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<title>Eddyburg.it</title>
<link>http://eddyburg.it</link>
<description>Eddyburg.it</description>
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<title>Title</title>
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<title>Crollano gli altari e la memoria</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
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<link>http://eddyburg.it/article/view/19008/</link>
<description>&lt;i&gt;Un episodio apparentemente minore, molto ci racconta della situazione delle nostre città e del nostro patrimonio. &lt;/i&gt;La Nuova Sardegna,&lt;i&gt; 16 maggio 2012 (m.p.g.)&lt;/i&gt;</description>
<body>Le scenografie barocche sono allo stesso tempo festose e drammatiche, come sapevano i grandi papi e i parroci di campagna che hanno adottato per un paio di secoli quel linguaggio emozionale, adatto indifferentemente per matrimoni e funerali. Ma le foto degli arredi e dell' apparato decorativo della settecentesca chiesa di San Paolo di Olbia – capitale della Costa Smeralda – accatastati in un angolo dopo il crollo, procurano la solita sensazione di sconforto. Una sensazione accentuata dalla “inattualità” delle esauste dorature di quei decori che nel tempo delle candele apparivano scintillanti come oggi i neon negli shopping mall. Una sensazione che conosciamo bene - e alla quale ci siamo abituati: si prova ogni volta che una calamità o la trascuratezza variamente declinata provocano danni – spesso irrimediabili – a  manufatti famosi o sconosciuti, che dicono comunque della fatica di artisti e artigiani chiamati a testimoniare i progetti di comunità orgogliose. Sono molti i responsabili, ognuno con la propria dose di noncuranza, della perdita di pezzi consistenti del patrimonio italiano. Ma non è interessante sapere ora se le colpe del degrado della chiesa di Olbia sono dei parroci, della gerarchie ecclesiastiche o delle istituzioni civili.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Interessa la specialità di Olbia in questa epoca smemorata  ( che non è più colpevole di altre città disinteressate al destino dei propri beni culturali). E' un  caso speciale, Olbia, insieme ad altri: un complesso paesaggio della modernità adatto a spiegare i paradossi sociali e urbanistici, cresciuti nel tempo della crisi globale.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Nel compendio naturale più straordinario della Sardegna,  ha realizzato in tempi rapidi una enorme urbanizzazione contro la bellezza di quel luogo. Piegandolo alle esigenze del mercato che dappertutto lascia poco tempo per  occuparsi del paesaggio o della storia che resiste – documentata  da quelle pochissime cose superstiti e per questo preziose come quelle sculture lignee mangiate dai tarli. Poche vecchie cose, malamente inglobate nella crescita feticcio, che meriterebbero una cura puntigliosa e spesso spese inferiori di quanto si immagina. &lt;br&gt;
Colpisce la contraddizione: affiora normalmente nelle corti del lusso che esibiscono sguaiatamente le differenze tra ricchezze e miserie e quindi le spese superflue a dispetto di bisogni essenziali inascoltati.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
D'altra parte è naturale domandarsi come sia possibile non disporre di qualche decina di migliaia di euro nel territorio dove atterranno continuamente sceicchi e nababbi, dove una casa può costare cento milioni di euro, e con il conto di una festa vip e cafona ci paghi il lavoro di un restauratore per molti mesi.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Il rischio in casi come questi, evidenziato dagli studiosi di società, è quello di perdere l'orientamento a cominciare dalla memoria di sé. E le città senza memoria, proprio come gli uomini, impazziscono senza rimedio. In questo quadro  difficile meritano molto rispetto le fatiche degli amministratori olbiesi, ma l'entusiasmo acritico per la misura urbana che  a decine di ettari per volta vola verso il raddoppio, appare francamente eccessivo («La Nuova Sardegna» del 9 maggio).&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
La vicenda dell'altare crollato rimanda inevitabilmente  alla manifestazione «Monumenti aperti», in corso con risultati sorprendenti. Le file  a Sassari e a Cagliari, e  domenica scorsa a Alghero, per visitare architetture ben conservate  ma pure brandelli di muraglie – testimoni di negligenze di altri tempi –  ammoniscono contro gli sperperi odierni.  I sindaci (e i vescovi per ciò che compete loro) dovrebbero trarre insegnamento da questa onda lunga di attenzione appassionata, che raramente si manifesta in modi così determinati. L'attesa di centinaia di persone per vedere l'abside mutilata di una cappella o un fortino dell'ultima guerra va oltre la curiosità suscitata da una iniziativa di successo.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>I cinquemila intellettuali da tutto il mondo contro la discarica accanto a Villa Adriana</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/19007/</link>
<description>&lt;i&gt;Una discarica a pochi passi da Villa Adriana: uno sfregio al buon senso, al patrimonio, all’ambiente. Ma accade in Italia. &lt;/i&gt;Corriere della Sera,&lt;i&gt; 16 maggio 2012 (m.p.g.)  &lt;u&gt;&lt;/u&gt;&lt;/i&gt;</description>
<body>Gli ha detto «non se ne parla» il ministro dell'Ambiente, glielo ha ribadito il ministro dei Beni Culturali, glielo hanno ripetuto il sindaco di Roma, l'Unesco, Italia Nostra, la gente del posto, l'Autorità di bacino e migliaia di intellettuali di tutto il mondo. Niente da fare: il Commissario ai rifiuti vuol fare la discarica proprio lì, a due passi da Villa Adriana. All'estero non ci vogliono credere, che un paese che si vanta di essere una delle culle della cultura possa solo ipotizzare di costruire la nuova pattumiera della capitale, in seguito all'inevitabile chiusura dello storico immondezzaio di Malagrotta (dopo mille rinvii e l'ammasso di 36 milioni di tonnellate di pattume) a 70o metri dall'area vincolata della maestosa residenza dell'imperatore Adriano. «Ma siete sicuri che non è una bufala?», hanno chiesto increduli tanti professori universitari e archeologi e storici dell'arte e intellettuali vari a Bernard Frischer, direttore del Virtual World Heritage Laboratory, tra i promotori di una raccolta di firme planetaria contro l'idea scellerata: «E impensabile che la Villa e il territorio circostante debbano subire il degrado che ovviamente deriverebbe dalla discarica in progetto». Ieri sera i firmatari (appoggiati da una mozione votata dalla Société Francaise d'Archéologie Classique) erano già quasi cinquemila. Da Lisa Ackerman, vicepresidente esecutiva del World Monuments Fund, ad Alain Bresson dell'Università di Chicago, dall'archeologo Tonio Holscher di Heidelberg all'architetto Richard Meier, da Salvatore Settis a vari docenti di Oxford e Berkeley, Harvard e Cambridge. Per non dire delle personalità di spicco del Louvre, del Prado, del Getty Museum di Malibù, dell'Hermitage di San Pietroburgo, del Kunsthistorisches Museum di Vienna... Una sollevazione. Che da una parte ci consola per l'amore che riconosciamo nel mondo verso i nostri tesori, dall'altra ci fa arrossire di vergogna. E ci ricorda quella tremenda battuta che girava tra gli intellettuali stranieri dopo l'infelice insistenza di chi come il Cavaliere sbandierava che l'Italia ha «il 50% dei beni artistici tutelati dall'Unesco». Diceva quella battuta: «L'Italia ha la metà dei tesori d'arte mondiali. L'altra metà è in salvo». Umiliante. Eppure va detto che questa volta, con l'eccezione della presidente della Regione Lazio Renata Polverini, un po' tutte le autorità locali e nazionali hanno usato parole nette. «Qui la discarica non si può e non si deve fare», ha tuonato l'altro ieri Gianni Alemanno. Due ore più tardi, sul suo blog si appellava «al commissario e a tutte le autorità competenti» spiegando che lì «1'Acea raccoglie acque importanti, da qui passa l'acquedotto dell'Acqua Marcia, ci sono fonti di captazione non solo per l'acqua a uso agricolo, ma anche per quella potabile. E qui c'è un sito tutelato dall'Unesco, Villa Adriana, che deve essere rispettato». Non c'è solo la residenza imperiale famosa nel mondo per il Ninfeo e il Teatro Marittimo, i Portici e le Grandi Terme e per le «Memorie di Adriano» di Marguerite Yourcenair. Ci sono intorno ampi spazi dove ancora si può vedere quanto belli fossero quei dintorni di Roma che abbagliarono i grandi visitatori del passato e antichi manieri medievali come quello che domina l'ex cava destinata a diventare una discarica e liquidato dagli esperti prefettizi, con una definizione furbetta tesa a non impensierire i custodi delle belle arti, come un «manufatto edilizio denominato Castello di Corcolle». Macché, a stretto giro di posta il prefetto Giuseppe Pecoraro, rispondeva al sindaco a brutto muso: «Nella vita di un funzionario pubblico a volte bisogna fare scelte obbligate anche se dolorose. Da parte mia non c'è naturalmente alcuna intenzione di ledere alcun territorio, ma il mio obiettivo è superare l'emergenza, e per farlo bisogna fare delle scelte. E l'obiettivo primario che mi guida è l'interesse pubblico». Avanti tutta: la discarica la vuole proprio a Corcolle. E a questo punto lo scontro è durissimo. In una lettera del io maggio a Mario Monti, a costo di andare in conflitto con la collega Anna Maria Cancellieri, i ministri dell'Ambiente Corrado Clini e dei Beni Culturali Lorenzo Ornaghi, sono infatti irremovibili. E non solo manifestano l'irritazione per la *** scelta del prefetto di incaponirsi su Corcolle «in aperto e pubblico contrasto con i nostri ministeri». Ma ripetono che «Corcolle insiste su un'area vulnerabile del sistema acquifere o regionale caratterizzata da una presenza significativa di pozzi d'uso prevalentemente agricolo, igienico e il domestico, oltre che dalle sorgenti Acquoria e Pantano Borghese, con una portata complessiva di i.ioo litri al secondo, captate da Acea per la rete idropotabile di Roma. La discarica metterebbe a rischio un'importante quota di approvvigionamento idrico della capitale». Di più: «La barriera geologica naturale (...) necessaria alla localizzazione di un eventuale discarica, è estremamente ridotta e caratterizzata da una permeabilità non conforme ai requisiti di legge con rischi di contaminazione ambientale del sistema acquifere o regionale». Il prefetto vuole andare avanti «in deroga ai vincoli stabiliti»? Inaccettabile, per i due ministri: «Non è possibile derogare da tali vincoli, come dimostrano le numerose procedure d'infrazione a carico dell'Italia». Non bastasse, «è altamente probabile» che se andasse avanti «l'iniziativa verrebbe bloccata», presumibilmente dalla magistratura, «e di conseguenza il sistema di gestione dei rifiuti di Roma entrerebbe davvero in emergenza». E allora che senso ha insistere? Quanto a villa Adriana, la lettera ricorda che il ministero dei Beni culturali ha ritenuto «che sia assolutamente improprio consentire un intervento lesivo di un patrimonio culturale e paesaggistico di valenza universale, annoverato tra i siti Unesco e come tale oggetto di un accordo internazionale che obbliga lo Stato alla tutela e alla conservazione». Cos'altro serve ancora, con lo spettro che l'Unesco possa davvero revocare alla residenza imperiale lo status di «patrimonio dell'umanità», per abbandonare il progetto?&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Il piano di Caserta per fermare il cemento  </title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/19005/</link>
<description>&lt;i&gt;Tutela integrale delle aree agricole e riqualificazione dell’urbanizzato: uno strumento per recuperare il degrado del territorio. Finalmente! &lt;/i&gt;Repubblica, ed. Napoli&lt;i&gt;, 15 maggio 2012 (m.p.g.) &lt;/i&gt;</description>
<body>Stop. Niente più cemento nei suoli agricoli di Gomorra, su molti dei quali vigilano gli uomini delle cosche, che controllano anche tanta parte del ciclo dell’edilizia. Se in provincia di Caserta si dovrà costruire, lo si farà nelle aree già urbanizzate, abbandonate, stravolte dall’abusivismo e da un’espansione dissennata. Si potrà persino demolire e tirare su nuovi edifici. Tutela integrale, invece, per quel che è sopravvissuto alle discariche legali e illegali, alla semina sparpagliata di ville e villette, e cioè per i terreni un tempo baciati da coltivazioni di pregio, come la vite maritata, che sfilava di pioppo in pioppo, raccontata già da Virgilio.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Lo prevede il nuovo Piano di coordinamento territoriale della provincia di Caserta, approvato all’unanimità (la giunta è di centrodestra a guida dell’Udc Domenico Zinzi, ma il Piano è partito con il centrosinistra, con l’assessore Maria Carmela Caiola). Un documento che indica i paletti per cento e più Comuni, fra i quali Casal di Principe, Casapesenna e Castel Volturno sciolti per camorra, i quali hanno tempo diciotto mesi per varare i loro Piani regolatori. Paletti rigorosi: il territorio di ogni Comune va diviso in due insiemi, quello urbanizzato, intorno al quale è come se si tracciasse un perimetro con una matita rossa, invalicabile; e quello rurale.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Nel primo, gran parte dell’attività edilizia deve recuperare costruzioni scadenti, dismesse o sottoutilizzate, anche demolendo e ricostruendo su superfici più piccole per lasciare lo spazio ai servizi che non ci sono (in primo luogo il verde). Eccezionalmente, si legge nel documento, ci può essere espansione edilizia, ma mai nel territorio rurale: qui solo fabbricati per le produzioni agricole. E poi, niente più centri commerciali.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Il tono usato dai progettisti, guidati dall’urbanista Vezio De Lucia insieme a Georg Frisch, è secco: «Qualunque nuovo impegno di suolo è consentito esclusivamente a condizione che si dimostri l’impossibilità assoluta di soddisfare le nuove esigenze all’interno del territorio già urbanizzato». Un tono che sembra imposto da un dato: la provincia di Caserta ha raddoppiato in trent’anni il proprio edificato. Ma si è trattato di una crescita «sciatta, rapace e a bassa densità», la definisce Antonio Di Gennaro, che ha curato la parte del Piano sul paesaggio agrario. «La superficie urbanizzata è di 250 metri quadrati per abitante, più del doppio di quella napoletana, segno che qui si è immaginato un sogno americano di non-luoghi spersi per la campagna», aggiunge.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Il Piano tenta di arginare una vorace periferia. Almeno 5 mila ettari, un quinto di tutto l’edificato, sono definiti &quot;aree negate&quot;, disseminate di macerie edilizie, fra capannoni dismessi e manufatti ridotti a baracche. Tre quarti di questo territorio non sono stati pianificati, abbandonati a una crescita senza regole. «Ormai gli spazi agricoli intorno ad Aversa e a Caserta sono i frammenti di un arcipelago circondato da una desolante edificazione», spiega De Lucia, che negli anni Novanta è stato assessore nella prima giunta napoletana di Antonio Bassolino.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Il paesaggio agrario che è stato sacrificato era fra i più celebrati (gli ettari con la vite maritata raggiungevano quota 18 mila ancora nel 1954, ora sono 400). Ma una parte di esso resiste lungo la valle del Garigliano, intorno ai castagni vicino al vulcano dormiente del Roccamonfina. Resiste a fatica il tracciato borbonico dei Regi Lagni. E perfino la vite maritata, per iniziativa di alcuni produttori, riprende a vinificare.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
«Bisogna vedere questi paesi per comprendere che cosa vuol dire vegetazione e perché si coltiva la terra», scrive Goethe nel Viaggio in Italia (citato in esergo al Piano). E poi ci sono un patrimonio di piccoli centri storici, l’acquedotto di Carlo III di Borbone e quindi le regge, da Caserta a Carditello (che, derelitta, rischia di essere venduta all’asta).&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
«Conservare il suolo agricolo non significa che non ci sarà sviluppo», sottolinea De Lucia, «anzi le cose da fare sono molte: cinquantamila alloggi in dieci anni per una popolazione che cresce, almeno un migliaio di ettari per verde pubblico e servizi, spazi per la mobilità...». «Ora bisogna vigilare affinché la Provincia talloni i Comuni e li accompagni in una corretta pianificazione», chiosa Maria Carmela Caiola, che da assessore all’urbanistica della precedente giunta diede l’avvio al Piano.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
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</item>
<item>
<title>Il Mezzogiorno rassegnato che somiglia a Chicago</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/19006/</link>
<description>&lt;i&gt;La fotografia come impietosa testimone del degrado del territorio italiano. &lt;/i&gt;ilfattoquotidiano on-line,&lt;i&gt; 15 maggio 2012 (m.p.g.)&lt;/i&gt;</description>
<body>«Architettura di rassegnazione. Fotografie dal Mezzogiorno». Il titolo dell’ultima raccolta di fotografie di Jay Wolke* (capo del dipartimento di arte e design del Columbia College a Chicago) potrebbe essere inteso in senso metaforico: si potrebbe, cioè, pensare ad una serie di ‘istantanee’, cioè di racconti e cronache, capaci di rappresentare quella struttura di rassegnazione (morale, civile, politica) che imprigiona una grande parte del nostro Paese. E non si sbaglierebbe, in fondo: giacché il senso ultimo del libro di Wolke è proprio questo. Ma ‘architettura’ e ‘fotografie’ vanno intese in senso letterale: perché questo reportage, anzi questo acuto trattato di sociologia della disgregazione, è composto da fotografie che ritraggono concrete architetture contemporanee che sfigurano l’Italia, da Roma giù giù fino alla Sicilia.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Wolke le ha scattate tra il 2000 ed il 2007 in un lungo e amaro Grand Tour in cui l’amore per il Bel Paese non si è impantanato nell’eterna oleografia dietro cui cerchiamo, da secoli, di nascondere la nostra inarrestabile decadenza (chi non ricorda il patetico Francesco Rutelli del promo istituzionale noto attraverso il suo piagnucoloso e imbarazzante refrain: «Please, visit Italy»?)&lt;br&gt;
Grazie al formato à la page e alla carta patinata, il libro di Wolke si insinua come una lama sottile tra i coffee table books che smerciano l’Italia da cartolina, smentendo all’istante ogni cliché sugli americani creduloni e superficiali.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Per un’adeguata ecfrasis di queste fotografie, di sorprendente nitore formale, ci vorrebbe la penna di un marchese De Sade, o di uno Sciascia. Ma solo Fellini potrebbe mettere in scena il mausoleo romano dell’Appia pieno di spazzatura, tra cui troneggia un inconcepibile materasso azzurro.&lt;br&gt;
A Trapani le case abitate si alternano ai ruderi; a Napoli le Vele di Scampia svettano su nature morte di monnezza; a Colleferro la fontana civica è un inimmaginabile trionfo di ferraglia e cemento; la ‘Finestra sul mare’ a Santo Stefano (Sicilia) o la chiesa incompiuta di Gibellina Nuova ridiventano, da pretese opere d’arte, enormi rifiuti di cemento. Le infrastrutture della guerra, mai rimosse in settant’anni, si sommano alle ferite di un’industrializzazione clientelare e agli squallidi templi di un turismo d’accatto. In una perversa inversione di senso, anche i luoghi della cultura diventano simboli di un inarrestabile degrado civile: dall’orribile interno di un museo di Latina, alla schiera dei motori di condizionatori d’aria che devasta l’Orto Botanico di Messina. Dovunque l’incompiuto, l’abusivo e l’illegale si manifestano nell’osceno, nell’improbabile, nel mostruosamente kitsch: non-luoghi senza abitanti, visto che nessuna ‘figurina’ umana potrebbe redimere queste nuovissime, terrificanti vedute della decadenza italiana.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Non di rado di fronte a questi scatti viene da pensare che si potrebbe trattare di qualche brano di periferia estrema di qualche città americana: e forse una chiave potrebbe essere proprio lo stupore del fotografo di Chicago che ritrova nella culla della civiltà il peggio del proprio paese.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Architettura e fotografia – forse le uniche due arti ancora capaci di una vera funzione civile – si incontrano, anzi si scontrano, nel libro di Wolke, dove la seconda denuncia il tradimento della prima. Sarebbe bello pensare ad un’edizione italiana del libro, anzi ad una mostra di quelle fotografie itinerante attraverso il nostro Mezzogiorno. Ma – in una sorta di perverso comma 22 – siamo troppo rassegnati per lasciarci scuotere da un ritratto della nostra rassegnazione scattato da un americano di Chicago. Come scrive, con terribile esattezza, Roberta Valtorta nell’introduzione: «There is a moment for every society: the Italian moment seems to have come to an end».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;i&gt;*Jay Wolke, Architecture of Resignation. Photographs from the Mezzogiorno. With essays by Roberta Valtorta and Tom Bamberger, Chicago, Center for American Places at Columbia College Chicago, 2011&lt;/i&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Quo Vadis Alemanno?</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/19004/</link>
<description>&lt;i&gt;Il degrado di Roma nell’era del centrodestra riguarda tutti i campi della vita associata. &lt;/i&gt;L’Unità,&lt;i&gt; 14 maggio 2012 (m.p.g.)&lt;/i&gt;</description>
<body>Il rugby romano sarà presto soltanto un ricordo. Il basket – un glorioso passato di scudetti, fra Ginnastica Roma e Virtus – rischia di sparire dalla prima serie. Lo stesso può capitare al volley. Mentre le due squadre di calcio sono decisamente lontane, soprattutto la Roma, da Juve e Milan. La decadenza di una grande città si misura anche da questi fenomeni e segnali. Poi ve ne sono di più allarmanti, certo. Roma era la capitale europea di gran lunga più sicura. Con un tasso di omicidi talmente basso che, in Italia, veniva subito dopo Venezia e Bologna, le più “tranquille”, precedendo Firenze, Genova, Torino. Un omicidio volontario ogni 100.000 romani nel 2007, contro 1,7 omicidi di Milano e 1,5 della media italiana. Nell’ultimo anno c’è stata una escalation di ammazzamenti del 30 %. Impressionante.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Tutto è cambiato, in peggio. La violenza è di molto aumentata, come la smodatezza delle bevute dovuta anche all’assurdo allargamento degli orari in grandi piazze come Campo de’ Fiori, o a Monti, dove spesso scoppiano risse e si registrano accoltellamenti (l’ultimo di un giovane americano intervenuto a fare da paciere, qualche notte fa). L’ultimo decreto del governo dilata assurdamente orari e bevute. Ma il ministro Cancellieri non ha dato risposta alcuna alla denuncia allarmata in tal senso del senatore Luigi Zanda. Perché?&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Con Alemanno i pullman turistici, per il Giubileo attestati in parcheggi esterni ben controllati, scorrazzano per Roma antica e parcheggiano, come minimo, sui Lungotevere rendendo più difficile un traffico sempre al limite del collasso. Il centro storico è una sorta di “mangiatoia” continua, senza più orari, fino a notte fonda. I cosiddetti “dehors”, orribili gazebos di plastica con stufe incorporate, di fatto impediscono la vista di chiese e palazzi. Erano stati in parte rimossi dal I° Municipio col “sì” della Soprintendenza statale. Ma Alemanno li ha prorogati fino a che non è sopravvenuta la primavera e non sono stati più indispensabili. Restano enormi ombrelloni con scritte pacchiane, menù goffi e ingombranti, camerieri che sollecitano i turisti a sedersi.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Fuori le mura cresce la foresta dei cartelloni pubblicitari. Dentro, la marea di tavolini e di seggiole di plastica invade senza regole né limiti anche piazza Navona trasformata in una bolgia dalla quale i vecchi “pittori”, ritrattisti o caricaturisti, sono di fatto spariti (saranno due o tre). L’arredo dei pubblici esercizi è precipitato. Per la prima volta i distributori automatici di coca-cola sono esposti nel gran teatro di Bernini e Borromini.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Nei vicoli e nelle strade intorno va pure peggio. Tor Millina ha raggiunto livelli di degradazione spaventosi. Fra pedoni e tavolini di plasticaccia sgasano in slalom, anche alle 13, camion e furgoni: portano cibi surgelati precucinati (nell’aria si diffondono odori inquietanti), oppure soltanto acque minerali, notoriamente deperibilissime. Anche in questo caso, niente limiti. Né vigili urbani in strada. Un caos e un frastuono continui. L’altra notte due vigilesse sono dovute battere in ritirata davanti ad una festa fracassona, a notte fonda, a Madonna dei Monti. E i residenti veri sono scesi sotto i 90.000, contro i 100-110.000 di pochi anni fa.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Penosa pure la gestione dei grandi servizi pubblici: tassa sui rifiuti decisamente elevata e raccolta differenziata poco efficiente. Così la spaventosa maxi-discarica di Malagrotta rimane un incubo. Le municipalizzate sono state affidate a manager “di fiducia” rivelatisi una frana, ad ex compagni “fasci”, e ad una corte di parenti, famigli e affini. Ed ora si vuol svendere una quota importante dell’Acea un tempo solida e sicura.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
La politica culturale si è abbassata di livello, a parte il successo di Musica per Roma e di Santa Cecilia (dove nulla, per fortuna, è cambiato). Un pasticciaccio come quello per la Festa del Cinema era, qualche anno fa, inimmaginabile: ci si è intestarditi a cacciare una direttrice valida per far posto ad un direttore costoso e certamente “pesante”, aprendo conflitti di date e altro con Torino e Firenze. Al Maxxi la Fondazione procedeva, con entrate proprie superiori al 50 per cento (più del Louvre che è al 40). La si è voluta commissariare, grazie alla latitanza del ministro “tecnico”(?), costringendo alle dimissioni uno stimato dirigente come Pio Baldi, ex soprintendente di valore. Si è parlato dell’ex McDonald’s Mario Resca, sodale di Berlusconi, ma l’hanno “promosso” all’Acqua Marcia. E dell’onnipresente/onnipotente Emmanuele Emanuele che gioca in doppio con Vittorio Sgarbi sempre alla ricerca di “promozioni”, chissà.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Non va meglio, come dicevo, sul piano sportivo. Totti, dopo una stagione più che deludente, passa la mano per il basket e non si vede chi possa subentrare con progetti seri e capitali freschi. Non sta meglio la pallavolo, altro sport nel quale Roma eccelleva. Nel calcio la Lazio, tutto sommato, non demerita, anche se il suo presidente vuole soprattutto  cubature attorno al nuovo stadio in una zona piena di vincoli. L’AS Roma sembra in stato confusionale: fuori dalla Champion’s e molto probabilmente dall’Europa League, ha raggiunto il record di espulsioni e fatto deprezzare taluni acquisti costosi, mentre il corso delle azioni è precipitato in Borsa da 1,09 € (primo trimestre 2011) all’attuale livello di 0,38-40 (- 60-65 %). Ora Luis Enrique ha deciso di lasciare ed è possibile che torni Vincenzo Montella che già allenava la Roma ed era stato indotto ad emigrare al Catania (dove ha fatto benissimo) da quei dirigenti che ora lo richiamano. Un colpo di genio.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Intanto i centurioni romani, tollerati per anni al Colosseo, rifluiscono da lì verso il Pantheon, in cerca di una qualche “rendita”. Anche per loro si profila il Parco tematico della romanità, una gigantesca Roma di cartapesta e cartongesso. Tanto per promuovere un’altra abbuffata di Agro romano. Qualcuno ricorda ancora i fasti alemanniani a tutto gas della Formula 1 all’EUR? Cittadini romani, le idee son queste.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Là dove c’era l’erba ora c’è una joint-venture</title>
<author>Fabrizio Bottini</author>
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<link>http://eddyburg.it/article/view/19001/</link>
<description>&lt;i&gt;Lo spazio pubblico, urbano, metropolitano, le risorse collettive ambientali, sono cose davvero monetizzabili? Domanda lecita, visto cosa succede. Articoli da &lt;/i&gt;la Repubblica&lt;i&gt; e &lt;/i&gt;Corriere della Sera&lt;i&gt; Milano, 15 maggio 2012,   &lt;a href=&quot;http://eddyburg.it/article/articleview/19001/1/38#postilla&quot; target=&quot;_self&quot; &gt;postilla&lt;/a&gt;. (f.b.)&lt;/i&gt;</description>
<body>&lt;b&gt;&lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;b&gt;&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;b&gt;Le griffe prenotano la Galleria &quot;Raddoppieremo i negozi&quot;&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;b&gt;di &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Ilaria Carra&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Oltre il doppio degli spazi commerciali di oggi, da 20mila a 50mila metri quadri. È la base della proposta di valorizzazione della Galleria Vittorio Emanuele ufficializzata al Comune dai marchi del lusso della Fondazione Altagamma. Più insegne, fino al terzo piano del salotto, messe a reddito con un fondo immobiliare trentennale del valore (prudenziale) di 800 milioni: il 51 per cento del Comune, il 49 per cento privato. Con una clausola: per restare dove sono (anche se non nella stessa posizione) o sbarcare nel cuore della città, i marchi devono anche acquistare quote dello stesso fondo in proporzione allo spazio affittato. Una condizione, questa, che mette a serio rischio la sopravvivenza di molti negozi presenti oggi, specie quelli a conduzione familiare.&lt;br&gt;
La Fondazione Altagamma guidata da Santo Versace ha presentato ieri il piano di fattibilità dell’operazione con cui punta a quasi metà della Galleria. La richiesta è arrivata direttamente al sindaco.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
E proprio Giuliano Pisapia, sulla vicenda, vuole già chiarire: «Se si continuerà con l’idea di valorizzare così la Galleria, culturalmente e commercialmente, ci sarà un bando internazionale perché è un bene di Milano e di tutto il Paese e va valorizzata». Una proposta «da approfondire» che, sempre il sindaco, si augura non sia l’unica: «Spero ne arrivino anche altre», ha detto Pisapia. L’operazione, per la quale Altagamma si propone come advisor, frutterebbe a Palazzo Marino circa 400 milioni, dei quali «una quota importante - dice la proposta - sarà anticipata» subito al Comune che, a pieno regime in otto-dieci anni, incasserebbe circa 35milioni di redditività all’anno. In cambio, i privati si farebbero carico del restauro conservativo della Galleria (tra i 180 e i 200 milioni).&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Il piano «proposto dall’advisor e approvato dal Comune prevede solo a livello d’eccellenza un completo assortimento di merceologie»: la metà degli spazi alla moda e alla cura della persona, il 20 per cento all’arte e alla cultura, il 15 al design, il 10 alla ristorazione e bar e il 5 per cento alla vendita di prodotti enogastronomici. I negozi monomarca sono la strategia: «Come in luoghi iconici del consumo, da Rodeo Drive alla Fifth-Madison Avenue - ricorda il presidente di Altagamma, Santo Versace - vogliamo trasformarla in una delle sette meraviglie del mondo». Un mix in cui sono compresi anche i negozi storici: «Avranno degli sconti», dice il segretario generale di Altagamma, Armando Branchini, secondo il quale saranno più agevolati che con l’attuale assegnazione «sulla sola base di una competizione sul canone». L’assessore al Bilancio, Bruno Tabacci, si compiace che sia arrivata «una proposta interessante e seria per valorizzare un patrimonio di cui si è sempre parlato ma per il quale non si è mai fatto nulla». Con un auspicio: «Si apra subito una riflessione seria».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Possibilista Carmela Rozza, capogruppo Pd in Comune: «Siamo per verificare tutte le ipotesi a patto che la proprietà resti in capo al Comune, che si faccia una gara e in Galleria restino luoghi anche per persone normali e non solo d’elite». Il capogruppo Pdl a Palazzo Marino critica e avverte: «La trattativa privata sulla Galleria sta proseguendo: nulla in contrario sulla partecipazione di privati, ma sul metodo pare si stiano ripetendo le anomalie di Sea. Se il Comune vuole privatizzare lo faccia veramente con una gara internazionale».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;b&gt;&lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;b&gt;Dimezzati in dieci anni boschi e prati di Milano&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;b&gt;di Giuliana De Vivo&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Sempre meno alberi, prati, campi coltivati. Al loro posto, sempre più palazzi. L’avanzata del cemento a Milano in dieci anni, dal 1999 al 2009, è stata inarrestabile. In tutta l’area del comune, compresa la cintura extraurbana, il «verde naturale e seminaturale» - aree boschive, prati non coltivati, spazi aperti con arbusti - è diminuito del 43,4 per cento. Passando dai quasi 489 ettari del ‘99 ai 277 attuali. Anche le aree agricole sono calate, del 14 per cento: dai 3.897 ettari di allora ai 3.428 di oggi. E questo nonostante una crescita della popolazione, nello stesso periodo, minima: le famiglie milanesi sono aumentate solo dell’1 per cento. È quanto emerge dal rapporto 2012 sui consumi di suolo elaborato dal centro di ricerca di Legambiente e dell’Istituto nazionale di urbanistica.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Dati ottenuti, spiega Stefano Salata del Centro di ricerca sui consumi di suolo, incrociando quelli contenuti nel database della Regione sull’uso dei terreni: «Si calcola la differenza matematica tra i valori di allora e quelli di oggi». Ma il cambiamento si vede anche ad occhio nudo: «Basta fare un’indagine cronologica su Google Earth, - aggiunge Salata - dalle vedute aeree sono evidenti gli spazi dove il verde è stato &quot;mangiato&quot;, ad esempio nell’area nord ovest in prossimità dell’A4. O in alcuni punti del Parco Sud». Nell’intera provincia si è costruito l’equivalente di una città grande come mezza Milano: i campi coltivati spariscono al ritmo di 20mila metri quadrati al giorno. Ogni dieci giorni il cemento cancella un terreno da cui si ricavava il frumento necessario per 150 tonnellate di pane.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
E l’erosione continua: per ora è stata scongiurata quella di 100mila metri quadrati di terreno all’interno del Parco agricolo sud Milano a Vignate, a favore del polo logistico Sogemar. L’assemblea del Parco che oggi doveva dare il via libera è stata rinviata su pressione degli ambientalisti, anche se il progetto resta in piedi, con il parere positivo del Comune.&lt;br&gt;
Non va meglio nemmeno nel resto della Lombardia. Dove, secondo il rapporto di Legambiente, in media vengono distrutti ogni giorno 130mila metri quadrati tra campi coltivati, boschi, prati. L’equivalente di venti campi di calcio. Una situazione che è figlia, spiega il presidente di Legambiente Lombardia Damiano Di Simine, dell’assenza di uno strumento come il censimento sull’uso del suolo. «Ogni comune dovrebbe dotarsene prima di assumere le decisioni. Ma la proposta di legge di iniziativa popolare giace nei cassetti del Consiglio regionale da due anni, pur avendo raccolto consensi bipartisan».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Senza contare che anche le leggi esistenti non sempre vengono rispettate. «Sugli oltre 1.500 comuni della regione - denuncia ancora Di Simine - solo 178 hanno recepito l’articolo 43 bis della legge urbanistica regionale, che impone un onere maggiorato per le urbanizzazioni quando queste comportano consumo di suolo agricolo». Anche Milano è tra i comuni che non hanno, finora, adempiuto a quest’obbligo. A lanciare l’allarme è anche la Coldiretti Lombardia. «Assistiamo ad una continua erosione del patrimonio agricolo del territorio», denuncia il presidente Ettore Prandini, «con i campi stretti in una morsa tra l’espansione delle città e l’avvio di nuove grandi infrastrutture, dalla Pedemontana alla Brebemi, dalla Broni-Mortara alla Tem, che hanno e avranno un impatto pesantissimo sulla vita delle aziende agricole».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;b&gt;&lt;i&gt;Corriere della Sera&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;b&gt;&lt;i&gt;&lt;/i&gt;La Galleria verso i privati&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;b&gt;di Annachiara Sacchi&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Un luogo di prestigio valorizzato come merita. O un grande atelier, a seconda di come lo si voglia vedere. Fatto sta che la giunta Pisapia sembra intenzionata a cambiare il volto della Galleria, pezzo unico del Demanio comunale e della storia cittadina. La proposta firmata da Altagamma è stata presentata ieri da Santo Versace, presidente della Fondazione. Sul piatto la cessione della Galleria a un fondo immobiliare: al Comune il 51 per cento, il 49 ai conduttori dello spazio commerciale. La Galleria, a quel punto, verrebbe svuotata di tutte le attuali funzioni, uffici compresi, per destinare gli spazi «interamente alle attività commerciali di eccellenza, con un incremento delle superfici commerciali&lt;i&gt;&lt;/i&gt;&lt;i&gt;(da 20 mila a 50 mila metri quadrati, ndr)&lt;/i&gt;». Mix merceologico definito: 50 per cento a moda, 20 a cultura, 15 a design, 10 a ristorazione, 5 a enograstronomia.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Versace è convinto che questa potrebbe diventare «una delle sette meraviglie del mondo», un «centro commerciale unico al mondo», una «vetrina straordinaria della città». E «senza prevaricazioni verso le attuali presenze, i cui contratti verranno rispettati» (potranno decidere se entrare nel fondo o incassare una buonuscita per liberare gli spazi in anticipo).I tempi: 8-10 anni per vedere la nuova Galleria. Nel progetto, da settimane sul tavolo del sindaco, del direttore generale Davide Corritore, dell'assessore Bruno Tabacci, si parla anche di cifre: il Salotto verrebbe conferito a un fondo immobiliare chiuso trentennale, con una valutazione di 800 milioni di euro. Palazzo Marino incasserebbe 400 milioni e una «quota importante» verrebbe «anticipata al Comune» che poi godrebbe, a regime, di una redditività annuale di 35 milioni (attenzione al patto di stabilità: solo se l'operazione dovesse andare in porto entro il 2012 il 30% del ricavato potrebbe essere usato dal Comune per la spesa corrente, altrimenti andrebbe ad abbattere il debito).&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Ai privati, infine, spetterebbe l'onere di ristrutturare la Galleria (circa 200 milioni di euro). Il sindaco Giuliano Pisapia, che ieri ha consegnato al presidente del consiglio comunale, Basilio Rizzo, il progetto di Altagamma perché venga distribuito ai consiglieri, mette le mani avanti rispetto a chi sente puzza di trattativa privata: «Faremo un bando internazionale», puntualizza, augurandosi che «arrivino altre proposte».Più deciso l'assessore Tabacci: «Faremo un bando, anche se valutiamo positivamente l'innesto di questa iniziativa. Finalmente abbiamo scoperchiato un problema, quello della valorizzazione della Galleria, che prima di noi hanno solo fatto finta di risolvere». Tabacci insiste: «La Galleria va valorizzata, a costo di toccare interessi che sono consolidati. Va svuotato tutto, a partire dai gruppi consiliari per ridare dignità a quest'area che è tra le più calpestate d'Italia».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
La Galleria come la Fifth Avenue? L'ex vicesindaco pdl Riccardo De Corato è contrario: «Un errore, perché a Milano c'è sono via Monte Napoleone e via Spiga». Poi, la contestazione sul metodo: «Anche qui si fa avanti un amico dell'assessore Tabacci». L'opposizione intravvede il rischio che «si ripetano le anomalie di Sea». Il capogruppo pdl Carlo Masseroli insiste: «Vogliamo fare gli stessi errori?». Se lo chiedono anche i commercianti dell'associazione «Il Salotto». Pier Galli, consigliere delegato, sbotta: «Siamo preoccupati e delusi: il Comune non ci ha mai interpellato, non c'è stata trasparenza». Fiume in piena: «Molte delle nostre attività sono a conduzione familiare, non abbiamo altri punti vendita. Versiamo di affitto 13 milioni di euro all'anno, non 180 mila. Io ne pago 189 mila, oltre mezzo milione il Savini. Chiediamo un incontro. Ne abbiamo il diritto».&lt;i&gt;&lt;/i&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;b&gt;Boeri: resti un Salotto, non una vetrina&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Parte con le migliori intenzioni: «Buon segno che ci sia un'offerta». Bene «la regia pubblica». Ottimo «il progetto di valorizzazione deciso all'interno della maggioranza».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;i&gt;Ma, assessore Boeri?&lt;/i&gt;«No alla vendita. E la Galleria resti un salotto, non una vetrina».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;i&gt;Ci spiega?&lt;/i&gt;«Vetrina è uno spazio per il consumo. Salotto è luogo di incontro e di dialogo».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;i&gt;Insomma, cosa ci vuole dire?&lt;/i&gt;«Che è inaccettabile l'idea di farne una&lt;i&gt;Rodeo Drive&lt;/i&gt;ambrosiana: la Galleria deve essere uno spazio pubblico che continui a esprimere la storia di Milano».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;i&gt;E non si esprime con moda e design?&lt;/i&gt;«Anche. Ma Milano non è una città provinciale che ha bisogno di ostentare i suoi gioielli. Non ci serve un richiamo per i giapponesi: loro arrivano comunque per la Scala, per Palazzo Reale, per le Gallerie d'Italia. Non sentiamo l'esigenza di un&lt;i&gt;mall&lt;/i&gt;americano».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;i&gt;E di cosa allora?&lt;/i&gt;«Di un'idea urbana che faccia parte della nostra storia. Non a caso decine di pittori si sono cimentati sul tema della Galleria, a partire da Umberto Boccioni con la &quot;Rissa&quot; davanti al Camparino».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;i&gt;Proposte?&lt;/i&gt;«Sono d'accordo sull'idea di un bando internazionale, sarebbe utile per lotti verticali che valorizzino tutti i piani. Ma con proposte di contenuto...».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;i&gt;Per esempio?&lt;/i&gt;«Mi pare che la proposta di Prada, che ha dedicato parte dei suoi spazi alla Fondazione, vada in questa direzione».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;i&gt;Sulla vendita?&lt;/i&gt;«Sono contrario. La Galleria deve rimanere pubblica. Tutta».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;b&gt;&lt;i&gt;&lt;a name=&quot;postilla&quot;&gt;&lt;/a&gt;postilla&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;b&gt;&lt;i&gt;&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;i&gt;Su queste pagine, e a proposito di una questione apparentemente specifica e circoscritta come la perequazione urbanistica, Maria Cristina Gibelli si chiedeva qualche giorno fa, più o meno: ma la giunta Pisapia ha qualche idea su cosa significhi costruire una alternativa di sinistra nell’amministrazione di una grande città? Meglio: giusto fare riferimento ad alcuni principi sui diritti, il valore della politica e via dicendo, ma sul territorio i principi si articolano molto praticamente in pratiche e politiche, equilibri, declinazioni, intrecci. E risulta quantomeno curioso che sia solo l’assessore Boeri, e forse per la sola specifica competenza urbanistica, ad esprimere forti perplessità proprio sul ruolo urbano e sociale delle risorse pubbliche, altrimenti svilite a oggetto di scambio virtualmente immateriale, dove nella logica dei vasi comunicanti si costruiscono equilibri fra amministrazione e soggetti privati privilegiati, che relegano la cittadinanza ai margini. Perché è sostanzialmente questo che sta succedendo, replicando su scala minore un genere di espropriazione assai simile a quella in corso con il famigerato slogan “ce lo chiedono i mercati”. Nel caso specifico, pare che una volta valorizzato lo spazio e incassati i dividendi li si possa investire altrove, che si tratti degli affitti degli stilisti in Galleria o degli oneri destinati alle compensazioni nella greenbelt inopinatamente solcata dalle infrastrutture ideologico-cementizie della “città infinita” (i cui teorici poi presenziano pensosi ai convegni sul consumo di suolo senza che nessuno faccia una piega). Mentre invece è proprio l’altrove ad essere sbagliato: la città è QUI, non è trasferibile, è una magnifica metafora della finitezza delle risorse, ma evidentemente chi naviga nei principi eterni se ne è scordato. Vediamo di ricordarglielo, prima che ci trascini nella sua allegra e suicida insipienza (f.b.)&lt;/i&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>«Città svenduta per 30 denari. Crociere, decreto insufficiente»</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/19003/</link>
<description>&lt;i&gt;La denuncia di Settis contro la disneyficazione di Venezia. &lt;/i&gt;Corriere del Veneto&lt;i&gt;, 13 maggio 2012 (m.p.g.)&lt;/i&gt;</description>
<body>«Completamente genuflessi al commercio, basta che arrivi un obolo di 30 denari e tutto diventa lecito». Parole pesanti, come nel suo stile. Dopo aver scatenato un polemica sui giornali nazionali tre mesi fa, l'ex direttore della Normale di Pisa e archeologo di fama internazionale Salvatore Settis, ieri alla Scuola grande di San Rocco per la presentazione del volume «John Ruskin e Venezia», ha rincarato la dose, prendendo di mira sia la questione del Fontego dei tedeschi (e del progetto firmato da Koolhaas per Edizioni Property) che le grandi navi in Bacino San Marco. «Le grandi navi? Quando è stato dato l'annuncio che sarebbe stata presa una posizione in merito da parte del Ministero tutti si aspettavano una legge che si muovesse in direzione opposta - dice Settis - che salvaguardasse cioè tutte le coste italiane impedendo alle grandi navi di avvicinarsi e tutelando ancora più delle altre quella veneziana.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Che non avesse deroghe, insomma, ma al massimo un inasprimento delle regole a fronte di un patrimonio così importante e invece...». Una condanna ferma, la sua, che in giorni caldi come questi (è di giovedì la riapertura del dibattito con la nascita di un possibile tavolo di confronto tra le associazioni cittadine, l'autorità portuale, il ministero e le compagnie) suona come una condanna senza se e senza ma. «Questa è una città piena di transatlantici che passano senza nemmeno sapere cosa c'è davvero a Venezia - ha sottolineato - c'è una disneyficazione diffusa ed è per questo che l'impegno civile deve aumentare. Sono i cittadini però a doversi muovere per primi». Il riferimento è giuridico: una sentenza della Corte costituzionale del 1986, in cui si è stabilito che il valore culturale ed estetico di un bene non può essere subordinato agli aspetti economici. «Con queste scelte è chiaro dunque che la classe politica sta violando la Costituzione italiana e dobbiamo ricordarglielo noi per primi - continua Settis - chi fa passare le navi in Bacino San Marco, chi svende gli spazi lo sta facendo e la giustizia non vuole questo».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Quello di Settis è stato dunque un appello diretto all'impegno civile, un'invocazione a continuare il lavoro iniziato dalle associazioni che, con metodi diversi, dalla protesta pubblica alle azioni legali, si stanno opponendo alle scelte. «Si tratta del futuro dei nostri figli - dice Settis - di rispettare quello che abbiamo ricevuto in eredità dal passato e consegnarlo al futuro: non è questo il modo».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Per le Province un futuro da super-città</title>
<author>Fabrizio Bottini</author>
<authorid>5</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18999/</link>
<description>&lt;i&gt;Informazioni e idee se non altro costruttive, su un tema quasi sempre sottovalutato o malamente strapazzato dalla stampa.&lt;/i&gt; Il Sole 24 Ore&lt;i&gt;, 14 maggio 2012 (f.b.)&lt;/i&gt;</description>
<body>Sul futuro assetto delle province, la Sardegna fa da battistrada. Con il referendum del 6 maggio ne ha eliminate quattro, le più recenti: Olbia-Tempio, Medio Campidano, Carbonia-Iglesias e Ogliastra. I sardi si sono, inoltre, detti favorevoli a un'eventuale abolizione delle altre quattro province, quelle storiche (Cagliari, Sassari, Nuore e Oristano).La novità che può segnare la strada anche a livello nazionale non sta, però, tanto nel fatto che nell'isola si sia passati all'azione, dando così concretezza a un dibattito che a livello parlamentare si trascina da mesi e che oscilla tra la cancellazione totale delle amministrazioni provinciali e una loro profonda riorganizzazione (tesi, quest'ultima, sposata dal Governo Monti con il decreto legge salva-Italia, il 201/2011), quanto negli esiti immediati del dopo-referendum.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
La Sardegna ora è, infatti, un laboratorio: sta sperimentando quello che potrà accadere in tutte le altre regioni quando – così come prevede l'articolo 23 del salva-Italia – si tratterà di dare un nuovo profilo alle province. Che non spariranno, ma saranno ridotte a super-uffici comunali: dovranno, infatti, coordinare le attività dei municipi che ricadono nel loro territorio. Le attuali competenze delle amministrazioni provinciali saranno, invece, trasferite ai comuni, insieme alla gran parte del personale e al resto delle funzioni.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Le future province avranno, dunque, una struttura più snella e consigli ridimensionati nonché formati solo dai politici che già siedono nei municipi che fanno parte della provincia. Il tutto secondo nuove regole elettorali contenute in un disegno di legge approvato in via definitiva dal Consiglio dei ministri del 6 aprile e che ora è all'esame del Capo dello Stato. Il disegno di legge – da cui si aspettano risparmi per lo Stato per 120 milioni e 199 milioni per le province – dovrà essere operativo entro fine anno e sempre entro dicembre dovrà essere portato a termine il trasferimento ai comuni delle funzioni. Per il transito verso i municipi del personale e delle risorse non c'è, invece, una scadenza, ma non potrà che essere contestuale al debutto delle province nuovo formato, che avverrà il prossimo anno, iniziando dalle amministrazioni che nel 2013 arriveranno a fine mandato.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Ebbene, la Sardegna tutti questi problemi li sta già affrontando, con l'aggravante che nell'isola si tratta di far sparire, e non di riconvertire, quattro amministrazioni e che non c'è stata alcuna preparazione all'evento. Così ora la regione, a cui spetta governare la transizione, è in difficoltà. Regna l'incertezza normativa, tant'è che sono stati investiti della questione quattro avvocati, che dovranno dare un parere sul da farsi. Si tratta di ridisegnare i confini delle province rimaste (non è automatico che si ripristino i vecchi limiti e anzi c'è chi sostiene che sia a rischio anche la geografia delle amministrazioni storiche, perché il referendum ha cancellato i loro riferimenti territoriali), come e dove trasferire i 505 dipendenti, che fare degli investimenti in corso.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Un contadino all’Onu in difesa delle tribù</title>
<author>Fabrizio Bottini</author>
<authorid>5</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18998/</link>
<description>&lt;i&gt;Il tentativo di uno dei più noti ambientalisti internazionali di conciliare tradizione e progresso in campo agricolo e sociale.&lt;/i&gt; La Repubblica&lt;i&gt;, 14 maggio 2012 (f.b.)&lt;/i&gt;</description>
<body>Sono nato in una terra di contadini. Ed è anche per questo che è un onore, per me che da sempre difendo la biodiversità, prendere la parola oggi al Forum dell’Onu sulle questioni indigene. Credo infatti che fra chi ama la Terra e le popolazioni indigene si debba stringere un’alleanza. Sono convinto che questi popoli sono stati, sono e soprattutto saranno da stimolo per costruire un futuro migliore che non può che partire dalla terra, dal suo rispetto, e dalla salvaguardia della biodiversità. Perché per troppi anni abbiamo calpestato il diritto al cibo e alla sussistenza di molte comunità indigene e di allevatori rincorrendo un progresso miope. L’analisi della realtà ci dice che molte buone pratiche e il sapere empirico tradizionale dei popoli indigeni meritano di essere studiati con attenzione per il bene della nostra Madre Terra. Per questo voglio anticipare ai lettori di Repubblica le parole che leggerò. Eccole.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Lavorare per la salvaguardia della biodiversità in campo agricolo e alimentare come strumento per garantire un futuro al nostro pianeta e all’umanità intera è importante.&lt;br&gt;
La perdita progressiva della diversità di specie vegetali e razze animali può rappresentare, insieme al cambiamento climatico, il più grave flagello per gli anni a venire. Occorre tuttavia precisare che difendere la biodiversità senza tutelare la diversità delle culture dei popoli e il loro diritto di governare sui propri territori è un’impresa insensata. Tale diversità è la più grande forza creatrice della Terra, è l’unica condizione per mantenere e trasmettere un patrimonio straordinario di conoscenze alle generazioni future. Su questi principi Slow Food ha basato la propria esistenza e per mantenere questi principi ha realizzato nel 2004 Terra Madre, una rete di comunità del cibo che si è propagata in oltre 170 Paesi. Terra Madre non è un partito e nemmeno un sindacato, è semplicemente una rete, un movimento di persone che, nel rispetto delle proprie diversità, cercano il dialogo, lo scambio culturale, la solidarietà. Il diritto al cibo sta al centro di tutto. Il cibo, per essere condiviso, deve essere buono per il piacere di tutti; pulito perché non distrugge l’ambiente e le risorse della Terra; giusto perché rispetta i lavoratori, procurando il nostro sostentamento, garantiscono la vita della comunità terrestre. Tutti i popoli devono avere accesso al cibo buono, pulito e giusto. Tutti i popoli devono avere cibo adeguato che provenga dalle proprie risorse naturali o dai mercati da loro scelti. Tutti i popoli, nel produrre il proprio cibo, hanno il diritto di mantenere le loro pratiche tradizionali e la propria cultura.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Su questi principi e su queste basi molte comunità indigene di tutti i continenti hanno animato la rete di Terra Madre e hanno partecipato attivamente alle conferenze globali che dal 2004 si svolgono ogni due anni a Torino. Nell’ultima la cerimonia di apertura fu consacrata alle riflessioni delle comunità indigene espresse nelle loro lingue ancestrali. Da allora molte iniziative si sono attivate. Nel 2011 si è tenuta &quot;Terra Madre Indigenous People&quot; a Jokmokk, nel nord della Svezia, terra delle popolazioni Sami. Il congresso ha visto la partecipazione di indigeni provenienti da 61 Nazioni. Questi incontri generano autostima tra i partecipanti. Si avverte forte il senso di appartenere a una grande comunità di destino, di non essere soli nei propri territori, di avere un ruolo importante e costruttivo. Questa consapevolezza è stata rafforzata ed esaltata nel 2007 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che, con la Dichiarazione dei Diritti delle Popolazioni Indigene, ha affermato con chiarezza il contributo straordinario alla diversità e alla ricchezza della civiltà.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Slow Food non solo condivide questi principi ma ritiene che, in questo particolare momento storico caratterizzato da una crisi economica, ecologica e finanziaria, mettere a valore la diversità culturale del pianeta possa contribuire a innescare pratiche virtuose e sostenibili. Il benessere umano passa attraverso il diritto universale a un cibo di qualità per tutti. Obesità e fame, che dilagano nel mondo, sono i due volti di una stessa medaglia, sono il simbolo del fallimento di un sistema alimentare globale basato principalmente su una produzione industriale che dipende in massima parte dalle risorse energetiche fossili. Mai come in questo momento si avverte l’esigenza di cambiare alla radice questo sistema. Saper guardare indietro alle nostre tradizioni e a sistemi alimentari più sostenibili non è stupida nostalgia. La reintroduzione di produzioni alimentari locali è la risposta per nutrire il pianeta, è l’attivazione della vera democrazia, la partecipazione di tutti per il bene comune.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Per troppo tempo la produzione del cibo ha voluto estromettere o limitare i saperi delle donne, degli anziani e degli indigeni, relegandoli al fondo della scala sociale. L’umanità ha coltivato un’idea di sviluppo e di progresso basata sulla convinzione che le risorse del pianeta fossero infinite. Oggi la &quot;gloriosa marcia&quot; del progresso è arrivata sull’orlo del baratro e la crisi è figlia dell’avidità e dell’ignoranza. Ma il monito della Natura è ben più grave della crisi finanziaria, esso ci chiama a riflettere su un destino tragico per l’esistenza stessa dell’umanità, se non si cambiano marcia e percorso. Sarà giocoforza ritornare sui nostri passi, ecco allora che gli &quot;ultimi&quot; saranno quelli che indicheranno la strada giusta. Avremo bisogno della sensibilità delle donne e del loro pragmatismo, della saggezza degli anziani e della loro memoria, ci accorgeremo che i popoli indigeni hanno la chiave per un approccio più sostenibile al Diritto al cibo, perché da sempre praticano l’economia della natura.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Ma attenzione: dovrà essere evidente a tutti quanto male è stato procurato a questi soggetti nel nome del progresso e della supremazia del mercato. Quanti saperi, conoscenze e prodotti della Terra sono stati piratescamente derubati alle comunità indigene da multinazionali farmaceutiche e alimentari. Prima di rimetterci in marcia occorre restituire il maltolto, occorre impedire qualsiasi logica di agricoltura industriale insostenibile nelle aree indigene. Tutti abbiamo bisogno di rispettare e valorizzare l’economia della Natura e della sussistenza, per troppo tempo considerata inferiore all’economia della finanza globale.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Cresce nel mondo la consapevolezza che rafforzare l’economia locale, l’agricoltura locale e il rispetto delle piccole comunità sia una giusta pratica per riconciliarci con la Terra e la Natura. Mancanza d’acqua, perdita di fertilità dei suoli, erosione genetica di piante e animali, spreco di alimenti mai visto nella storia dell’umanità, sono problemi che, se si continua a produrre, a distribuire e a consumare il cibo con questo sistema alimentare, resteranno senza soluzione. In campo agricolo la nuova disciplina dell’agroecologia altro non è che la capacità di riproporre in chiave moderna il dialogo tra i saperi tradizionali e la comunità scientifica. Non sarebbe onesto non riconoscere che i popoli indigeni hanno un approccio alla produzione del cibo che è storicamente sostenibile. Sanno mantenere la fertilità dei suoli utilizzando risorse e metodi naturali, rafforzando la resilienza delle colture e degli allevamenti. La politica di molti governi e agenzie di sviluppo di contrapporsi e minacciare le pratiche agricole dei popoli indigeni, come la rotazione delle coltivazioni e la pastorizia, è una politica miope e sbagliata.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Slow Food condivide la sfida di questo Forum Permanente delle Nazioni Unite nel difendere le pratiche indigene che in molte parti del mondo operano per il mantenimento della coltura itinerante. Non è giusto appropriarsi dei beni comuni della Terra, ma come dicevano i Nativi Americani: «Insegna ai tuoi figli che la Terra è nostra madre, tutto ciò che accade alla Terra, accadrà ai figli della Terra. Se gli uomini sputano in terra, sputano su se stessi. Questo noi sappiamo: la Terra non appartiene all’uomo, ma è l’uomo che appartiene alla Terra. La Terra vale più del denaro e durerà per sempre».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Anche se in questo momento, in molte parti del mondo, gli arroganti prevalgono sugli umili; anche se le alte gerarchie del sapere e della politica non lasciano spazio ai contadini, ai pastori, ai pescatori e alla parte più sensibile di essi: le donne, gli anziani e gli indigeni; malgrado ciò siamo sempre più coscienti che riconciliarci con la Terra è l’unico modo per uscire dalla crisi. Le buone pratiche della lotta allo spreco, della condivisione e del dono, del ritorno alla Terra si realizzano con lentezza, senza frenesia e ansia. Tutta l’umanità è in debito con i popoli indigeni che hanno saputo nella pratica quotidiana mantenere questi principi, insegnando ai figli che tutte le cose sono collegate tra loro e che prenderci cura di tutte le creature è il dono più grande che ci è stato fatto.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Rottamazione edilizia. Strategia in tre fasi per risparmiare suolo</title>
<author>Fabrizio Bottini</author>
<authorid>5</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18997/</link>
<description>&lt;i&gt;Per la tutela ambientale il bastone da solo come al solito non serve: ci vuole assolutamente anche la carota.&lt;/i&gt; Corriere della Sera &lt;i&gt;Lombardia, 14 maggio 2012 (f.b.)&lt;/i&gt;</description>
<body>MILANO — È dall'alto, con le fotografie aeree, che si vede l'avanzata del cemento e dell'asfalto, della mano dell'uomo che cancella prati, coltivazioni e boschi, con una media quotidiana di 13 ettari, pari a venti campi di calcio. Ma è dal basso che deve arrivare la salvezza del territorio, con i 1.546 comuni della Lombardia chiamati «a non tacere, metro quadro dopo metro quadro, il verde sacrificato sull'altare del business edilizio e delle grandi opere», dice Damiano Di Simine, presidente regionale di Legambiente, alla vigilia della presentazione (oggi al Pirellone) del «Rapporto 2012 sui consumi di suolo». «Ogni sindaco renda noto quanta terra dilapida ogni anno, firmando licenze edilizie e incassando oneri di urbanizzazione. Una trasparenza già prevista per legge, eppure disattesa: tanto che solo un comune su dieci rivela questo dato. Ma così non si conoscerà mai l'entità vera del disastro».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Fra le dodici province lombarde, la maglia nera spetta a Milano. Quella in cui ogni giorno «spariscono 20.063 metri quadrati di suolo, pari a 1,2 volte piazza Duomo». Quella dove «in dieci anni — denuncia Legambiente — la crescita dell'urbanizzazione ha riguardato 7.323 ettari: come se fosse nata una città grande come metà della superficie urbana di Milano, mentre nell'intera provincia la popolazione è cresciuta di soli 180 mila abitanti». Una provincia in cui sono scomparsi 6.839 ettari agricoli: «Se fossero tutti coltivati a frumento, produrrebbero un raccolto per 40 mila tonnellate di pane, sufficiente per sfamare 800 mila persone», spiega Di Simine.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Ma come arginare l'avanzata del cemento? «Con una strategia in tre mosse. Primo: con sgravi fiscali per le ristrutturazioni, per chi edifica su aree dismesse, per chi demolisce e ricostruisce su una stessa area; con un inasprimento fiscale invece per le nuove costruzioni su aree vergini. Secondo: vincolando gli oneri di urbanizzazione alle relative opere, così da evitare che i sindaci li utilizzino fino al 75% per pagare altre spese. Altrimenti, in tempi di tagli, il cemento diventa una fonte di introiti su cui far leva per far quadrare i bilanci». Terzo: con una legge che salvaguardi il suolo, come quella di iniziativa popolare che giace nei cassetti del Pirellone da tre anni».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Sui tempi lunghi della legge, che dovrebbe aprire un nuovo corso nella difesa del verde, Daniele Belotti, assessore regionale al territorio, spiega che «l'iter è fermo, perché prima occorre attendere che tutti i comuni abbiano approvato il proprio Pgt (Piano di governo del territorio), lo strumento che manderà in pensione i vecchi piani regolatori». Un cammino che però procede a passo di lumaca: «Infatti solo il 51% l'ha approvato, il 14% l'ha adottato, mentre il 36% è ancora in alto mare». Eppure corre il conto alla rovescia verso l'ultimatum del 31 dicembre: poi che succederà per i comuni sprovvisti di Pgt? «In quei comuni non si potrà più edificare — risponde Belotti. — In attesa di quella scadenza non possiamo introdurre una legge sul consumo di suolo che modifichi le regole, altrimenti rischieremmo di essere sommersi da una valanga di ricorsi al Tar».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Resistiamo con “il manifesto”</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18996/</link>
<description>&lt;i&gt;Valentino Parlato e Alessandro Robecchi commentano, sul &lt;/i&gt; manifesto&lt;i&gt; del 13 maggio 2012, il golpe finanziario e le ragioni per resistervi &lt;/i&gt;</description>
<body>&lt;b&gt;Sul presente per il futuro&lt;br&gt;
di Valentino Parlato &lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Dello stravagante fax dei commissari abbiamo già dato notizia ieri. Volerci chiudere a mezzo fax è una sconveniente provocazione. La nostra prima risposta è: resistere, resistere. Resistere perché il successo di Hollande dà speranze di uscire da un'Europa commissariata da banche e Merkel. E anche perché (lo vedete dagli annunci sul giornale) nel nostro paese ci sono moltissime comunità, ben politicizzate, che ci chiamano a tenere assemblee, con cene a sostegno del nostro giornale. Insomma non siamo soli. &lt;br&gt;
Abbiamo nel nostro non breve passato attraversato crisi assai dure e siamo riusciti a superarle. Quindi ribadiamo la nostra parola d'ordine: non mollare.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Per non mollare anche noi dobbiamo darci una mossa: dobbiamo al più presto definire un piano economico che, anche con costi (inevitabile quanto dolorosa la riduzione del personale e delle spese), ci rimetta in condizioni di equilibrio. Dobbiamo definire questo piano e renderlo pubblico. E, aggiungo, contiamo molto sul sostegno dei nostri lettori, che già è rilevante. Dobbiamo pensare, come nel passato, a numeri a prezzo straordinario.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Ma più del piano economico è decisivo definire e rendere pubblico un piano editoriale. Dobbiamo riuscire a non farci attrarre dalle provvisorie congiunture politiche. Dobbiamo riuscire in una seria e continua analisi della attuale crisi della sinistra, non solo in Italia. Perché le ultime parziali elezioni amministrative sono andate così male? Perché il Pd e anche le forze alla sua sinistra non vanno bene? Perché c'è anche nei partiti un invecchiamento degli stati dirigenti, che danno spazio ai rottamatori tipo Renzi? Insomma cercare di capire innanzitutto che cosa è cambiato nei processi produttivi e capire in che misura le innovazioni hanno indebolito la forza della classe operaia. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Insomma, e l'attuale grande crisi globale lo testimonia, siamo a un passaggio d'epoca, nella quale anche forme di sfruttamento e accumulazione cambiano, e in una fase nella quale la finanza (il denaro che fa denaro) annebbia gli occhi più attenti. Questa è una crisi del capitalismo del tutto nuova. Quindi insistere in una discussione, già aperta, con intellettuali, economisti, uomini di cultura sul presente e sul probabile futuro per capire come governare questo processo per evitare che si concluda in un ennesimo affare dei soliti padroni. Resistere indubbiamente, ma con questo impegno a un serio rinnovamento della sinistra.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
All'armi son faxisti!&lt;br&gt;
di Alessandro Robecchi &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Cari compagni. In questo difficile momento, mentre barcolliamo, pur senza retrocedere, davanti a un vile attacco faxista operato con antiche tecnologie dai commissari liquidatori del &lt;i&gt;manifesto&lt;/i&gt;, è il momento della severa autocritica. Noi non siamo stati capaci di modernizzarci, non siamo stati al passo coi tempi, non abbiamo capito le mutate condizioni delle masse. E specialmente delle masse di pezzi di merda che hanno fatto i soldi con i contributi dell'editoria senza averne diritto e anzi con l'antico metodo della truffa. Noi, rinunciando alla nostra natura di rivoluzionari, abbiamo fatto tutto secondo la legge. Non abbiamo barattato qualche milioncino di euro con favori compiacenti, né ci hanno intercettato come il signor Lavitola mentre chiedevamo al presidente del consiglio Berlusconi buon'anima un po' di soldi per l'Avanti!, per dire. E nemmeno siamo andati a vendere elicotteri a Panama caldeggiando tangenti per ungere questo o quel presidente centroamericano. Abbiamo dimostrato così di non capire la complessità del presente. Noi non abbiamo messo a bilancio, come il prestigioso foglio la Discussione, un'Audi A8 del valore di 99.000 euro, con cui pagheremmo quasi cento stipendi. E nemmeno abbiamo destinato alle nostre spese personali qualche soldino ricevuto su esempio de Il Campanile, testata che certo campeggia nella rassegna stampa della Casa Bianca e dell'Eliseo, essendo emanazione dell'Udeur di Mastella. E non siamo nemmeno accusati, come il senatore Ciarrapico, di aver moltiplicato i contributi servendosi di prestanome ottuagenari (il processo a breve). Insomma, compagni: noi ci siamo seduti sulla più retriva legalità borghese, mentre altri (specie i &quot;borghesi&quot;) fregavano a man bassa dichiarando milioni di copie e vendendone, nei giorni buoni, diciassette. Ora che il faxismo contabile ha colpito, dobbiamo meditare e discutere sulle nostre colpe e interrogarci sul vecchio ma sempre fecondo interrogativo: &quot;che fare&quot;? Non è che a Panama servono altri elicotteri? Non è che a Berlusconi servono altri favori? Sai mai che...&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Disoccupazione, si batte così</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18995/</link>
<description>&lt;i&gt;Un interessante confronto con la crisi del 1929, e un interrogativo. &lt;/i&gt;La Repubblica&lt;i&gt;, 13 maggio 2012, con postilla &lt;/i&gt;</description>
<body>Su &lt;i&gt;The American Economic Review&lt;/i&gt; ho letto un saggio autorevole in cui si spiegava esaurientemente come l´elevato tasso di disoccupazione del Paese avesse profonde radici strutturali e non fosse suscettibile di essere risolto in tempi brevi. La diagnosi dell´autore era che l´economia americana, semplicemente, non sarebbe abbastanza flessibile per affrontare il rapido cambiamento tecnologico. Il saggio era particolarmente critico nei confronti di programmi come il sussidio di disoccupazione che, si sosteneva, in realtà danneggia il lavoratore perché riduce l´incentivo a trovare una soluzione.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
C´è una cosa che non vi ho detto: il saggio è del giugno 1939. Soltanto qualche mese dopo sarebbe scoppiata la Seconda Guerra Mondiale e gli Usa - sebbene non ancora entrati in guerra - avrebbero iniziato a organizzare un vasto programma di riarmo, accompagnato da forti incentivi fiscali su una scala commisurata alla gravità della recessione. E, nei due anni successivi alla pubblicazione di quell´articolo sull´impossibilità di creare rapidamente posti di lavoro, il tasso di occupazione del settore non agricolo americano sarebbe cresciuto del 20%: l´equivalente di 26 milioni di posti di lavoro di oggi.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Adesso ci troviamo a dover affrontare un´altra crisi, non così grave come l´ultima ma abbastanza grave. E, ancora una volta, personaggi dal tono autorevole sostengono che i nostri problemi sono &quot;strutturali&quot; e che non possono essere risolti rapidamente. Dobbiamo concentrarci sul lungo termine, ci dicono. Che cosa significa sostenere che il nostro è un problema di disoccupazione strutturale? La risposta che si è soliti dare è che i lavoratori americani sono bloccati nei settori di attività sbagliati o che richiedono competenze diverse. Raghuram Rajan, dell´Università di Chicago, sostiene che il problema consisterebbe nella necessità di spostare i lavoratori dai settori &quot;gonfiati&quot; dell´edilizia, della finanza e del governo.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
In realtà, l´occupazione pro capite nel settore governativo è rimasta più o meno stabile per decenni, ma non importa: il punto essenziale è che la perdita di posti di lavoro, dall´inizio della crisi, non è rimasta perlopiù circoscritta a quei settori che, probabilmente, si sono ampliati troppo durante gli anni della bolla. L´economia ha perduto posti di lavoro su tutta la linea, in ogni ambito e in professione, come era accaduto negli anni Trenta. Inoltre, se il problema consistesse nel fatto che molti lavoratori hanno le competenze sbagliate o non sono impiegati nel posto giusto, ci si dovrebbe aspettare che la manodopera che ha le competenze adatte e che si trova al posto giusto riceva consistenti aumenti salariali; in realtà all´interno della forza lavoro i vincenti sono pochi. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Tutto questo suggerisce che non stiamo patendo le difficoltà di una qualsivoglia transizione strutturale la quale, gradualmente, è destinata a fare il suo corso, ma stiamo invece soffrendo di una generale insufficienza di domanda: il genere di insufficienza che potrebbe e dovrebbe essere curata rapidamente con programmi governativi mirati ad incoraggiare la spesa.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Cos´è dunque questa tendenza ossessiva a definire &quot;strutturali&quot; i nostri problemi? Sì, ho detto ossessiva. Gli economisti hanno discusso questo argomento per anni e gli strutturalisti non accetteranno un no come risposta, non importa quante siano le prove che dimostrano il contrario. &lt;br&gt;
La risposta, direi, sta nel fatto che sostenere che i nostri problemi sono gravi e strutturali offre una buona scusa per non agire, per non fare nulla che possa alleviare la piaga della disoccupazione. Ovviamente, gli strutturalisti affermano di non cercare scuse. Dicono che dovremmo concentrarci non sulle soluzioni rapide ma su quelle di lungo termine - sebbene non sia chiaro in cosa dovrebbe consistere una politica di lungo termine, al di là del fatto che essa comporta l´imposizione di sacrifici a carico dei lavoratori e dei meno abbienti.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Più di ottanta anni fa, John Maynard Keynes conosceva già questo tipo di persone. &quot;Ma questo lungo termine&quot;, scriveva, &quot;è una guida fuorviante per i problemi che abbiamo davanti. Sul lungo termine saremo tutti morti. Gli economisti si danno un compito troppo facile e troppo inutile se nei tempi di bufera ci sanno solo dire che quando la tempesta sarà passata il mare tornerà ad essere calmo&quot;.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Vorrei aggiungere che inventare ragioni per non fare nulla circa l´attuale disoccupazione non è solamente crudele e dispendioso, è anche una cattiva politica di lungo termine. Ci sono infatti prove sempre maggiori che gli effetti corrosivi di una disoccupazione elevata getteranno un´ombra sull´economia per molti anni a venire. Ogni volta che qualche politico o qualche esperto presuntuoso comincia a spiegare quanto il deficit sia un peso per le prossime generazioni, bisogna ricordare che il problema più grande che i giovani americani devono oggi affrontare non è il fardello di un debito futuro, ma la mancanza di posti di lavoro che impedisce a tanti laureati di iniziare la propria vita lavorativa.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Perciò tutto questo parlare di disoccupazione strutturale non va nella direzione di affrontare i nostri reali problemi, ma in quella di evitarli, di trovare una via di fuga facile e inutile. Ed è arrivato il momento di smetterla.&lt;br&gt;
&lt;i&gt;(Traduzione di Antonella Cesarini)&lt;/i&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;i&gt;&lt;b&gt;&lt;a name=&quot;Postilla&quot;&gt;&lt;/a&gt;Postilla&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;i&gt;Il problema, in sostanza, è di sostituire la domanda fornita dal mercato (ossia, di fatto, dai “produttori”) con una domanda fornita dallo stato. Ma che domanda presenterà questo stato: Una nuova domada di armamenti bellici, come dopo la crisi del 1929, oppore una domanda pr rafforzare un welfare adeguato ai temi (formazione, salute, mobilità a basso costo energetico, territorio, difesa del suolo, paesaggio e beni culturali, cultura)?&lt;/i&gt;&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Tra i palazzi e il parco sopravvive la fabbrica salvata dagli operai</title>
<author>Fabrizio Bottini</author>
<authorid>5</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18994/</link>
<description>&lt;i&gt;L’area dismessa ex Innocenti, dagli operai sul tetto della INNSE a esame di riparazione per l’urbanistica. &lt;/i&gt;La Repubblica&lt;i&gt; Milano, 13 maggio 2012 (f.b.)&lt;/i&gt;</description>
<body>L´anno scorso era rifugio di rom, nel 2015 potrebbe diventare il nuovo polo cittadino del cibo, una grande piazza coperta dove produttori e consumatori si incontrano secondo la filosofia del chilometro zero per abbattere i costi di distribuzione. Ma anche un centro di intrattenimento e cultura con un cinema multisala, uno spazio per la musica dal vivo e spettacoli teatrali, e un impianto sportivo con piscina, palestra, campi da gioco all´aperto e una scenografica pista di atletica di quasi mille metri che si snoda fra pilastri di ferro battuto. Eccolo il futuro del Palazzo di Cristallo, l´ex stabilimento della Lambretta di via Rubattino che ha preso il nome dall´edificio in ferro e vetro costruito a Londra nel 1851 in occasione della prima Esposizione universale della storia.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;


&lt;!-- &lt;br clear=&quot;all&quot;&gt; --&gt;
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   &lt;/a&gt;   
   
   
&lt;/td&gt;
&lt;/tr&gt;

&lt;/table&gt;Un gioiello di architettura industriale di 20 mila metri quadrati di cui oggi resta solo lo scheletro, con una facciata composta da tre grandi arcate di 25 metri ciascuna, che la Aedes, società immobiliare proprietaria di tutto il terreno dove un tempo si costruivano le automobili e dove ora è rimasto attivo solo un capannone della Innse, deve ristrutturare. Il progetto è pronto: il masterplan dello studio di architettura Chapman Taylor specializzato in centri commerciali è già stato mostrato al Comune e il piano integrato di intervento in via di definizione. Se non ci saranno intoppi, le ruspe potrebbero arrivare l´anno venturo e, nel giro di due anni, si realizzerà «il primo esperimento di queste dimensioni di una grande funzione pubblica gestita interamente dai privati», come spiegano a Palazzo Marino.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Perché l´edificio, che resterà di proprietà privata, ospiterà una serie di attività aperte alla città e non esclusivamente commerciali. La nuova struttura sarà dedicata al cibo e diventerà la casa di consorzi agricoli, associazioni e produttori che operano nel settore alimentare in modo da riunire domanda e offerta in un´unica piazza coperta dove i consumatori potranno acquistare prodotti di qualità risparmiando. «L´idea è partita dalla pista di atletica: un anello soprelevato per il jogging che girerà tutto intorno al palazzo sul modello di quella già realizzata a Londra in un edificio industriale ristrutturato - racconta Filippo Carbonari, nuovo amministratore delegato di Aedes - . Da lì si sono sviluppate le altre parti: quella dedicata allo sport verso via Rubattino, quella per l´intrattenimento all´estremità opposta. Nel centro abbiamo pensato a una funzione che a Milano manca, un grande mercato del cibo: una casa per le 26 cascine che producono all´interno del territorio milanese, per i 4600 consorzi alimentari italiani e tutti i produttori di qualità».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;b&gt;LE RESIDENZE&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;


&lt;!-- &lt;br clear=&quot;all&quot;&gt; --&gt;
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&lt;/td&gt;
&lt;/tr&gt;

&lt;/table&gt;Siamo in via Rubattino, al confine con il comune di Segrate, dove nell´estate del 2009 andò in scena la protesta dei cinque operai della Innse che si asserragliarono su un carroponte per giorni chiedendo il reintegro immediato dei lavoratori licenziati in vista dello smantellamento della fabbrica. Una protesta che si concluse con la vittoria degli operai, l´acquisto da parte della società bresciana Camozzi dello stabilimento e la firma di un accordo di programma in prefettura che prevedeva alcune modifiche al piano di riqualificazione dell´intera area tra cui la salvaguardia dell´ex Innocenti. Ora il progetto è pronto a partire. La Aedes, società quotata in borsa ma finanziariamente in gravi difficoltà da qualche anno, ha presentato una proposta che piace all´amministrazione e potrebbe sbloccare una delle aree di trasformazione più grandi di Milano, inchiodata da anni. Il piano prevede, oltre alla riqualificazione del Palazzo di Cristallo mantenendone la struttura originale in ferro, la realizzazione di 87.500 metri quadrati di appartamenti - di cui 17.500 a canone convenzionato e 7.500 sociale - in fondo all´area, verso Segrate, dove sono già stati abbattuti due capannoni industriali. Per la progettazione delle nuove case - che si aggiungeranno al quartiere residenziale appena costruito al di qua della tangenziale - verrà bandito un concorso riservato a giovani architetti.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;b&gt;IL PARCO&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Non mancherà un´area verde che, insieme a quella già messa in ordine da Palazzo Marino sotto il cavalcavia, sarà grande 300 mila metri quadrati. Il nuovo parco circonderà lo stabilimento Innse, che Camozzi si è impegnato a ristrutturare, il Palazzo di Cristallo e le nuove abitazioni. Nel verde Aedes vorrebbe anche costruire un percorso benessere con attrezzature sportive da esterno disponibili a tutti. In contemporanea il Comune ristrutturerà l´edificio all´inizio di via Rubattino, che un tempo ospitava la mensa e gli uffici dell´Innocenti, per farne un complesso scolastico - dal nido alle medie - che il nuovo quartiere aspetta da anni. Il tutto corredato da interventi infrastrutturali che prevedono tra l´altro la trasformazione di via Rubattino in un boulevard alberato secondo il modello dei viali di Milano.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;


&lt;!-- &lt;br clear=&quot;all&quot;&gt; --&gt;
&lt;table width=&quot;99&quot; align=&quot;right&quot; border=&quot;0&quot; cellspacing=&quot;0&quot; cellpadding=&quot;4&quot;&gt;
&lt;tr&gt;
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   &lt;/a&gt;   
   
   
&lt;/td&gt;
&lt;/tr&gt;

&lt;/table&gt;«Rubattino è uno dei progetti incompiuti della città - commenta Ada Lucia De Cesaris, assessore all´Urbanistica - . Il quartiere soffre una grave carenza di servizi e ha diritto a un progetto che riqualifichi l´intero comparto. L´intervento sul Palazzo di Cristallo è essenziale per la riqualificazione, per questo abbiamo avviato un confronto tra l´operatore e la zona, al fine di definire le funzioni e le attività più idonee per garantirne la massima fruibilità». Il progetto è complesso e richiede un investimento di almeno 350 milioni di euro. Soldi ancora da trovare. Il timore del Comune è che l´immobiliare realizzi solo le residenze abbandonando la parte pubblica, ma Carbonari assicura: «Vendere case in questo momento è difficile, lo sanno tutti. Per noi ora è più importante avviare il Palazzo anche perché ci aiuterà a mettere sul mercato gli appartamenti».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>casa pubblica</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18993/</link>
<description></description>
<body></body>
</item>
<item>
<title>2o120512 Rodotà</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18992/</link>
<description>«Un´altra stagione politica può aprirsi, nella quale proprio la lotta per i diritti torna ad essere fondamentale. Di essa oggi abbiamo massimamente bisogno» (Stefano Rodotà)</description>
<body>&quot;La Repubblica&quot;, 12 maggio 2012. Anche su eddyburg</body>
</item>
<item>
<title>La nuova stagione dei diritti </title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18991/</link>
<description>&lt;i&gt; «Scopriamo un'altra Europa, assai diversa dalla prepotente Europa economica e dall'evanescente Europa politica». &lt;/i&gt;La Repubblica &lt;i&gt;, 12 maggio 2012. In calce la Carta europea &lt;/i&gt;</description>
<body>Il fronte dei diritti si è appena rimesso in movimento. Obama ha affrontato senza reticenze il tema difficile dei matrimoni omosessuali, e lo stesso ha fatto François Hollande inserendolo nel suo programma e mettendo all´ordine del giorno quello ancor più impegnativo del fine vita. Di questa rinnovata centralità dei diritti dobbiamo tenere conto anche in Italia. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
In che modo, però, e con quali contenuti? Qualche esempio. La recente sentenza della Corte di Cassazione sui matrimoni gay è un dono dell´Europa. Così come lo è l´avvio dell´estensione alla Chiesa dell´obbligo di pagare l´imposta sugli immobili. Così come può diventarlo l´utilizzazione degli articoli 10 e 11 del Trattato di Lisbona.&lt;br&gt;
Mi spiego. La Cassazione ha potuto legittimamente mettere in evidenza il venir meno della &quot;rilevanza giuridica&quot; della diversità di sesso nel matrimonio, e il conseguente diritto delle coppie dello stesso sesso ad una &quot;vita familiare&quot;, proprio perché queste sono le indicazioni della Corte europea dei diritti dell´uomo e soprattutto dell´innovativo articolo 9 della Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea. Sappiamo, poi, che la norma sul pagamento dell´Ici da parte della Chiesa è andata in porto solo perché erano ormai imminenti sanzioni da parte della Commissione europea. E la discussione sui rapporti tra democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa, tornata con prepotenza in Italia anche per effetto degli ultimi risultati elettorali, trova nel Trattato chiarimenti importanti, a cominciare dal nuovo potere che almeno un milione di cittadini può esercitare chiedendo alla Commissione di intervenire in determinate materie. Lo ha appena fatto il Sindacato europeo dei servizi pubblici che si accinge a raccogliere le firme perché l´Unione europea metta a punto norme che riconoscano come diritto fondamentale quello di accesso all´acqua potabile.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Scopriamo così un´altra Europa, assai diversa dalla prepotente Europa economica e dall´evanescente Europa politica. È quella dei diritti, troppo spesso negletta e ricacciata nell´ombra. Un´Europa fastidiosa per chi vuole ridurre tutto alla dimensione del mercato e che, invece, dovrebbe essere valorizzata in questo momento di rigurgiti antieuropeisti, mostrando ai cittadini come proprio sul terreno dei diritti l´Unione europea offra loro un &quot;valore aggiunto&quot;, dunque un volto assai diverso da quello, sgradito, che la identifica con la continua imposizione di sacrifici.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Questa è, o dovrebbe essere, una via obbligata. Dal 2010, infatti, la Carta ha lo stesso valore giuridico dei trattati, ed è quindi vincolante per gli Stati membri. Bisogna ricordare perché si volle questa Carta. Il Consiglio europeo di Colonia, nel giugno del 1999, lo disse chiaramente: «La tutela dei diritti fondamentali costituisce un principio fondatore dell´Unione europea e il presupposto indispensabile della sua legittimità. Allo stato attuale dello sviluppo dell´Unione, è necessario elaborare una Carta di tali diritti al fine di sancirne in modo visibile l´importanza capitale e la portata per i cittadini dell´Unione». Sono parole impegnative. All´integrazione economica e monetaria si affiancava, come passaggio ineludibile, l´integrazione attraverso i diritti. Fino a che questa non fosse stata pienamente realizzata, al già mille volte rilevato deficit di democrazia dell´Unione europea si sarebbe accompagnato addirittura un deficit di legittimità. Si avvertiva così che la costruzione europea non avrebbe potuto trovare né nuovo slancio, né compimento, né avrebbe potuto far nascere un suo &quot;popolo&quot; fino a quando l´Europa dei diritti non avesse colmato i molti vuoti aperti da quella dei mercati. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Negli ultimi tempi questo doppio deficit si è ulteriormente aggravato. L´approvazione del &quot;fiscal compact&quot;, con la forte crescita dei poteri della Commissione europea e della Corte di Giustizia, rende ancor più evidente il ruolo marginale dell´unica istituzione europea democraticamente legittimata – il Parlamento. Oggi si levano molte voci per trasformare la crisi in opportunità, riprendendo il tema della costruzione europea attraverso una revisione del Trattato di Lisbona. In questa nuova agenda costituzionale europea dovrebbe avere il primo posto proprio il rafforzamento del Parlamento, proiettato così in una dimensione dove potrebbe finalmente esercitare una funzione di controllo degli altri poteri e un ruolo significativo anche per il riconoscimento e la garanzia dei diritti. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Non è vero, infatti, che l´orizzonte europeo sia solo quello del mercato e della concorrenza. Lo dimostra proprio la struttura della Carta dei diritti. Nel Preambolo si afferma che l´Unione &quot;pone la persona al centro della sua azione&quot;. La Carta si apre affermando che &quot;la dignità umana è inviolabile&quot;. I principi fondativi, che danno il titolo ai suoi capitoli, sono quelli di dignità, libertà, eguaglianza, solidarietà, cittadinanza, giustizia, considerati come &quot;valori indivisibili&quot;. Lo sviluppo, al quale la Carta si riferisce, è solo quello &quot;sostenibile&quot;, sì che da questo principio scaturisce un limite all´esercizio dello stesso diritto di proprietà. In particolare, la Carta, considerando &quot;indivisibili&quot; i diritti, rende illegittima ogni operazione riduttiva dei diritti sociali, che li subordini ad un esclusivo interesse superiore dell´economia. E oggi vale la pena di ricordare le norme dove si afferma che il lavoratore ha il diritto &quot;alla tutela contro ogni licenziamento ingiustificato&quot;, &quot;a condizioni di lavoro sane, sicure e dignitose&quot;, alla protezione &quot;in caso di perdita del posto di lavoro&quot;. Più in generale, e con parole assai significative, si sottolinea la necessità di &quot;garantire un´esistenza dignitosa a tutti coloro che non dispongano di risorse sufficienti&quot;. Un riferimento, questo, che apre la via all´istituzione di un reddito di cittadinanza, e ribadisce il legame stretto tra le diverse politiche e il pieno rispetto della dignità delle persone.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Tutte queste indicazioni sono &quot;giuridicamente vincolanti&quot;, ma sembrano scomparse dalla discussione pubblica. Si apre così una questione che non è tanto giuridica, quanto politica al più alto grado. Il riduzionismo economico non sta solo mettendo l´Unione europea contro diritti fondamentali delle persone, ma contro se stessa, contro i principi che dovrebbero fondarla e darle un futuro democratico, legittimato dall´adesione dei cittadini. Da qui dovrebbe muovere un nuovo cammino costituzionale. Se l´Europa deve essere &quot;ridemocratizzata&quot;, come sostiene Jurgen Habermas, non basta un ulteriore trasferimento di sovranità finalizzato alla realizzazione di un governo economico comune, perché un´Unione europea dimezzata, svuotata di diritti, inevitabilmente assumerebbe la forma di una &quot;democrazia senza popolo&quot;. Da qui dovrebbero ripartire la discussione pubblica, e una diversa elaborazione delle politiche europee.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Conosciamo le difficoltà. L´emergenza economica vuole chiudere ogni varco. Dalla Corte di Giustizia non sempre vengono segnali rassicuranti. Lo stesso Parlamento europeo ha mostrato inadeguatezze sul terreno dei diritti, come dimostrano le tardive e modeste reazioni alla deriva autoritaria dell´Ungheria. Ma l´esito delle elezioni francesi, e non solo, ci dice che un´altra stagione politica può aprirsi, nella quale proprio la lotta per i diritti torna ad essere fondamentale. Di essa oggi abbiamo massimamente bisogno, perché da qui passa l´azione dei cittadini, protagonisti indispensabili di un possibile tempo nuovo. &lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>20120512 manifesto</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18987/</link>
<description>

&lt;!-- &lt;br clear=&quot;all&quot;&gt; --&gt;
&lt;table width=&quot;137&quot; align=&quot;center&quot; border=&quot;0&quot; cellspacing=&quot;0&quot; cellpadding=&quot;4&quot;&gt;
&lt;tr&gt;
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&lt;/td&gt;
&lt;/tr&gt;

&lt;/table&gt;&lt;i&gt;&quot;Comandata&quot; la chiusura dell'ultima voce critica in edicola. Quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini. &lt;a href=&quot;http://eddyburg.it/article/articleview/18989/1/418&quot; target=&quot;&quot; &gt;qui l'appello&lt;/a&gt;  del &lt;/i&gt;manifesto</description>
<body></body>
</item>
<item>
<title>Un po’ alla volta, contro la cultura dell’usa e getta</title>
<author>Fabrizio Bottini</author>
<authorid>5</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18980/</link>
<description>&lt;i&gt;La rete indispensabile, le capacità e l’abitudine alla manutenzione, sono un fenomeno squisitamente metropolitano, almeno ai nostri tempi.&lt;/i&gt; The New York Times&lt;i&gt;, 9 maggio 2012 (f.b&lt;/i&gt;.)</description>
<body>Titolo originale: &lt;i&gt;&lt;a href=&quot;http://www.nytimes.com/2012/05/09/world/europe/amsterdam-tries-to-change-culture-with-repair-cafes.html&quot; target=&quot;_blank&quot; &gt;An Effort to Bury a Throwaway Culture One Repair at a Time&lt;/a&gt;&lt;/i&gt; - Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
AMSTERDAM — Arrivano nell’ordine un disoccupato, un farmacista in pensione, un tappezziere, e prendono posto ai tavoli ricoperti di percalle rosso. A portata di mano cacciaviti e macchine da cucire. Non mancano caffè, tè e biscotti. Hilij Held, un’abitante del quartiere, trascina dentro una scatola a strisce su rotelle da cui estrae un ferro da stiro con l’aria vissuta. “Non funziona più” spiega. “Non esce il vapore”. La signorina Held ha scelto il posto giusto. Qui al primo Caffè delle Riparazioni di Amsterdam, una iniziativa partita dall’ingresso di un teatro, poi in una stanza di un ex albergo presa in affitto, e ora in un centro di quartiere due volte al mese, la gente può portare qualunque cosa per farsela sistemare gratis, da volontari che lo fanno per il gusto di aggiustare.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Pensato per aiutare chi vuole ridurre ciò che buttiamo, il Caffè della Riparazione ha funzionato bene da subito all'inizio un paio d’anni fa. La &lt;i&gt;Repair Cafe Foundation&lt;/i&gt; ha ottenuto circa mezzo milione di euro dal governo olandese, oltre che da associazioni e offerte minori, che servono per il personale minimo, la promozione, e anche un &lt;i&gt;Pulmino della Riparazione&lt;/i&gt;. Ci sono trenta gruppi diversi che hanno avviato dei Caffè della Riparazione in tutta l’Olanda, in cui i vicini uniscono competenze e disponibilità per offrire qualche ora al mese a ricucire strappi nella stoffa o ridar vita a qualche caffettiera, lampada, aspirapolvere o tostapane, praticamente qualunque apparecchiatura elettrica dalle lavatrici agli spremiagrumi.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
“In Europa si buttano via tante cose” racconta Martine Postma, ex giornalista che ha ideato il concetto dopo la nascita del secondo figlio e qualche riflessione in più sull’ambiente. “È una vergogna, visto che si tratta di cose del tutto riutilizzabili. Al mondo c’è sempre più gente, e noi non possiamo continuare così. Volevo fare qualcosa di concreto, non solo scrivere”. E però la tormentava la domanda: “È possibile farlo come persona normale, nella vita quotidiana?” Ispirata da una mostra sui vantaggi culturali ed economici di riparazione e riciclaggio, ha deciso che per evitare sprechi inutili si potevano aiutare praticamente le persone a sistemare le cose. “Quando si parla di sostenibilità spesso ci si limita a prospettare degli ideali. Si fanno magari una serie di laboratori su come coltivarsi da soli i funghi, e la gente si stufa. Questo invece è un modo di impegnarsi molto immediato e concreto. Si fa qualcosa insieme, qui e ora”.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
L’Olanda già contiene lo smaltimento in discarica a meno del 3% dei rifiuti urbani, ma si può fare anche di meglio secondo Joop Atsma, ministro delle infrastrutture e dell’ambiente. “Il Caffè della riparazione è un modo molto efficace di aumentare la consapevolezza del fatto che ci sono tante cose che buttiamo e invece funzionano benissimo” ha scritto Atsma in una e-mail. “La ritengo una ottima idea” aggiunge Han van Kasteren, professore all’Istituto di Tecnologia di Eindhoven specializzato nel settore rifiuti. “C’è anche un importante aspetto sociale. Quando si lavora insieme per l’ambiente si fa crescere la consapevolezza. Sistemare un aspirapolvere fa bene”. Di sicuro l’ha fatto alla signora che un giorno ha portato il suo aspirapolvere che aveva quarant’anni, comprato da sposina, qui al Caffè della Riparazione. “Sono contenta, tanto contenta” commenta mentre John Zuidema, 70 anni, sta eliminando il condotto spezzato. “Mio marito non c’è più, e restano in giro tutte queste cosec he un tempo lui riparava”.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Per qualcuno gli aspetti sociali vangono almeno tanto quanto quelli ambientali. “La cosa interessante è che si creano degli spazi di incontro, per chi magari abitava vicino da estraneo” commenta Nina Tellegen, direttrice della Fondazione DOEN che ha garantito dal progetto un finanziamento da più di 200.000 euro nel quadro dei programmi di “coesione sociale” iniziati dopo l’omicidio politico di Pim Fortuyn, nel 2002, e quello del regista Theo van Gogh, nel 2004. “Il fatto che si leghi anche alla sostenibilità lo rende ancora più interessante”. La Tellegen è convinta che serva soprattutto agli anziani. “Hanno delle conoscenze che stanno sparendo. Una volta si facevano tanti lavori manuali, mentre oggi c’è questa società dei servizi.”&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Evelien H. Tonkens, professore di sociologia all’Università di Amsterdam, concorda. “È proprio un segno dei tempi”. Secondo Tonkens, il Caffè della Riparazione è anticonsumista, anti-mercato, propone un’etica del fai da te e si inserisce in una cultura in crescita nel paese, per migliorare la vita quotidiana a partire dal basso e dalla partecipazione. “Sicuramente non funziona come un’impresa” aggiunge la Postma. Ci si rivolge a chi considera costoso far riparare le proprie cose, non deve far concorrenza agli esercizi del genere che già esistono.La &lt;i&gt;Repair Cafe Foundation&lt;/i&gt; dà informazioni per iniziare l’attività, gli strumenti necessari, dritte per i finanziamenti, la promozione. Sono arrivate richieste anche da Francia, Belgio, Germania, Polonia, Ucraina, Sud Africa e Australia.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Tijn Noordenbos, sessantaduenne artista di Delft, ha fondato un Caffè della Riparazione quattro mesi fa. “Mi piace aggiustare le cose” spiega, ricordando come i negozi del genere che c’erano un tempo siano tutti spariti. “Oggi se si rompe qualcosa e si prova a riportarlo al negozio, ti rispondono che va rispedito al fabbricante e costa cento euro solo il controllo, meglio comprarne uno nuovo”. L’architetto William McDonough continua “L’obsolescenza pianificata ha raggiunto un livello di pazzia, si deve buttar via tutto senza neppure pensarci”. Lui propone una filosofia progettuale “dalla culla alla culla” dove gli oggetti si possono anche smontare e riutilizzare per parti (o materie prime, non si deve per forza riparare &lt;i&gt;ad nauseam&lt;/i&gt;), ed è servita a ispirare l’idea della signora Postma. “Col Caffè della Riparazione la gente capisce di avere un rapporto con quei materiali” conclude McDonough.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Come ad esempio la minigonna H&amp;M di Sigrid Deters strappata. “Costa 5-10 euro” e lei è troppo goffa per provarci da sola a ricucirla. “Adesso non vale nulla, si potrebbe buttarla e comprarne una nuova. Ma se la riparano posso indossarla di nuovo”. Marjanne van der Rhee, volontaria in uno dei Caffè per far promozione e distribuire bevande calde, racconta: “Arriva tanta gente diversa. In qualche caso si può pensare che vengano perché sono davvero poveri. Altri hanno un aspetto più agiato, ma si preoccupano per l’ambiente. Altri ancora sembrano solo un po’ matti”.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Theo van den Akker, che normalmente fa il contabile, adesso deve occuparsi del ferro a vapore senza più vapore. Avvolto nella sua T-shirt con scritto “&lt;i&gt;Mr. Repair Café&lt;/i&gt;”, van den Akker apre l’involucro di plastica, mettendo a nudo un intrico di fili elettrici colorati. Intanto la signora Held chiacchiera con la van der Rhee dei veli tradizionali del Suriname che lei, nata laggiù, vende. Una volta che van den Akker ha finito col ferro a vapore, avanzano due pezzi: magari non erano così importanti. Infila la spina, si accende una luce verde, gorgoglia dell’acqua rugginosa e finalmente inizia ad uscire il vapore.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Volete diventare sovrappeso e malaticci? Guidate di più!</title>
<author>Fabrizio Bottini</author>
<authorid>5</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18982/</link>
<description>&lt;i&gt;Secondo uno studio scientifico appena pubblicato dall’&lt;/i&gt;American Journal of Preventive Medicine&lt;i&gt;, andare al lavoro in macchina fa un gran male alla salute&lt;/i&gt;</description>
<body>Non ci sono scuse: se proprio non potete farne a meno, provate se non altro a variare la ricetta, ci sono parecchi metodi di solito. La cosa da evitare assolutamente, è proprio quell’inevitabile corollario della vita, l’ingresso nell’abitacolo dell’auto la mattina, il percorso sul vialetto o la rampa o dal parcheggio, poi gli incroci, magari la superstrada, e poi la piazzola o il posto riservato all’altra estremità, una mezzoretta più tardi. Chi non lo evita dovrebbe iniziare presto ad avvertire i primi sintomi, inequivocabili. Quel leggero tirare dei jeans (sarà il caldo?), il fiato un po’ pesante dopo quattro gradini (è di sicuro il caldo!), il medico che vi ha trovato la pressione piuttosto alta, spiegandovi che il caldo non c’entra nulla, visto che è gennaio. C’è solo un caso in cui questo genere di pendolarismo trova una adeguata compensazione, ovvero quello improbabile in cui appena scesi dalla macchina si inizi una bella attività fisica, perché di mestiere si fa il collaudatore di biciclette, l’istruttore di nuoto, il cacciatore di orsi a mani nude. Di solito però la gente appena scesa dall’auto si infila in un ascensore, e poi dentro una poltroncina. Lì iniziano ad accumularsi i guai.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Spesso si parla di vita sedentaria, di mancato esercizio fisico, consumo di calorie, pensando alla figura della classica &lt;i&gt;patata da divano&lt;/i&gt;, televisore acceso e spuntino a portata di mano. E ognuno cerca di non identificarcisi proprio, in quell’immagine. Il gruppo di ricerca scientifica interuniversitario che ha lavorato a questo progetto parte però da un presupposto parallelo, e si pone preliminarmente una domanda del tutto lecita: per qualificare uno stile di vita come sedentario sono proprio indispensabili le ciabatte, la merendina scartocciata, i telefilm o le partite a ciclo continuo? La risposta può darla chiunque, ed è certamente NO. Sedentario significa letteralmente stare seduti, e non c’è nulla al mondo di più seduto della postura da guidatore d’automobile. Magari certa retorica delle avanguardie storiche sui bolidi sfreccianti ci può ancora prendere in giro dopo un secolo e passa, ma che piaccia o meno non c’è tanta differenza fra il “muoversi” stando dentro un abitacolo, e lo stare stravaccati sul divano. I ricercatori quindi hanno provato a verificare sistematicamente una tesi: esiste un rapporto diretto fra il tempo trascorso al volante per andare al lavoro, e la massa corporea, la pressione arteriosa, insomma tutti i rovesci della medaglia sedentaria?&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
La risposta è, desolantemente, SI. Il campione seguito è di oltre quattromila persone, di ogni fascia di età, secondo spostamenti casa-lavoro precisamente verificabili (non tramite interviste, insomma), Si è tenuto conto nella valutazione anche di alcune co-variabili in grado di influenzare lo stato di salute complessiva dei partecipanti all’esperimento: fumo, consumo di alcol, patologie di tipo ereditario ecc. Al netto, però, emerge e si conferma un rapporto diretto fra quei jeans che iniziano a tirare in vita e la quantità di ore passate al volante, a “muoversi” da una piazzola di sosta all’altra. In conclusione, per citare le parole esatte del gruppo di ricerca, lo studio “&lt;i&gt;fornisce nuove informazioni sulle dinamiche che conducono a un incremento di rischio per l’obesità, l’ipertensione, un generale peggiore stato di salute, così come osservato fra adulti che risiedono in contesti urbani dispersi&lt;/i&gt;”. Che fare? Magari aiuta cercarsi casa in contesti urbani un po’ meno dispersi, ma se non potete permettervelo (peccato, si conosce un sacco di gente nuova) provate almeno a fare due conti: come posso controbilanciare qualche ora al giorno seduto immobile in macchina? Ognuno se la trovi ovviamente da sé, la risposta. La ricerca, pubblicata sul numero di giugno dell’&lt;i&gt;American Journal of Preventive Medicine&lt;/i&gt;, potete scaricarla direttamente da qui.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>La finanza uccide la politica: in chiusura “il manifesto”</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18989/</link>
<description>&lt;i&gt;Un fax arriva in redazione: i liquidatori comunicano la &quot;cessazione di attività&quot;. &lt;/i&gt;il manifesto &lt;i&gt; on-line, 11 maggio 2012 &lt;/i&gt;</description>
<body>Il manifesto è in liquidazione coatta amministrativa da febbraio. La trattativa sul futuro del nostro-vostro giornale era in corso. La prossima settimana è previsto un incontro. Ieri i liquidatori hanno comunicato le loro intenzioni: chiudere il manifesto. Noi resistiamo e continuiamo a uscire. Oggi in edicola tutti i particolari.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Oggi in redazione abbiamo ricevuto un fax che non aspettavamo. Recita così: &quot;Oggetto: Comunicazione cessazione attività aziendale e richiesta concessione trattamento straordinario di integrazione salariale&quot;. Ce lo inviano i nostri liquidatori: da febbraio siamo con i conti bloccati (per chi ha perso la storia, la trova qui). &lt;br&gt;
 &lt;br&gt;
Con i liquidatori abbiamo avviato una trattativa, e per la prossima settimana è stato fissato un incontro. Oggi il fax inatteso: &quot;Si comunica che è stata decisa la cessazione della complessiva attività aziendale della cooperativa Il manifesto in Liquidazione Coatta Amministrativa&quot;. Solo un &quot;passo&quot; formale per avviare la trattativa al ministero? Forse, ma non ci rassicura il resto del fax, in cui si parla di una cassa integrazione di 12 mesi per tutti i lavoratori.&lt;br&gt;
 &lt;br&gt;
Domani sul giornale troverete tutti i particolari. Intanto chiediamo ancora il vostro sostegno, che in questi mesi è stato importantissimo, sia per i nostri conti che per la continuazione di questa esperienza politica. Cerchiamo di continuare a fare informazione in una situazione che è molto difficile per ciascuno di noi. Ci vediamo domani in edicola&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Benecomunisti, che orrore</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18986/</link>
<description>&lt;i&gt;Prosegue il difficile dibattito tra categorie che la realtà e la faticosa ricerca di una nuova ideologia alternativa a quella dominante ha reso antitetiche. &lt;/i&gt;Il manifesto&lt;i&gt;, 11 maggio 2012 &lt;/i&gt;</description>
<body>Propongo di non usare mai più il termine &quot;benecomunista&quot;: è orribile, ridicolo, equivoco e neogotico. Sembra il nome di una congregazione iniziatica fantasy. Poi, per evitare disquisizioni dotte ma superflue, chiamando magari in causa persino san Tommaso, propongo una distinzione netta tra il concetto di bene comune, senza ulteriori determinazioni, e quello di beni comuni; che può anche essere declinato al singolare come bene comune, ma solo se riferito a entità specifiche e circoscritte, anche se globali e diffuse: come lo sono per esempio l'acqua, l'atmosfera, l'informazione, i saperi, la scuola. Bene comune rinvia a una concezione armonica e unitaria della società, dei suoi fini ultimi, dei suoi interessi, della convivenza. Il tema dei beni comuni rimanda invece al conflitto: contro l'appropriazione, o il tentativo di appropriarsi, di qualcosa che viene sottratto alla fruizione di una comunità di riferimento. Una comunità che non include mai tutti, perché si contrappone comunque a chi - singolo privato o articolazione dello Stato - da quel bene intende trarre vantaggi particolari, escludendone altri. In questa accezione il rapporto con i beni comuni comporta, sia nella rivendicazione che nell'esercizio di un diritto acquisito, forme di controllo diffuso e di partecipazione democratica alla loro gestione o ai relativi indirizzi che integrino le forme ormai sclerotizzate della democrazia rappresentativa. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Per me il concetto di beni comuni ha relativamente poco a che fare anche con il &quot;Comune&quot; di cui scrivono Negri e Hardt. Quel &quot;Comune&quot; non è che l'ultima versione di una soggettivazione totalizzante del reale che ha attraversato una successione di figure: Classe Operaia, &quot;operaio massa&quot;, &quot;operaio sociale&quot;, &quot;moltitudine&quot;, per approdare, per ora, al &quot;Comune&quot;. È un'entità che &quot;gioca con se stessa&quot;, producendo il proprio antagonista (la Classe Operaia &quot;sviluppa&quot; il Capitale; la moltitudine &quot;crea&quot; l'Impero, ecc.) per poi riassorbirlo in un movimento dialettico dall'esito precostituito. Le lotte per i beni comuni, invece, non hanno esiti certi e meno che mai predeterminati: anzi, il rischio a cui sono esposte - e insieme ad esse, coloro che se ne fanno protagonisti e l'umanità tutta - è di giorno in giorno maggiore.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
In entrambe queste accezioni &quot;comune&quot; non è comunque la stessa cosa di &quot;pubblico&quot;: soprattutto se per pubblico si intende &quot;statuale&quot;. Il che inevitabilmente succede se si ritiene che il rapporto degli umani con un bene non possa assumere altra forma che quella del diritto di proprietà. Ma questa concezione non ha alcun fondamento storico, risponde a un approccio giuridico tradizionale e sbarra la strada a qualsiasi percorso alternativo allo stato di cose presente. In realtà sono le modalità di esercizio del potere su un bene, del controllo sul suo uso e sulla ripartizione, attuale e nel tempo, dei vantaggi che può procurare, a definire le forme, anche giuridiche, esplicite o sottintese, secondo cui si dispone di esso. Per questo la connotazione di una risorsa come bene comune è indissolubilmente legata a forme di democrazia partecipativa che lo sottraggano tanto alla disponibilità di un privato quanto a quella di un apparato statale o di una sua articolazione. Il degrado e la rapacità delle imprese di Stato, o delle società a partecipazione pubblica (dall'Iri a Finmeccanica, da Fs alle ex municipalizzate), sottratte a qualsiasi forma di controllo popolare, dimostra in modo inconfutabile la divaricazione tra pubblico, nel senso di statale, e comune. Peggio ancora se si pensa di affidare a poteri più centralizzati (Regione o Stato), come propone Asor Rosa, il compito di rimediare ai guasti perpetrati dai livelli decentrati dell'amministrazione. Quei guasti possono essere evitati o corretti solo in un regime di trasparenza integrale, con forme di coinvolgimento e di consultazione popolare: che non sono però riducibili a un referendum, e meno che mai a un sondaggio; perché devono essere precedute e accompagnate da confronti pubblici, effettivi e approfonditi, sui problemi in campo. Per questo ho molte riserve anche sulla proposta di Luciano Gallino di un'agenzia nazionale per il lavoro che finanzi progetti locali. Queste agenzie ci sono già: si chiamano Invitalia (già Sviluppo Italia e prima ancora Gepi) e Italia Lavoro. Sono due baracconi che conosco personalmente, dove si concentra la quintessenza del degrado clientelare. Non sono mancate loro in passato risorse finanziarie ingenti, anche se non nella misura proposta da Gallino, e hanno quasi sempre operato su progetti locali: messi però a punto da poteri pubblici statuali, al di fuori di qualsiasi coinvolgimento partecipativo delle comunità beneficiarie. I risultati sono stati devastanti. Per questo ritengo la democrazia partecipativa condizione irrinunciabile anche della lotta per il lavoro.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Che rapporto passa allora tra il conflitto sociale che ha una delle sue leve nelle mobilitazioni per dei beni comuni e la lotta di classe tra lavoro e capitale? La lotta di classe, come ancora recentemente ha ben documentato Luciano Gallino (se mai ce ne fosse stato bisogno) è ben viva e oramai estesa su tutto il pianeta. È soprattutto la lotta contro i lavoratori sferrata dal capitale finanziario, commerciale e industriale, a cui la globalizzazione ha messo in mano (oltre alle forme tradizionali di spolpamento dei lavoratori dalla testa in giù) anche l'arma delle delocalizzazioni: per poter tagliare loro l'erba sotto i piedi in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. È difficile anche solo immaginare che i lavoratori di tutto il mondo possano ricostituire in tempi adeguati collegamenti, organizzazioni o reti sufficientemente estese per contrastare, al suo stesso livello, questo attacco globale. Da tempo le lotte dei lavoratori hanno per lo più una dimensione ristretta, aziendale o di categoria, quando non di reparto; raramente nazionale e mai transnazionale. E anche quando assumono forme offensive, il che non succede spesso, difficilmente riescono, soprattutto nei paesi di consolidata industrializzazione come il nostro, a spuntare risultati che non siano di mero contenimento dell'aggressione alle proprie condizioni di lavoro, di reddito e di vita. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Secondo me quella corsa al ribasso che costituisce la sostanza e il motore della globalizzazione liberista può essere fermata solo sottraendo il lavoro - a pezzi e bocconi - ai diktat di una competizione senza limiti: con un processo, o una serie di processi, di conversione ecologica del sistema produttivo che rimetta al centro, insieme alla sopravvivenza del pianeta, produzioni orientate alla soddisfazione dei bisogni basilari e al miglioramento delle forme di convivenza delle comunità di riferimento: cioè i beni comuni. Per questo il conflitto sociale per i beni comuni costituisce il supporto e lo sbocco indispensabile di un ripresa offensiva della lotta contro lo sfruttamento del lavoro.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
È ovvio, per me, che a un movimento che si batte per i beni comuni, l'ambiente, il lavoro e l'accoglienza ciascuno deve essere libero di portare il bagaglio di idee e di ideali che si è costruito nel tempo e che ha deciso di traghettare fino a qui, magari attraversando mari in burrasca e bonacce snervanti. Benvenuti! Senza quel bagaglio - quei bagagli, perché sono tanti e differenti - dovremmo partire da zero; e non è così. Ma a me sembra sbagliato sostenere - come temono alcuni - che «se non ci si dichiara di sinistra, si apre alle idee della destra». Milioni di persone oggi non riescono a considerarsi di destra o di sinistra e provano disgusto tanto per il cinismo e il carrierismo che contraddistingue la destra quanto per l'acquiescenza e la corsa all'emulazione di cui in tanti anni ha dato prova chi ha rappresentato la sinistra agli occhi di un'opinione pubblica poco impegnata e aliena dai troppi distinguo. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Ma c'è di più: Bossi e Berlusconi, che fin dai loro esordi hanno messo in scena, promosso e cavalcato la cosiddetta antipolitica (altro che Beppe Grillo!), hanno diffuso tra i più sprovveduti, ma soprattutto tra milioni di giovani che si sono affacciati alla vita adulta in quel contesto, una identificazione pressoché totale tra sinistra e politica nella sua accezione peggiore, che è quella che tutti hanno da tempo sotto gli occhi. Loro, invece, proprio perché antipolitici, da quei vizi si erano chiamati fuori. Questa costruzione si sta sfaldando sotto il peso delle inchieste giudiziarie (assai più che per circostanziate denunce politiche), ma resta un dato di fatto da cui non si può prescindere. Dichiararsi oggi di sinistra in forma pregiudiziale, e non qualificarsi invece per i contenuti e le battaglie che si sostengono, vuol dire probabilmente erigere steccati nei confronti di un pubblico che è un interlocutore diretto del discorso sul beni comuni. Il successo dei referendum contro la privatizzazione dell'acqua e il nucleare ne è, a contrario, la riprova.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Il soggetto politico nuovo oggi si chiama Alba; e noi &quot;albigesi&quot;. È una liberazione. Ritengo - e con me molti altri; e alcuni lo hanno fatto notare - che la lotta politica che ci vede impegnati non abbia, e non abbia bisogno, di un &quot;soggetto&quot; (anche e soprattutto nel senso etimologico del termine, che significa «chi sta sotto»). La ricerca o la promozione del soggetto che si fa carico di un processo storico, o di una transizione radicale - e di questo stiamo parlando, credo - comporta effetti totalizzanti che contraddicono le premesse che ci hanno fatto convergere verso questo impegno. Invece, gli attori dei processi all'interno del quale vogliamo operare sono, e saranno sempre di più, molteplici e plurali. E anche aleatori: oggi ci sono e domani possono scomparire, insieme a noi, sia come individui che come forza organizzata. Tutto ciò alcuni di noi lo hanno già sperimentato più volte. L'importante è che il processo vada avanti comunque, magari correggendo la rotta nel corso del tempo; e che ci sia sempre posto per nuovi ingressi e soprattutto per nuovi protagonismi: specie delle nuove generazioni e di un punto di vista di genere elaborato e trasmesso dalle donne. Sulla loro partecipazione si gioca l'esito di questa iniziativa.&lt;br&gt;
 &lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Punta Perotti, mai più cemento ma ditte risarcite per 49 milioni</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18985/</link>
<description>&lt;i&gt;Bene così, ma meglio sarebbe stato se il comune non avesse autorizzato un intervento vietato da una legge dello stato. &lt;/i&gt;L’Unità&lt;i&gt;, 11 maggio 2012 &lt;/i&gt;</description>
<body>La saracinesca, come chiamavano a Bari l’ecomostro di Punta Perotti, non tornerà a sequestrare il panorama più bello del lungomare. Al posto del mostro adesso c’è un grande prato, simbolo della legalità ripristinata, inaugurato nel 2007 con don Ciotti. Il prato in riva al mare è frequentato da migliaia di persone, che possono continuare a correre, come fanno d’abitudine, dopo aver infilato le scarpe da jogging. Nessuna sentenza glie lo toglierà.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
La decisione della Corte europea dei diritti umani che dà ragione ai proprietari e impone allo Stato italiano un risarcimento di 49 milioni non è così terribile come appare in un primo momento. Il gruppo Matarrese e gli altri avevano chiesto risarcimenti per 353 milioni e l’incubo dei baresi era di pagare di “tasca propria”, cioè dalle casse comunali, l’abbattimento di quello che era e resta un gigantesco abuso edificato in dispregio della legge che stabilisce che non si può costruire a meno di 300 metri dal mare [quindi sulla base di un atto abilitativo illeggittimo, poiché in contrasto con la legge Galasso e il codice del paesaggio - ndr].&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
La sentenza scrive, dopo 17 anni, la parola “fine” a una vicenda che è iniziata nel 1995, quando aprì il cantiere per la costruzione di tre edifici, realizzati dalle imprese Sud Fondi, del Gruppo Matarrese, Mabar, del gruppo Andidero e Iema di Antonio Quistelli. E, ieri, le dichiarazioni del sindaco di Bari Michele Emiliano trasudavano soddisfazione: «Il comune di Bari non deve nulla, ha agito per obbligo di legge. La sentenza ha origine in una legge sbagliata dello Stato». Il sindaco si dice pronto ad incontrare subito i proprietari delle aree per trovare un’intesa perequativa.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
IL PASTICCIO ITALIANO&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Il pasticcio che ha dato origine ad una lunga serie di ricorsi e di opposizioni ha origine nel testo unico per l’edilizia (la legge 380 del 2001 che modifica la legge 47 del 1985) dove si dispone «la confisca dei terreni abusivamente lottizzati» anche quando non vi sia una condanna penale. È accaduto che pur essendo acclarato che l’ecomostro era un abuso, il Gup Mitola, nel febbraio del 1999, assolve i costruttori per “errore scusabile” ma ordina la confisca degli immobili e trasferisce il patrimonio al comune. Sul piano formale, infatti, le tre società avevano tutte le carte in regola, concessioni edilizie e autorizzazioni di Comune e Regione risalenti agli anni Ottanta. Peccato che quei permessi non potevano essere validi, poiché violavano le norme urbanistiche nazionali.&amp;#8232; In quel cruciale 2001, in cui una sentenza della Cassazione ribadisce confisca e l’abbattimento, anche se gli otto imputati sono assolti in corte d’appello, ricorda l’avvocato Gianfranco Grandaliano dell’avvocatura comunale, c’è anche il fatto che «il governo Berlusconi appena insediato, in un articolo della Finanziaria, avverte che se non sarà il comune dovrà essere la Regione amuoversi».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Michele Emiliano, eletto nel 2004, diede corso, quindi, ad obblighi di legge. Prima dello show down ci fu un ultimo tentativo di fermare le ruspe: la Salvatore Matarrese acquistò dalla banca il credito alla società costruttrice garantito da ipoteca e tentò il pignoramento degli immobili ormai diventati proprietà del comune.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
L’ecomostro fu abbattuto, con grande festa popolare e diretta Tv, nell’aprile del 2006.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Dunque la sentenza della Corte di Strasburgo, spiega l’avvocato, «sconfessa un’ipotesi di rasarcimento multimilionaria» e riconosce, invece, «l’incidente di esecuzione». Incidente felice e il comune di Bari, che in un primo tempo si era opposto, aveva poi offerto la restituzione dei terreni ai proprietari. Ma il bene, risposero Matarrese e gli altri, è «completamente trasformato», in altre parole come si fa a togliere alla città un immenso e amatissimo parco? Rifiutarono. Anche forse sperando di avere il massimo dal risarcimento.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Ieri anche le imprese hanno espresso soddisfazione. La Corte Europea hanno dichiarato Sud Fondi (gruppo Matarrese) e Mabar (gruppo Andidero) ha accolto e condiviso tutte le tesi e i principi su cui erano fondate le richieste di risarcimento; risarcimento quantificato in una misura inferiore alle richieste in considerazione della restituzione della proprietà dei suoli, della loro destinazione edificatoria e del notevole valore ad essi attribuito anche dallo Stato italiano». Le imprese fanno sapere di essere pronte ad «avviare al più presto un confronto con l'amministrazione comunale per arrivare ad una soluzione condivisa». Una soluzione, dicono, «che consenta, da un lato la conservazione di un parco nell' area di Punta Perotti e, dall' altro, l'utilizzo da parte dei legittimi proprietari delle aree tuttora edificabili e ricomprese nei due piani di lottizzazione approvati dal Comune di Bari e mai annullati». Il tutto, conclude la nota, «nel rispetto del Piano regolatore generale della città e delle norme oggi vigenti a tutela del paesaggio». Parole dolci come il miele per il sindaco Emiliano che dà la sua piena disponibilità: «Adesso potrò incontrare i proprietari delle aree per definire con loro il destino del parco e le modalità con le quali garantire i loro diritti edificatori».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;i&gt;Digitando “punta perrotti” nella finestrina in alto e cliccando sul ottone “cerca” potete raggiugere gli altri articoli su eddyburg a proposito della vicenda&lt;/i&gt;&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Macao: il grattacielo di tornasole</title>
<author>Fabrizio Bottini</author>
<authorid>5</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18984/</link>
<description>&lt;i&gt;Cosa succede davvero in città dopo l’occupazione di un gioiello di architettura moderna in centro. Vari interventi, compreso Dario Fo, da &lt;/i&gt;la Repubblica&lt;i&gt; e &lt;/i&gt;Corriere della Sera &lt;i&gt;Milano, 11 maggio 2012 (f.b.)&lt;/i&gt;</description>
<body>&lt;b&gt;&lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;b&gt;Il sostegno di Dario Fo &quot;Macao mi ricorda la Palazzina Liberty&quot;&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;b&gt;di Nadia Ferrigo&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Il popolo di Macao ha accolto un ospite d’eccezione: il premio Nobel Dario Fo. Davanti a una platea di 200 persone - artisti, curiosi, studenti - l’attore ha mostrato tutto il suo entusiasmo per il progetto e ha promesso che se ne farà garante anche con il sindaco Giuliano Pisapia: «Non mi aspettavo ci fossero così tante persone consapevoli di fare qualche cosa di straordinario. Ne ho parlato con l’assessore alla cultura Boeri, che era perplesso, come lo si può essere di fronte a un evento così inaspettato». E così dicendo Fo ha toccato un punto che crea un certo imbarazzo alla giunta: l’occupazione illegale di uno spazio, l’atteggiamento da tenere sul caso Torre Galfa, «l’appoggio politico» che gli occupanti chiedono al Comune: «Questa amministrazione non può stare zitta».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
L’assessore alle Politiche sociali Majorino ieri diceva: «Lo scandalo non è l’occupazione, ma che in città ci siano tanti spazi inutilizzati». E con lui si dicevano d’accordo Antonello Patta, portavoce della Federazione della Sinistra e i consiglieri di Sel: «L’esperienza di Macao rappresenta una modalità di ricerca e di cultura che deve essere vista con interesse». La replica del centrodestra: «Mi chiedo con quale faccia assessori che non mettono a disposizione spazi vuoti del Comune possano giustificare l’occupazione di proprietà private - commentava Fabrizio De Pasquale del Pdl -La sinistra vuole tenere assieme il rispetto della legge e le occupazioni illegali di immobili, cose che non possono convivere».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Incurante di questi bisticci, l’assemblea aperta nel cortile della Torre è proseguita, tra microfoni malfunzionanti e gli interventi di Dario Fo: «Sono meravigliato, non pensavo che avrei visto qualche cosa di simile a quello che è successo 45 anni fa». Il riferimento è alla Palazzina Liberty, occupata negli anni ‘70 con la moglie Franca Rame, un’esperienza andata avanti per una decina di anni con gli spettacoli del &quot;Collettivo teatrale la Comune&quot;. Le analogie sono molte: un luogo abbandonato e inutilizzato, un gruppo di giovani artisti che ha voglia di esprimersi ma non trova spazio, e alla fine se lo prende.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Il tema più sentito dagli occupanti è la possibilità di uno sgombero, tanto che c’è un tavolo di lavoro dedicato al tema &quot;che fare se ci cacciano tutti?&quot;. Dario Fo prende di nuovo la parola: «La paura dello sgombero è la stessa che sentivamo quando abbiamo occupato la Palazzina Liberty, e veniva da destra e da sinistra, perché abbiamo rubato lo spazio delle assemblee, dando voce a chi non aveva mai parlato. Bisogna riuscire a coinvolgere tutti, solo così sarete forti. Vi faccio un applauso, vorrei duecento mani per applaudire come si deve». Prima di lasciare l’assemblea, l’ultima raccomandazione: «Fatevi un programma: bisogna avere le idee chiare, altrimenti siamo perduti».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;b&gt;&lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;b&gt;Il grattacielo arrugginito monumento allo spreco&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;b&gt;di &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Ivan Berni&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
L’occupazione della torre Galfa da parte di un gruppo di giovani artisti e teatranti è, insieme, qualcosa di temerario e di fortemente simbolico. Detto che occupare un edificio di privati - ancorché di Ligresti - è un atto illegale che non va in nessun modo avallato, il fatto che nel mirino sia finito un grattacielo &quot;storico&quot; della città, desolatamente vuoto da circa quindici anni, in pieno centro e per giunta a ridosso della nuova &quot;Manhattan&quot; di Porta Nuova, assume una rilevanza tutta particolare. È come se qualcuno si fosse preso la briga di gridare che il re è nudo, e che quello spettacolo di abbandono e di impotenza non è più tollerabile. Il gruppo di occupanti reclama nuovi spazi per la cultura, per la musica, per le arti visive, per il design. Cultura autoprodotta, senza il bollino delle istituzioni. Può darsi che un grattacielo lasciato ad arrugginire non sia il luogo ideale per una simile ambizione. Che ci siano problemi di sicurezza insormontabili e che la struttura stessa del palazzo rappresenti un ostacolo impossibile da superare. Però la suggestione è davvero molto forte: a memoria non risulta che in Europa un grattacielo sia mai stato oggetto di un’occupazione abusiva.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Suggestione potente: soprattutto considerando che la vecchia Torre Galfa rappresenta la metafora dell’immobiliarismo speculativo, della logica distorta del mercato, di un’urbanistica che negli anni ha smarrito completamente il suo ruolo di guida alla destinazione della città. Torre Galfa è stata abbandonata perché così com’è non è affittabile: i lavori di manutenzione e ripristino costerebbero troppo, rispetto a quanto potrebbe rendere d’affitto come building direzionale. Inoltre è un grattacielo troppo alto e troppo snello per venire svuotato e &quot;trasformato&quot;, com’è invece accaduto alle due torri ex Ferrovie dello Stato davanti alla stazione Garibaldi. Molto improbabile anche l’ipotesi dell’abbattimento, a meno di sostenere costi giganteschi e mettere in piedi un’operazione potenzialmente ad alto rischio, data l’altezza notevole (109 metri) e la stretta vicinanza con altri palazzi per uffici.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Si consideri, inoltre, che si tratta di un edificio che ha più di cinquant’anni, di indubbio valore storico, e che il design del progettista Melchiorre Bega ha i suoi estimatori. Ligresti lo ha comprato per 48 milioni nel 2006, quando già da anni era disabitato e in condizioni precarie. Probabilmente il costruttore sperava che lo sviluppo del progetto Porta Nuova avrebbe portato a una valorizzazione dell’immobile. Sperava che quel vecchio e inabitato grattacielo anni Cinquanta si rivelasse un affare. Una preziosa pedina di scambio nel complesso risico di cessioni e acquisizioni che ha segnato la sua escalation di re delle aree, e del mattone, a Milano.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Le cose sono andate in tutt’altro verso. Ligresti sta per uscire di scena coperto di debiti. Il gioco degli uffici sfitti e dei valori immobiliari messi a patrimonio come scatole vuote non regge più. La crisi e una lunga serie di affari sbagliati hanno messo in ginocchio l’ex re delle aree. Quella vecchia torre arrugginita occupata da un gruppo di squatter creativi è lì per dire, a tutti, che la stagione di quell’urbanistica deve finire. E che quei monumenti allo spreco sono intollerabili. Chi occupa abusivamente ha torto. Ma chi costruisce o compra grattacieli per lasciarli vuoti non ha alcuna ragione.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;b&gt;&lt;i&gt;Corriere della Sera&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;b&gt;&lt;i&gt;&lt;/i&gt;Fo alla Torre Galfa occupata «Io garante contro lo sgombero»&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;b&gt;di Annachiara Sacchi&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
La luce si riflette sul palazzone della Torre Galfa occupata, gli artisti che per tutto il giorno hanno zappato, pulito i locali, organizzato esibizioni e concerti si fermano ad ascoltare Dario Fo. Il premio Nobel è arrivato all'incrocio tra via Galvani e via Fara (da qui il nome del grattacielo) per portare la sua solidarietà. Per parlare di arte e ideali, di partecipazione e cultura. Per farsi garante «antisgombero» con il Comune. Ma sulla torre «requisita» sabato dal collettivo «Lavoratori dell'arte» e di proprietà di Fondiaria Sai (Ligresti), incombono grosse nuvole. Una denuncia per occupazione abusiva. E un plumbeo imbarazzo nelle stanze della politica: le varie anime della sinistra, sul tema, sembrano parecchio divise.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Oltre duecento persone, ieri, per Dario Fo nel cortile della torre occupata, abbandonata da 15 anni, acquistata nel 2006 dalla Fondiaria Sai (48 milioni di euro) con tanto di bonifica dall'amianto due anni fa. Ci sono gli attivisti che si sono presi il palazzo (terminato nel 1959 su progetto di Melchiorre Bega), che l'hanno ripulito e ribattezzato Macao. Ci sono antagonisti e studenti dell'Accademia, autori televisivi, fotografi, creativi. E poi c'è lui, il premio Nobel. Gli chiedono di spendersi con il Comune per evitare lo sgombero. «Voglio parlare con l'amministrazione — spiega Fo —, non possono stare zitti. L'assessore Boeri mi è sembrato perplesso, ma è positivo che lo sia». E continua: «Questa è un'altra Palazzina Liberty: il Comune deve capire che deve aiutare». E se non fosse ancora chiaro il messaggio, i rappresentanti di Macao aggiungono: «Chiediamo appoggio politico da questa amministrazione che ha il potere di sospendere altri tipi di logiche». E cioè lo sgombero.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
«Riportare la legalità in via Galvani», ecco la richiesta del centrodestra, dal Pdl alla Lega. Meno compatto il centrosinistra. Se dai vertici dell'amministrazione sembra di capire che «non ci sono stati contatti con gli occupanti; non li proteggiamo ma nemmeno siamo noi a chiedere lo sgombero», il consiglio comunale pare diviso. Sel: «C'e bisogno di spazi sociali in città. L'esperienza della Torre Galfa, pur nel limite della situazione di occupazione, rappresenta una modalità di ricerca di cultura che non può non essere vista con interesse», dice una nota di Patrizia Quartieri, Mirko Mazzali e Luca Gibillini. Conclusione: «Una Milano aperta deve essere l'obiettivo del nuovo modo di amministrare. Ma nulla può il Comune per impedire eventuali sgomberi chiesti da privati». Carmela Rozza, capogruppo del Pd, è di altro avviso: «Invito la giunta a prendere le distanze da questa occupazione assolutamente illegale». Ed ecco che interviene l'assessore Pierfrancesco Majorino: «Lo scandalo non è l'occupazione, ma che in città ci siano tanti spazi inutilizzati per colpa di un immobilismo ventennale, mentre noi ne stiamo per mettere a disposizione 50. Trattandosi di proprietà privata, non posso condividere l'occupazione, ma questo non mi impedisce di vedere che Macao pone un tema vero».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Solidarietà agli occupanti arriva dalla Federazione della Sinistra: «Siamo con voi». Ma il punto resta: il 5 maggio la proprietà ha fatto denuncia per occupazione abusiva. Fondiaria sembra intenzionata a riprendersi (presto) il palazzo per portare avanti un progetto di «messa a reddito» dell'immobile. Attesa. Nella notte una luce blu illumina la torre. «Sarà un buon weekend con tante iniziative», salutano gli artisti.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>I vecchi e i giovani</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18983/</link>
<description>&lt;i&gt;Da tempo i media legati ai poteri dominanti…&lt;/i&gt;</description>
<body>Da tempo i media legati ai poteri dominanti fanno ricorso a un binomio retorico per screditare tutto ciò che cerca di resistere alle innovazioni distruttive imposte dal capitalismo che avanza. Il mondo viene spaccato in due: antico e moderno, arretrato e avanzato, conservatore e innovatore, vecchio e giovane. Com'è noto, Marchionne ha rinfrescato il binomio con una divaricazione immaginifica: &lt;i&gt;prima e dopo Cristo&lt;/i&gt;. Dove, “per dopo Cristo”, lui intende una modernità che si mette alle spalle anche la misericordia cristiana, ormai invecchiata come tutte le cose che non stanno coi tempi rapidi dei mutamenti in atto. La sua lucente modernità, è a tutti noto, riporta in fabbrica i ritmi di lavoro al livello di intensità dei primi del XX secolo, quando in USA trionfava lo &lt;i&gt;Scientific Management&lt;/i&gt; di Robert Taylor. Quello, per intenderci, messo alla berlina da Chaplin in &lt;i&gt;Tempi moderni&lt;/i&gt;. Ma non è tutto. Il suo compenso è arrivato a superare anche di mille volte il salario di un suo dipendente. Ora, per trovare una tale disparità di reddito bisogna risalire molto indietro nel tempo, assai prima che la società industriale si articolasse nella attuale stratificazione sociale. Una tale divaricazione di ricchezza è tipica dell' Antico regime ( secoli XII-XVIII) quando la società era divisa tra grandi feudatari, che avevano in mano tutto, e popolazioni contadine, che possedevano solo le proprie braccia. E' moderno, avanzato, giovane, Marchionne?&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Di recente, un nuovo modernizzatore è apparso sulla scena pubblica italiana, è il ministro dell' Istruzione dell' Università e della Ricerca, Francesco Profumo. Il ministro ha appena incassato una disfatta personale sul terreno di una innovazione che gli sta particolarmente a cuore: l'abolizione del valore legale del titolo di studio. Il referendum on line che egli ha organizzato, tramite il suo ministero, ha sonoramente sconfitto le sue velleità con oltre il 70% dei no. Una risposta degli «italiani “conservatori”» titolava mestamente un articolo di commento del &lt;i&gt;Corriere della sera&lt;/i&gt; del 22 aprile. Se non l'avesse già fatto Monti, il ministro avrebbe potuto recriminare sul fatto che « gli italiani non sono ancora pronti. Capita a tutti i grandi novatori di giungere fra noi con troppo anticipo sull'avvenire. E' infatti caparbia aspirazione del prof. Profumo togliere alle Università, vale a dire alle istituzioni storiche in cui da secoli si viene organizzando e trasmettendo il sapere degli italiani, la possibilità di certificare la qualità delle lauree che esse rilasciano. Le ragioni di tanto zelo riformatore, sono state variamente dibattute, e non è ora il caso di ritornare su una questione da considerare, ormai, «un cane morto» : come si diceva un tempo di un eminente filosofo fuori moda.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Val la pena, tuttavia, aggiungere qualche elemento di chiarificazione sulla modernità degli intenti perseguiti dal ministro. L'abolizione del valore legale della laurea, tra le altre novità, comporterebbe una liberazione straordinaria degli individui dalle pesanti bardature statali. Non sarebbe infatti più lo stato a certificare la qualità della formazione del cittadino, ma finalmente il mercato. Non più la validazione di una entità pubblica, dietro cui stanno decenni di tradizioni di ricerca, di scuole scientifiche, di procedure di verifiche consolidate, in una parola il sapere di una comunità culturale che è parte costitutiva della storia di una nazione. Al contrario, varrebbe il parere di un qualunque commisario di concorso pubblico, ma sopratutto il giudizio di opportunità del privato, dell'imprenditore, che non deve essere condizionato nelle sue scelte di assunzione del personale.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Si dissolve così uno dei collanti della società, intesa come comunità di valori universalmente riconosciuti, e si risolve il problema della valutazione all'ingresso nel mondo del lavoro in un rapporto meramente contrattuale, tra due individui privati: l'assuntore, cioé l'imprenditore e il dipendente-lavoratore. Tutto ciò che è comune si dissolve, restano solo gli individui. «Ognuno è solo sul cuore della terra», recitava Quasimodo. Scava, scava e salta fuori la solita rogna neoliberista. Vale a dire l'ideologia che negli ultimi 30 anni ha scavato abissi di iniquità nella società del nostro tempo, dissolto le relazioni umane, trascinato nell'insicurezza milioni di individui, generato la crisi mondiale che continua ad alimentare con le sue ricette fallimentari. Quanto è moderno, avanzato, giovane, Profumo?&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Questo ministro, che ha davanti a sé circa un anno di possibili iniziative, potrebbe intraprendere almeno un paio di decisioni, certamente modeste, dati i tempi ristretti, ma sicuramente utili , sia in prospettiva che nell'immediato. La prima di queste, che non comporterebbe spese particolari, potrebbe essere l'avvio di un processo di delegificazione della vita universitaria. Gli atenei ( ma anche le scuole) soffocano sotto montagne di carte. I neoliberisti tuonano contro la burocrazia che soffoca le imprese, ma non risparmiano leggi e regolamenti quando si tratta di assoggettare l'autonomia del sapere alla volontà delle burocrazie ministeriali. Naturalmente, il ministro non muoverà un dito su questo fronte, essendo egli l'esecutore testamentario della legge Gelmini. L'altra iniziativa possibile, diciamo così congiunturale, potrebbe essere quella di sventagliare un po' di milioni di euro in borse di studio per studenti meritevoli, per dottorandi, per post-dottorati che a migliaia, in Italia trarrebbero un sospiro di sollievo. E lo farebbero trarre anche alle loro famiglie. Un piccolo aiuto, mentre il numero dei nostri laureati continua a precipitare rispetto alla media europea, mentre la nostra migliore gioventù intellettuale continua a fuggire fuori d'Italia. E' troppo? Il ministro non lo fa, verosimilmente perché il suo peso specifico all'interno del Governo deve essere nullo. Tuttavia, poiché il prof. Profumo sa di marketing, cerca di dar segni di vita e rilievo al suo ruolo e si inventa trovate fantasiose. Com'è noto egli ha aperto un nuovo fronte di modernizzazione: quello dell'uso esclusivo della lingua inglese nel Politecnico di Milano, con l'intenzione di estendere la pratica al resto degli atenei. Un po' di lustrini per stupire l'analfabetismo linguistico della borghesia italiana.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Ora, a differenza del ministro Profumo, noi sappiamo che l'inglese è la lingua imperiale del XX secolo, lo strumento dell'egemonia del capitalismo angloamericano, fonte di bussines e vantaggi innumerevoli per i paesi di lingua madre. Pure non ci sogniamo di svalutare i vantaggi di una buona conoscenza dell'inglese da parte dei nostri giovani, strumento di comunicazione internazionale, mezzo utile anche per accedere alla saggistica di paesi e lingue di difficile accesso. Ma perché darle tanto spazio e peso nell'Università? Un buon possesso della lingua inglese dovrebbe essere una conquista della scuola media. All' Università lo studio delle lingue - non di una sola lingua – dovrebbe costituire oggi, in Europa (come in parte già accade ) un momento di alta formazione culturale. Si studia il francese, il tedesco, lo spagnolo per penetrare in profondità la cultura di quei paesi, per afferrare attraverso queste straordinarie lingue di cultura le articolazioni nazionali di una civilizzazione che è fra le più alte e plurali della storia umana. O dobbiamo realizzare l'unità d' 'Europa parlando tutti inglese'? Si dovrebbe studiare questa lingua per poter leggere in originale Shakespeare o Defoe, non solo per comunicare informazioni. E perché l'apprendimento dell' italiano – come ha osservato Raffaele Simone su &lt;i&gt;Repubblica&lt;/i&gt; del 17 aprile - non dovrebbe costituire un elemento di attrazione per gli studenti dei vari paesi del mondo? L'italiano non è solo indispensabile per leggere direttamente Dante o Italo Calvino, ma per comprendere l'arte italiana nei suoi svolgimenti e nelle sue stagioni , il melodramma, il paesaggio, le cucine regionali. Dopotutto, quando nel XIV secolo, in Italia fioriva la prima lingua letteraria d'Europa, un fondamento della civiltà del Continente, l' England era ancora un povero paese abitato da pastori. Perché i giovani europei che escono dalle nostre università non dovrebbero possedere almeno la conoscenza della nostra o delle altre lingue nazionali? Non possiamo permetterci questo avanzamento, questo ulteriore salto di civiltà?&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Il ministro Profumo è fissato con l'inglese. Ma sarebbe sbagliato pensare che si tratti solo di provincialismo. No, la ragione è che l'inglese è un mezzo, uno strumento per qualcos'altro. Come un martello per fissare un chiodo. Serve per comunicare, per organizzare, per mettere su aziende, per scambiare informazioni e possibilmente beni e danaro. Serve alla crescita. La cultura, per questo ministro, non è mai un fine, che ha le proprie ragioni fondative nell'elevazione culturale, civile, spirituale delle persone, prima che nelle tecniche destinate ad attività professionali. Gratta, gratta, ed esce fuori il fondo miserabile dell'economicismo, la più grave infezione spirituale della nostra epoca.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
E' moderno, avanzato, è giovane il ministro Profumo?&lt;br&gt;
&lt;i&gt;www.amigi.org. Questo articolo è inviato contemporaneamente al &lt;/i&gt;manifesto&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Ben più delle abitazioni altre sono oggi le cause della “cementificazione”</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18981/</link>
<description>&lt;i&gt;Un parere particolarmente esperto si aggiunge al dibattito e getta nuovi raggi di luce sui dati dell’ultimo censimento della popolazione. Scritto per &lt;/i&gt;eddyburg</description>
<body>Provo ad aggiungere qualche breve considerazione sul dibattito che si è sviluppato su &lt;i&gt;eddyburg&lt;/i&gt; a seguito della pubblicazione dei primi dati del nuovo Censimento del 2011.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Come è noto, il consumo di suolo è legato alla presenza sia di edifici ad uso abitativo sia di edifici non residenziali (alberghi, uffici, attività commerciali e produttive, trasporti, impianti sportivi, scuole, luoghi di culto, ecc.), tralasciando le infrastrutture. Oltre al numero assoluto di edifici, conta naturalmente anche la loro grandezza media ed il modo in cui sono stati realizzati (su un solo piano, su più piani, ecc.).&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Ora, i dati che l’ISTAT ha reso al momento disponibili ci raccontano solo una parte della storia. Innanzi tutto, ci dicono che gli edifici complessivamente censiti nell’ottobre del 2011 ammontano a 14.176.371 unità; di questi, 11.714.262 sono edifici ad uso abitativo, mentre i restanti 2.462.109 sono edifici non residenziali. Purtroppo, il confronto con la situazione esistente nei decenni precedenti può essere solo parziale. Infatti, i dati sugli edifici vengono rilevati dall’ISTAT solo a partire dal Censimento del 2001, mentre in precedenza venivano rilevate solo alcune caratteristiche degli edifici ad uso abitativo.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Se facciamo comunque il confronto con il 2001 risulta in particolare che:&lt;br&gt;
•	gli edifici totali (residenziali e non residenziali) sono passati da 12.774.131 unità a 14.176.371 unità, con un incremento in termini assoluti di circa 1,4 milioni di unità (+11%); è importante sottolineare che nel dato relativo agli edifici totali sono compresi anche gli edifici che al momento del Censimento non risultavano utilizzati perché in costruzione, ricostruzione o in fase di consolidamento oppure perché in stato di decadenza, rovina o in corso di  demolizione (nel 2001 gli edifici non utilizzati ammontavano complessivamente a circa 725 mila unità, pari al 5,7% del totale);&lt;br&gt;
•	gli edifici ad uso abitativo sono aumentati in misura abbastanza modesta (+4,3%), essendo passati da 11.226.595 a 11.714.262 (meno di 500 mila unità in più);&lt;br&gt;
•	infine, gli edifici non residenziali – che comprendono anche quelli non utilizzati – sembrerebbero viceversa essere aumentati in modo molto rilevante (+59%), poiché dovrebbero essere passati da 1.547.536 unità (2001) a 2.462.109 unità (uso il condizionale perché l’ISTAT non ci dice esattamente quanti sono, ma questo dato può essere tuttavia ricavato per differenza, sottraendo agli edifici totali il dato relativo agli edifici ad uso abitativo).Per comprendere meglio questo fenomeno sarebbe tuttavia utile conoscere più nel dettaglio quali tipologie di edifici non residenziali sono aumentate maggiormente nell’ultimo decennio, distinguendo gli edifici utilizzati a fini produttivi (alberghi, uffici, laboratori, impianti produttivi, ecc.), dagli edifici che ospitano attività sportive, ricreative, scuole, ospedali, chiese, ecc. e dagli edifici che risultano non utilizzati . &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Da questi primi pochi dati mi sembra quindi di poter affermare che la “cementificazione” del Paese segnalata da alcuni quotidiani, sia un fenomeno che – laddove venisse confermato da dati più analitici al momento non ancora disponibili – è da ricollegare soprattutto al boom dell’edilizia non residenziale. Per esprimere giudizi più circostanziati sarebbe inoltre opportuno chiarire direttamente con l’ISTAT quali eventuali limiti presenti la rilevazione degli edifici, dal momento che non risulta al momento chiaro se il censimento degli edifici sia a carattere sostanzialmente esaustivo oppure trascuri alcuni edifici, ed in particolare le costruzioni più ingombranti, come sostiene Meneghetti.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Per quel che riguarda invece l’edilizia residenziale, non c’è viceversa alcun dubbio sul fatto che la situazione sia andata apparentemente migliorando nel nostro Paese, almeno rispetto agli anni precedenti. Per avvalorare questa tesi credo sia sufficiente considerare i tassi di crescita delle abitazioni mettendoli a confronto con quelli delle famiglie e facendo riferimento ad un arco temporale che copre gli ultimi 50 anni. Come emerge chiaramente dalla tabella seguente, se nei tre decenni che vanno dal 1961 al 1991, il tasso di crescita delle abitazioni nel nostro Paese è stato non solo molto sostenuto (sempre a due cifre), ma anche nettamente superiore al tasso di crescita delle famiglie, nell’ultimo decennio la situazione si è completamente invertita, visto che l’incremento delle abitazioni – oltre ad essere stato percentualmente modesto (+6%) – è risultato pari a meno della metà di quello degli alloggi (+12%). La conseguenza è stata ovviamente un aumento del tasso di occupazione abitativa, che è passato dall’80,5% del 2001 all’83,1% del 2011, il che non può che essere interpretato come un segnale di un utilizzo se non altro più efficiente del patrimonio abitativo esistente. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;b&gt;[tabella e note nel file .pdf allegato]&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>La politica degli antipolitici</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18979/</link>
<description>&lt;i&gt;Piccola lezione di politica ai fautori dell’”antipolitica” (e a chi agita quella parola come anatema per chi critica i partiti d’oggi). &lt;/i&gt;La Repubblica &lt;i&gt;, 10 maggio 2012 &lt;/i&gt;</description>
<body>La demagogia è una forma degenerata della democrazia, la sua periferia interna. I classici la situavano al punto terminale della democrazia costituzionale o &quot;buona&quot;.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Era la conseguenza di un impoverimento della società, del timore della classe media di vedere indebolito il proprio status e dei meno abbienti di perdere quel poco che a fatica avevano guadagnato. In questo scontento che contrapponeva i pochi ai molti poteva emergere un astuto demagogo che metteva in campo forze nuove, desiderose di farsi largo ed emergere. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Oggi la demagogia usa il linguaggio dell´antipolitica per esprimere opposizione alla classe politica attualmente esistente con il prevedibile obiettivo di scalzarla con una nuova. Se poi questa classe politica si è macchiata di corruzione ciò rende l´arringa del demagogo più facile ed efficace. Il Movimento Cinque Stelle rientra in questa categorizzazione demagogica. Beppe Grillo ha fatto dell´antipolitica la sua battaglia e alle recenti elezioni amministrative quel linguaggio ha dato i suoi frutti. La crisi economica e i recenti e meno recenti scandali politici hanno fatto da benzina. Ma che cosa è esattamente l´antipolitica?&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Quando si parla di antipolitica nelle società democratiche si usa una parola molto imprecisa. Chi la usa non suggerisce infatti di ritirarsi nella solitudine di un convento, oppure di vivere solo di e per la famiglia, o solo di e per il lavoro. Chi usa l´espressione antipolitica vuole presumibilmente criticare il modo con il quale la politica è praticata ma in realtà sfruttare lo scontento che esiste ed è forte verso le forme tradizionali di esercizio della politica. Non è la politica l´obiettivo polemico e nemmeno la forma partito. Non è la politica perché il parlare di antipolitica è comunque un parlare politico, addirittura uno schierarsi partigianamente, e questo è a dimostrazione del fatto che nelle società democratiche non c´è scampo alla politica, nel senso che ogni questione che esce dal chiuso della domesticità è e si fa politica. Diceva Thomas Mann in un saggio esemplare sull´impolitico che nella società democratica anche chi si scaglia contro la politica è costretto a farlo con linguaggio politico, a farsi partigiano della sua causa. Ci si schiera e si entra nell´agone. L´antipolitica non è possibile. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Così è oggi: non c´è niente di più politico di questa persistente critica della politica. A ben guardare l´obiettivo polemico non è neppure la forma partito, l´associarsi cioè per perseguire o ostacolare determinati obiettivi e progetti politici. Anche i più astiosi demagoghi dell´antipolitica - anche l´arrabbiato Beppe Grillo - si presentano alle elezioni! Come scriveva Ilvo Diamanti su Repubblica a commento del recente voto amministrativo, il termine &quot;antipolitica&quot; sottintende una valutazione poco convincente quando è usata per spiegare il voto al Movimento Cinque Stelle - benché questo si sia alimentato pantagruelicamente dello slogan dell´antipolitica. Accettando di presentarsi alle elezioni ha accettato le regole democratiche della competizione e, soprattutto, messo in campo persone che, nonostante il linguaggio demagogico di Grillo, vogliono fare politica e discutono di problemi che sono politici, dall´ambiente alla corruzione, agli interessi privati nella cosa pubblica. A ben guardare gli elettori del Movimento sono semmai iperpolitici e vedono tutto in chiave politica (un termine al quale hanno dato un significato negativo, salvo... usarlo proprio per far politica). Scriveva Diamanti che i grillini &quot;mostrano un alto grado di interesse per la politica&quot; e in passato molti di loro hanno votato Lega Nord e anche Pd e Idv. La demagogia non piace ma è innegabile che chi si identifica con il Movimento del demagogo ha una visione politica, non antipolitica. E su questa visione ci si deve interrogare e ad essa occorre controbattere.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Il movimento Cinque Stelle opera come un partito e se vorrà persistere nel tempo dovrà strutturarsi come un partito. Nella democrazia rappresentativa non c´è scampo a questa regola. L´esperienza di Berlusconi insegna: avere i mezzi finanziari non è sufficiente poiché senza struttura e idee propositive la prima grossa sconfitta si rivela fatale. Perché un partito, se partito è, deve essere capace non solo di vincere ma anche di perdere. Un partito nato per solo vincere è un partito destinato all´estinzione. La memoria sulla quale ogni compagine si struttura creando identità collettiva si consolida anche grazie alle sconfitte, esperienze che uniscono, non meno delle vittorie. Quindi il Movimento Cinque Stelle se vuole consolidare la propria presenza nella politica nazionale dovrà essere pronto a scendere nell´agone sapendo che può perdere. La prepotenza verbale del suo leader rivela che questa non è ancora la sua condizione. Se sarà un partito di sola vittoria sarà di breve durata. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Perché dopo la protesta ci sarà la prova del fuoco del potere praticato. Essere eletti, avere una presenza nelle istituzioni, implica fatalmente prendere in mano quel potere urlando contro il quale il movimento di protesta è nato vittorioso. Si tratta di una regola ferrea che contraddice quel che ci aveva abituato a pensare una Democrazia Cristiana che stava in sella sapendo che non rischiava alternativa grazie alla guerra fredda: ovvero che il &quot;potere logora chi non ce l´ha&quot;. Questa massima andreottiana valeva appunto perché chi aveva il potere sapeva di non rischiare di perderlo, cosicché a logorarsi erano appunto coloro che non potendolo avere per vie ordinarie (vittoria elettorale) dovevano scendere a patti con chi lo aveva già a costo di sporcarsi le mani. La massima andreottiana designa una condizione di irrilevanza della democrazia elettorale. Ma in una sana democrazia dove le elezioni funzionano davvero da deterrenza, e sono quindi rischiose (come si è visto il 6 e 7 maggio), allora il &quot;potere consuma chi ce l´ha&quot;. E quindi le vittorie dei movimenti di protesta rischiano di spegnersi in fretta. La vicenda patetica della Lega Nord prova questa regola. Le ali se le scotta chi più si avvicina al sole. Il Movimento Cinque Stelle o diventa un partito e quindi accetta la sfida di essere vittima della critica di &quot;antipolitica&quot;, oppure scompare. Ma se non scompare, allora deve darsi obiettivi e linguaggi che non sono più quelli della demagogia, roboanti, rozzi, e troppo facili.&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Oltre i limiti culturali di una certa idea di salute</title>
<author>Fabrizio Bottini</author>
<authorid>5</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18978/</link>
<description>&lt;i&gt;L’urbanistica un tempo aveva un rapporto diretto con la lotta alle patologie sociali: oggi ci basta, costruire solo qualche ospedale?&lt;/i&gt; The Guardian&lt;i&gt;, 9 maggio 2012 (f.b.)&lt;/i&gt;</description>
<body>Titolo originale: &lt;i&gt;&lt;a href=&quot;http://www.guardian.co.uk/local-government-network/2012/may/09/public-health-cultural-faultlines-planning&quot; target=&quot;_blank&quot; &gt;Public health: bridging the cultural faultlines&lt;/a&gt;&lt;/i&gt; – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Con la riforma delle competenze delle amministrazioni locali britanniche la salute tornerà ad essere fra i compiti dei comuni, ed è una enorme occasione per orientarsi verso un’idea più “olistica” dello star bene: ma sono ancora troppi nel settore a ritenere che questo termine olistico sia solo una generalizzazione gergale e impropria. Per l’amministrazione, vuol dire in realtà non limitarsi a servizi specifici, come un sostegno a chi vuol smettere di fumare, ma pensare anche in termini di parchi, giardini, scuole, centri per i giovani, attività fisica, settore alimentare. In breve, tutto ciò in cui una amministrazione locale può intervenire.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Gestire la salute collettiva può essere qualcosa di spaventosamente difficile. Bisogna partire dall’affrontare questioni poco conosciute, come tutto quanto si lega all’obesità, una sana vita sessuale, il problema del bere, e poi c’è il timore di confrontarsi con quella che è la cultura dominante dei medici. Ci fidiamo tutti quanti del nostro dottore (almeno, secondo i più recenti sondaggi, l’88% si fida), e quindi perché mai un amministratore dovrebbe mettersi a discutere quel loro specifico punto di vista sulla salute? E invece è un problema molto reale quello di superare la distanza fra due culture che determina il nostro modo di pensare alla salute, dal considerare la persona in quanto paziente o invece cittadino. Per dirla come mi spiegava un collega: “Il servizio sanitario nazionale cura le persone, noi siamo al loro servizio&quot;. Davanti a un dilemma del genere, la cosa più facile sarebbe che un comune assumesse una funzione di erogatore di servizi sanitari decisi da medici e dai loro organismi: parrebbe tutto risolto.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Ma non è certo l’unico metodo. Le amministrazioni hanno già oggi a disposizione molti strumenti diretti e indiretti per intervenire sulla salute, si tratta soltanto di farli crescere e adeguarli. Ad esempio urbanistica e politiche urbane. Si tratta di una delle competenze centrali di un governo locale, qualcosa che fanno tutti, e ha un rapporto immediato con la salute collettiva. Solo che sinora quegli aspetti di solito non sono stati sufficientemente considerati, tanti uffici tecnici e di programmazione sono del tutto estranei alle riflessioni di comitati ed enti di settore. Mentre invece il rapporto diretto tra forma urbana e salute è stato esplicitamente riconosciuto in sede ufficiale quando si tratta di diseguaglianze, come testimoniano i rapporti ufficiali. Ed è stata anche esplicitamente raccomandata una correlazione diretta proprio fra programmazione del territorio e dell’intervento sanitario. Attuarla potrebbe anche far risparmiare risorse.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Ad esempio per affrontare l’obesità, certo esiste l’aspetto sperimentato delle campagne di informazione, dei servizi territoriali sull’alimentazione e le diete, ma esistono anche chiare indicazioni del rapporto diretto fra diffusione dei &lt;i&gt;fast food&lt;/i&gt; in un’area e tassi di obesità fra la popolazione. Qui gli uffici comunali possono intervenire molto direttamente, sviluppando programmi contro l’obesità che partono da strategie contro l’eccessiva concentrazione di questo genere di esercizi. Certo si tratta solo di uno degli aspetti. Ma occorre iniziare a fare dei collegamenti, fra settori di intervento noti, e questi aspetti relativamente nuovi riguardanti la salute, un’amministrazione non solo deve dimostrarsi in grado di svolgere una funzione delegata, ma anche di costruire nuove culture più integrate.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Bocciato il progetto del Fontego a Rialto </title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18977/</link>
<description>&lt;i&gt;«Stop dal ministero dei Beni Culturali alla ristrutturazione proposta dall’archistar Koolhaas su incarico del Gruppo Benetton». &lt;/i&gt;La Nuova Venezia&lt;i&gt;, 9 maggio 2012&lt;/i&gt; </description>
<body>Bocciata. La ristrutturazione del Fontego dei Tedeschi secondo il progetto predisposto per Benetton non si farà più, almeno nella forma concepita dall’archistar olandese Rem Koolhaas per il suo committente. Il no più pesante e definitivo - dopo i rilievi già sollevati dalla Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia e dalla Direzione regionale dei Beni Culturali - è arrivato ieri da Roma, dal Comitato tecnico-scientifico per i Beni Architettonici e Paesaggistici del Ministero dei Beni Culturali presieduto dall'architetto Giovanni Carbonara, che si è riunito, pur in regime di proroga, proprio per esaminare il progetto Benetton - con la controllata Edizione Property - inviato dagli organi periferici veneziani per l’ultima parola sulla questione. È lo stesso organismo che alcuni mesi fa ha bocciato il progetto del nuovo ponte dell'Accademia. E il giudizio è stato in questo caso, appunto, quello di una bocciatura senza appello, che sarà ufficializzata tra qualche giorno dallo stesso Ministero. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Concordando con i rilievi di Direzione Regionale e Soprintendenza, la Commissione ha detto no ai cardini del progetto di Koolhaas, nato per favorire la trasformazione del cinquecentesco Fontego dei Tedeschi in un centro commerciale. No quindi alla contestatissima terrazza apribile sul tetto, demolendone una parte, con vista Rialto e no anche alle due scale mobili - colorate o no - previste nell’atrio, con demolizione di parti murarie originali. Parere contrario anche all’inserimento nella corte interna del Fontego di strutture che ne limiterebbero la spazialità e la luminosità. Pollice verso anche all’uso di materiali non consoni al complesso monumentale come plexiglass o lamiere perforate e parere negativo anche al maxipontone galleggiante in Canal Grande, di 25 metri per 5, che Benetton voleva far installare. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
A questi rilievi condivisi il Comitato ha aggiunto di suo, la mancanza di un’analisi storica dell’immobile allegata al progetto, che doveva essere basilare per un’edificio della valenza storica e architettonica del Fontego dei Tedeschi, anche per tutelarne l’integrità, a cominciare dai graffiti storici sulle colonne e sui paramenti murari e per evidenziare possibili, nuovi ritrovamenti. Di tutto questo, la Benetton, che sul Fontego voleva procedere a passo di carica - vista anche l’atteggiamento collaborativo del Comune sulle trasformazioni - non si è curata e ora arriva uno stop che fa male, perché il parere negativo del Comitato, anche se formalmente consultivo, verrà certamente recepito da Soprintendenza e Direzione Regionale per trasformarlo in un no ufficiale. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Si apre, a questo punto, una fase di grande incertezza che coinvolge anche il Comune, che si era fermato ad aspettare il giudizio dei Beni Culturali sul progetto prima di portare in Consiglio comunale la convenzione sul Fontego sottoscritta con il gruppo Benetton. Se l’azienda di Ponzano vorrà riutilizzare il Fontego, di sua proprietà, dovrà evidentemente pensare a un nuovo progetto e probabilmente anche a un nuovo progettista. In ques’ipotesi presumibilmente salterebbero anche - se c’erano già - gli accordi con gruppi come La Rinascente che avrebbero dovuto gestire il futuro centro commerciale. E strascichi legali e contenziosi, a questo punto, che potrebbero coinvolgere anche Ca’ Farsetti, sembrano dietro l’angolo&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Voto italiano, vento europeo. Fine di un'egemonia</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18976/</link>
<description>&lt;i&gt;Ciò che una convincente lettura di sinistra del week end elettorale richiede alla sinistra italiana. &lt;/i&gt;Il manifesto&lt;i&gt;, 9 maggio 2012 &lt;/i&gt;</description>
<body>Non archiviano solo il Pdl, le prime elezioni del dopo-Berlusconi, ma l'intero polo dell'allora &quot;nuova&quot; destra che Berlusconi mise al mondo nel '94 e che ha tenuto il campo della politica italiana per quasi un ventennio. Già lesionato dalla separazione di Fini di due anni fa, quel polo è oggi palesemente in frantumi, colpito al cuore dell'asse Berlusconi-Bossi che ne è stato il nerbo. Non aiuta la comprensione di quello che sta accadendo riportare questo crollo solo alle cause scatenanti più recenti: come sempre, nel momento della fine conviene piuttosto allungare lo sguardo sull'inizio. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Sul crollo della destra incidono infatti di sicuro la fine della leadership di Berlusconi - certificata ormai da un lungo declino, iniziato alle Europee del 2009 e mai più arrestatosi - e la devastante sequenza dei cosiddetti &quot;scandali&quot; - dal sexgate al Belsito-gate -, potenti rivelatori del funzionamento di un sistema di potere ancor più che eloquenti spie di una &quot;questione morale&quot; delegittimante. Giova però ricordare, per spiegarne la tenuta prima e adesso il disfarsi, di quali ingredienti fosse fatta la creatura berlusconiana del '94, una creatura tricipite che teneva insieme tre destre diverse fra loro: quella neoliberista di Forza Italia, quella comunitarista-xenofoba della Lega e quella statalista-sociale di An. Il &quot;miracolo&quot; del Cavaliere consistette precisamente nella capacità di unificare e cementificare sotto il proprio &quot;carisma&quot; queste tre anime diverse, talvolta perfino incompatibili, dando vita a un campo neolib-neocon più simile al suo omologo americano marcato Bush che alle destre europee. E consistette altresì nella capacità di incardinare su questa destra tricipite il bipolarismo della cosiddetta seconda repubblica, ridefinendo al contempo un'agenda di lotta e di governo tagliata sul blocco sociale e sugli interessi del Nord postfordista e &quot;autoimprenditoriale&quot;, con il Sud &quot;assistenzialista&quot; in posizione periferica e ancillare. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Quel miracolo non è più ripetibile, e non solo perché è finita, o comunque sfinita, la leadership di Berlusconi senza la quale esso non si dà, ma perché la ricetta neolib-neocon che esso predicava non funziona (ammesso che abbia mai funzionato) e non seduce più. Il crollo, prima che politico, è di blocco sociale, nonché ideologico (al di là delle sue sopravvivenze residuali, paradossalmente più tenaci, a giudicare dal voto di domenica, al Sud che al Nord). Si tratta, in altri termini, della fine di una egemonia. Se e come una destra, e quale destra, riemergerà dalle macerie di questo blocco egemonico, ha probabilmente a che fare con la forma che prenderanno le sue tre componenti originarie. Ed è facile ipotizzare fin d'ora, dalle divisioni che le separano, che non si profila una loro ricomposizione bensì una loro scomposizione, dominata, più che dallo scenario nazionale, dall'evoluzione di quello europeo.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Qui entra in campo il secondo fattore decisivo del terremoto elettorale. Che non serve a nulla interpretare esclusivamente, o prevalentemente, nei termini triti dell'opposizione politica-antipolitica, rimuovendo il dato eclatante della contestazione antirigorista che dal voto (e dal non voto) emerge nettamente, in perfetta consonanza con i segnali che vengono dalla Francia e dalla Grecia. E qui si vedono anche gli enormi limiti di una transizione al dopo-Berlusconi tutta affidata alla sostituzione del neoliberismo più americano che europeo del Cavaliere con il neoliberismo più tedesco che americano di Monti. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Alla prima verifica elettorale, il risultato di questa transizione dall'alto è che alla sepoltura del ventennio del Cavaliere si somma la contestazione del governo dei tecnici e dell'Europa ostile e vessatoria che esso rappresenta. E questo mentre, crollato con la destra di Berlusconi il bipolarismo sperimentato fin qui, l'intero sistema politico deve ridefinirsi, e si sta già ridefinendo, in relazione al quadro europeo, alla crisi europea e alle politiche sociali europee. Non ne dipende infatti solo la configurazione che prenderà la destra, o le destre, orfana del Cavaliere, e allo stato prive di possibilità di riparo in un &quot;terzo polo&quot; che il voto di domenica ha dichiarato inesistente. Ne dipende altrettanto la configurazione che prenderà la sinistra, o le sinistre, nonché la curvatura che assumeranno i movimenti antisistema fin qui troppo genericamente etichettati come &quot;antipolitici&quot;, e fin qui nella loro stessa autorappresentazione né di destra né di sinistra. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
A proposito di questi ultimi, lo spettro europeo è assai vasto, va dalla sperimentazione delle pratiche di democrazia telematica dei &quot;Pirati&quot; tedeschi alla inquietante riesumazione del binomio socialnazista dell'&quot;Alba dorata&quot; greca, e oscilla dalla critica dell'Unione europea fin qui conosciuta al rifiuto tout court della costruzione europea. Sono movimenti che non garantiscono di per sé niente di buono, ma niente può piegarli al peggio quanto una pregiuziale sordità al disagio sociale di cui sono portatori. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Quanto ai destini della sinistra italiana, il voto francese, peraltro insistemente invocato dai suoi leader come condizione necessaria di un cambio di stagione su scala continentale, le indica limpidamente la strada. Non è affatto detto però che su quella strada essa possa portarsi l'appoggio al governo tecnico, né che basti mettere Monti nella posizione del mediatore fra Merkel e Hollande per far quadrare i conti dell'Euro e delle prossime elezioni politiche. Il Pd non è stato punito per le sue oscillazioni dal voto amministrativo, ma non è stato nemmeno granché premiato; e queste non sono circostanze in cui la rendita dell' &quot;unico partito che tiene&quot; possa durare a lungo. Ci sono situazioni in cui i tempi stringono, e le oscillazioni non pagano. La nettezza, manda a dire il caso Hollande, paga di più. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
La fine dell'egemonia neoliberista berlusconiana e il cambiamento del vento europeo domandano e comandano una manovra controegemonica in grande stile, di segno opposto all'introiezione temperata del rigore montiano. E la stessa contabilità del voto obbliga a distogliere finalmente lo sguardo da un centro desaparecido e a volgerlo con più convinzione verso sinistra. Diversamente, ci saranno nell'immediato una sinistra senza popolo e un populismo senza sinistra, e all'orizzonte più la disgregazione greca che l'alternativa francese.&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>20120509  Dopo le elezioni</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18975/</link>
<description>&lt;b&gt;L’Italia dopo le elezioni&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
Se non cambieranno partiti, leader, schieramenti, leggi elettorali e sistema istituzionale «temo che passeremo ancora molto tempo a discutere di antipolitica, per mascherare la miseria della politica» (&lt;a href=&quot;http://eddyburg.it/article/articleview/18974/1/418&quot; target=&quot;&quot; &gt;Ilvo Diamanti&lt;/a&gt;). La fine dell'egemonia berlusconiana e il cambiamento del vento europeo domandano e comandano una manovra controegemonica a sinistra, altrimenti avremo «nell’immediato una sinistra senza popolo e un populismo senza sinistra, e all'orizzonte più la disgregazione greca che l'alternativa francese» (&lt;a href=&quot;http://eddyburg.it/article/articleview/18976/1/418&quot; target=&quot;&quot; &gt;Ida Dominijanni&lt;/a&gt;).</description>
<body></body>
</item>
<item>
<title>Qualcosa sta cambiando, in Italia e in Europa</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18974/</link>
<description>&lt;i&gt;L'analisi di Ilvo Diamanti e il commento di Barbara Spinelli sul week end elettorale, in due prospettive geografiche.&lt;/i&gt;La Repubblica&lt;i&gt;, 9 maggio 2012 &lt;/i&gt;</description>
<body>&lt;br&gt;
&lt;b&gt;La Terza Repubblica &amp;#8232;che non sa dove andare &lt;br&gt;
di Ilvo Diamanti&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;i&gt;Pdl e Lega senza leader e identità. il Pd tiene, Grillo forte sul territorio. Il Carroccio resiste ma a fatica. La valenza politica del Movimento 5 Stelle. Eccoli, i verdetti del voto per le comunali. Con effetti politici importanti sul piano nazionale&lt;/i&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
1. Le prime elezioni nell'era del Montismo hanno, anzitutto, suggerito che, insieme a Berlusconi, stia uscendo di scena anche il suo &quot;partito personale&quot;. Quasi per conseguenza automatica e naturale. Il Pdl. In caduta, dovunque. Da Nord a Sud passando per il Centro. Non è facile decifrare i dati di elezioni specifiche, come quelle amministrative. Caratterizzate dalla presenza di molte liste civiche. Tuttavia, nei Comuni capoluogo, rispetto alle elezioni amministrative precedenti, il Pdl ha dimezzato il suo peso elettorale: è passato dal 30% al 14% (media delle medie). Governava in 95 Comuni (maggiori), insieme alla Lega. Al primo turno ne ha perduti 45 (inclusi quelli in cui è escluso dal ballottaggio). Ne ha mantenuti 5, conquistandone uno solo di nuovo. Negli altri 45 andrà al ballottaggio. In 16 Comuni, però, è in sensibile svantaggio. A livello locale, peraltro, il Pdl non aveva mai avuto basi solide e radicate. Ma senza Berlusconi ha perduto identità, senso. In qualche misura, speranza. Così ha travolto, nella slavina, anche il retroterra di An. Che, invece, fino a ieri, disponeva di una presenza diffusa in molti contesti. Soprattutto nel Sud.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
2. La Lega resiste. Ma a fatica. Il risultato di Verona si deve, esclusivamente, a Tosi. È un voto &quot;personale&quot;. Per molti versi, espresso &quot;contro&quot; la Lega di Bossi. Tosi, infatti, è il principale alleato di Maroni, come ha ribadito anche in questi giorni. Verona, d'altronde, non è una roccaforte storica della Lega, che si è insediata in città (e nell'area) solo nell'ultimo decennio. Prima era una zona di forza della Destra, da cui Tosi ha attinto molti consensi. Allargandoli in misura ampia, con la sua azione. E amministrazione. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Altrove, però, la Lega non ha fatto bene. Complessivamente, nei Comuni dov'era presente, la Lega ha perduto poco rispetto alle amministrative del 2007, ma ha dimezzato la percentuale del voto rispetto alle politiche del 2008 e le europee del 2009. Fra le 12 città maggiori al voto dove il sindaco uscente era leghista, la Lega ha perduto in 5 e in altrettante è al ballottaggio. Oltre a Verona, al primo turno ha vinto solo a Cittadella. Una roccaforte nel cuore del Veneto. Luogo quasi simbolico. Evoca la Lega che non è scomparsa, come alcuni ipotizzavano (e auspicavano). Ma &quot;resiste&quot; all'assedio. Ha reagito meglio nei Comuni più piccoli, inferiori a 15 mila abitanti (secondo l'analisi dell'Istituto C. Cattaneo).&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Tuttavia, le sarà difficile, su queste basi, riproporsi come &quot;partito del Nord&quot;. Tanto più perché perdere sindaci e peso nelle amministrazioni locali significa perdere radicamento nella società e nel (suo) territorio.  Dove oggi appare un soggetto politico minoritario. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
3. Ne deriva che il Pdl e la Lega, al di fuori dell'alleanza di centrodestra, risultino perdenti. Su base locale e non solo. D'altronde, anche un anno fa, alle amministrative, anche se alleati, avevano subito un notevole arretramento e alcune sconfitte pesanti. Per prima: Milano.  Ma oggi, che Pdl e Lega corrono ciascuno per conto proprio, e anzi, uno contro l'altro, il loro futuro appare quanto meno difficile. D'altronde, solo Berlusconi era riuscito a coalizzarli, a farli stare insieme. Con argomenti efficaci. Per forza e/o per interesse. Il rapporto fra i due partiti, peraltro, era molto &quot;personalizzato&quot;. Fondato sulle relazioni dirette fra Berlusconi e Bossi. Ma oggi il ruolo dei due leader si è ridimensionato e anche il legame fra i partiti si è sensibilmente allentato. In concreto, nel centrodestra si è aperto un vuoto di rappresentanza politica che non è chiaro come e da chi possa venire colmato.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
4. Nel centrosinistra la situazione appare migliore. Soprattutto perché i partiti che ne fanno parte hanno, perlopiù, confermato l'alleanza. Anche se con geometrie variabili. Punto fisso: il Pd, che ha costruito intorno a sé diverse intese. In prevalenza, con la sinistra, ma anche insieme all'Udc.  Al primo turno, nei capoluoghi di provincia ha tenuto, passando (in media) dal 19% al 17%: 2 punti in meno. Inoltre, nei 53 Comuni dov'era al governo, prima di queste elezioni, dopo il primo turno ne ha riconquistati 14 e altri 11 li ha strappati al Centrodestra. Eppure è indubbio che anche in quest'area emergano segni di sofferenza. Nel Pd - ma anche nel centrosinistra. Il quale non riesce a capitalizzare il crollo del centrodestra. Subisce, nelle sue aree, il peso dell'astensione. Che raggiunge non a caso il massimo nelle zone rosse: in Toscana, in Emilia Romagna, nelle Marche. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
E, ancor di più, è incalzato dalla concorrenza del Movimento 5 Stelle, ispirato da Beppe Grillo. La sorpresa di questa consultazione. Dove i suoi candidati sono al ballottaggio in 5 Comuni oltre 15 mila abitanti (tra cui Parma). A Sarego, piccolo comune in provincia di Vicenza, è riuscito a fare eleggere il suo candidato sindaco. Il risultato del Movimento 5 Stelle, però, appare rilevante soprattutto per il livello dei consensi ottenuti un po' dovunque. Oltre il 10%, in media, nei Comuni capoluogo. Il 9% nell'insieme dei Comuni dove è presente. In alcuni contesti, peraltro, ha ottenuto performance importanti. Intorno al 20%. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
5. La tendenza - e la tentazione - diffusa è di etichettarlo come un fenomeno &quot;antipolitico&quot;. Equivalente e alternativo rispetto all'astensione. Una valutazione che mi sembra poco convincente.&lt;br&gt;
A) Perché è comunque un soggetto &quot;politico&quot; che ha partecipato a una competizione democratica chiedendo e ottenendo voti. Facendo eleggere i propri candidati.&lt;br&gt;
B) Poi perché il suo successo deriva, sicuramente, dalla critica contro il sistema di Grillo, ma anche dal fatto che il Movimento ha coagulato gruppi e leader attivi a livello locale. Impegnati su questioni e temi coerenti con quelli affrontati nel referendum di un anno fa. Collegati alla tutela dell'ambiente, ai beni pubblici. Alla lotta contro gli abusi. Progetti di &quot;politica locale&quot; promossi da persone a interessi privati e a lobby. Per questo credibili, in tempi scossi da scandali e polemiche sulla corruzione politica. &lt;br&gt;
C) Infine, perché i loro elettori sono tutto fuor che &quot;impolitici&quot;. Mostrano un alto grado di interesse per la politica (sondaggio Demos, aprile 2012). Certo, un terzo di essi, alle elezioni politiche del 2008, si è astenuto. Ma il 25% ha votato per il Pd e il 16% per l'Idv. Il Movimento 5 Stelle, per questo, rivela il disagio verso i partiti. Soprattutto fra gli elettori dell'area di centrosinistra. Ma non solo: un'analisi dei flussi elettorali condotta dall'Istituto Cattaneo sul voto di Parma, infatti, rileva una componente di elettori sottratti alla Lega (3% sul totale, rispetto alle regionali del 2010). Il Movimento 5 Stelle, dunque, offre a una quota di elettori significativa una rappresentanza, che può non piacere, ma è &quot;politica&quot;.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Io, comunque, sono sempre convinto che sia meglio un voto, qualsiasi voto, del vuoto. Politico. Nell'insieme, questi risultati rafforzano l'impressione che il Paese sia ormai oltre la Terza Repubblica, fondata da - e su - Berlusconi e il Berlusconismo. Ma non sappia dove andare. Con questi partiti, questi leader, questi schieramenti, queste leggi elettorali e con questo sistema istituzionale: temo che passeremo ancora molto tempo a discutere di antipolitica. Per mascherare la miseria della politica. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;b&gt;Chi ha paura delle elezioni &lt;br&gt;
di Barbara Spinelli&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
TUTTI ricordiamo le parole che Roosevelt pronunciò il 4 marzo 1933, appena eletto. La crisi che s'accingeva a fronteggiare era simile alla nostra, e disse: &quot;La sola cosa che dobbiamo temere è la paura stessa: l'indicibile, irragionevole, ingiustificato terrore che paralizza gli sforzi necessari per convertire una ritirata in avanzata&quot;. Dopo le elezioni in Francia, Italia, Grecia, potremmo applicare la frase ai timori suscitati in molte capitali dai verdetti delle urne.  &quot;La sola cosa che l'Europa deve temere, oggi, è la paura che i tribunali elettorali suscitano nei governanti, nei partiti classici, in chiunque difenda lo status quo pensando che ogni sentiero che si biforca e tenta il nuovo sia una temibile devianza&quot;.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
È con grande sospetto infatti che si guarda al nuovo Presidente socialista, e non solo quando in gioco è l'economia. Anche la sua politica estera è temuta: la volontà di uscire fin da quest'anno dall'Afghanistan, il rifiuto opposto nel 2009 quando Sarkozy decise di rientrare nel comando militare integrato della Nato. Ma il mutamento che maggiormente indispone e terrorizza è il rinegoziato del patto fiscale (fiscal compact) approvato a marzo da 25 Stati dell'Unione. È qui il nodo più difficile da sciogliere.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
I capi d'Europa non troveranno salvezza che in simili mutamenti, ma cocciutamente rifiutano quel che li può salvare, considerandolo dinamite. Si sentono destabilizzati nelle loro certezze, e poco importa se son certezze empiricamente confutate, se la Merkel dovrà retrocedere comunque, perché senza socialdemocratici il fiscal compact non passerà in Parlamento. Giungono sino a dire che la formidabile spinta a cambiare politica è antipolitica, o conservatrice.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
In Grecia il partito d'estrema sinistra (Syriza, Coalizione radicale della sinistra) è divenuto il secondo partito, superando i socialisti del vecchio Pasok, e il suo leader, Alexis Tsipras, sta tentando di formare un governo. Anche lui è tacciato di antipolitica, eppure è un europeista che profetizza il precipizio nella povertà e nel risentimento degli anni '30, se Angela Merkel non capirà la speranza racchiusa nella rabbie popolari. &quot;L'Europa ha disperatamente bisogno di un New Deal stile Roosevelt&quot;: non è disfattismo quello di Tsipras, ma ardente appello a un'Unione più forte.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Di questa paura del nuovo converrà liberarsi, in Europa e America, perché anch'essa è terrore irragionevole, non già volontà di ripensare gli errori ma, come la chiamava Tommaso d'Aquino, chiusa non-volontà, nolitio perfecta. Non è un magnifico status quo quello che Hollande vuol rimettere in questione, non è una stabilità radiosa, che avrebbe dato chissà quali buoni frutti. Le urne dicono questo: il bisogno di Europa, di una politica che salvi il continente dal naufragio della disperazione sociale e di una guerra di tutti contro tutti. Il continuo accenno alla Grecia come spauracchio - e capro espiatorio - agitato dai nostri governi a ogni piè sospinto, non è altro che ritorno al vecchio bellicoso equilibrio di potenze nazionali, tra Stati egemoni e Stati protettorati.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Hollande ha in mente non solo l'economia, ma anche l'inerte mutismo europeo su pace e guerra. In Afghanistan la guerra iniziata dall'Occidente sta finendo in catastrofe, come ha spiegato con efficacia il generale Fabio Mini sul &lt;i&gt;Corriere della sera&lt;/i&gt;: &quot;È una guerra che stiamo combattendo con onore al fianco degli americani fingendo di non vedere che l'hanno già perduta. Sono stati sconfitti sul campo di battaglia nel 2003, quando dovettero coinvolgere la Nato per l'incapacità di gestire la violenza dei talebani e la corruzione del governo che avevano instaurato. Sono sconfitti ogni giorno sul campo dell'etica militare per l'incapacità di gestire l'eccesso di potenza, la frustrazione e i comportamenti degli squilibrati&quot;. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Lo stesso vale per la Nato: strumento che dopo la guerra fredda ha subito modifiche radicali, imposte da Washington e mai seriamente discusse tra europei. Da alleanza difensiva puramente militare, la Nato è divenuta un organo eminentemente politico, che esporta democrazia senza riuscirci, secernendo caos e Stati deboli, dipendenti o riottosi. Non stupisce dunque il fastidio manifestato da Hollande verso la scelta che ha coinvolto Parigi in un comando militare dominato dalla declinante potenza Usa. È bene che un Paese europeo di prima importanza chieda di fermarsi, e si interroghi sul punto cui siamo arrivati: che critichi lo status quo mentale che è dietro le guerre occidentali e dietro alleanze surrettiziamente snaturate. L'Unione, la Nato, i nostri rapporti col nuovo mondo multipolare: la mutazione già è avvenuta; sono la politica e l'Europa a esser sordo-mute, non all'altezza.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Queste battaglie di politica estera, così come le battaglie per un'Europa che sappia resistere alle forze disgregatrici dei mercati, dovranno tuttavia partire da un'unione di forze, da istituzioni comuni che durino più dei governi e diano sicurezza ai cittadini tutti. Che non si limitino più a eseguire gli ordini degli Stati più forti, e di un'ortodossia che non tollera pensieri eretici. Per questo Hollande non va lasciato solo, alle prese con le paure che suscita a Berlino o nelle accademie. Sul tema pace-guerra, come sulle discipline di rigore, occorre che gli Europei si radunino e definiscano senza paura i loro interessi, e le lezioni che vogliono trarre dai voti dei giorni scorsi.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Cosa dicono in ultima istanza le urne, oltre al rifiuto dell'austerità? Dicono che un numero crescente di elettori, a destra e sinistra, cede al richiamo del nazionalismo, della xenofobia, dell'antipolitica perché, pur conoscendo i disastri del richiamo, non vede formarsi uno spazio pubblico, un'agorà europea, in cui vien disegnato un nuovo ordine mondiale. Perché vedono candidati spesso corrotti, oppure governanti ingabbiati in dottrine economiche calamitose e in un ordine mondiale obsoleto, somma caotica di vizi e impotenze nazionali. Non vedono un'Europa ambiziosa, che proponga un modello di pace mondiale e non sia il Leviatano di Hobbes: potere sganciato dalle leggi civili, in assenza del quale (questa la sua propaganda) la vita è destinata a esser &quot;solitaria, povera, incattivita, brutale, e corta&quot;. Grillo in Italia non è insensibile a questi richiami, anche se tanti suoi candidati e amministratori non credo siano d'accordo.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
La sera della vittoria, alla Bastiglia, Hollande ha annunciato che la Francia vuol divenire un modello in Europa. Ma il grande salto qualitativo lo compirà il giorno in cui, negoziando con i partner, comincerà a esigere che l'Europa in quanto tale divenga modello. Quando dirà: tornerete ad avere fiducia nell'Unione creata nel dopoguerra, perché le abbiamo dato una voce unica e un governo federale dotato di risorse sufficienti a rilanciare l'economia al posto degli Stati costretti al rigore.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
La volontà di ripensare la questione pace-guerra ha senso solo se partirà dall'Unione, non da un Paese isolato. L'idea di Kohl, quando nacque l'euro, va ripresa, continuata. La Germania sacrificò il marco sovrano, sperando nell'Europa politica e nella difesa comune. Il no di Mitterrand scatenò nei tedeschi diffidenze che perdurano. Quella stortura va corretta. Non dimentichiamolo: il federalismo europeo è ben più inviso a Parigi che a Berlino. Lo stesso si dica per le politiche, che non possiamo più delegare agli Usa, verso paesi arabi, Palestina, Russia. Occorre che l'Europa decida se vuol divenire potenza. Una potenza che non getti fuoribordo Atene, trattando i deboli come perdenti in guerra. La fierezza d'esser europei cresce solo così: risuscitando il modello sociale, l'ambizione politica degli inizi. Facendo di tutto perché i presenti tumulti popolari non siano un'occasione di regresso, ma si convertano in ripresa e ricominciamento.</body>
</item>
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<title>Equivoci, ambiguità ed errori del censimento</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18973/</link>
<description>&lt;i&gt;Un intervento nel dibattito sul confronto tra dati del censimento e reale consistenza dei problemi della casa e del territorio. Scritto per&lt;/i&gt; eddyburg</description>
<body>L’Istat pubblica i risultati “in via provvisoria”, ma in forma talmente definita per i numeri (le tabelle denominate Prospetti) e, al contrario, ambigua per le definizioni, che la cautela nell’interpretazione – già qui perorata da &lt;a href=&quot;http://eddyburg.it/article/articleview/18954/0/150/&quot; target=&quot;&quot; &gt;Vezio De Lucia&lt;/a&gt; – diventa un obbligo. Ad ogni modo, consultare la fonte diretta è meglio che affidarsi a quanto giornali e altri siti diversi da quello dell’istituto statistico hanno pubblicato. Ne ho ricavato le osservazioni seguenti (ed eviterò di citare numeri in apparenza veritieri perché precisati all’unità, li arrotonderò al migliaio).&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Le famiglie residenti sarebbero 24.512.000 e le abitazioni occupate appunto da residenti 23.998.000. L’avanzo, se così possiamo chiamarlo, di 514.000 famiglie rispetto agli alloggi, indica un probabile aggravamento della coabitazione, che riguarderebbe almeno un milione di famiglie, giacché l’avanzo di dieci anni prima era sensibilmente minore, 388.000 (scrive De Lucia: “…rilanciare l’urgenza di una politica abitativa dai forti connotati sociali). Le abitazioni in totale sono aumentate del 5,8 per cento (da 27.292.000 a 28.864.000) ma quelle occupate da residenti lo sono del 10,83; il paragone con l’aumento delle famiglie residenti, 12,4 per cento, confermerebbe l’ipotesi circa la coabitazione.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Il moderato aumento delle abitazioni totali sarebbe dovuto alla diminuzione delle ”altre abitazioni” che, esempio massimo di doppiezza, mischiano quelle non occupate (cioè vuote o seconde case) a quelle occupate da non residenti. Così uno dei fenomeni più gravi, l’enorme spreco degli alloggi vuoti, in buona parte seconde case, potrebbe essere da altri visto come parziale contenitore di abitanti non censiti per lo più stranieri; il cui numero, se così fosse, a mio parere non potrebbe che incidere marginalmente. I 3.770.000 stranieri rilevati dall’Istat sono stranieri residenti, quindi censiti in abitazioni occupate da famiglie residenti, probabilmente partecipi non secondarie dei casi di coabitazione. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Comunque, accettando le quantità presentate nel prospetto 14, risalta la diminuzione degli alloggi che preferisco unificare sotto la dizione “non occupati”: da 5.639.000 a 4.865.000 (dal 21 al 17 per cento del totale). Le 774.000 unità in meno dal 2001, calo di misura mai verificatasi nei precedenti periodi intercensuari dal dopoguerra, spiegherebbero la decelerazione dell’aumento delle abitazioni in complesso. Non arrischio alcuna motivazione (crisi economica, crisi del mercato edilizio, restrizione dei prestiti…). Sono però convinto che la vecchia affermazione di Pier Luigi Cervellati, “abbiamo prodotto troppe case, abbiamo prodotto le case che non servono”, rimanga valida. Le case che non servono hanno accresciuto fortemente il potenziale distruttivo già detenuto da quelle ritenute necessarie: le une e le altre hanno invaso il paese in maniera anarchica, smaccatamente liberistica in “assenza di una corretta pianificazione urbanistica e territoriale, causa della devastazione del territorio e del crescente disagio dei suoi abitanti” (Salzano, in &lt;a href=&quot;http://eddyburg.it/article/articleview/18954/1/150#Postilla&quot; target=&quot;&quot; &gt;Postilla&lt;/a&gt; all’articolo di De Lucia sopra citato). Sul problema del conteggio delle abitazioni non occupate i miei dubbi superano quelli inerenti ad altri soggetti. In una &lt;a href=&quot;http://eddyburg.it/article/articleview/18720/0/96/&quot; target=&quot;&quot; &gt;lettera&lt;/a&gt; a eddyburg del 13 marzo scrivevo che nel 2005 il Coordinamento europeo per l’alloggio sociale indicava nel 24 per cento la quota di alloggi vuoti in Italia. Sarebbero bastati cinque o sei anni per attenuare in misura rilevante un fenomeno che ha segnato malamente il nostro paese più di ogni altro in Europa, per oltre mezzo secolo?&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Ultima annotazione rivolta al censimento degli edifici, settore per il quale l’Istat sembra voler impedirci di avvicinare una plausibile verità degli accadimenti, essenziale per valutare il reale consumo di suolo, la “cementificazione” – come usa dire – del paese, non bastando evidentemente per questo scopo il computo delle abitazioni. “Per ciascun comune, nelle sezioni di centro e nucleo abitato sono stati censiti tutti gli edifici presenti, mentre nelle sezioni classificate come ‘case sparse’ e ‘località produttive’ la rilevazione è limitata ai soli edifici residenziali”: questo l’incomprensibile criterio adottato dall’istituto. Sono sparite dal resoconto proprio le costruzioni più ingombranti e, lo sappiamo, poco o niente controllate dai Comuni dal punto di vista urbanistico e edilizio: quell’enorme massa di capannoni, centri commerciali, eccetera che non è di sicuro distribuita ”nelle sezioni di centro e nucleo abitato” e che invece ha ricoperto persino le campagne dell’agricoltura alimentare oltre agli spazi liberi fra le case sparse. Il territorio di intere regioni è stato sconvolto dai nuovi mostri; è successo non solo nel sempre nominato Veneto (la sua classe dirigente e i consenzienti ceti subalterni…) come caso limite della distruzione del proprio paesaggio, ma dappertutto secondo una scala di disvalori urbanistici e paesistici non sempre consequenziale a quella dello sviluppo economico. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Concludendo sul bilancio statistico degli edifici: il censimento del mero numero già dichiarato parziale dall’Istat è da contestare. Un aumento dell'11 per cento comprensivo di un 4,3 per cento relativo agli edifici residenziali (Prospetto 15), dato ripreso piattamente da alcuni giornali, descrive una condizione del consumo di suolo lontanissima da quella che solo un’indagine anche dei manufatti prima esclusi, secondo la loro tipologia e la superficie di territorio occupato, potrà certificare. &lt;br&gt;
Milano, 7 maggio 2012&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>La Francia chiama</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18972/</link>
<description>&lt;i&gt; «Dove una sinistra ha il coraggio di esistere e dichiararsi tale, può vincere», e magari può tentare una politica non succube del neoliberismo. &lt;/i&gt;Il manifesto &lt;i&gt;, 8 maggio 2012 &lt;/i&gt; </description>
<body>François Hollande, socialista, è il nuovo presidente di Francia. Ed è la prima grossa spina nel fianco dell'Europa liberista. Della quale rifiuta le politiche di rigore e quindi il trattato intergovernativo sulla regola d'oro. Lo ha ripetuto instancabilmente, ancora domenica a mezzanotte, davanti alla folla stipata sulla piazza della Bastiglia, una folla mai vista, inattesa, che si è raccolta in tutte le piazze dell'esagono, prima di tutto in quella del suo collegio nella Corrèze, poi nel piccolo aeroporto di Brive, poi all'arrivo nell'aeroporto del Bourget e di là un corteo improvvisato di moto, auto, biciclette ad accompagnarlo - corteo allegro fitto e pericoloso - fino a Parigi, dove il servizio d'ordine ha stentato a fargli strada fino al palco sulla Bastiglia. La gente lo aspettava dalle otto, appena la vittoria era stata annunciata, zeppa di giovani e giovanissimi, di inattese bandiere di altri paesi, di gente felice. Felice era anche lui, Hollande, ma - ha subito aggiunto - «felici sì, euforici no, molte difficoltà ci attendono. Dovremo batterci, sia io che voi». &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Non si può dire che abbia seminato illusioni. È il primo presidente socialista dopo Mitterrand, ma nel 1981 la situazione era meno grave di oggi. Ha ribadito, martellandoli, gli impegni cui non potrà sottrarsi. Due prioritari: più uguaglianza nei mezzi (dunque più lavoro, priorità alla grande disoccupazione giovanile, più potere d'acquisto con aumento subito del salario minimo) e nei diritti (fine di ogni discriminazione degli immigrati). E più giustizia redistributiva. Fine dei tagli nei servizi sociali, sessantamila nuovi impieghi fra sanità e scuola. E tutto questo pagato come? Non solo con i risparmi, ma con la crescita e tassando gli alti redditi fino al 75 per cento - cagnara dell'opposizione, ignara che Roosevelt era arrivato all'83. Tira un'aria di new deal, la destra e i moderati di Le Monde mettono le mani avanti. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
È vero, ma Hollande, differentemente da Sarkozy, è un economista; uscito dalla ENA ai primi posti, sa che cosa è un bilancio, non straparla. Sa che la Francia ha un debito pubblico maggiore del nostro, anche se di minori proporzioni rispetto al Pil, ma sa anche che il rigore unilaterale non porta da nessuna parte, se non alla catastrofe economica della Spagna e a quella anche politica di una Grecia spaccata in quattro. Sa che di crescita si parla ormai un po' dappertutto, ma le ricette sono opposte: Hollande precisa che la sua si fa con l'aumento degli occupati, l'incremento delle tecnologie, e la tassazione degli alti redditi. Non crede affatto che si cresca tassando duramente pensioni, salari, servizi sociali ed enti locali, che riducono sia il potere d'acquisto dei più deboli sia le entrate pubbliche, e non è affatto persuaso - come Monti e la sinistra italiana - che i ricchi non devono essere disturbati perché investano nella produzione. Essi investono nella finanza «ed è la finanza - ha detto - il mio nemico». Pareva, al trio Merkel Sarkozy Monti e alla stampa al loro seguito, che dovesse venire giù il mondo. Ma i mercati sono più innervositi dalla Grecia che dalla svolta francese. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Calmo, deciso, normale quanto era agitato Sarkozy, alla mano, serio e non privo di humour, la vittoria di Hollande è quella di un uomo deciso, con un'idea in testa e capace di tessere attorno a sé tutte le forze del già rissoso Partito socialista e delle altre sinistre. Prenderà formalmente i poteri il 15 maggio, partirà subito per Berlino, poi per gli Stati Uniti, e al ritorno sarà davanti alle elezioni legislative dalle quali deve ricevere una maggioranza. È assai probabile che la avrà, e che dovrà negoziare con Jean-Luc Mélenchon (Front de gauche), che lo ha sostenuto con i suoi quattro milioni di voti, senza porre condizioni ma in autonomia (nelle legislative può averne di più, era arrivato nei sondaggi al 17 per cento, battendo il Fronte nazionale nelle zone operaie) e con i Verdi, il cui basso risultato al primo turno delle presidenziali si deve alle strettoie della legge di de Gaulle. Mélenchon lo incalzerà sui salari e sull'Europa, Eva Joly sul nucleare. Sull'Europa si tratta di modificare, fra le regole, l'interdizione alla Bce di finanziare gli Stati, sul nucleare di passare alle energie alternative per sostituire ben 58 centrali (cui attinge anche l'Italia). Un programma gigantesco, che incontrerà più ostacoli a Bruxelles che a Washington. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Intanto, nell'interregno cui è costretto fino al 15 maggio e, in buona parte, fino alle legislative, Hollande ha deciso due piccole cose che poteva decidere - ha ridotto del 30 per cento le indennità del presidente della Repubblica e dei ministri, e ha interdetto il cumulo delle cariche, fine dei sindaci ministri e dei ministri sindaci. Vecchia tradizione del notabilato che si rompe, come si è rotto ieri il primato di Parigi nel cerimoniale della nomina del Presidente. Hollande ha parlato prima nel suo collegio che nella capitale ed è uno strappo grosso. Anche se la capitale ha votato massicciamente per lui, come tutti i grandi centri urbani, periferie difficile incluse. Il Fronte nazionale appare forte ma radicato, salvo alcune zone al sud, nello scontento delle campagne. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Insomma, tempi difficili ma un varco in Europa si è aperto. In direzione opposta alla risorgenza delle destre. Farebbero bene a pensarci in Italia sia Bersani, sia Giorgio Napolitano artefici dell'unità nazionale liberista. E tutti gli araldi dell'inevitabilità dell'antipolitica, dell'astensionismo e della fine di una differenza fra destra e sinistra. Dove una sinistra ha il coraggio di esistere e dichiararsi tale, può vincere. La Francia, esplicitamente divisa, vede più chiaro e ha giocato una carta che anche in Italia, se coraggio ci fosse, sarebbe vincente.&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Quel paesaggio del Mantegna minacciato dalla lottizzazione</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18971/</link>
<description>&lt;i&gt;La bellezza di Mantova appesa a un filo: forse 200 villette valgono di più. &lt;/i&gt; La Repubblica on-line &lt;i&gt;, 7 maggio 2012&lt;/i&gt;</description>
<body>&lt;i&gt;&lt;b&gt; Dall'8 maggio della vicenda si occupa il Consiglio di Stato. Il progetto presentato nel 2004 dal costruttore Muto prevede la costruzione di 200 villette, alberghi e altri edifici sulle rive del Mincio. Un lungo braccio di ferro, fatto di decisioni politiche, sentenze e ricorsi: lo scontro tra il business e la salvaguardia dell'ambiente&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
È il paesaggio mantovano che Andrea Mantegna ha incorniciato nella grande finestra che fa da sfondo alla Morte della vergine, dipinto nel 1462 e ora al Prado di Madrid: il fiume Mincio che si allarga e diventa lago, il ponte che lo attraversa. Se si realizzasse il progetto che prevede di costruire un quartiere di centottantamila metri cubi - duecento villette, alberghi e altri edifici per milleduecento abitanti - proprio lì dove il ponte tocca la sponda e una cortina di pioppi sfiora l'acqua, quel paesaggio non sarebbe più lo stesso. Alterato per sempre. Tutto dipende da cosa deciderà, a partire da martedì 8 maggio, il Consiglio di Stato presso il quale pende il ricorso di una società immobiliare, la Lagocastello, contro una sentenza del Tar Lombardia che a quella società aveva già dato torto, dichiarando validi i vincoli posti dalla Soprintendenza su tutta l'area dei laghi intorno alle mura di Mantova.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
La partita è delicata e si combatte da anni, intrecciandosi alle vicende politiche della città, dividendo gli schieramenti anche al loro interno. È in gioco uno dei paesaggi urbani che sintetizzano i più celebrati valori del Rinascimento italiano. I laghi mantovani abbracciano le mura della città sovrastate dal castello di San Giorgio e dal Palazzo Ducale, che custodisce le opere di Mantegna (fra le quali la Cameradegli sposi) e poi di Pisanello e di Giulio Romano. Architetture e natura compongono un insieme che va tutelato, stando alla Soprintendenza e alla Direzione regionale dei beni culturali della Lombardia. Che aggiungono un altro elemento: anche i laghi sono opera dell'uomo e modellati in maniera da costituire un sistema che va conservato nella sua interezza, come se fosse un monumento. L'integrità di questo complesso paesaggistico e la sua percezione verrebbero stravolte dalle costruzioni. Da qui un vincolo di inedificabilità che stronca i progetti di lottizzazione e salva un patrimonio sul quale vigila anche l'Unesco.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Tutto ha inizio negli ultimi mesi del 2004. La società Lagocastello, di proprietà di Antonio Muto, calabrese di Cutro, in provincia di Crotone, diventato negli anni uno dei più ricchi e potenti costruttori del mantovano, presenta un progetto all'amministrazione comunale, allora retta dal diessino Gianfranco Burchiellaro. Per vararlo è però necessaria una variante urbanistica, che viene approvata facendo una corsa contro il tempo, evitando che la fine della legislatura, nella primavera del 2005, blocchi tutto. I consiglieri della maggioranza vengono precettati, uno di loro, in ospedale per assistere un parente, viene prelevato dai vigili. Più volte manca il numero legale, ma alla fine la variante passa con i voti di due consiglieri del centrodestra. E subito partono il cantiere e gli sbancamenti.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Ma contro quell'insediamento monta la protesta di una parte della città. Alle elezioni del 2005 si candida a sindaco per i Ds Fiorenza Brioni che fin dalle prime battute della campagna elettorale annuncia che farà di tutto per bloccare il progetto di Muto. Gli elettori la premiano con una netta vittoria al ballottaggio. Appena insediata, Brioni parte lancia in resta, ma si accorge subito che parte del suo stesso gruppo non la segue. Inoltre le procedure amministrative per superare il voto del precedente Consiglio comunale non sono semplici. Ma anche il progetto di edificazione ha i suoi punti deboli. Li scova un ingegnere esperto di norme urbanistiche e consulente di molte Procure, Paolo Rabitti: il piano interessa un'area grande una trentina di ettari ed essendo incluso nel perimetro del Parco del Mincio necessita di una Via (Valutazione di impatto ambientale). Che non c'è. E dunque è viziato. Il sindaco firma un provvedimento che sospende i lavori. Ma contro questa decisione il costruttore fa ricorso al Tar, ottenendo che il provvedimento sia sospeso.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Inizia un braccio di ferro interminabile, fatto di ricorsi e di pronunce del Tar e del Consiglio di Stato. Intanto si mobilitano le associazioni ambientaliste - Italia Nostra, il Fai, Legambiente - tutte a sostegno del sindaco. Interviene Salvatore Settis. A favore delle villette si schiera invece Vittorio Sgarbi. Il caso mantovano diventa un caso nazionale. Nel 2007 viene emesso dalla Soprintendenza un primo vincolo, che però viene bocciato dal Tar. Il vincolo viene riproposto nel 2009 e questa volta, siamo nel marzo del 2011,  passa il vaglio dei giudici amministrativi. Inoltre il Consiglio di Stato stabilisce che la Via è obbligatoria, nonostante quanto sostiene una perizia tutta a favore dei costruttori: la firma l'allora Provveditore alle opere pubbliche della Toscana, Fabio De Santis, finito in galera nell'inchiesta contro Angelo Balducci, Diego Anemone e gli altri della &quot;cricca&quot;.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Nel frattempo è cambiata la scena politica cittadina. Nel 2010 Fiorenza Brioni è stata sconfitta alle elezioni (in molti hanno parlato di &quot;fuoco amico&quot; alimentato proprio dalla polemica sulla lottizzazione) e sindaco è stato eletto Nicola Sodano, Pdl. Che ha assunto un atteggiamento molto più morbido verso i costruttori, preoccupato, ha dichiarato, per le richieste di risarcimento minacciate da Antonio Muto. Il quale conta su diversi amici nel partito del sindaco, fra i quali Carlo Acerbi, capogruppo in Consiglio comunale e amministratore della società Ecologia &amp; Sviluppo s. r. l. di cui Muto è socio unico.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
La vicenda è alle ultime battute. Il Consiglio di Stato deve decidere se sono prevalenti le ragioni di un privato che da un decennio guarda alle sponde del Mincio e alle mura di Mantova come un'irripetibile occasione di business. O se invece vale di più la difesa di un paesaggio che resterebbe intatto soltanto sullo sfondo di un quadro.&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Più veloci, ma verso dove?</title>
<author>Fabrizio Bottini</author>
<authorid>5</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18969/</link>
<description>&lt;i&gt;Sempre più spesso, ci si chiede dove voglia andare il carrozzone dello sviluppo formigoniano cosiddetto eccellente. &lt;/i&gt;Corriere della Sera&lt;i&gt; Milano, 7 maggio 2012,   &lt;a href=&quot;http://eddyburg.it/article/articleview/18969/1/117#postilla&quot; target=&quot;&quot; &gt;postilla&lt;/a&gt;. (f.b.)&lt;/i&gt;</description>
<body>La pianura padana era una terra di agricoltori. Era il granaio d'Europa, un territorio dove la terra era la madre di tutti i valori. Poi l'industrializzazione ha cominciato a mangiare il suolo, a relegare i terreni agricoli a marginali, in attesa che divenissero edificabili, con tutto ciò che questo ha comportato. Negli ultimi anni la cementite si è ulteriormente aggravata, con le nuove infrastrutture che si apprestano a tagliare ulteriormente il territorio.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Grandi infrastrutture come la BreBeMi e la Pedemontana, e poi nuove opere in progettazione, le cosiddette autostrade regionali, come la Broni-Mortara o la Bergamo-Treviglio, in una ubriacatura da autostrada di cui non si vede la fine. La fine coinciderà probabilmente con la fine della campagna, ma in cambio avremo guadagnato pochi minuti in un viaggio divenuto nel frattempo a pagamento. E a quel punto tutto sarà più semplice, la crisi come d'incanto scomparirà, le piccole imprese potranno tornare competitive, perché si sa, il tempo è denaro e quindi potranno correre molto di più, assumere nuovo personale e affrontare senza paura i grandi Paesi emergenti che oggi ci schiacciano.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
È uno scenario che definire demenziale è un complimento. Sarebbe più onesto dire che le nuove opere sono un tentativo di rianimare un'economia asfittica, anche se nessuno dice che in queste opere chi lavora sono sempre e solo le grandi imprese, mentre le famose ricadute non sono altro che briciole, soprattutto in termini di margini di profitto. E da un punto di vista ambientale sarebbe più onesto sostenere che questo territorio è talmente compromesso che qualunque tentativo di contenere il consumo di suolo è assolutamente inutile, la bellezza del paesaggio non c'è più da tempo, tanto vale rassegnarsi a viaggiare in tunnel con ai lati pannelli fonoassorbenti sempre più alti che ci impediscono di vedere cosa stiamo attraversando. Meglio destinare le attenzioni ambientaliste al Chianti, verrebbe da dire, qui si deve produrre, si devono abbassare i costi e si deve essere veloci, e quindi alta velocità e autostrade sono fondamentali per i mercati globali, non c'è tempo di romantici pensieri bucolici.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Muoversi è fondamentale, le nuove opere costano miliardi di euro, che dovranno essere ripagati con pedaggi sempre più alti, ma non importa. E così via con le autostrade regionali, colate di cemento con ricadute di lavoro per le imprese, di oneri per le amministrazioni e per tutto l'indotto a queste collegate, fatto di consulenti di ogni tipo. Aumentare l'offerta di infrastrutture autostradali non ridurrà l'inquinamento e il traffico; l'unica speranza ambientalista è purtroppo la crisi economica che potrà portare a un mancato reperimento delle ingenti risorse necessarie e a rivedere i piani di traffico per il ritorno degli investimenti. Sperare nella crisi per salvare il territorio è una triste visione, ma purtroppo visioni lungimiranti non ce ne sono, da nessun soggetto economico e/o istituzionale, tutti impegnati nello stesso gioco al massacro che ci farà andare sì più veloci, ma verso il baratro.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;b&gt;&lt;i&gt;&lt;a name=&quot;postilla&quot;&gt;&lt;/a&gt;Postilla&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;i&gt;I ciellini, come risulta anche da certe inchieste sociologiche sui consumi culturali, pare ascoltino musica di produzione autarchica, tipo Frate Cionfoli, semisconosciuta al resto del mondo. Quindi molto probabilmente ignorano quell’attacco classico di rock demenziale anni ’70 che suona:&lt;/i&gt; Sono veloce / Nelle scarpe il piede cuoce /Il cervello prende vento / Ma si cuoce dal di dentro   &lt;i&gt;.Se lo conoscessero, si sarebbero infatti chiesti dove andremo a finire, con la loro macchina autostradal-territoriale saldamente avvitata alla montagna di balle sullo sviluppo che ci stanno propinando da lustri. Visto che l’articolo del &lt;/i&gt;Corriere  &lt;i&gt; pare (insieme ad altri che spuntano qui e là negli ultimi tempi) porsi una domanda del genere, si può azzardare una risposta. Il futuro immaginato da Celeste &amp; Co. vede una Lombardia interamente ricoperta dalle autostrade, che servono a spostarsi da un laghetto per la pesca delle trote all’altro. Infatti per fare le autostrade serve scavare cave, e le cave poi vengono ripristinate a laghetti per la pesca cosiddetta sportiva a pagamento, da imprese amiche degli amici. Quindi nel futuro le attività economiche principali saranno la manutenzione autostradale, la pesca della trota (con la T minuscola), la spesa nei centri commerciali delle catene amiche collocati nelle fasce autostradali in deroga ai piani comunali, la cura dell'inevitabile stress nelle cliniche private convenzionate che si alternano nelle fasce autostradali senza deroga. Questo scenario non è una fantasia degna di un vecchio numero di &lt;/i&gt;Urania  &lt;i&gt;, ma una specie di ragionevole proiezione di quanto accade oggi. L’unica variante possibile è quella di un elettorale sonoro calcio nel sedere a questi figuri, ai loro sodali, e poi qualche secolo di duro lavoro per rimediare dove possibile ai danni (f.b.)&lt;/i&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Mangiare, socializzare, condividere: il nuovo spirito comunitario delle colline</title>
<author>Fabrizio Bottini</author>
<authorid>5</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18966/</link>
<description>&lt;i&gt;Cresce, non solo per via della recessione, qualcosa a cavallo fra localismo, cultura dei beni comuni, e altro.&lt;/i&gt; The Observer&lt;i&gt;, 6 maggio 2012 (f.b.)&lt;/i&gt;</description>
<body>Titolo originale: &lt;i&gt;&lt;a href=&quot;http://www.guardian.co.uk/society/2012/may/06/lifestyle-communities-hebden-bridge-todmorden&quot; target=&quot;_blank&quot; &gt;Free food, caring and sharing: a new spirit of community is being created in the Yorkshire hills &lt;/a&gt;&lt;/i&gt;– Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
C’è un particolarissimo cartello fuori da un molto ben tenuto orto del West Yorkshire: &quot; &lt;i&gt;Prego Servitevi&lt;/i&gt;&quot;. Nella medesima cittadina quest’estate si potrà anche approfittare del granturco piantato attorno alla stazione della polizia. Il &lt;i&gt;compost&lt;/i&gt; e gli innaffiatoi sequestrati nelle irruzioni alle piantagioni illegali di droghe servono per gli orti locali. Con l’autunno poi andando da dottore si potrà anche raccogliere gratis della frutta, visto che si è trasformato in frutteto lo spazio attorno all’ambulatorio. Qualche famiglia che ha avuto un lutto e vorrebbe mettere dei fiori al cimitero, magari potrebbe anche pensare in modo più ampio e produttivo: un parco delle rimembranze a broccoli? E i pendolari dalle aiuole e fioriere appena fuori dalla stazione raccolgono ciuffi di erbe aromatiche. Il tutto mantenuto sgombro da erbacce grazie all’esercito di abitanti del posto, volontari domenicali per un’oretta circa.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Sono 40 i volontari apicoltori che hanno appena finito il corso di formazione, e fra poco ci sarà miele per tutti. Chiunque abbia voglia di iniziare un proprio orticello può attingere dal deposito comune di attrezzi all’orto centrale. Nel villaggio accanto si è fatto pure di più. Gli abitanti stanno cercando di rilevare il &lt;i&gt;pub&lt;/i&gt; dopo aver già rilevato il cinema, il teatro e addirittura la sala comunale. In questo angolo delle umide colline del Yorkshire, la popolazione di Hebden Bridge e Todmorden è l’avanguardia di una tendenza che prende piede in tutto il paese, disilluso dalla cultura di impresa, del governo, dei tagli. Niente &lt;i&gt;hippies&lt;/i&gt; o New Age, solo gente comune, vecchi e giovani, dalle grandi ville come dalle case popolari.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
La si potrebbe definire una rivoluzione del condividere. &quot;Chiamiamolo pure &lt;i&gt;community empowerment&lt;/i&gt;, o impresa sociale, o cooperazione, i termini sono diversi, ma la cosa sta comunque diventando enorme&quot; commenta Mike Perry della Plunkett Foundation, struttura nazionale vitalissima che sostiene iniziative del genere. &quot;Non credo che abbia a che vedere solo con la recessione economica; è la gente che inizia a riflettere su cosa è davvero importante. Si comincia con ciò che si mangia, poi magari rilevando un negozio che stava per chiudere. O si innesca sul collegamento a banda larga, o sulle energie rinnovabili, le infrastrutture della comunità. Siamo all’inizio di un movimento molto significativo&quot;. In tutto il paese esistono 9 &lt;i&gt;pub&lt;/i&gt; gestiti dalla collettività e 300 esercizi, quantità destinate a crescere moltissimo perché se ne è dimostrata la straordinaria resistenza in un momento difficile, ma anche perché le persone reagiscono decisamente quando chiudere significherebbe influire pesantemente sulla propria qualità della vita. Magari non si creano molti posti di lavoro, ma si rafforza la comunità, si fa circolare localmente denaro.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Non succede solo nelle zone di campagna; sono parecchie le iniziative via web in cui ci si scambiano cose o si regalano nella medesima area. Depositi di attrezzi, &lt;i&gt;bike sharing&lt;/i&gt;, sono sempre più diffusi. A Londra, &lt;i&gt;Streetbank.com&lt;/i&gt; aiuta a organizzarsi per scambiare cose, dal tosaerba ai DVD, entro un raggio di un paio di chilometri. Nei primi mesi hanno aderito in 3.000. La catena di distribuzione fai da te B&amp;Q ha un programma pilota di scambio attrezzi a Reading, contro i danni ambientali di milioni di macchine comprate e usate al massimo un paio di volte. Mary Clear, quella che ha messo il cartello &quot; &lt;i&gt;Prego Servitevi&lt;/i&gt;&quot; a Todmorden, è travolta dal successo del suo programma &lt;i&gt;Incredible Edible&lt;/i&gt;, organizzato insieme all’amica Pam Warhurst dopo la crisi del credito. Imitata presto in altre trenta cittadine. “Una reazione al vuoto di iniziative nazionali” spiega. &quot;Volevamo far qualcosa che incidesse sui comportamenti, a unire la gente. Mangiamo tutti, ma il cibo è anche un simbolo di ingiustizia sociale, così abbiamo cominciato col &lt;i&gt;guerrilla gardening&lt;/i&gt;”.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
La signora è nonna di dieci nipoti ma ancora molto energica, una vita frugale da prepensionata per tagli agli enti pubblici. “Non abbiamo né uffici, né collaboratori, né soldi. Non ho nulla contro supermercati o banche; ma ho molto a favore della bontà e della giustizia sociale. Volevamo rivolgerci a chi non può permettersi di leggere quei libroni patinati tipo &lt;i&gt;Raccogliamoci da Soli le Insalate&lt;/i&gt;&lt;i&gt; o simili&lt;/i&gt;. “Io e Pam siamo signore di una certa età, non certo gente da assalto, ma qui si tratta solo di non aver paura di farsi avanti”. A luglio, a Hebden Bridge si terrà il convegno &lt;i&gt;Ambitious Communities&lt;/i&gt; per comunicare esattamente questo tipo di messaggio. Gli intervenuti potranno sperimentare di persona l’ultimo grido di inziativa comunitaria Britannica: il campeggio sul retro della casa di Richard Holborow. Che insieme alla moglie si è iscritto all’elenco di Hebden Bridge aderente a &lt;i&gt;campinmygarden.com&lt;/i&gt; sito web in rapida crescita, gente ben lieta di ospitare tende di sconosciuti nel giardino, sia che vogliano evitare di farsi pelare da un albergo coi prezzi gonfiati dalle Olimpiadi di Londra, sia che vogliano solo viaggiare spendendo poco.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
La &lt;i&gt;Hebden Bridge Community Association&lt;/i&gt;, oltre 500 iscritti su una popolazione totale di 5.000, sa benissimo che Hebden Bridge non è proprio la cittadina media britannica, e che non tutto quanto succede qui si può replicare immediatamente altrove. C’è una lunga storia di impegno, sin dalle cooperative e dal movimento ottocentesco dei &lt;i&gt;Cartisti&lt;/i&gt;. Dopo la chiusura delle fabbriche c’è stato l’arrivo di molti artisti e scrittori, e dopo gli anni ’70 una vera e propria colonizzazione a ondate successive di varie tribù, intellettuali non ricchi, &lt;i&gt;hippies, &lt;/i&gt;ecologisti radicali. C’è una colonia lesbica che in percentuale sulla popolazione è la più grande di tutto il paese. Le vie del centro pullulano di esercizi indipendenti, ma nessun segno della solita grande distribuzione. Ma ultimamente l’arrivo dall’esterno di gente più agiata in fuga ha fatto impennare i prezzi delle case, qualcuno comincia a pensare che forse un supermercato a prezzi contenuti andrebbe meglio dei negozi biologici, quindi meglio impegnarsi per far entrare nei gruppi gente di tutte le estrazioni sociali, spiega il responsabile dell’associazione Andrew Bibby, che fra poco dovrebbe riaprire la sala comunale a gestione comune, come luogo di riunione, servizi, piccoli esercizi.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
“L’amministrazione locale fatica a trovare risorse, dobbiamo farci carico noi. E siamo fortunati ad avere qui tante competenze”. Hebden Bridge non è certo un posto senza problemi, ci sono disoccupazione giovanile, droghe, non è l’Utopia. “Poi c’è la questione del rispondere alla collettività: un problema che non si pone con le istituzioni democraticamente elette che gestiscono servizi. Qualcosa su cui dobbiamo ancora riflettere. Non si può aver sempre tutto deciso da persone che si nominano da sole”. Però risultati concreti ce ne sono. Amy Leader, 35 anni, tornata a casa tre anni fa dopo aver lavorato a lungo a Londra, è una delle tre nuove assunte dalla &lt;i&gt;Hebden Bridge Community Association&lt;/i&gt;. Presiede anche la sezione locale del &lt;i&gt;Women's Institute&lt;/i&gt; che ha fondato dopo aver scoperto che ci sono “donne straordinarie che non si conoscono tra loro. Quando sono tornata ho deciso di impegnarmi qui. E il resto è venuto da sé, straordinario. C’è tanta energia avvertibile in tutte le attività, che si tratti di un incontro abbastanza noioso di gestione, o in qualcosa di più creativo. C’è la sensazione profonda di una vera soddisfazione, una qualità di vita collettiva che significa qualità della vita di ognuno”.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Dove va la Repubblica?</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18970/</link>
<description>&lt;i&gt;Ecco come vorrebbero cambiare la Costituzione i partiti dell’attuale maggioranza parlamentare. &lt;/i&gt;Micromega&lt;i&gt; newsletter, 7 maggio 2012 &lt;/i&gt;</description>
<body>La crisi che sta squassando il Paese (un suicidio al giorno) ha una delle sue cause nella stessa Costituzione della Repubblica, sicchè ne sarebbe urgente la riforma?&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
No, la Costituzione non ha nessuna colpa, e anzi la crisi consiste precisamente nel fatto che essa non è attuata. Se lo fosse, la Repubblica (cioè il potere pubblico) rimuoverebbe gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana (art. 3); se lo fosse, la Repubblica renderebbe effettivo per tutti il diritto al lavoro (art. 4); sarebbe tutelato, anche contro le alluvioni, il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione (art. 9); i giovani che vogliono formarsi una famiglia sarebbero “agevolati” dalla Repubblica con misure economiche e altre provvidenza (art. 31); la salute sarebbe tutelata (art. 32); la scuola pubblica non subirebbe tagli ma incentivi e nessuno potrebbe pensare di abolire il valore legale dei titoli di studio (art. 33); il diritto allo studio e il diritto anche degli indigenti a raggiungere i gradi più alti degli studi sarebbe reso effettivo dalla Repubblica con borse, assegni alle famiglie ed altre provvidenze (art. 34); il lavoro sarebbe tutelato in tutte le sue forme e applicazioni (art. 35), e così via.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Tutto questo invece non accade perché l’Italia è passata, senza che nessuno ne desse ragione e nessuno vi consentisse, da un regime a un altro, da una Costituzione ad un’altra, per cui si è deciso e si è accettato che tutte queste cose che dovrebbe fare la Repubblica le faccia invece il Mercato, cioè il potere privato e la legge della competizione e del profitto.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Perché questo passaggio di consegne fosse totale e irreversibile le forze politiche, tradendo il mandato costituzionale, hanno fatto a gara per privare la Repubblica sia delle risorse finanziarie (le tasse da evadere) sia degli strumenti operativi (Enti di Stato, partecipazioni industriali, piani di sviluppo) sia della stessa legittimazione a intervenire nella vita economica e a fronteggiare le crisi con le politiche di bilancio. Sicchè se anche nuove maggioranze e nuovi governi volessero ripristinare il ruolo e le finalità dell’azione pubblica, non potrebbero perché la Repubblica nel frattempo è stata resa del tutto impotente a rimuovere gli ostacoli, a rendere effettivi i diritti, a garantire, tutelare, promuovere, agevolare, proteggere, cioè a compiere quelle azioni che corrispondono a tutti i verbi con cui nella Costituzione sono definiti i suoi compiti. E se tale impotenza è stata per lungo tempo la conseguenza di una cattiva politica, ora con il rigorismo liberista del governo Monti e l’avallo degli altri poteri, diverrà un obbligo, frutto di una modifica strutturale dell’ordinamento e di una nuova definizione della Repubblica. La modifica, in quattro e quattr’otto dell’art. 81 della Costituzione sul pareggio di bilancio ne è il primo segnale.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Invece di porre rimedio a tutto ciò, la riforma costituzionale a cui stanno lavorando i tre partiti che mediante i tecnici governano oggi l’Italia, tende a rendere insindacabile il potere politico e a mettere il presidente del Consiglio al riparo dalla sfiducia delle Camere, cioè a vanificare il più tipico e decisivo istituto della democrazia parlamentare.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
L’accordo su cui si discute all’apposita Commissione del Senato, sulla base di un testo unficato presentato il 18 aprile scorso dal relatore Vizzini, prevede, per ingraziarsi la plebe, un’irrisoria e casuale diminuzione del numero dei parlamentari (da 630 a 508 deputati e da 315 a 254 senatori), ma per il resto comporta tre riforme destinate a cambiare la figura dello Stato.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
La prima consiste nel confermare il bicameralismo, con due Camere ambedue elette a suffragio universale e quindi aventi la stessa dignità, ma con una gerarchia di competenze inegualmente distribuite tra loro e una rottura per materie dell’unicità delle fonti della legislazione e quindi dell’unità dell’ordinamento; la seconda consiste in una torsione presidenzialistica e leaderistica del sistema di governo, con un presidente del Consiglio provvisto di investitura popolare, dotato del potere di chiedere la nomina e la revoca dei ministri, e unico destinatario della fiducia del Parlamento, che sarebbe chiamato a votare per lui e non per l’intero ministero; la terza consiste nel rendere impraticabile il meccanismo della sfiducia: che potrebbe essere votata solo dal Parlamento in seduta comune con la maggioranza assoluta sia dei deputati che dei senatori, ciò che sta a significare la solennità, l’eccezionalità e l’implausibilità dell’evento; né le Camere potrebbero votare impunemente contro una legge su cui il governo ponesse la fiducia, senza cadere nella tagliola dello scioglimento che in tal caso il presidente del Consiglio farebbe scattare nei loro confronti; né potrebbe darsi sfiducia al capo del governo se non grazie a un ribaltone perfettamente organizzato dalla sua stessa maggioranza, con la contestuale indicazione di un altro presidente del Consiglio.&lt;br&gt;
Sembra impossibile che i tre partiti possano fare insieme appassionatamente una tale riforma, così divisi e diversi come sono. In ogni caso occorre vegliare e resistere.&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Il paesaggio di Milano</title>
<author>Fabrizio Bottini</author>
<authorid>5</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18955/</link>
<description>&lt;i&gt;Auspicio condivisibile, anche se un po’ vago, del presidente Touring Club per un equilibrato sviluppo della città nella prospettiva Expo. &lt;/i&gt;Corriere della Sera&lt;i&gt; Milano, 5 maggio 2012 (f.b.)&lt;/i&gt;</description>
<body>Riflettere attorno al tema del paesaggio, in Italia e in particolare a Milano, che nel nostro Paese rappresenta una delle aree a più alto tasso di disordinata urbanizzazione, è una buona occasione per affrontare tutte le contraddizioni che caratterizzano i nostri comportamenti sul tema stesso. Come italiani, pur avendo promosso la Convenzione europea sul paesaggio, continuiamo a essere tra i più scriteriati consumatori di suolo dell'intero continente e, anche in tempi economicamente magri come questi, ci mangiamo, tra abusivismo e lassismo, leggi eluse o leggi compiacenti, centinaia di ettari al giorno sull'altare di una edilizia discutibile per qualità e per utilità.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
È una politica irresponsabile, qui come altrove, che consuma territorio e suolo, a danno di altre finalità necessarie, che sono verde pubblico, agricoltura non intensiva in una parola, paesaggio. Una politica, per noi, doppiamente colpevole, perché in Italia il paesaggio non è solo l'indice di un rapporto armonico o disarmonico tra i luoghi e i suoi abitanti. È anche un prodotto vendibile, un attrattore pregiato che può convogliare verso l'Italia, in modo selezionato e territorialmente diffuso, e in particolare verso Milano con l'approssimarsi dell'Expo, visitatori e risorse economiche. Grazie a quello che continuiamo a chiamare «turismo» inteso come mix di bisogni culturali, in senso ampio, cioè l'insieme delle attività, delle emergenze storiche, delle iniziative necessarie per conservare, anche in senso evolutivo, la nostra identità. Il paesaggio riassume tutti quei valori cui il TCI, da 118 anni, rivolge ogni impegno perché sia difeso, valorizzato e promosso.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Quest'anno il Touring ha distribuito a tutti i suoi soci un volume, realizzato in collaborazione con Coldiretti, intitolato «Campagna e città» (invertendo, il binomio città e campagna spesso esaminato dagli storici) con un sottotitolo che recita: dialogo tra due mondi in cerca di nuovi equilibri. Un dialogo in atto, con segnali di un consapevole ritorno. Il rapporto campagna-città sarà anche uno dei temi centrali affrontati proprio nell'Expo 2015: per TCI e Coldiretti rappresenta un'altra grande occasione per dei progetti comuni.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
È fortemente auspicabile che Milano da qui al 2015 riveda la condizione urbanistica del suo territorio e con buon senso, realismo, senza inseguire progetti utopici di improbabile realizzazione, si dedichi ad una ottimizzazione degli spazi, valorizzi la sua eccellente (e spesso insospettata) agricoltura urbana e suburbana, destini razionalmente a un uso finalizzato ai temi propri dell'Expo tutti quei «non luoghi», quelle aree degradate e recuperabili che solo la crisi economica ha salvato da una edilizia forsennata, inutile e di bassa qualità.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Anche fuori dall'area espositiva vera e propria, la città deve porgersi all'Expo. E il Touring, associazione nazionale che ha qui la sua sede centrale, crede nel ruolo turistico di una agricoltura corretta e responsabile come elemento principale per disegnare o ripristinare un paesaggio di elevato valore artistico.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>20120506 Fare Politica</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18964/</link>
<description>

&lt;!-- &lt;br clear=&quot;all&quot;&gt; --&gt;
&lt;table width=&quot;187&quot; align=&quot;center&quot; border=&quot;0&quot; cellspacing=&quot;0&quot; cellpadding=&quot;4&quot;&gt;
&lt;tr&gt;
&lt;td&gt;
   
   &lt;a target=&quot;&quot; href=&quot;http://eddyburg.it/imagecatalogue/imageview/7848/?RefererURL=/article/rssheadlines&quot;&gt;
   &lt;img src=&quot;http://eddyburg.it/ezimagecatalogue/catalogue/variations/7848-250x250.jpg&quot; border=&quot;0&quot; width=&quot;187&quot; height=&quot;113&quot; alt=&quot;&quot; /&gt;
   &lt;/a&gt;   
   
   
&lt;/td&gt;
&lt;/tr&gt;

&lt;/table&gt;&lt;b&gt;Fare politica&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
Auguri a chi va a votare, a chi sa per chi votare, a chi ha fiducia nelle persone per cui vota. &lt;br&gt;
Ma soprattutto auguri e buon lavoro a chi sa che &lt;b&gt;fare politica&lt;/b&gt; è dovere di tutti, che &lt;b&gt;fare politica&lt;/b&gt; non si riduce nel gettare una scheda in un’urna, che &lt;b&gt;fare politica&lt;/b&gt; non è cosa che si faccia solo nei partiti.&lt;br&gt;
</description>
<body></body>
</item>
<item>
<title>20120506 Cederna</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18968/</link>
<description>«La conservazione della natura, nel quadro di una politica del territorio che subordini ad essa ogni altro intervento (edilizio, industriale, autostradale) deve essere dunque considerata l’obiettivo primario di ogni società previdente e socialmente progredita» (Antonio Cederna)&lt;br&gt;
</description>
<body>Da &lt;i&gt;La distruzione della natura in Italia&lt;/i&gt;, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 1975, [p. 21]</body>
</item>
<item>
<title>Quel pomeriggio in uno sprawl da cani</title>
<author>Fabrizio Bottini</author>
<authorid>5</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18952/</link>
<description>&lt;i&gt;Il sequestro di persona all’agenzia delle entrate a Romano di Lombardia ci butta di colpo in uno spietato paesaggio della crisi davvero all’americana, nel senso peggiore&lt;/i&gt;</description>
<body>Seguendo la cronaca concitata di un qualunque pomeriggio padano di recessione, con il piccolo imprenditore indebitato che si barrica dentro gli uffici delle tasse in un piccolo centro della media pianura, sparando contro il soffitto con un fucile a pompa, non potevo fare a meno di ripensare a un’altra cronaca di alcuni mesi fa, probabilmente scivolata nel dimenticatoio. È un giorno di inizio gennaio 2011, e alla periferia di Tucson, Arizona, l’ennesimo ragazzo in stato di confusione mentale si presenta armato davanti a uno &lt;i&gt;shopping mall&lt;/i&gt;, e apre il fuoco contro un piccolo comizio della deputata Gabrielle Giffords: sei morti, fra cui un importante magistrato, e la stessa Giffords ferita molto gravemente insieme ad altri. I resoconti della stampa, poi, si soffermavano abbastanza naturalmente sulle biografie dei protagonisti, andando a cercare amici, testimoni, gente del posto. E qui arrivava l’aspetto forse più interessante per il resto del mondo, incluse le medie pianure bergamasche.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
La descrizione del quartiere &lt;a href=&quot;http://mall.lampnet.org/article/articleview/13863/1/203&quot; target=&quot;_blank&quot; &gt;North Soledad&lt;/a&gt; – dove abitava il ragazzo – immerso nello &lt;i&gt;sprawl&lt;/i&gt; dell’Arizona, era piuttosto illuminante. File di villette con giardino, qualcuna un po’ mal messa, altre più in là pignorate e in attesa di improbabili nuovi occupanti, altre ancora con qualche abitante arrivato qui negli anni del &lt;i&gt;boom&lt;/i&gt; trascinato dall’edilizia, e ora alle prese con la recessione e i conti da far quadrare, le rate del mutuo, la benzina sempre più cara ma indispensabile per far andare il furgoncino dell’impresa individuale, o per andare a far spesa al supermercato, una decina di chilometri minimo, intesi come dieci all’andata e dieci al ritorno. E torniamo invece a Romano di Lombardia … invece? Invece un accidente, verrebbe da dire: schiere di villette con la macchina parcheggiata sul viale di ghiaia, appena fuori dall’antico fossato che ancora cinge il centro storico praticamente non c’è altro, per chilometri e chilometri. I capannoni delle aree industriali-artigianali che chiudono comunque sempre l’orizzonte, salvo dalla parte delle Orobie a nord, in mezzo ai quali spesso spuntano curiose nuove attività, sempre capannoni con parcheggio ma bar o centri abbronzatura con tanto di palma finta illuminata, parecchi cartelli VENDESI o AFFITTASI.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Tanto lavoro operaio, tanta piccola impresa, edilizia coi furgoncini che ancora escono la mattina presto per andare magari fino a Milano, nei piccoli cantieri di riqualificazione commerciale del centro. Il sequestratore dell’ufficio tasse era titolare di una piccola attività di servizio nel settore pulizie. E centri commerciali che pullulano ovunque. Solo per citare geograficamente i più grossi, c’è il Borgo giusto sulla rotatoria appena fuori Romano, poi le Acciaierie a Santa Maria del Sasso, nel vuoto pneumatico della pianura dove pascolano le vacche, e giù a cavallo della Padana, anche lui in trepida attesa del serpentone Bre.Be.Mi., l’ultimo arrivato di Antegnate, ancora circondato dal marasma di cantieri dell’autostrada spudoratamente concepita per lo “sviluppo del territorio locale”. Per adesso i cantieri arrancano, complice anche uno dei tanti guai giudiziari della Regione, quando si è scoperto che sotto il serpente d’asfalto volevano nasconderci e anzi ce li avevano già nascosti, dei micidiali veleni. Ma se l’autostrada non c’è ancora, i suoi cosiddetti prodotti collaterali abbondano, e del resto è per quello che è stata progettata  sul nuovo percorso, ad accontentare gli appetiti locali di capannoni, svincoli, cinture, bretelle, varianti.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
E adesso? Adesso i carabinieri si sono portati via il sequestratore di Romano, e il dibattito anche giustamente si sta concentrando per un verso o per l’altro sulla recessione, le tasse, il cittadino lasciato solo davanti alla crisi. Ma chissà cosa stanno combinando e macchinando i &lt;i&gt;fat cats&lt;/i&gt; ai piani alti del Formigone, il monumento alla propria vanità fortemente voluto dal cosiddetto “Celeste”, che da una quarantina di chilometri scrutano la pianura che considerano proprio possedimento e dominio. Di sicuro non hanno alcuna intenzione di rinunciare al loro modello di “eccellenza” a base appunto di sprawl che si autoalimenta, e trasformazioni territoriali in un modo o nell’altro a carico del contribuente. Magari, come cantava Johnny Cash, quegli alti papaveri stanno lì “&lt;i&gt;probably drinking coffee, and smoking big cigars&lt;/i&gt;”. Mentre l’altro lo trascinano via, e già qualche ufficio stampa prepara gli inevitabili profili da psicopatico, il gesto sconsiderato, o magari lo slogan contro il fisco in genere.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Resta il fatto che, da un piccolo modesto punto di vista, quando si usano certi criteri di giudizio, magari anche certi termini come il solito &lt;i&gt;sprawl&lt;/i&gt;, non si vuol fare nessun esotismo, ma solo provare a ricordare che ormai davvero tutto il mondo è paese, tutto ciò che capita sta capitando anche a noi, “altrove” è un concetto geografico che va sempre spiegato. Il fucile a pompa che spara sul soffitto nel pomeriggio di un giorno da cani, davanti al parcheggio di un centro commerciale, ormai ce lo dobbiamo tenere. E forse sarebbe meglio prendere però anche sul serio gli anticorpi culturali che certe situazioni hanno già prodotto: quelli sono tutt’altro che esotici, e invece utilissimi per esempio a sbugiardare gli ideologi del finto ovvio.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Cancellieri: «Basta tabù, i beni confiscati alle mafie si possono vendere»</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18967/</link>
<description>&lt;i&gt;Vendere per far quattrini o per produrre ciò che serve, a partire dall’agricoltura? Quindi, a chi? &lt;/i&gt;L’Unità&lt;i&gt;, 6 maggio 2012, con &lt;a href=&quot;http://eddyburg.it/article/articleview/18967/1/418#Postilla&quot; target=&quot;&quot; &gt;postilla&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;</description>
<body>Ci sono sfide che vale la pena affrontare. Che altrimenti il rischio è restare prigionieri di alibi, senza fare un passo avanti né indietro. «La legge che regola il sequestro e la confisca dei beni va rivista e soprattutto vanno rivisti i criteri base dell'Agenzia nazionale dei beni confiscati» riflette il ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri che ha incontrato Antonello Montante, presidente di Confindustria Sicilia e delegato nazionale per la legalità dopo la sua proposta di un progetto-pilota per provare a mettere a reddito, cioè vendere o far fruttare, i beni confiscati alle mafie. Un tesoretto di 20 miliardi che lo Stato non riesce a capitalizzare. Ministro, la sua sembra una proposta choc: snellire le regole e la burocrazia pur di vendere quei beni e andare avanti. Sta rompendo un tabù? «Senza scomodare categorie impegnative, dico che quella dei sequestri, della confisca e del riutilizzo dei beni (la legge Rognoni-La Torre, ndr) è un dispositivo di norme concepite molto tempo fa quando i sequestri erano oggettivamente pochi. Oggi sono molti di più, tanti e soprattutto molto diversificati quindi vanno cambiate le regole. Per questo d’accordo col ministro della Giustizia Paola Severino penso a un ddl che consenta ampio dibattito parlamentare su un tema così delicato». Il tabù era riferito alla possibilità di vendere quei beni, o metterli a reddito in qualche modo, correndo il rischio che tornino nelle mani dei clan.&lt;br&gt;
«Non dobbiamo aver paura di mettere in vendita i beni confiscati. Il rischio di tornino nelle mani dei clan esiste ma, pazienza: vorrà dire che saranno nuovamente sequestrati e confiscati e che lo Stato ci guadagnerà due volte».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Sembra molto sicura?&lt;br&gt;
«Ho avuto modo di parlarne spesso, non solo da ministro, con vari magistrati antimafia. Sono loro i primi a dire di andare avanti, a non voler restare ostaggi della paura. O di certe ideologie».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Montante propone un progetto pilota, individuare una zona e sperimentare in quel territorio lo snellimento delle procedure e la vendita dei beni. Per provare a mettere a reddito quel patrimonio di 20 miliardi. È d’accordo?&lt;br&gt;
«Concordo con l’analisi di Montante, anche se a questo punto corro il rischio di sembrare faziosa (il ministro sorride ndr) visto che ho già appoggiato e siamo quasi arrivati a compimento con la proposta del rating antimafia per le aziende virtuose. La legge Rognoni-La Torre è un testo di garanzia, con una storia antica che nasce però in un momento in cui la lotta alla mafia dava altri risultati. È una legge calibrata sulle gestione di poche cose. Oggi è tutto diverso. E dobbiamo adeguare gli strumenti. Semplice».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Cosa e in che modo?&lt;br&gt;
«Ad esempio penso a percorsi diversificati a seconda della tipologia dei beni. Una cosa è mettere a reddito un negozio di focacce, altra vendere una villa. Altro ancora un’attività industriale e produttiva...»&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Clamoroso il caso di Riela group, azienda leader nei trasporti in provincia di Catania, proprietà dello Stato dopo la confisca e che ora rischia di chiudere definitivamente e di mandare a casa 22 dipendenti.&lt;br&gt;
«Appunto. Di fronte a realtà di questo genere il rischio è dare un messaggio perverso, e cioè che i clan riescono a garantire occupazione e sviluppo mentre l’arrivo dello Stato significa disoccupazione e impoverimento. Di fronte a questo rischio, molto meglio provare a vendere a chi può acquistare aumentando ancora di più il massimo controllo di legalità. Se poi dovessimo trovarci di nuovo a tu per tu con le famiglie, scatteranno nuovi sequestri e confische. Non solo, penso sia superata ormai la regola per cui i beni confiscati abbiano una destinazione sociale e debbano essere affidati ad enti locali e istituzioni pubbliche per finalità sociali. I comuni oggi, spesso, non hanno soldi e quei beni perdono valore inutilizzati. Credo sia giusto invece darli il prima possibile a chi li può mettere a reddito creando occupazione e ricchezza».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Il prefetto Caruso, a capo dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati, denuncia il problema delle ipoteche bancarie sui beni mafiosi.&lt;br&gt;
«Funziona così: il mafioso che sa di avere il fiato di qualche procura sul collo, intimidisce la banca, pretende un’ipoteca e porta a casa l’80% del valore dell’immobile. Che quando viene confiscato è proprietà della banca. È un problema serio. Il prefetto Caruso lo sta affrontando. Ecco perchè credo sia opportuno modificare il funzionamento dell’Agenzia nata tre anni fa ma su basi, come dicevamo, antiche». &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Modificare, in questo caso, come? &lt;br&gt;
«Credo che alla base sia necessaria molta liberalità. Non c’è più spazio per carrozzoni tipo Iri. Occorre un’agenzia agile, con una sola sede invece di cinque e pochi dipendenti. Vanno invece sfruttate di più le prefetture e presa in esame la possibilità di ricorrere a manager di fronte a casi specifici. L’Agenzia deve trovare la forza di autoalimentarsi. Non può diventare un altro peso per lo Stato». &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Qualcuno dirà che il governo tecnico cerca di limitare l’azione dell’Agenzia. Non teme questa reazione? &lt;br&gt;
«Nessuno limita nulla. Qui vogliamo solo che le strutture centrali siano più snelle e in grado di funzionare meglio».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Siamo sicuri che sia colpa solo dell’Agenzia? A Bari la gelateria Gasperini sequestrata alla mafia barese due mesi, è già stata riaperta dall’amministratore giudiziario che si è fatto carico dei rischi. A Roma l’Antico Caffè Chigi, sequestrato un anno fa alla ’ndrangheta, resta chiuso. Qual è la vera Agenzia?&lt;br&gt;
«È chiaro che tutti si devono responsabilizzare e assumere i propri rischi. Quando parlo di modifiche legislative, con un nuovo disegno di legge, mi riferisco anche a questo: a monte sono necessari coordinamento e regole chiare; il resto dipende anche dalle persone che vanno sapute motivare. L’Agenzia è nata nel 2009 ma solo sulla carta: i decreti attuativi risalgono a due mesi fa».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Ministro, ha appena aderito alla campagna contro il femminicidio lanciata da “Se non ora, quando”.&amp;#8232;&lt;br&gt;
«È il minimo che potessi fare. 57 vittime dall’inizio dell’anno, e quasi tutte per mano del compagno o dell’ex. E il numero dei reati aumenta se si aggiungono quelli non denunciati, ancora tantissimi. Il mio impegno, e non solo da oggi come ministro, è quello di cercare di far crescere la voglia delle donne a reagire alle continue violenze domestiche. Tutte le forze dell’ordine, le donne e gli uomini del ministero, sono impegnati a praticare, coltivare e diffondere una cultura del rispetto che è l'unico antidoto contro qualsiasi forma di violenza».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
A proposito di donne-vittime, giovedì è stata in Calabria ed ha incontrato il sindaco di Monasterace Carmela Lanzetta. Com’ è andata?&lt;br&gt;
«È una donna straordinaria che chiede solo di poter fare il sindaco in modo normale. Sempre di più ci dobbiamo rendere conto che fare il proprio dovere con normalità è il vero eroismo».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;i&gt;&lt;b&gt;&lt;a name=&quot;Postilla&quot;&gt;&lt;/a&gt;Postilla&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;i&gt;Aveva proprio ragione Keynes: le idee sbagliate alla fine sono più dure dei fatti. Come nel caso della vendita dei beni demaniali - al di là di altre considerazioni di opportunità, di merito e di etica -  l'idea di alienare anche i beni confiscati, nell'attuale congiuntura, avrebbe solo  l'effetto di scaricare sul sistema delle imprese le difficoltà della finanza pubblica. &lt;br&gt;
Nel bel mezzo della più drammatica crisi da domanda dal 1929, il Governo ritiene insomma che le imprese dovrebbero ricorrere al credito non per riconvertirsi, per rafforzarsi e innovarsi nei settori che tirano a scala globale, quelli della green economy e della conoscenza, ma per comprare terre e immobili, ripercorrendo alla fine lo stesso triste percorso che ha condotto all'esplosione della bolla speculativa.&lt;br&gt;
Insomma, sottrarre al sistema economico 20 miliardi (più 6 per la dismissione del demanio) vendendo terre e immobili sembra proprio una sciocchezza, un bel modo per impoverire e rendere ancor più fragile e arretrato il mondo dell'impresa e del lavoro in Italia.&lt;br&gt;
A meno che non si tratti di un disperato tentativo di terapia omeopatica a larga scala, dove la malattia viene combattuta somministrando la stessa tossina che la causa. (a.d.g.)&lt;/i&gt;&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>La città non è un guscio (firmato) vuoto</title>
<author>Fabrizio Bottini</author>
<authorid>5</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18961/</link>
<description>&lt;i&gt;Dai giornali del 6 maggio 2012, cronaca della spettacolare occupazione di un prestigioso grattacielo tenuto vuoto da Ligresti, nel centro direzionale di Milano. &lt;/i&gt;Corriere della Sera, la Repubblica, il manifesto&lt;i&gt; (f.b.)&lt;/i&gt;</description>
<body>&lt;b&gt;&lt;i&gt;Corriere della Sera&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;b&gt; Milano&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;b&gt;Gli artisti del gruppo «Macao» occupano la torre Galfa&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;b&gt;di &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Livia Grossi&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
«Vogliamo restituire ai cittadini la Torre Galfa». Da ieri il primo dei 31 piani del grattacielo tra via Fara e via Galvani, abbandonato da oltre 15 anni (proprietà gruppo Ligresti), diventa la sede di Macao, il nuovo centro per le arti di Milano. A ridargli vita, un gruppo di «lavoratori dell'arte» composto da artisti, critici, grafici, performer, giornalisti, studenti e insegnanti, una compagine compatta unita da un solo obiettivo: «La cultura come bene comune»; la stessa parola d'ordine che ha mosso diverse occupazioni, dal Teatro Valle di Roma, alle Docks di Venezia, al Teatro Garibaldi di Palermo.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
«Un luogo aperto a tutti dove artisti e abitanti del quartiere possono partecipare in prima persona, l'unico modo per far diventare la cultura un soggetto di trasformazione sociale», afferma il collettivo Macao. Laboratori artistici, teatro, musica, film, dj set, ma anche assemblee cittadine (oggi ore 14) e momenti d'incontro con il gruppo San Precario (oggi pomeriggio) e riflessioni collettive sulla formazione in collaborazione con rappresentanti delle università milanesi e incontri sul tema «stereotipi di genere». Un calendario aperto, aggiornato di ora in ora, un lavoro entusiasta anche nelle fasi più difficili. «I lavori di pulizia e di messa in sicurezza sono già iniziati — fanno sapere gli occupanti — come quelli di costruzione del palco che ospiterà performance create ad hoc per lo spazio». Dopo l'inaugurazione di ieri sera con Andrea Labanca e Cassandra Casbah, stasera sono attesi Paolo Bonfanti, i Motus, Walter Leonardi e una special guest a sorpresa.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Ma i contenuti sono più importanti. «Non siamo un sindacato né vogliamo diventarlo», sottolineano i portavoce. «Siamo quella moltitudine di lavoratori precari delle industrie creative tagliati fuori anche dall'attuale riforma del lavoro, tutta concentrata intorno all'articolo 18. Macao è la risposta a una città devastata dalla logica, fare il profitto di pochi per escludere i molti».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;i&gt;Cosa vi aspettate dalla giunta Pisapia?&lt;/i&gt;&lt;br&gt;
&lt;i&gt;&lt;/i&gt;«Il nostro interlocutore non è il Comune, è la cittadinanza» rispondono, «Macao vuole essere un ambiente diverso, né luogo istituzionale né privato, un luogo gestito dai cittadini. Boeri ieri, di passaggio alla torre, ha fatto trapelare possibili soluzioni, vedremo».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;i&gt;Quali sono i rapporti con la proprietà?&lt;/i&gt;&lt;i&gt;&lt;/i&gt;«Nessuno. Per ora sappiamo che la Torre è sotto tutela dei Beni culturali, dopo essere stata la sede della Banca Popolare di Milano, il palazzo è stato venduto all'Immobiliare lombarda del Gruppo Ligresti. Dopo la bonifica per l'amianto del 2008, i lavori di ristrutturazione sarebbero dovuti partire l'anno scorso, ma la torre è tuttora vuota e senza lavori in corso. Sappiamo che c'è un curatore fallimentare che sta gestendo i rapporti con i creditori», concludono i manifestanti.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;b&gt;&lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;b&gt; Milano&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;b&gt;L’arte invade i 31 piani della torre Galfa&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;b&gt;di Alessandra Corica&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Grattacielo occupato: ieri mattina i Lavoratori dell’Arte hanno invaso i 31 piani della Torre Galfa, il grattacielo di proprietà del gruppo Ligresti alle spalle della Centrale, abbandonato da anni. Scopo: realizzare Macao, un centro per l’arte e la cultura, in cui tutti i cittadini possano andare e partecipare attivamente. «In Italia si investe poco sulla cultura», spiegano gli occupanti. Il Comune mette dei paletti:« Gli spazi vuoti a Milano ci sono, stiamo studiando come utilizzarli. Ma il no alle occupazioni abusive è netto».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
L’arte all’attacco dei grattacieli. Ieri i protagonisti della scena creativa milanese hanno occupato la torre Galfa, per chiedere «un luogo per la cultura in cui tutti possano partecipare e sentirsi protagonisti». Sono i Lavoratori dell’Arte, il collettivo di artisti che già a dicembre aveva occupato il Pac per chiedere luoghi per la creatività a Milano. Ieri hanno preso di mira il grattacielo alle spalle della Centrale. Scopo: dare vita a Macao, «un nuovo centro per le arti, un esperimento di costruzione dal basso di uno spazio dove produrre arte e cultura». Tra gli occupanti, anche i lavoratori del teatro Valle di Roma (in autogestione dal giugno 2011), quelli del teatro Coppola di Catania, del Garibaldi di Palermo, del Sale Docks di Venezia e dell’Asilo della creatività di Napoli. Tutti all’insegna della stessa frase, scritta su uno striscione di 50 metri che da ieri campeggia sull’edificio: «Si potrebbe anche pensare di volare».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
L’arte tra fili elettrici, pavimenti divelti e spazzatura. Perché la torre (che sorge tra le vie Galvani e Fara, da cui il nome Galfa) è uno scheletro di vetro e acciaio, «abbandonato da quasi 15 anni», dicono gli occupanti. Che sono danzatori, artisti, attori e creativi di tutte le età, accomunati dalla stessa condizione: la precarietà. «In Italia si investe poco sulla cultura - dice Camilla, frangetta bionda e fisico esile - abbiamo deciso di occupare per rivolgerci non alle autorità, ma alla cittadinanza: vogliamo creare uno spazio autogestito in cui realizzare laboratori, spettacoli e performance». Grattacielo occupato a oltranza, insomma. Dalle 10 di ieri, quando in 150 (nel pomeriggio sono diventati una cinquantina) sono entrati e hanno riempito il primo piano del palazzo, progettato dall’architetto Melchiorre Bega nel 1956. Un edificio avveniristico di 31 piani per 109 metri, annoverato tra i beni culturali della Lombardia. Ma da anni in rovina: costruito per la società Sarom, fu poi acquistato dalla Bpm, che per 30 anni ne fece la sua sede centrale.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Abbandonato dalla metà degli anni ‘90, nel 2006 è stato comprato dalla Fonsai di Ligresti, che lo ha fatto bonificare dall’amianto due anni dopo. Da allora, è in attesa di ristrutturazione. «Abbiamo scelto questo luogo - spiega Andrea, un altro degli occupanti - perché simbolo di una società basata solo su economia e profitto. È per superare questo pensiero che vogliamo costruire Macao. Sarà un centro per l’arte, all’insegna della partecipazione dal basso». In programma ci sono concerti, spettacoli serali e dj set notturni. Un’occupazione a cui Palazzo Marino guarda con preoccupazione «per lo stato dell’edificio». Ieri pomeriggio l’assessore alla Cultura Stefano Boeri ha fatto visita agli artisti. «Ne condivido le idee, ma non l’azione - spiega Boeri - visto che si tratta di un’occupazione abusiva. A Milano ci sono molti spazi vuoti che potrebbero essere una risorsa per le imprese creative: stiamo studiando come fare. Il modello è quello di città come Londra o Berlino, dove gli edifici abbandonati, anche privati, possono essere affidati agli artisti, con la vigilanza delle amministrazioni».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;b&gt;&lt;i&gt;il manifesto&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;b&gt;&lt;i&gt;&lt;/i&gt;L’arte di occupare un grattacielo non dispiace a Boeri&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;b&gt;di Luca Fazio&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Esagerati. L’esperimento di costruzione sarà pure partito dal basso, però è forte la tentazione di volare altissimo. Dal 32esimo piano di questo grattacielo occupato gira quasi la testa. Si vede tutta Milano. Bello, anche sotto il primo monsone di maggio. Di fronte svetta «il nuovo» che avanza – lo scempio, oppure un gioiello, è questione di punti di vista: il palazzo di Formigoni, di fianco la pancia di un grattacielo a spirale che punta ancora più in alto (160 m.) e nemmeno troppo all’orizzonte - guarda che combinazione - «il bosco verticale» progettato dall’architetto Stefano Boeri, l’assessore alla cultura del comune di Milano.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Da quassù tira aria di immaginario metropolitano che sta precipitando nel futuro, tutto sta a ridisegnarlo ad immagine e somiglianza di chi la città sempre la subisce senza avere mai la possibilità di costruirsela al di fuori di logiche speculative. Questa è la scommessa delle ragazze e dei ragazzi di Macao, metterci le mani (e anche la faccia) per trasformare la retorica piena di insidie dei beni comuni in «pratiche reali». C’è qualcosa di più folle dell’occupazione di un grattacielo? No, eppure, dopo un anno di Pisapia, veniva quasi spontaneo chiedersi come mai nessuno aveva ancora osato tanto.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Adesso bisogna continuare a ragionare, confrontarsi, discutere, magari anche litigare e prendere la cazzuola. Il grattacielo è malconcio.Ma gli spazi, per ora due piani, sono enormi. Luminosi. Pieni di persone che già fanno e disfano confrontandosi anche solo per darsi il «cinque». Sì, è una figata. Intanto, chi sono. Una parola non basta, in rozza sintesi: sono il Teatro Valle di casa nostra.Maè poco. E nemmeno «giovani» funziona più. Loro dicono che Macao diventerà «il nuovo centro per le arti e la ricerca di Milano », da restituire ai cittadini. Cultura, roba che non si mangia e soprattutto non dà da mangiare - ecco allora spunta la richiesta di unwelfare che garantisca il futuro anche dei lavoratori delle arti applicate o anche solo sognate.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Ma loro chi? Sono artisti (definizione piuttosto scivolosa), curatori, critici, guardia sala, grafici, performer, attori, danzatori, musicisti, scrittori, giornalisti, insegnanti d’arte, ricercatori, studenti, insomma la parte più vivace sfruttata e precaria di questa città che è pur sempre la capitale del terziario avanzato. Ribelli, almeno nelle intenzioni: «Siamo il cuore pulsante dell’economia del futuro, e non intendiamo continuare ad assecondare meccanismi di mancata redistribuzione e di sfruttamento». E questo proposito, tra un suicidio e l’altro, basterebbe come premessa per progettare la rivoluzione.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Da dove cominciare è la questione più controversa, e di questo sono chiamati a ragionare artisti, intellettuali (speriamo anche no), esperti del diritto (speriamo anche di storia o genetica) e attivisti vari. Insomma, cittadini. Ma se lo tengono il grattacielo? Una volta si sarebbe detto: ma quando li sgomberano? L’assessore Stefano Boeri ha l’aria di essere troppo intelligente per non saper gestire una situazione di questo genere, forse è un’occasione da non sprecare, anche per lui e per Milano. Ha detto questo: «Siccome rappresento una istituzione, non posso condividere il metodo dell’occupazione, ma...».&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
E in quel ma, c’è qualcosa che da queste parti non siamo ancora abituati a sentire: «Le questioni che sollevano gli occupanti sono importanti, a Milano esiste il problema dei troppi spazi inutilizzati per imprese di tipo creativo. Mi auguro che questa esperienza venga formalizzata attraverso forme legali di riutilizzo temporaneo degli spazi, come già accade in città come Berlino. Con un gruppo del Politecnico stiamo lavorando in questa direzione».&lt;br&gt;
Come toccare il grattacielo con un dito (poi tocchiamo ferro).&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>C´era una volta il Paese dei sindaci</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18963/</link>
<description>&lt;i&gt;Interessante analisi, oscura conclusione.  &lt;/i&gt;La Repubblica&lt;i&gt;, 6 maggio 2012 &lt;/i&gt;</description>
<body>Oggi sono chiamati a votare oltre 9 milioni di elettori, intorno al 20% del totale. Per eleggere i sindaci di quasi mille comuni, di cui 157 sopra i 15 mila abitanti, compresi 26 capoluoghi di provincia. Potrebbe apparire una consultazione minore. Ma in Italia nessuna elezione lo è.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Perché tutte le elezioni - e soprattutto quelle comunali - servono a cogliere e a dare segnali circa il cambiamento sociale e politico. Una considerazione tanto più vera per questa scadenza. La prima consultazione dopo vent´anni di berlusconismo. Mentre il sistema partitico e il rapporto tra politica e società appaiono logori. Marcati da fratture molteplici. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Da questo appuntamento elettorale ci attendiamo indicazioni su quattro diverse questioni. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
1. La prima fa riferimento alla tradizionale divisione tra partiti e schieramenti, emersa nella Seconda Repubblica. Centrodestra e centrosinistra, con il Centro, a sua volta, oscillante fra i due poli. All´elezione del 2007, quando vennero eletti gran parte dei sindaci e dei consigli oggi in scadenza, il centrosinistra subì un pesante arretramento. Nei comuni (superiori a 15 mila abitanti) dove si votava allora, governava in 80 comuni, venti più del centrodestra. Oggi, nell´Italia al voto, il rapporto è rovesciato. Il centrodestra amministra 95 comuni (di cui 12 leghisti), il centrosinistra 53. Da qui in poi, faccio riferimento ai dati dell´Osservatorio Elettorale LaPolis-Demos. ll risultato del 2007 annunciò - e accelerò - il profondo mutamento del clima d´opinione, che avrebbe condotto al governo Berlusconi e la Lega, un anno dopo. Non a caso, dopo quelle amministrative, sorge il Pd di Veltroni. Il progetto del partito unico o, comunque, dominante, del centrosinistra. Imitato dal Pdl di Berlusconi, a centrodestra.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Quella stagione è finita. Da un lato, il centrodestra non è più maggioranza. Lo dicono i sondaggi. Ma, soprattutto, lo hanno dimostrato le elezioni amministrative di un anno fa. Quando il centrosinistra ha vinto nelle principali città dove si è votato. Fra le altre: Milano, Napoli e Cagliari. Dove sono stati eletti sindaci espressi da forze diverse dal Pd. Da ciò la spinta, moltiplicata dai referendum, che ha contribuito alla crisi della maggioranza di centrodestra e alla caduta del governo Berlusconi. Alla fine del berlusconismo, in altri termini. E alla conseguente debolezza del Pdl ma anche del Pd. Incapaci di imporsi come soggetti dominanti dei due schieramenti. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
2. Oggi, peraltro, insieme ai principali partiti, anche le alleanze di prima sono divenute fragili. Scardinate dal &quot;montismo&quot;, che ha gestito il post-berlusconismo. Sostenuto da una maggioranza di governo che associa i tradizionali oppositori, Pd e Pdl, insieme al Terzo polo. Mentre gli alleati di prima oggi stanno all´opposizione. Ciò si riflette sulle coalizioni che si presentano nei comuni. Ma solo in parte. La Lega, coerentemente con l´attuale (op)posizione, si presenta da sola quasi dovunque. Ma gli esempi di &quot;Grande coalizione&quot; sono solo un paio. Mentre il Pdl appare disorientato. Si presenta da solo, talora insieme all´Udc. Spesso diviso in diverse liste. L´Udc stessa, peraltro, si presenta autonomamente in circa 70 Comuni, mentre nei rimanenti si divide equamente fra il Pd o il Pdl. Il Pd, in circa 90 Comuni, riunisce tutte le forze di centrosinistra nella stessa coalizione - allargata in 20 casi all´Udc. Ma in molti Comuni si presenta diviso da almeno uno degli altri partiti di sinistra. Come a Palermo. Ma in altri 20 Comuni è alleato all´Udc, in competizione con Sel e/o l´Idv. Questa consultazione diventa, quindi, un´occasione per testare la tenuta dei partiti, ma anche delle coalizioni prevalenti. O, forse, per avere conferma della frammentazione partitica e della scomposizione delle alleanze, in atto. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
3. La terza questione riguarda la frattura fra partiti e società, riassunta, un po´ semplicisticamente, nella formula dell´antipolitica. È sottolineata dal moltiplicarsi delle &quot;liste civiche&quot;, utilizzate, spesso, per mascherare i partiti, oltre che per proporre formazioni effettivamente autonome e locali. Non-partitiche. Nei Comuni con oltre 15 mila abitanti al voto, infatti, si presentano 2.636 liste - in media, quasi 17 per Comune - e 991 candidati sindaci - oltre sei per Comune. In queste elezioni amministrative scende in campo anche il Movimento 5 Stelle, di Beppe Grillo. Soggetto politico che ha coltivato la protesta antipartitica. Accreditato, dai sondaggi, di un grande risultato, si presenta in poco meno della metà dei Comuni maggiori e in 20 dei 26 capoluoghi. Quasi dovunque corre da solo. Contro tutti.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Ma questa consultazione costituisce una verifica particolarmente importante anche per la Lega. Esprime i sindaci di 12 Comuni con oltre 15 mila abitanti - di molti altri più piccoli - tra quelli dove si vota. Era il principale imprenditore politico del malessere contro lo Stato centrale e contro il sistema dei partiti. Fino a ieri. Occorrerà verificare se gli scandali e le divisioni interne degli ultimi mesi ne abbiano intaccato la credibilità e il radicamento.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
4. L´ultima questione riguarda i protagonisti della consultazione. I sindaci. Quasi vent´anni fa, nel 1993, la legge sull´elezione diretta li rese artefici della stagione seguente alla caduta della Prima Repubblica. Interpreti della domanda di autonomia del territorio e della società. Capaci di compensare il crollo di legittimità dello Stato e del sistema politica presso i cittadini. Vent´anni dopo, però, essi si ritrovano soli. Perlopiù sopportati - quanto poco &quot;supportati&quot; - dai partiti. Che li hanno sempre considerati un ostacolo alle proprie logiche oligarchiche e centraliste. I sindaci. Dagli anni Novanta in poi, hanno rivendicato e ottenuto competenze e responsabilità. Ma dispongono di risorse scarse e di poteri inadeguati. Oltre che in costante declino. Berlusconi e la Lega, negli ultimi dieci anni, hanno esibito un &quot;federalismo a parole&quot;. Il governo tecnico, legittimato - e spinto - dall´emergenza e dai mercati, non finge neppure di valorizzare il ruolo delle autonomie locali e dei sindaci. Ai quali viene, invece, chiesto di trasformarsi da &quot;attori&quot; a &quot;esattori&quot;. Ammortizzatori del dissenso. Addetti a riscuotere tasse impopolari - e a ricucire il rapporto con la società - per conto terzi. Con l´esito di vedersi delegittimati: dallo Stato e dai cittadini.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Da ciò il duplice rischio. Che questa elezione non indichi solo una svolta politica o antipolitica. Ma segni - anche e soprattutto - la fine della &quot;Repubblica dei Sindaci&quot;.&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>&amp;quot;L'urbanistica contrattata&amp;#8232;ha fatto scempi&amp;quot;</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18960/</link>
<description>&lt;i&gt;A Firenze, Castello, uno dei primi episodi di Tangentopoli è un luogo ancora sotto la lente della magistratura. &lt;/i&gt;La Repubblica&lt;i&gt; Firenze.it, 5 maggio 2012 &lt;/i&gt;</description>
<body>&lt;i&gt;&lt;b&gt; La replica del pm Giuseppina Mione al processo sulla urbanizzazione dell’area di Castello, nel quale sono imputati per corruzione, fra gli altri, gli ex assessori Pd Gianni Biagi e Graziano Cioni e il costruttore Salvatore Ligresti, patron di Fondiaria Sai, proprietaria dei terreni&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Gli scempi compiuti in nome dell’urbanistica contrattata e la lottizzazione politica degli incarichi sono stati i temi più sottolineati nella replica del pm Giuseppina Mione al processo sulla urbanizzazione dell’area di Castello, nel quale sono imputati per corruzione, fra gli altri, gli ex assessori Pd Gianni Biagi e Graziano Cioni e il costruttore Salvatore Ligresti, patron di Fondiaria Sai, proprietaria dei terreni. Il processo si avvia alla conclusione. Altre due udienze di maggio saranno riservate alle repliche dei difensori. Il tribunale tornerà a riunirsi in aula bunker il 29 giugno e per quel giorno è prevista la sentenza.&lt;br&gt;
&quot;L’urbanistica contrattata ha rappresentato per i difensori un tema salvifico. Ci si sono gettati a capofitto&quot;, ha osservato il pm Mione. Molti avvocati hanno sostenuto che le norme urbanistiche non escludono e in alcuni casi prevedono convenzioni fra pubblico e privato. &quot;Si è criticato aspramente il pm per la sfiducia negli accordi fra privati e pubblica amministrazione&quot;, ha replicato Giuseppina Mione: &quot;Eh sì —ha aggiunto con una punta di ironia venata di amarezza — perché notoriamente la pubblica amministrazione italiana è forte, è un interlocutore capace di garantire l’interesse pubblico e di sottrarsi alle lusinghe corruttive. Noi siamo stati invitati a studiare il diritto amministrativo. Ed è giusto. Noi invitiamo i difensori a leggere i numerosi testi che documentano gli scempi compiuti in nome dell’urbanistica&lt;br&gt;
 &lt;br&gt;
contrattata. E chiediamo se per caso essa autorizzi i pubblici amministratori a scostarsi dal ruolo ad essi affidato dalla Costituzione, che è quello di rappresentare e difendere l’interesse pubblico. In questa vicenda urbanistica l’interesse pubblico è stato la stella polare per gli amministratori? La risposta per il pm è no. I difensori sostengono che l’assessore Biagi voleva una cosa bella, voleva che in quell’area sorgesse un mix di funzioni. In realtà ha fatto esattamente il contrario. Ha favorito il rilascio di permessi per la realizzazione di case e centri commerciali, quando ancora non si sapeva se Regione e Provincia si sarebbero spostate in quell’area, né se sarebbe sorto il parco, né se la convenzione sarebbe stata buttata all’aria in forza di accordi che si proponevano di portare a Castello un indotto del tutto nuovo: la cittadella dello sport. Per volontà dell’assessore Biagi sono stati rilasciati permessi al gruppo Ligresti che hanno aumentato a dismisura il valore dell’area. Questa non è urbanistica contrattata, è interesse pubblico svenduto&quot;. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Riguardo agli incarichi professionali agli architetti Vittorio Savi e Marco Casamonti, per un importo complessivo a carico di Fondiaria Sai di circa tre milioni di euro, il pm ha sostenuto che &quot;nessuna norma può rendere lecita la nomina occulta di professionisti voluti da un assessore a spese del privato&quot;. E ricordando che i nomi dell’assessore Biagi e degli architetti Savi, Casamonti e Natalini (altro professionista indicato a Fondiaria) figurano nella lista degli aderenti al Partito democratico, ha parlato di &quot;rapporto collusivo intessuto da Biagi con professionisti che quanto meno erano a lui vicini politicamente&quot;. Per concludere con una stoccata: &quot;I difensori non hanno mai sentito parlare di lottizzazione politica, di incarichi pilotati?&quot;.&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Dagli inglesi al gabibbo. Ad Alassio striscia l’edilizia, ma Ricci ha salvato villa Hambury</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18959/</link>
<description>&lt;i&gt;«Per combattere le battaglie, ci vuole anche qualche vittoria».&lt;/i&gt;Il Fatto Quotidiano&lt;i&gt;, 5 maggio 2012 &lt;/i&gt;</description>
<body>“Il sentiero”. Si chiama così una delle tele che Carlo Levi – sì, lo scrittore di Cristo si è fermato a Eboli era anche un pittore di razza – ha dipinto sulle alture di Alassio. In cinquanta centimetri per sessanta ci sono la luce, la vegetazione, la bellezza della Liguria degli anni Cinquanta. Oggi, chissà, Levi camminando sulla stessa collina potrebbe dipingere un quadro titolato “Il cantiere”. Per anni è stato un assalto incessante di ruspe e gru. Ovunque. L’ultimo: il progetto di Punta Murena, proprio di fronte al paradiso naturalistico dell’Isola Gallinara.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
“Ma per combattere le battaglie, ci vuole anche qualche vittoria. C’è bisogno ogni tanto di una buona notizia”, sorride Antonio Ricci, alassino, un passato da professore, un presente da padre di “Striscia la notizia”.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Eccola, allora: Villa La Pergola con il suo straordinario parco riapre al pubblico. È una novità importante, ma è anche e soprattutto un segnale per chi in Liguria si batte contro la cementificazione e da anni deve registrare tante sconfitte. Invece oggi (dalle 15.30 alle 18) e domani (dalle 10 alle 18) i cancelli della famosa villa saranno aperti con la collaborazione del Fai (Fondo per l’Ambiente Italiano). “Quaranta studenti di licei classici e scientifici, di istituti agrari e alberghieri faranno da guida nel parco”, racconta Ricci. È proprio lui che ha messo insieme la cordata improvvisata che ha acquistato la Pergola e il Pergolino: “Mi sono gasato e ho deciso di provare. Senza pensarci e senza ascoltare gli avvertimenti di mia moglie”, aveva raccontato Ricci nel 2006. Certo, un’impresa un po’ “folle”: comprare due ville costruite dagli inglesi alla fine dell’Ottocento con lo splendido parco (forse il vero tesoro), metterle a posto, mantenerle. Ma la posta in gioco è grossa: sul Pergolino avevano messo gli occhi immobiliaristi, per occupare definitivamente la collina di Alassio.&lt;br&gt;
Ma non sarà così facile, adesso: “Abbiamo salvato la villa e chiuso la strada che avrebbe portato alla conquista della collina”, spiega Ricci. Che ha mantenuto la promessa fatta anni fa: “La Pergola sarà aperta ai ragazzi”.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Una storia che è diventata anche un libro : Un sogno inglese in Riviera, le stagioni di villa della Pergola (a cura di Alessandro Bartoli, Mondadori Electa). Dalle memorie vittoriane di aristocratici e scrittori inglesi nella Riviera Ligure al recupero della villa. Dal generale McMurdo, dal cugino di Virginia Woolf, Walter Dalrymple, dalla famiglia Hanbury fino al padre del Gabibbo. Che ha vinto un’altra battaglia, quella contro i grattacieli di Albenga. La cittadina che sognava di diventare una specie di Manhattan della Riviera.&lt;br&gt;
Ma le vittorie si contano sulle dita di una mano, in una cittadina, in una regione che somiglia sempre più a quella descritta da Italo Calvino nella Speculazione edilizia. Le colate di cemento, gli appetiti che suscitano tra imprenditori, politici e cittadini sono gli stessi degli anni Cinquanta. La Liguria, però, non è in grado di reggere un’altra rapallizzazione, con progetti che ogni giorno sorgono con il placet di centro-destra e centrosinistra.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Alassio da anni è uno dei campi di battaglia. La collina di Carlo Levi, della Pergola, punteggiata da gru. Il sindaco è stato a lungo l’architetto Marco Melgrati (Pdl). Guidava il Comune e firmava progetti guadagnandosi una sfilza di avvisi di garanzia per illeciti urbanistici per poi presentarsi in tribunale con la bandana stile Cavaliere. “Oggi il nuovo sindaco (che poi è Roberto Avogadro, in passato già sindaco con il Carroccio) guida una lista civica composta da ex leghisti, ma anche da assessori del centrosinistra.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Finora hanno dimostrato di voler frenare l’invasione del cemento”, racconta Giovanna Fazio, presidente di Italia Nostra Alassio. Aggiunge: “Il Comune è intervenuto per frenare i progetti di altre villette in collina (alla Madonna delle Grazie) e del megaparcheggio sotterraneo sotto lo storico tennis. Ma resta il progetto di Punta Murena, un promontorio affacciato sull’isola della Gallinara. Un luogo meraviglioso, uno dei più belli e delicati della Liguria”, racconta Fazio. Italia Nostra e il Wwf si sono battuti contro il progetto. Ma sarà dura: il consiglio comunale due anni fa ha approvato la costruzione di appartamenti all’interno della villa e della dependance di Punta Murena. Poi bungalow. I progettisti? “Tra gli altri, l’ex sindaco Melgrati”.&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Le luci e le false nebbie su Tuvixeddu: facciamo un po' di chiarezza</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18958/</link>
<description>&lt;i&gt;Dalla magistratura amministrativa un nuova importante decisione: gli interessi della tutela del paesaggio non devono patteggiare con gli interessi privati. &lt;/i&gt;Tiscali&lt;i&gt; online, 5 maggio 2012 &lt;/i&gt; </description>
<body>Con la sentenza n. 421/2012, pubblicata lo scorso 2 maggio,  il Tar Sardegna ha  respinto il ricorso della società Coimpresa nei confronti del  decreto 8 luglio 2010, n. 81, con cui il Direttore regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Sardegna aveva dichiarato l'immobile denominato &quot;Complesso Minerario Industriale di Tuvixeddu&quot;, di proprietà del Comune di Cagliari e della Nuova Iniziative Coimpresa s.r.l., di interesse culturale, storico e  artistico ai sensi degli articoli 10 e 13 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, con i conseguenti vincoli di tutela previsti da tali norme.&amp;#8232;&amp;#8232;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Come si legge nella sentenza, l’intervento di tutela riguarda i beni mobili e immobili utilizzati, dagli ultimi anni del secolo XIX fino agli anni ’60 del secolo scorso, per l’esercizio di una cava di materiale calcareo, tanto che l’area è stata inquadrata nell’ambito dei “siti di interesse minerario”, ai sensi del D.lgs 22 gennaio 2004 n. 42. Si tratta dell’area del &quot;Catino&quot;, quella del &quot;Canyon&quot;, nonché una vasta “area centrale”, ampiamente interessata da opere di urbanizzazione previste nel piano attuativo dell'accordo di programma del 2000.&amp;#8232;&amp;#8232;Il  nuovo vincolo interessa 12 ettari circa dell'intero compendio e, come ricorda lo stesso Tar, si aggiunge,  e si sovrappone nelle rispettive aree,  al più esteso vincolo paesaggistico (50 ettari)  contenuto nel P.P.R. del 2006.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Il medesimo organo di giustizia amministrativa non ha trascurato di mettere in risalto, nel trattare la complessa questione,  la portata della assai nota sentenza n. 1366 del 26 gennaio 2011 del Consiglio di Stato, che aveva ritenuto legittimo il vincolo di inedificabilità (di natura paesaggistica e non culturale) posto dal Ppr sul complesso delle aree di Tuvumannu - Tuvixeddu, in attesa dell'adeguamento del Puc del comune di Cagliari alle prescrizioni dello stesso atto di pianificazione paesaggistica regionale  (art. 49 norme attuazione del Ppr). &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Sarà bene ricordare che la sentenza del Consiglio di Stato n. 1366/2011 aveva ribaltato, annullandola, la contraria posizione del  Tar Sardegna, espressa con la sentenza del 13 dicembre 2007, n. 224, che aveva invece ritenuto  inapplicabile l'articolo 49 delle norme di attuazione del Ppr, salvaguardando così il piano di Coimpresa e del comune di Cagliari contenuto nell'accordo di programma del 2000. Per sgombrare il campo da equivoci lo stesso Tar si è ora visto costretto a precisare, nella decisione appena pubblicata, che il vincolo paesaggistico del Ppr su Tuvumannu - Tuvixeddu  &quot;essendo stato confermato da una sentenza avente valore di giudicato, è tuttora valido ed efficace&quot;, e ciò pur &quot;dopo che per molti anni le diverse amministrazioni coinvolte avevano avvallato la realizzazione dell’intervento edilizio proposto da Coimpresa&quot;&amp;#8232;&amp;#8232;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Nel negare alla radice &quot;la prevalenza delle aspettative privatistiche formatesi in relazione ai pregressi provvedimenti di contenuto favorevole&quot; sul &quot;persistente interesse pubblico ad una piena tutela dei beni culturali e paesaggistici&quot;, ha afferma inoltre il Tar,  quanto alla tanto declamata supremazia dei diritti edificatori pregressi dei privati (Coimpresa) su quelli generali di tutela del paesaggio in capo alla collettività:&amp;#8232;&amp;#8232;&lt;br&gt;
- che numerose delle opere previste nell'accordo di programma del 2000 &quot;non sono state ad oggi completate e ciò ulteriormente giustifica un intervento di tutela che l’Amministrazione statale basa su di una disposizione normativa - il decreto legislativo n. 42/2004 – che ha innovativamente inserito i “siti minerari” fra le categorie di beni per i quali è possibile procedere ad una valutazione di notevole interesse culturale&quot;;&amp;#8232;&amp;#8232;&lt;br&gt;
- &quot;che l’Amministrazione, pur in presenza di atti che in precedenza hanno radicato interessi privati all’utilizzazione del territorio, resta comunque titolare del potere-dovere di adottare i provvedimenti necessari ad una piena tutela dei beni affidati alle sue cure&quot;;&amp;#8232;&amp;#8232;&lt;br&gt;
- che &quot;come recentemente osservato dal Consiglio di Giustizia Amministrativa della Regione Siciliana (sentenza 10 giugno 2011, n. 418), “la disciplina costituzionale del patrimonio storico e artistico della Nazione (art. 9 Costituzione) erige la sua salvaguardia a valore primario del vigente ordinamento”, tanto che “l’imposizione del vincolo non richiede una ponderazione degli interessi privati con gli interessi pubblici connessi con l'introduzione del regime di tutela, neppure allo scopo di dimostrare che il sacrificio imposto al privato sia stato contenuto nel minimo possibile”.&amp;#8232;&amp;#8232;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Si tratta affermazioni di così ampia portata chiarificatrice, quelle del Tar, tali da indirizzare una potente luce, ove ce ne fosse stato bisogno, sulla questione relativa all'efficacia o meno dell'accordo di programma per Tuvixeddu del settembre del 2000 a fronte dell'intervenuta sentenza n. 1366/2011 del Consiglio di Stato. Che quell'accordo fosse divenuto inefficace con l'entrata in vigore del Ppr della Regione nel settembre del 2006, pareva chiaro dalla lettura della citata sentenza n. 1366 del 2011. Ma una strana nebbia aveva d'un tratto avvolto l'intera questione.&amp;#8232;&amp;#8232;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
C'erano infatti  coloro - dai giornalisti bloggers poco propensi agli approfondimenti  necessari agli studiosi di diritto a loro dire imparziali sino ai politici disinteressati a cui (a tutti loro) mi sia consentito dare comunque il beneficio della buona fede - che anche dopo quella sentenza avevano continuato a ritenere che nulla fosse mutato, ritenendo l'accordo di programma del 2000 ancora efficace a norma dell'articolo 15 delle norme di attuazione del Ppr, che faceva salvi gli interventi previsti in strumenti urbanistici attuativi approvati mediante convenzione di lottizzazione efficace prima dell'entrata in vigore dello stesso Ppr. &amp;#8232;&amp;#8232;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Alcuni di essi avevano anche citato, a sostegno delle loro disquisizioni,  le sentenze del Tar Sardegna n. 541 e 542 del 20 aprile 2009, che avevano fatto salvo l'accordo di programma del 2000 proprio attraverso articolo 15 delle norme di attuazione del Ppr. Ignoravano però, e spero che di ignoranza si tratti,  che entrambe le sentenze del Tar Sardegna erano state successivamente annullate dal Consiglio di Stato (sentenze n. 538/2010 e n. 1491/2010) che aveva invece  ritenuto prevalenti &quot;le prescrizioni introdotte dal Ppr per il corrispondente ambito di paesaggio&quot;. &amp;#8232;&amp;#8232;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Resta ovviamente aperta - e il Tar lo sottolinea - la questione della copianificazione (Regione, Comune di Cagliari, Sovrintendenza beni culturali e paesaggistici) relativa al sito, previa &quot;valutazione, coordinata e complessiva, delle soluzioni allo stato concretamente adottabili&quot;. E qui il Tar cita ancora la sentenza n. 1366/2001 del Consiglio di Stato secondo cui “la regolamentazione definitiva dell’area è rinviata ad un’intesa tra Comune e Regione, fermo che all’interno dell’area individuata è prevista una zona di tutela integrale, dove non è consentito alcun intervento di modificazione dello stato dei luoghi, e una fascia di tutela condizionata&quot;.&amp;#8232;&amp;#8232;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
A parte il PAI (piano di assetto idrogeologico) approvato dalla Regione nel 2006,  che già da solo aveva reso  inedificabile il 40 per cento circa delle volumetrie del piano di Coimpresa, pur nell'imbarazzante e perdurante silenzio dell'allora sindaco Emilio Floris, della sua giunta e dei dirigenti comunali che avevano fatto finta, da prima,  di ignorare i vincoli di inedificabilità del Pai e, successivamente, messo in essere la pantomima  della rinuncia da parte di Coimpresa a costruire laddove comunque non avrebbe potuto farlo, con tanto di delibere di giunta e del consiglio comunale in scadenza ad accogliere  i desiderata della società costruttrice divenuta d'un tratto rispettosa delle aree paesaggisticamente più delicate.&amp;#8232;&amp;#8232;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
I  pronunciamenti giurisprudenziali del C. di Stato ed ora del Tar dovrebbero rendere meno arduo, nella definizione degli atti di tutela  del sito Tuvumannu-Tuvixeddu,  il compito del comune di Cagliari e del suo sindaco Massimo Zedda, al quale va dato atto, nella vicenda dell'apposizione del vincolo minerario, di aver rinunciato al giudizio davanti al Tar revocando la costituzione in giudizio del 26 novembre 2010,  contro gli atti del Sovrintendente Tola,  decisa dal suo predecessore Emilio Floris. Un importante atto politico che ci aiuta a sperare nell'azione di tutela e valorizzazione, non solo nell'interesse della città di Cagliari, dell'importante compendio. &amp;#8232;&lt;br&gt;
</body>
</item>
<item>
<title>Diossina, specchio d’Italia</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18957/</link>
<description>&lt;i&gt;La logica del sistema della “crescita”: anche i sottoprodotti sono veleni, ma si nascondono sotto il tappeto. &lt;/i&gt;Il Fatto Quotidiano&lt;i&gt;, 5 maggio 2012&lt;/i&gt;</description>
<body>“Questo libro inconsueto, anzi unico nell’orizzonte italiano, è tante cose insieme: un romanzo di formazione, il reportage di un’indagine minuziosa, la denuncia di un delitto, un manifesto di legalità e di passione civile”. Si apre con queste parole l’introduzione di Salvatore Settis al volume di Paolo Rabbitti appena arrivato in libreria (&lt;i&gt;Diossina. La verità nascosta. Un supertecnico indipendente indaga su Seveso e la sua eredità di bugie&lt;/i&gt;, Feltrinelli, 16 euro). La prima cosa inconsueta è proprio la presenza di uno scritto dell’archeologo e storico dell’arte in un libro-inchiesta dedicato alle vicende dei bidoni della super-diossina di Seveso .&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Ma se, come è capitato a me, aveste visto Settis e Rabitti insieme sulla terrazza della martoriata reggia di Carditello, in Campania, avreste capito che i nessi sono profondi.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Lo storico dell’arte guidava l’ingegnere alla scoperta della devastazione del monumento artistico spogliato dalla camorra e dalla resa della tutela pubblica, l’ingegnere spiegava allo storico dell’arte come le discariche che circondano la reggia stiano inquinando la falda e minando per decenni l’ambiente e la salute dei cittadini. Due facce della stessa medaglia, come ricorda Settis in un altro passo dell’introduzione: “Nel testo della Costituzione, pur così meditato, la parola ‘ambiente’ manca del tutto, poiché la cultura ambientalistica non si era ancora formata: eppure la Corte costituzionale, quando si trovò a dover dirimere conflitti di natura ambientale, seppe rinvenire la nozione giuridica di tutela dell’ambiente come ‘valore primario e assoluto’, e lo fece con un sapiente lavoro interpretativo, che combinava l’art. 9 (la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione’) con l’art. 32, dove la tutela della salute dei cittadini è vista ‘come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività’. Paesaggio e salute concorrono dunque, in Italia , a formare la nozione costituzionale di ambiente e a darle, nell’interesse dei cittadini, un altissimo rilievo”.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Il libro si apre con la morte di Sandrina, ex mondina e staffetta partigiana portata via, nel 1995, da un sarcoma alle parti molli. Il suo medico, Gloria, è preoccupata: a Mantova ci “sono dei condomìni in cui in ogni appartamento c’è un caso di tumore”. È allora che suo marito le dice: “Voglio capire perché ci sono tanti tumori strani vicino alla zona industriale”. E il marito di Gloria è Paolo Rabitti, che da allora si getta a capofitto in un’inchiesta durissima, fatta di ricerca scientifica, articoli di giornale, esposti alle procure, scontri legali.&lt;br&gt;
Una battaglia in cui solo una cosa è più grande dell’indignazione e dell’impegno civile: la competenza. Ed è proprio quella a fare la differenza: in quasi 300 pagine, che si leggono d’un fiato, Rabitti riesce a dimostrare ciò che un anziano ex operaio della Montedison confesserà pubblicamente al sindaco di Mantova nel 2002: “Caro sindaco, prima di morire devo dirlo a qualcuno: nell’inceneritore abbiamo smaltito la roba di Seveso”. Ecco perché le malattie che a Mantova polverizzano ogni media statistica sono quelle tipiche della diossina, ecco perché i pioppi del giardino di Rabitti sono esattamente come quelli di Seveso “con la chioma metà ingiallita e metà verde… Solo che i miei pioppi non crescevano al confine della fabbrica, ma a un paio di chilometri. Una ricaduta a questa distanza è tipica delle emissioni da un camino alto e con elevata velocità dei fumi in uscita, come quello di un inceneritore”.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Ma c’è una cosa che è ancora più sconvolgente della scoperta stessa, ed è che a ostacolare ferocemente ogni passo di questa coraggiosa ricerca della verità sono le istituzioni, infedeli, di un paese democratico: le Asl, le università, i poteri pubblici locali.&lt;br&gt;
Giuseppe Dossetti avrebbe voluto che uno degli articoli della Costituzione recitasse così: “La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione è diritto e dovere di ogni cittadino”. Ecco, il libro del cittadino Paolo Rabitti è la più puntuale, coraggiosa e lucida attuazione di quell’articolo che non c’è: ed è uno strumento davvero prezioso per costruire un’Italia che non c’è.&lt;br&gt;
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<title>Il clima cambia perché è vanesio?</title>
<author>Fabrizio Bottini</author>
<authorid>5</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18956/</link>
<description>&lt;i&gt;L’ultradestro Heritage Institute apre la sua personale “Conferenza Climatica” a Chicago con una campagna demenziale: a chi si rivolgeranno mai?&lt;/i&gt;</description>
<body>Avete presente quelle convinzioni locali un po’ cretine, secondo cui gli abitanti della tal frazione, o cascina, o quartiere, sono in quanto tali dei poco di buono? Che le vicende sventurate di tanti bravi giovani dipendano tutte dall’essersi accompagnato, sposato, associato, a gente che aveva il solo torto di aver la residenza in quel posto? Stupidaggini pure, o proprio ad essere gentili generalizzazioni indebite. Ma succede.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Ecco, adesso qualcosa di molto simile sta per succedere in una di quelle campagne sul cambiamento climatico molto amate da certa destra americana, del genere foraggiato da petrolieri e affini. Quelle che si attaccano ovunque, anche alle menzogne più rozze e spudorate, per sostenere tesi creazioniste, suprematiste e compagnia bella. Ultimamente si sono inventati questa: ci sono fior di socialisti, comunisti, terroristi, islamisti nel mondo, che credono al cambiamento climatico, ergo il cambiamento climatico è una convinzione sbagliata, tanto quanto le loro idee.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;


&lt;!-- &lt;br clear=&quot;all&quot;&gt; --&gt;
&lt;table width=&quot;150&quot; align=&quot;right&quot; border=&quot;0&quot; cellspacing=&quot;0&quot; cellpadding=&quot;4&quot;&gt;
&lt;tr&gt;
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   &lt;img src=&quot;/ezimagecatalogue/catalogue/variations/7845-150x150.jpg&quot; border=&quot;0&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;55&quot; alt=&quot;&quot; /&gt;
   &lt;/a&gt;   
   
   
&lt;/td&gt;
&lt;/tr&gt;

&lt;/table&gt;Sembra una stupidaggine, e lo è. Però loro ci hanno basato sopra una campagna pubblicitaria abbastanza costosa, che ha cominciato a riempire una città di giganteschi cartelloni, come quello dedicato all’Unabomber originario, che recita: IO CREDO AL CAMBIAMENTO CLIMATICO, E TU? Ne seguiranno altri, con Fidel Castro e altri cattivoni che mangiano i bambini. La tesi comunicativa di questi persuasori mica tanto occulti ha davvero dell’incredibile: chi darà mai retta a una sciocchezza del genere? Oppure è il resto del mondo, che non ha capito proprio nulla della genialità di chi ha abbandonato gli studi all’asilo, convinto di aver già imparato abbastanza.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Il resto lo si può naturalmente seguire al loro sito della &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://climateconference.heartland.org/&quot; target=&quot;_blank&quot; &gt;Conferenza sul Clima&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;. Per veri appassionati del trash.&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
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<item>
<title>Censimento, casa, consumo di suolo</title>
<author>Edoardo Salzano</author>
<authorid>2</authorid>
<link>http://eddyburg.it/article/view/18954/</link>
<description>&lt;i&gt;Le approssimazioni giornalistiche che impediscono di leggere la realtà non aiutano a risolvere i problemi e forniscono alibi a chi lavora per aggravarli. Scritto per eddyburg, con &lt;a href=&quot;http://eddyburg.it/article/articleview/18954/1/150#Postilla&quot; target=&quot;&quot; &gt;postilla&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;</description>
<body>Mi sembra che siano esagerati o sbagliati i titoli e i commenti di molti giornali a proposito dei primi dati del censimento 2011 relativi alla produzione edilizia. “L’Italia del cemento”, titola &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, e scrive che «una nuova cementificazione selvaggia ha violentato l’Italia». Non è così almeno per quanto riguarda la costruzione di nuovi alloggi. Anzi. Basta osservare che nel 2011 le nuove abitazioni sono aumentate del 5,8 per cento rispetto al 2001 mentre le famiglie sono aumentate del 12,4 per cento, cioè più del doppio degli alloggi. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
La conseguenza è l’aumento del tasso di occupazione abitativa che passa dall’80,5 per cento del 2001 all’83,1 per cento del 2011. Nell’Italia centrale le abitazioni occupate da residenti raggiungono l’87,8 per cento e nell’Italia Nord-Occidentale l’85,5 per cento. Considera che venti anni fa il tasso di occupazione era in Italia del 79 per cento. Mi pare evidente un certo miglioramento, nel senso che l’innalzamento del tasso di occupazione significa una riduzione dello spreco edilizio. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
D’altra parte, la persistenza, anzi l’aggravamento degli squilibri, è subito confermato dalle 71 mila famiglie (erano 23 mila nel 2001) che vivono in “altri tipi di alloggio” eufemismo per “roulotte-caravan, tenda, camper, baracca, capanna, grotta, garage, cantina, stalla” (definizione dell’Istat). Basta andare appena fuori della periferia storica di Roma per rivedere situazioni che pensavamo cancellate dagli anni del sindaco Petroselli. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
Non traggo nessuna conclusione, ha ragione Michele Serra, le statistiche sono una lingua da tradurre con molta circospezione. Mancano i dati relativi all’edilizia non abitativa e i numeri relativi a non meglio specificati “edifici” non significano nulla. Dovremo approfondire l’analisi per ambiti ristretti, a partire dalle città e dalle aree metropolitane. Ma non possiamo per questo sottrarci ad avviare una riflessione sul tema. Intanto per due ragioni: &lt;br&gt;
- per mettere in guardia dalla prevedibile onda revisionista, non so come chiamarla, di chi coglierà l’occasione della differenza fra l’aumento del numero delle famiglie e il minor aumento del numero degli alloggi prodotti per rilanciare le magnifiche sorti e progressive dell’espansione senza fine e per ripetere che solo il libero mercato edilizio può risolvere il problema. Mi sembra che si debba invece rilanciare l’urgenza di una politica abitativa dai forti connotati sociali, a tutte le scale, dal governo nazionale alle regioni ai comuni, una politica che da circa venti anni è uscita di scena;&lt;br&gt;
- la seconda ragione è che seppure il numero delle abitazioni costruite è minore rispetto a quanto si poteva immaginare, non si è certamente ridotto il consumo del suolo urbanizzato, che anzi negli ultimi anni – come dimostrano tutti i dati di cui disponiamo, anche se parziali e difformi – è aumentato vertiginosamente. Secondo me la spiegazione sta soprattutto nel fatto che la più recente edificazione avviene a bassa, bassissima densità (a Roma si sono costruiti nuovi quartieri con 13 abitanti/ettaro, e nel Mezzogiorno abusivo non si raggiungono i 10 abitanti/ettaro). Non dovunque è così, e anche in proposito sono necessarie analisi approfondite e circostanziate. Ma non si possono fare passi indietro nell’opposizione netta e determinata al consumo del suolo. &lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;i&gt;&lt;b&gt;&lt;a name=&quot;Postilla&quot;&gt;&lt;/a&gt;Postilla&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;
&lt;i&gt;Le analisi imprecise conducono sempre a proposte inadeguate al problema. Così è stato nella fase iniziale del dibattito sul consumo di suolo, quando si sono confusi i dati delle diverse fonti (e si è assunta la riduzione della superficie delle aziende agrarie come la misura dell’aumentato del consumo di suolo) o si è ritenuto che la modernità tecnologica dello strumento di rilevamento (il Corine) garantisse la precisione del dato rilevato. &lt;br&gt;
Una lettura attenta dei dati del censimento può essere l’occasione di aggiornare l’analisi della reale situazione del territorio in relazione ai bisogni che il territorio deve soddisfare. Solo in questo modo si potranno individuare le politiche giuste per raggiungere due obiettivi che devono sempre essere strettamente congiunti: risparmiare la sottrazione del suolo al ciclo biologico, e sodisfare i bisogni reali (socialmente e umanamente utili) che fanno del territorio l’habitat dell’uomo.&lt;br&gt;
Da questo punto di vista mi sembra che anche una prima lettura dei dati del censimento confermi due tesi: &lt;br&gt;
1) L’assenza di una corretta pianificazione urbanistica e territoriale è causa della devastazione del territorio e del crescente disagio dei suoi abitanti. Chi frequenta eddyburg sa che per corretta pianificazione intendiamo quella volta a realizzare la “città dei cittadini” e non quella della rendita. &lt;br&gt;
2) Assumere il mercato come il meccanismo risolutore  (il dominus) della soluzione dei problemi che la condizione urbana deve soddisfare è un errore analogo a quello che compie il medico che cura la malattia ammazzando il malato.&lt;br&gt;
Queste tesi erano ampiamente condivise nei decenni che hanno preceduto i nefasti anni Ottanta. Abbandonarle  e distruggere (o lasciar distruggere) gli strumenti che si erano predisposti per trasformarle in fatti è stato l’errore più grave che la cultura politica e quella urbanistica hanno compiuto.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;
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