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Benvenuti a Superbia
Data di pubblicazione: 25.10.2006

Autore:

Lo sprawl è di destra o di sinistra? La declinazione britannica, con immancabile humour ma notevole serietà sulle questioni ambientali. E rispunta il crociato Bruegmann. Dal Sunday Times, 1 ottobre 2006

Titolo originale: Welcome to Superbia – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini


Dietro i veli fioriti del suburbio, i radicali stanno complottando una rivoluzione. In una villa tardo-vittoriana di Surbiton, Surrey – zona più nota per Tom e Barbara di The Good Life che per l’estremismo politico – le voci alla conferenza di settimana scorsa erano di insurrezione, lotta di classe, cementificazione di altro verde e piacevole territorio britannico.
Esperti del Centre for Suburban Studies dell’universià di Kingston sognavano di cospargere la campagna di case, creando diffuse megacittà e aprendo la via a un’epoca di case a buon mercato per tutti.
“Avremo una città di 150 chilometri di diametro, a comprendere Cambridge e Windsor e Brighton” ha dichiarato James Heartfield, autore di Let’s Build!, libro promosso alla conferenza, che sostiene la fine della divisione fra città e campagna, e la costruzione di cinque milioni di abitazioni nei prossimi dieci anni.
Altri oratori hanno adottato il manifesto radicale: “La quantità di abitazioni prevista è ampiamente inadeguata … facciamo appello al governo perché abolisca l’artificiosa distinzione fra città e campagna … solo con un grande piano di trasformazione generale dell’Inghilterra meridionale potremo edificare la green belt … realizzando abitazioni di elevata qualità, economiche e per tutti”.
É la fanfara della nuova militanza suburbana, che Marcia nel nome delle famiglie di lavoratori strizzate dentro a gabbie di conigli sempre più piccole e costose. I radicali chiedono niente di meno che l’abrogazione delle leggi urbanistiche. L’obiettivo, per come lo vedono loro, è quello di spezzare il laccio che dura da sessant’anni sullo sviluppo urbano.
Anziché costruire sulle aree a destinazione urbana, divorando campi da gioco scolastici e giardini, vogliono che la Gran Bretagna si stenda su prati e valli, con nuove case spaziose e ampi giardini. Vogliono anche costruire grandi quartieri residenziali nei parchi nazionali. Il risultato, sostengono, sarà tanto buono che potrà chiamarsi “ Superbia”.
“Questo paese è costruito per meno del 10%, ma l’89% di noi abita in centri densamente popolati e città dove pressione e prezzi stanno diventando intollerabili,” spiega Heartfield. “Per chi esattamente dovremmo salvarla, la campagna?”.

E non è solo. Think tanks con orientamenti di destra come l’Adam Smith Institute e Policy Exchange hanno criticato il sistema di pianificazione; il secondo ha paragonato il potere pubblico di negare a chiunque una nuova casa nello sprawl suburbano al “dettare quali abiti indossare … e che auto guidare”.
Nick Hubble, a capo del Centre for Suburban Studies, è arrivato a conclusioni simili, che occorre cambiare politica. “É quasi un atto stalinista, dire che si deve abitare in un modo e non nell’altro” dice. “L’insieme di immigrazione e famiglie che desiderano spostarsi in ambienti più spaziosi creerà una pressione tale che gli spazi greenfield dovranno essere edificati. É meglio iniziare a progettarlo ora”.
Si tratta di un’eresia agli occhi delle divinità della progettazione urbana, come l’architetto Lord Rogers, o di associazioni ambientaliste come la Campaign to Protect Rural England (CPRE). I quali temono che una volta scatenato lo sprawl suburbano, non ci sarà più modo di fermarlo. Le città subiranno un decline e la campagna scomparirà. I favorevoli allo sprawl con tendenze di destra accusano questa opposizione di “ipocrisia” e “ingegneria sociale”.
Secondo Robert Bruegmann, professore americano di urbanistica e autore di Sprawl: a Compact History, l’ascesa del suburbio è stata una guerra fra chi ha e chi non ha. Aristocratici e altre élites hanno sempre arginato le masse, e le loro abitazioni, sostiene.
Comodamente sistemati nei loro grandi poderi di campagna, nelle ville suburbane, negli spaziosi appartamenti londinesi, aristocratici e intellettuali scagliano fulmini contro il modo in cui i comuni cittadini annullano le antiche distinzioni fra città e campagna … eliminando consolidate separazioni di classe” scrive nella sua prefazione al libro di Heartfield.
La tradizione degli aristocratici e letterati che scagliano fulmini, è perpetuata nella Gran Bretagna contemporanea da persone come l’architetto Lord Rogers of Riverside.
“L’intero sistema è pensato per proteggere il tipo di quartieri urbani in cui [i sostenitori dell’attuale regime urbanistico] abitano, e le case di campagna in cui passano le vacanze, scaricando pesantemente il problema su altri settori della popolazione”.

Il sistema dell’insediamento suburbano ha messo radici nel periodo tra le due guerre mondiali. Questo boom è stato innescato da “una pianificazione molto permissiva, bassi tassi di interesse e un ceto medio in grande sviluppo”, spiega lo storico Tristram Hunt. “Al posto delle città dense dell’epoca vittoriana è spuntata la confusa e diffusa massa del suburbio. Finanziato prima di tutto dalle campagne pubbliche di “case per gli eroi”, che successivamente hanno trainato i costruttori privati grazie alla forte domanda di abitazioni, il periodo fra le guerre ha visto sorgere quattro milioni di casette”.
É stato lo sprawl a spingere la legge urbanistica del 1947 (Town and Country Planning Act) a controllare l’urbanizzazione. Immediatamente dopo, il governo ha istituito i parchi nazionali. Nel 1955 i Tories hanno introdotto le green belts che circondavano le città e conservavano le superfici agricole.
“Il sistema urbanistico è diventato rigoroso, introducendo la salda convinzione che l’urbano e il rurale dovessero coesistere entro sfere separate” continua Hunt. “Molti ministri del Labour erano appassionati escursionisti e amanti della natura, e anche i Tories continuarono nella conservazione nel 1955 introducendo le green belts.
“Questo era il patto nazionale britannico: le fasce verdi e il sistema di pianificazione urbanistica per salvare la campagna”.
Il risultato è che le green belts hanno circondato le città, e la campagna è stata preservata, ma la costruzione di abitazioni è rallentata a un punto tale che nel 2001 si sono portate a termine meno case che nel 1946. Nel 1966 in Gran Bretagna si costruivano 400.000 abitazioni. Per quest’anno se ne prevede meno della metà. E pure le statistiche del governo mostrano che 500.000 persone abitano case sovraffollate, e 95.000 nuclei familiari vivono in una sistemazione temporanea. Inoltre, la popolazione sta crescendo: secondo una proiezione, entro il 2030 ci saranno altri 6,5 milioni di abitanti in Gran Bretagna.
Sharron Rosling, 29 anni, impiegata postale a Bakewell nel parco nazionale Peak District, conosce sin troppo bene il problema. Insieme al marito Tom e ai due figli piccolo è stata obbligata ad aspettare cinque anni e mezzo per una casa in proprietà condivisa con lo spazio di cui aveva bisogno. “Ci sono troppe famiglie giovani che non hanno un nido, perché non c’è spazio per costruire. Anche se questo significa farlo su qualche zona del parco Peak, devono mettere a disposizione dei terreni” dice la Rosling.
Anche gli agricoltori, a lungo considerati i custodi naturali delle belle terre verdi d’Inghilterra, sono in subbuglio. “Abiamo subito un duplice colpo dal sistema di pianificazione” giudica Michael Duckett, 46 anni, la cui famiglia gestisce un vivaio e una peschiera sui terreni di proprietà a Wedmore, Somerset.
“Vent’anni fa abbiamo diversificato l’attività del vivaio impiantando la pescheria che ha avuto un enorme sviluppo. Così abbiamo deciso di crescere, facendo domanda per dodici chalet in riva al lago, in modo che la clientela potesse fermarsi per la notte. L’ufficio urbanistica ha detto no. Mio fratello ha fatto domanda per il cottage destinato a un lavoratore agricolo, perché potesse stare vicino ai vivai, e anche quella è stata respinta. É tutto sbagliato. La gente di campagna tenta di mantenere qui i posti di lavoro e gli urbanisti non lo consentono”.

I rivoluzionari di Surbiton danno la colpa all’eterna cospirazione elitaria. Heartfield maledice in modo particolare Rogers, la cui urban taskforce auspica la rivitalizzazione delle aree interne delle città, anziché lo sprawl.
“É un ipocrita” sostiene Heartfield. “Li non abita in condizioni di alta densità. Sta in due grosse case georgiane di Chelsea che sono state unificate. Non è un problema per me che lui abiti in una grande casa, ma perché non possiamo vivere tutti, in grandi case?”.
Gli oppositori dello sprawl sostengono di voler semplicemente proteggere ambienti fragili che, una volta toccati, saranno persi per sempre. “Siamo per la vecchia, cara difesa dell’ambiente, per salvare il pianeta”, spiega Nick Schoon, portavoce della CPRE. “Dovremmo tutti abitare in città compatte, vicino al posto di lavoro, con verde e parchi locali, validi trasporti pubblici, che usano molti meno combustibili fossili e fanno molto meglio all’ambiente”.
Rogers sostiene che lo sprawl suburbano minaccia la linfa vitale delle città. “ I centri urbani colpiti dalle rivolte negli anni recenti sono luoghi che hanno subito un significativo esodo dei ceti medi” spiega in un saggio pubblicato dalla Biennale di Architettura di Venezia il mese scorso.
E le crude statistiche sostenute dai rivoluzionari di Surbiton non sono tanto semplici come sembrano. Heartfield e altri dicono che meno del 10% del territorio inglese è urbanizzato, e che la Gran Bretagna è meno densamente edificata di Malta, del Belgio e dell’Olanda.
Non è un quadro completo, spiegano dall’altra parte. La densità di popolazione media nel Regno Unito è di 246 persone al chilometro quadrato; ma nella striscia che va da Dover a Windsor sale fino a 500 persone. In alcune parti di una fascia di cittadine dal Medway in Kent a Bracknell, Berkshire, si arriva a 2.500.

Riusciranno a trovare un accordo, le domande concorrenti delle persone e dell’ambiente? Il numero di case costruite è aumentato, rispetto al minimo del 2001, e il governo ha destinato le aree per una edificazione su larga scala. Si è reso disponibile più territorio: dal 1960 sono stati tolti all’uso agricolo 1,4 milioni di ettari.
Ma si addensano ancora nuove battaglie. “Non possiamo continuare a divorarci la campagna” dice Hunt. “Abitazioni e trasporti sono le principali fonti di emissione di anidride carbonica, e quindi adottare il punto di vista liberista che la green belt è un’imposizione rispetto alla libertà avrà gravi conseguenze ambientali”.
Nel suburbio, gli sprawlers sono tranquillamente fiduciosi di star prendendo il sopravvento. “Non sarà una vittoria a man bassa” giudica Heartfield. “Ma so che l’equilibrio si è spostato nella nostra direzione. La verità è che l’intero sistema sta scricchiolando, e in un modo o nell’altro dovrà cedere”.

Nota: si vedano qui almeno, per i vari testi citati, l'estratto dal rapporto della Urban Task Force, e la opinione del sottoscritto sul libro best-seller di Robert Bruegmann; sul dibattito per la riforma del sistema di pianificazione britannico, molti altri riferimenti in questa stessa cartella " Spazi della Dispersione" (f.b.)

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