica, assimilato l’urbanistica all’urbanesimo. Di modo che voi potete sentire, talvolta, delle obbiezioni partire da alcuni uomini, anche dirigenti di amministrazioni cittadine, contro l’urbanistica, come se essa fosse, necessariamente, la scienza per l’ingrandimento delle città.
Ora, se io potessi, per spiegare meglio, fare un paragone, direi che l’urbanesimo sta all’ urbs, come la tisi sta al corpo sano dell’uomo; ma l’urbanistica sta all’urbanesimo come la tisiologia sta alla tisi, il che vale a dire, che l’urbanistica non solo non è urbanesimo, ma è l’antidoto dell’urbanesimo: deve essere il rimedio opposto dalla nostra volontà all’urbanesimo, all’espansione patologica delle città.
Bisogna, dunque, impostare, chiaramente ed esplicitamente, dinanzi alla coscienza del Paese, e soprattutto nella coscienza degli amministratori, l’urbanistica come antiurbanesimo, come antidoto all’urbanesimo. Mi piace, a tal proposito, ricordare ancora quel saggio di Giovannoni, a cui mi riferivo prima, che è intitolato: l’urbanistica e la deurbanizzazione; d’altra parte, in una relazione presentata al Congresso del Sindacato degli Ingegneri, mi pare dall’Ingegnere Camerata Civico, questi notava come l’urbanistica fascista ci porti perfino alla formula dell’urbanistica rurale che può sembrare un contro senso, ma non è, perché esprime proprio quello a cui noi vogliamo arrivare nello stabilire un nuovo senso di rapporti tra la funzione della città e la funzione della campagna.
Nell’ urbs dobbiamo mirare, soprattutto, alla civitas, alla cittadinanza; nell’ urbs, che vi dà soprattutto, il senso del muro costruito, bisogna mirare all’uomo, che vive dentro questo muro; bisogna mirare all’elemento popolazione.
Il che ci porta a concepire l’urbanistica quasi come una scienza della popolazione, come un aspetto della scienza della popolazione. E’ la scienza che studia i modi di raggruppamento della popolazione nella città, nei centri rurali, il modo di formarsi e trasformarsi delle aggregazioni urbane, dalle maggiori alle minori. Perciò è la scienza che ne studia le condizioni di ambiente e di clima, di economia e di socialità. Di qui, la necessità di mirare, sopratutto, alle condizioni politiche e sociali, in cui una determinata attività urbanistica deve essere impostata e svolta.
L’urbanistica, scienza giovanissima, anzi ancora in formazione, è la meno astratta, fra le scienze più condizionate della vita politica del paese, in cui si svolge. Come scienza della popolazione, anzi l’urbanistica è, essa stessa, una politica (e non è senza una ragione, che la stessa ricerca etimologica ci porta ad avvertire come politica ed urbanistica derivino da polis e da urbs; cioè derivino tutte e due dalla città, poiché tendono tutte due alla regola, al governo, alla disciplina della città). Bisogna portare, decisamente l’urbanistica sul piano della politica. L’ urbs, la città, deve essere considerata come elemento funzionale della Nazione. Bisogna studiare, quale in una determinata Nazione, in un determinato momento storico, sia la funzione da assegnarsi alla città, ed anche qui, distinguere città da città. Perché è vero, ad esempio, che l’orientamento generale del Regime Fascista è contro l’urbanesimo, ma è anche vero che il Regime spesso, attraverso la parola stessa del suo Capo si è compiaciuto di vedere la città di Roma accrescersi.
Questo perché noi riconosciamo alla città di Roma una funzione di Capitale, che si estrinseca anche attraverso la forza del suo numero. Quindi, mentre possiamo desiderare che il fenomeno dell’urbanesimo dilagante si arresti per certi centri del nostro Paese, non possiamo non desiderare che la città di Roma acquisti anche quella forza di numero, quel peso nella vita nazionale, che la metta veramente in grado di assolvere alla sua funzione di Capitale.
Basterebbe citare, come esempio, quale, nella formazione storica della nazione francese, sia stata l’importanza di Parigi; cioè quale contributo alla unità francese abbia dato la grande città di Parigi; e domandarci, se, per caso, il ritardo nella formazione unitaria del nostro Paese dalla Marcia su Roma nel settembre 1870 alla Marcia su Roma del 1922 non sia stato dovuto anche al fatto, che Roma rimanesse, anche numericamente, una città di secondo ordine fra le altre città italiane, che prendevano numericamente il sopravvento sopra di essa. Ciò dimostra la necessità di impostare i problemi urbanistici, sempre, sul piano politico.
L’urbanistica fascista determinata dalla politica del regime, esige, come politica di potenza e di unità, che si conferisca sempre maggiore importanza urbanistica alla città di Roma, che se ne perfezioni l’attrezzatura come Capitale, che si voglia, che Roma - come Capitale - abbia tutti i requisiti della grande città moderna, perché possa assolvere all’interno la sua funzione di Capitale moderna e possa, domani, assolvere a quella funzione, che tutti noi auspichiamo, di Capitale del mondo moderno.
La politica di autarchia economica porta l’urbanistica ad affrontare i problemi della formazione e dello sviluppo dei grandi centri industriali del Paese, dei grandi centri commerciali e marittimi.
La politica rurale la induce a studiare il problema della casa rurale, dei raggruppamenti di case rurali, dove la vita delle popolazioni contadine possa svolgersi con dignità e decoro.
Nel fondo di questa politica, bisogna anche prospettarsi la funzione dei nuovi organismi, nati dalla vita politica del Regime. Sempre gli edifici pubblici hanno avuto una funzione nella formazione delle città e dei centri urbani, una funzione di coesione. Intorno al Municipio, alla Scuola, alla Chiesa, al Palazzo di Giustizia, le città, come intorno ad un nodo vitale, si formano, si accrescono, si dispongono. Oggi, vi sono anche altri nuovi istituti: il Fascio, il Sindacato, l’Ufficio di collocamento, il Dopolavoro. Ecco, altrettanti elementi dell’urbanistica fascista intorno a cui si determina la formazione della città moderna italiana, della città fascista! Voi, certamente, li tenete presenti, perché ne ho visti i segni nelle relazioni che avete presentato al Congresso.
E’ un orientamento politico dunque, che deve animare la vostra coscienza e il vostro intelletto. Attraverso l’urbanistica italiana noi vogliamo dare alla Nazione italiana le città di cui ha bisogno: vogliamo darle la campagna organizzata di cui ha bisogno. A questa nazione, che, sotto la guida del Duce, ascende verso più alti destini.

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