Rendita
Claudio Napoleoni
Una definizione sintetica da: Dizionario di economia politica, a cura di Claudio Napoleoni,Edizioni di Comunità, Milano 1956. In fondo al tetso il link a un'ampia biografia di Napoleoni
Si chiama rendita il reddito che il proprietario di certi beni percepisce in conseguenza del fatto che tali beni si trovano, o vengono resi, disponibili in quantità scarse; dove la “scarsità” va intesa in uno dei seguenti due sensi: 1) i beni in questione appartengono alla categoria degli “agenti naturali”, disponibili in quantità limitata e inferiore al fabbisogno; 2) beni in questione vengono resi disponibili da chi li possiede in quantità inferiori alla domanda che di essi si avrebbe in corrispondenza di prezzi uguali ai [oro costi (ad esempio, in virtù di un monopolio).
Le prime forme di rendita prese in considerazione dall'economia politica furono quelle derivanti da scarsità del tipo 1), ossia le rendite godute dai proprietari di fattori naturali scarsi (terre di un dato grado di fertilità originaria, miniere, ecc.); in particolare, per quanto riguarda lo svolgimento storico delle idee sulla rendita della terra, si rimanda a RENDITA FONDIARIA
Le estensioni del concetto di rendita a redditi provenienti da scarsità di tipo 2) cominciarono nel: periodo neoclassico. L'esempio più significativo è fornito dal concetto marshalliano di quasi-rendita (v. CONCORRENZA PURA), del quale è ovvia l'analogia col concetto ricardiano di rendita differenziale (v. RENDITA FONDIARIA), e nel quale l'aggettivo “quasi” sta a indicare che l'analogia è tanto più stretta quanta più breve è il periodo al quale ci si riferisce. Un'altra estensione importante, anticipata da J. S. Mill, Walker e Mangoldt, e precisata ancora da Marshall, é contenuta nella considerazione dei redditi imprenditoriali come rendite differenziali di “abilità”
Le teorie della concorrenza monopolistica e del monopolio .(vedi) offrono esempi. ovvi di rendite nel senso 2) nelle differenze tra prezzi e costi medi (ove nelle curve di costo si includano tutti i prezzi che è necessario pagare per ottenere i servizi produttivi in quantità sufficienti a sostenere i vari livelli di produzione), sebbene i redditi percepiti dalle aziende che si trovano in queste forme di mercato non sempre vengano designati col nome di rendite dalla letteratura corrente, la quale impiega più spesso il termine “profitto”.
La distinzione tra profitto e rendita può farsi, con rigore, solo in sede di teoria dinamica. Gli elementi fondamentali per la distinzione sono forniti dalla teoria schumpeteriana dello sviluppo economico.
Un reddito aziendale è profitto quando consegue da atti di impresa (v. IMPRESA), e quindi dalla introduzione di innovazioni (v. PROFITTO, IV). E' perciò un reddito tipico dello sviluppo. Un reddito aziendale è invece una rendita quando deriva da una posizione di forza di tipo monopolistico, ossia quando è identificabile con una delle forme di reddito caratteristiche dello stato stazionario. La trasformazione del profitto in rendita può avvenire ogni volta che i redditi provenienti da atti di impresa siano sottratti al meccanismo concorrenziale che diffonde nell'economia il valore addizionale da tali atti creato, e siano quindi resi permanenti nell'ambito dell'unita produttiva singola che di essi, perciò, continua a fruire anche quando l'innovazione originaria si é trasformata in lavoro di routine, come sono tutti i lavori dello stato stazionario (v. PROFITTO e STATICA E DINAMICA).

Qui una biografia di Claudio Napleoni

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