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Outlet: la guerra fa le prime vittime
Data di pubblicazione: 09.05.2006

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Come volevasi dimostrare: i villaggi della moda sono già in crisi. Con buona pace del territorio, e financo del mitico "sviluppo". Panorama, 18 aprile 2006

Ha ben da predicare Luigi Martella, vescovo di Molfetta, che i fedeli «non si scordino di pregare la domenica», prima di tuffarsi nel megaoutlet che Emilio Gnutti e soci, raggruppati nella Fashion District, hanno costruito a 20 chilometri da Bari. Per avere gli anelati 3 milioni di visitatori l'anno, oltre a decine di negozi con marchi a prezzo scontato, tra poco qui sorgeranno un cinema multiplex da 2 mila posti e un parco dei divertimenti.
Nelle altre otto città dello shopping sparse da Nord a Sud si ricorre ai comici di Zelig, a mostre d'arte, a gite per vigne, borghi e trattorie. La guerra innescata dal gigantesco business degli outlet è arrivata a un tale stadio da indurre la Federmoda a chiedere una normativa che regolamenti il fenomeno: cittadelle, dozzine di outlet medi (intorno ai 50 marchi l'uno), una pletora di piccoli spacci aziendali.
«Fino al 1997, c'erano tanti minispacci e stockhouse generiche» ricorda Fabrizio Arzeni della Morning, società che edita la guida agli spacci nazionali e che nel 2006 ne contava 2.700. «Poi i grossi marchi hanno aperto i loro punti vendita, provocando la moria dei negozi più piccoli, centinaia l'anno. Uno spaccio vale circa 5 mila euro di fatturato al metro quadrato l'anno.
Quelli al di sotto dei 300 metri arrancano». A inasprire la contesa è il primato di Serravalle Scrivia (Alessandria), sorto nel 2000 su iniziativa della Fingen dei fratelli Fratini, produttori di moda e immobiliaristi, e degli americani di Mc Arthur Glen.
«Abbiamo condotto un'indagine sul nostro sito www.guidaspacci.it» continua Arzeni. «Su quasi 30 mila intervistati, un terzo va a Serravalle». Il perché lo spiega Jacopo Mazzei della Fingen Real Estate, la società che controlla il business immobiliare cui fanno capo Serravalle e altri due outlet, uno a Roma e l'altro inaugurato qualche settimana fa a Barberino del Mugello: «Abbiamo marche trainanti e un'ubicazione strategica. E comunque non credo che tutti in Italia possano prosperare».

A contrastare la Mc Arthur Glen ha provato Antonio Percassi con il Franciacorta outlet in provincia di Brescia e, in seconda battuta, con il Valdichiana (provincia di Arezzo) aperto la scorsa primavera. Poi è arrivata la Fashion District, con una compagine di soci che annovera oltre a Gnutti, attraverso la holding di private equity Hopa e la controllata Earchimede, Mario Dora (uno dei costruttori della Costa Smeralda negli anni 70) con la bresciana Draco e la famiglia piemontese Sandretto con la sua holding finanziaria Mixinvest. Infine gli spagnoli della Neinver, artefici un anno e mezzo fa del Vicolungo outlet di Novara. Chi può, raddoppia: come il Fidenza Village della società Value Retail, 9 outlet in Europa, che entro fine 2006 arriverà a oltre 100 punti vendita con un servizio che la responsabile marketing Anna Maria Tartaglia definisce «degno di via Monte Napoleone a Milano».
Il risiko è aperto a suon di investimenti che arrivano a 80-100 milioni di euro per progetto.La Stilo Immobiliare del gruppo Percassi ha messo gli occhi su Marche e Abruzzo, la Mc Arthur Glen si è appena accaparrata la zona di Napoli, la Fashion District, dopo aver inaugurato la fase due di Roma Valmontone arrivando a 150 negozi, mira diretta al Nord-Est, ancora libero a causa di una normativa regionale restrittiva in materia di grandi superfici commerciali. Qualcuno ha creato un fondo specializzato in outlet: si chiama European outlet mall fund, è di Mc Arthur Glen, Fingen e Henderson global investors e, dopo Serravalle Scrivia, ha appena acquistato la parte immobiliare di Castel Romano (Mc Arthur Glen) per 131 milioni di euro.

In questo scenario è facile spiegare l'impasse di chi ha medie dimensioni: società come la Legler, azienda tessile bergamasca che aveva aperto 15 negozi a insegna Independence e ne ha chiusi 14. Sul sito del Castelguelfo outlet di Bologna i consumatori arrabbiati reclamano le grosse griffe a prezzi da spaccio. Ovvero? Secondo la consuetudine, il 30-50 per cento in meno del capo in vendita in negozio la stagione precedente, cifra che crolla al 70 per cento in meno con i saldi.
«Ci sarebbe davvero bisogno di qualche regola» commenta Arzeni di Morning. «Per esempio, su cosa è definibile con la parola outlet in termini di tipologia e dimensioni». È un outlet il villaggio commerciale che sorgerà a Mondovì nel 2007 su 390 mila metri, unendo centro commerciale, Ipercoop e moda scontata? Intanto che si decide, il giovane cinese Xiu Jang ha deciso di aprire la sua «Ikea dell'abbigliamento» e del tessile made in China in provincia di Padova, su 16 mila metri quadrati. E la normativa regionale? Aggirata. Con buona pace del vicino Centro grossisti, che occupa 500 dipendenti.

Nota: sugli outlet si vedano tutti gli articoli relativi, di questa sezione di Mall/Territorio del Consumo, e soprattutto del "vecchio" Eddyburg/Città/Territorio del Commercio; fra le bufale storiche più clamorose, il cosiddetto Glam Mall di Santhià (f.b.)









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