Geografia e pianificazione territoriale (1950)
Bruno Nice
Il ruolo scientifico e propositivo delle discipline geografiche nella pianificazione del territorio, soprattutto di scala vasta, sono i temi affrontati da Bruno Nice nel suo saggio, “La pianificazione territoriale nello sviluppo del paesaggio geografico”. L testo costituisce la comunicazione letta il 12 aprile, in Atti del XV Congresso Geografico Italiano, Torino 11-16 aprile 1950, I.T.E.R., Torino [1950]. Il tema più importante, all’epoca in cui il testo è pubblicato, è il ruolo delle discipline diverse da quelle dell’architettura e dell’ingegneria nelle professioni connesse all’assetto del territorio.
Ogni periodo storico ci ha lasciato il ricordo di grandi opere pubbliche, impressesi nel paesaggio in seguito a piani più o meno chiaramente preordinati.
Trascurando le creazioni urbanistiche, proprie a tinte regioni fino da una remota antichità, si può ricordare per esempio che l’Egitto dei Faraoni regolava la disposizione dei canali irrigatori derivati dal Nilo e degli insediamenti adiacenti. Altrettanto facevano i Romani con la centuriazione delle regioni colonizzate, mentre gli Incas sapevano favorire lo sviluppo di determinate zone altimetriche, acclimatandovi piante e abitanti di provenienza esterna. Dal Medioevo ad oggi, infine, si sono moltiplicate in Europa e altrove le trasformazioni agrarie, le bonifiche, le colonizzazioni demografiche, ad opera di sovrani, di ordini religiosi e di enti vari.
In tutti questi casi si è di fronte, in un certo senso, ad un tipo di pianificazione parziale del territorio, la quale cioè contempla singoli elementi del paesaggio umano. Essa oggi è più attiva che mai perchè in uno stesso Paese possono coesistere enti diversi, che sovraintendono rispettivamente all’opera di bonifica, alla conservazione del suolo, all’amministrazione del manto boscoso, alla regolazione dei corsi d’acqua, allo sviluppo delle vie di comunicazione, a quello dei centri abitati, ecc. dando luogo coi loro sforzi ad una modificazione anche intensa del paesaggio nel suo insieme. Il fatto, però, che i singoli piani parziali possono essere in contrasto l’uno con l’altro mostra la necessità di un loro coordinamento generale, al quale si ispira la pianificazione territoriale propriamente detta, o integrale, che considera non già uno o più elementi del paesaggio, ma tutto il paesaggio nel suo complesso.
Essa si propone, come scopo essenziale, di organizzare un determinato territorio ai fini della vita della collettività. Perciò tutti i fatti umani relativi all’insediamento, alla produzione agricola e industriale, ai trasporti, ecc. vi sono localizzati, tenendo presenti sia la loro reciproca coordinazione e subordinazione, sia le condizioni che a ciascuno di essi sono offerte dall’ambiente naturale. Se la regione così organizzata risulta funzionalmente sana, il suo paesaggio sarà armonico (Gutersohn).
Il primo piano territoriale, ispirato a questi concetti, è in un certo senso quello del distretto carbonifero della Ruhr, risalente al 1920, seguito nel 1923 da quello della “Côte Varoise” in Francia. Contemporaneamente si iniziava il lavoro preparatorio, su scala più vasta, negli Stati Uniti d’America, imitati nel 1928 dalla Gran Bretagna e nel 1935 dalla Germania coi suoi organi preposti al “Raumordnung” (ossia letteralmente all’ordinamento dello spazio).
Dopo la seconda guerra mondiale il fenomeno ha avuto un ulteriore incremento. In Gran Bretagna, per esempio, il “Town and Country Planning Act” del 1947 ha posto le basi della pianificazione dell’intero territorio nazionale, mentre sulla stessa strada sono più o meno decisamente avviati gli altri Paesi europei e parecchi di quelli extra europei.
In Italia la legge, che ha istituito i piani di coordinamento territoriale, risale appena al 1942. Il primo progetto, relativo al Piemonte, è stato autorizzato nel 1948; quello per la Liguria è ancora allo studio, mentre per la Sicilia ed il Veneto si è nella fase preliminare. Ci manca, tuttavia, finora quella concezione integrale della pianificazione territoriale, che domina oggi nel mondo.
L’ampiezza dei singoli piani territoriali è varia perchè va dalla grande regione naturale al piccolo comune amministrativo. Tuttavia nel fissarne i limiti, in luogo dei confini fisici o amministrativi, si ricorre talvolta ad altri criteri, come nel caso dell’attuale progetto per la regione di Oporto (Portogallo), per la cui delimitazione è stata proposta la curva isometrica di almeno 200 abitanti per kmq. In ogni modo v’è una tendenza a dare ai piani limiti funzionali (come risulta anche da quanto è stato scritto per il progetto relativo al Veneto), il che può interessare il problema della revisione delle circoscrizioni amministrative interne.
Come uno dei più classici esempi di pianificazione territoriale può essere citato quello del bacino del Tennessee negli Stati Uniti, diventato ormai un modello del genere. Nel 1933 fu istituita la “Tennesse Valley Authority”, un ‘impresa volta inizialmente allo sfruttamento delle risorse idroelettriche della regione, che in seguito, però, assunse il carattere di un ente rivolto alla pianificazione totale del territorio, con un’autorità superiore a quella dei singoli Stati posti nel suo ambito e con lo scopo del benessere generale della Nazione. Non soltanto il fiume fu regolato e reso navigabile, ma sulle sponde dei 15 laghi artificiali costruiti si svilupparono alcune città coi relativi porti. Inoltre la presenza di energia elettrica a basso prezzo agevolò la fondazione di industrie (in particolare dell’alluminio e dei fosfati), mentre nel campo dell’agricoltura le fattorie dimostrative (in cui vive il 10% degli abitanti) diedero un mirabile sviluppo alla produzione, favorita anche dal rimboschimento del territorio.
Il paesaggio umano della valle del Tennessee è oggi completamente trasformato rispetto a 20 anni or sono. Tuttavia la pianificazione non implica in ogni caso un’intensa modificazione del paesaggio perchè varie possono essere le condizioni dei luoghi e le finalità dei progetti.
Chi confronti, infatti, al piano del Tennessee o a quelli - progettati oggi a sua somiglianza per lo Zambesi-Okowango in Africa o per il Murray in Australia - il progetto del piano per una regione di elevato ed antico sviluppo economico come per esempio il Piemonte, comprende facilmente che in questo caso più che ad una trasformazione del paesaggio si arriverà ad una sua riorganizzazione. Sotto questo aspetto, dunque, l’intensità dei risultati di un piano è in rapporto inverso con quella che il Deffontaines chiama la “densità” del paesaggio umano.
È dunque indispensabile nella fase preparatoria - per ripetere le parole di Isaiah Bowman – “un’interpretazione geografica degli elementi dell’ambiente da parte di esperti”, i quali distinguano quelli da lasciare inalterati da quelli da modificare e valutino sopra tutto i loro rapporti con la vita sociale. Il Dudley Stamp, facendo ciò per la Gran Bretagna, dispone tali elementi secondo un ordine gerarchico, che è il seguente: industrie, insediamenti, agricoltura, ricreazione, comunicazioni, difesa. Va da sé che questa graduatoria varierà non solo da Paese a Paese, ma anche in rapporto all’indirizzo che la pianificazione intende dare alla regione.
Alcuni esempi possono illustrare la varietà degli aspetti con cui la pianificazione si è manifestata sulla superficie terrestre. Essi si riferiscono sia alla pianificazione integrale che a quella parziale, come pure ai riflessi provocati nel paesaggio umano dalla pianificazione economica generale di un determinato Paese, la quale - iniziatasi nel 1928, col primo piano quinquennale sovietico - oggi è diffusa in numerosissimi stati (dalla Jugoslavia a Ceylon, dall’Iran alla Rodesia settentrionale), qualunque sia il loro attuale indirizzo politico.
Anzi tutto, nel campo dell’agricoltura, la commassazione o ricomposizione della proprietà fondiaria frazionata, che ha qualche riflesso anche in Italia, ha lasciato notevoli tracce nel paesaggio agrario della Francia e della Svizzera, dov’essa è praticata fin dal 1885 e fa parte oggi di un piano generale di miglioramento agricolo e idraulico.
Molto interessante è pure il riflesso avuto in tal senso dalla riforma . agraria. in quei Paesi, come la Cecoslovacchia, che hanno recentemente sostituito alla proprietà privata le cooperative comunali. Ivi la commassazione ha dato origine ad appezzamenti più estesi e regolari, che hanno favorito il lavoro meccanico e, di conseguenza, la produzione.
Anche le opere di conservazione del suolo lasciano una speciale impronta nel paesaggio agrario. Negli Stati Uniti, per esempio, un apposito servizio consiglia agli agricoltori le coltivazioni più adatte ai diversi terreni e cambia la disposizione e la forma delle particelle secondo la pendenza, il deflusso delle acque e le altre condizioni locali.
Nelle regioni di bonifica e colonizzazione recenti, come per esempio le ex-paludi pontine o il Gebel cirenaico, spicca nel paesaggio la tipizzazione dei fabbricati agricoli, la quale più che per il loro aspetto colpisce per la loro distribuzione uniforme. Ciò è evidente anche nell’U.R.S.S., dove la diffusione dell’economia colcosiana, ha, dato origine a forme di insediamento analoghe da un estremo all’altro del territorio anche se in questo variano logicamente i materiali di costruzione e lo stile degli edifici.
E’ superfluo, infine, ricorda,re gli influssi della pianificazione sulla, localizzazione delle industrie (come nei “Kombinat” sovietici), sullo sviluppo dei centri abitati, sul sistema delle comunicazioni mediante la distinzione tra strade d’importanza nazionale, regionale, locale, e via di seguito.
Gli esempi testé ricordati sono comuni, come si è detto, sia, alla pianificazione parziale che a quella integra,le. A questa, invece, è peculiare la, suddivisione del territorio in un certo numero di aree, ciascuna delle quali è adibita ad una funzione diversa: industriale, agricola, residenziale, ecc. Si tratta in sostanza del principio dello “zoning” proprio all’urbanistica, nella differenziazione dei vari quartieri cittadini e da questa passato nel più vasto ambito regionale.
Benché, poi, la, pianificazione territoriale non abbia tra i suoi scopi, eminentemente economici, quello estetico o scientifico, possono essere comprese nella, sua azione anche le aree sottoposte a tutela paesistica, in quanto che appartengono al patrimonio turistico, nonché i parchi nazionali perchè s’ispirano a un criterio di conservazione economica.
A questo punto merita osservare che il paesaggio pianificato (sottoposto cioè ad una pianificazione integrale) non differisce affatto nel suo aspetto complessivo dal paesaggio più semplicemente antropogeografico, di cui esso stesso fa parte. Contrariamente a quanto si potrebbe credere, infatti, la pianificazione porta solo raramente uniformità e geometricità di aspetti.
La vera peculiarità del paesaggio pianificato di fronte al paesaggio umano normale sta, come si è detto, nella più efficace localizzazione dei varii fatti umani e, conseguentemente, nella più netta individuazione delle diverse aree funzionali.
Ciò non significa tuttavia, che la pianificazione raggiunga, o intenda raggiungere ciò che si potrebbe definire la critstallizzazione del paesaggio.
Se è vero, infatti, che la pianificazione di certi elementi del paesaggio (come p.e. la conservazione del suolo) mira a stabilizzarne l’aspetto attuale, ciò non ostante il carattere utilitario della pianificazione stessa, fa sì che, mutandosi i bisogni ed i mezzi di sfruttamento da parte dell’uomo, possano modificarsi anche la funzione e l’aspetto del paesaggio. Sotto il punto di vista agrario, per esempio, solo i terreni ottimi e quelli cattivi hanno la probabilità di restare adibiti sempre alla stessa qualità di coltura, mentre quelli intermedi sono più facilmente soggetti a cambiamenti, dettati dalla ricerca della loro sistemazione migliore. Non possono essere ignorate, infine, le conseguenze che, anche in una regione già pianificata, può avere un mutamento della politica economica governativa, favorendo per esempio una coltura rispetto ad un’altra, come sta avvenendo in Svizzera, dove - a fini autarchici - si riduce l’area delle foraggere a favore di quella dei cereali.
Insomma, come il paesaggio antropogeografico in generale cosi quello pianificato è - per usare l’espressione del Sestini - una forma di equilibrio tra l’azione di forze diverse, non solo - però - tra quelle della natura da un lato e dell’uomo dall’altro, ma anche tra le diverse forze dell’economia, che la pianificazione cerca appunto di armonizzare reciprocamente.
Ciò, credo, può spiegare l’eco che il fenomeno suscita nella letteratura geografica in vista non tanto delle possibilità d’impiego pratico quanto dei motivi d’interesse scientifico, che esso offre al geografo.

BIBL1OGRAFIA SOMMARlA

H. GUTERSOHN : Harmonie in der Landschaft. Wesen und Ziel der Landesplanung, Eidg. Techn. Hochschule Zürich, Arbeiten aus dem Geogr. Institut, Nr. 4, Solothurn, 1946.
Urbanistica, Rivista bimestrale dell’Ist. Naz. di Urbanistica. Torino, ripresa nel dopoguerra col n. 1 dell’annata XVIII (1949).
G. ASTENGO, voce Piano di coordinamento territoriale, Enciclopedia Italiana, appendice II, :vol. I-Z, p. 544-45, Roma, 1949.
I. BOWMAN: Geographical interpretation, Geographical Review, 1949 (p. 356-70).
L. DUDLEY STAMP, The Land of Britain. Its use and misuse, London, 1948.
L. DUDLEY STAMP, Nationalism and Land utilization in Britain, Geographical Review, 1937 (p. 1-18).
A. SESTINI: Il paesaggio antropogeografico come forma d’equilibrio, Boll. Soc. Geogr. It., 1947.

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