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Le portaerei del consumismo
Data di pubblicazione: 24.05.2006

Autore:

Un punto di vista critico, per niente scontato e soprattutto "interno", sull'evoluzione italiana degli spazi commerciali. Da MarkUp, maggio 2006

Ho partecipato a un interessante confronto, organizzato dal dipartimento Urb&Com del Politecnico di Milano, sull’impatto sociale e urbanistico dei centri commerciali, quasi un bilancio a più di 20 anni dall’introduzione del format in Italia. Prima ero stato a vedere il nuovo Centro Vulcano, una cattedrale di cemento e vetro in una delle zone della storia dell’industria italiana, dove alle finiture tanto lussuose ma glaciali , si contrappone una viabilità infernale e l’impossibilità di capire i collegamenti tra parcheggio e superficie commerciale. Poi sono andato a visitare a More corraxe,, Cagliari, un complesso bellissimo dal punto di vista architettonico e dei servizi alle persone, ma a rischio di chiusura per problemi di licenze che vedono contrapporsi lo sviluppatore, la Regione e le autorità locali, tanto da non poterlo neanche definire Centro commerciale. Intanto si dice che siamo arrivati alla seconda generazione di centri commerciali in Italia, ma ho l’impressione che nel nostro paese forse non ci sia stata neanche la generazione zero. Queste superficie erano le portaerei di un’armata chiamata consumismo, oggi con i cambiamenti di comportamento delle persone sono diventati luoghi stancanti, costosi in termini di tempo e soldi, sempre uguali da Bolzano a Palermo, inadeguati a una vita che deve recuperare il valore del tempo libero. I nuovi veri centri commerciali sono quelli che hanno dimensioni più umane, presenza di servizi, negozi tradizionali e sono anche belli da vedersi e rispettosi del territorio urbano. E qui apriamo il capitolo del rapporto tra privati e amministrazione pubblica: è possibile che solo in Italia non esiste una vera pianificazione territoriale di queste superfici? Che l’obiettivo immobiliare prevarichi quello commerciale? Che si possa avere o lo scontro diretto con la pubblica amministrazione, che porta poi ad aggirare le leggi, o all’opposto, all’entusiasmo per l’apertura del centro tanto che le autorità si fanno fotografare con le ballerine? E poi siamo proprio sicuri che la modernizzazione delle nostre città passi attraverso lo sviluppo di queste superfici? E che di conseguenza i centri storici diventano o una replica dei centri commerciali o un terreno abbandonato. Sinceramente è ora di analizzare in maniera più critica il ruolo presunto di socializzazione del commercio moderno, specialmente in una situazione come quella italiana, i non luoghi di Augè rischiano di diventare il luogo fisico della riproposizione dei valori della cultura televisiva, una realtà distorta proposta non dal teleschermo ma dai negozi. Il futuro appare ancora più complicato, sia perché nessuno ha ancora affrontato il tema del riutilizzo delle superfici commerciali che non funzionano, sia perché sono già partiti dei progetti che fondono insieme residenziale, terziario e commercio, una torre di Babele dove vivere, comprare, lavorare.


OPINIONI DIFFUSE E INVECE
La modernità attraverso il commercio Il centro commerciale a misura d’uomo
* I centri commerciali modernizzano le città
* I consumatori vogliono grande assortimento e tanti negozi
* La PA è un nemico difficile o un alleato entusiasta
* I consumatori sono alla ricerca di maggior tempo libero
* Bisogna considerare l’impatto delle grandi superfici sul teritorio
* I centri commerciale hanno un ruolo sociale artefatto










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