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Ritratti dell'urbanista da giovane (2)
Data di pubblicazione: 06.06.2009

Autore:

Di fronte alla ricostruzione europea del secondo dopoguerra, i riferimenti culturali internazionali del nuovo ceto professionale emergente. Da Metronomie n. 25, 2003 (parte 2)

4. Centro, congestione, decentramento

Il problema dei centri città, del ripristino della loro efficienza, si pone all’indomani della guerra secondo almeno due linee di riflessione: la prima, immediata, è quella della ricostruzione, secondo linee più o meno nuove e pianificate, degli spazi direzionali e di rappresentanza (attorno a cui si aggregano tutte le altre funzioni); la seconda, certamente più interessante, è quella di subordinare il ripristino delle aree sinistrate ad una politica maturata negli anni Trenta, ovvero la dispersione pianificata, la “fine delle città”[1]. Appartiene alla prima famiglia, certamente, il manuale edito dallo Stationery Office nel 1947, per guidare architetti e urbanisti ad una progettazione quanto più efficace e rapida delle zone a maggior concentrazione di interessi. L’obiettivo dichiarato, è quello di andare oltre il dibattito locale sui modi della ricostruzione, indicando indirettamente la via del coordinamento tecnico-operativo delle attività urbanistiche a scala nazionale, attraverso la rete del mondo professionale e delle consulenze oltre che dei quadri tecnici della pubblica amministrazione. L’unificazione di procedure e metodi, è segno sia della rinnovata attenzione dello Stato per la formazione professionale avanzata, sia del ruolo chiave che la ricostruzione del sistema impresa/territorio ha nel secondo dopoguerra. Inizia ad emergere, anche, la necessità dell’approccio non monodisciplinare alle questioni, di cui però il manuale sconta, secondo gli osservatori più critici, l’impostazione non esaustiva in particolare per quanto riguarda gli studi preliminari al piano, dove si rileva una sottovalutazione dell’importanza di serie analisi scientifiche alla base di qualunque processo di pianificazione che voglia dirsi serio[2]. Da subito, comunque, l’intervento di ricostruzione nelle aree commerciali e direzionali potrà assumere linee unitarie, con nuovi standards: il metodo di calcolo delle densità Floor Space Index, e quello della qualità ambientale dei posti di lavoro e residenza, Daylighting Control.

La ricostruzione dei centri, però, deve intendersi come parte di un più vasto programma di redistribuzione sul territorio nazionale delle attività, dei posti di lavoro, della popolazione e dei servizi connessi. La commissione Barlow, proprio in questo aveva rivalutato il ruolo centrale della cultura dei planners formati alla scuola del Garden City Movement, i quali però sembrano, proprio quando tanto ci si aspetta da loro, non aver affatto le idee chiare. In pratica, un conto è organizzare cicli di conferenze a indicare i mali della congestione, o i buoni risultati socioeconomici dei pochi esperimenti di decentramento produttivo; altro è definire i “dettagli” di una politica, laddove ancora sia le potenziali virtù che i vizi nascosti delle teorie sul decentramento sono ancora ampiamente da verificare e sperimentare [3]. Dopo aver predicato per lustri il decentramento e le sue virtù, gli urbanisti farebbero bene anche a chiarire, all’interno del dibattito disciplinare, cosa debba davvero intendersi, per decentramento, e quali siano i mezzi più adatti per sperimentarlo e trarne le conseguenze. Il primo passo in questa direzione, sarà certamente quello di coinvolgere nel processo di studio il mondo dell’impresa: quali tipi di attività saranno adatte e maggiormente disponibili a trasferirsi? È possibile prospettare e proporre un decentramento parziale, di sezioni o comparti produttivi? Quello che i planners devono produrre, insomma, è un insieme di proposte tali da rendere la dispersione pianificata conveniente e attraente, altrimenti in breve il dibattito tornerà ad essere, semplicemente, accademico.
Del resto era chiaro già ai promotori e sostenitori della commissione Barlow, soprattutto ai non urbanisti, che l’azione per promuovere un effettivo decongestionamento della conurbazione londinese, degli altri agglomerati simili, e un rilancio parallelo delle aree di crisi, avrebbe dovuto prima o poi incontrarsi/scontrarsi con le tendenze del mercato, certo non spontaneamente disponibili ad essere “guidate” in qualunque direzione. Una verifica, a dieci anni dalla fine della guerra, sembra dare ragione ai pessimisti: la crescita industriale avviene ancora in enormi quote (30% nazionale dei progetti di insediamento di fabbriche) nell’intasato angolino di Inghilterra a un massimo di distanza di 25-30 miglia da Charing Cross. Il timore serpeggia tra gli addetti ai lavori, visto che nonostante i massicci investimenti nelle New Towns e relative infrastrutture, nonostante l’articolazione non rigida dei nuovi insediamenti, lo sviluppo industriale ha imboccato una direzione “sbagliata” [4]. Il che, fa sospettare che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato anche nelle previsioni e nelle politiche, oltre che nella risposta delle imprese. Il fatto è, che molta dell’enfasi sul decentramento, anche in termini informativi, si sarebbe limitata agli aspetti residenziali, comunitari, di qualità dell’abitare, mentre si sarebbe dovuto puntare di più anche in termini di investimenti verso la costruzione di sistemi integrati residenza/lavoro, mettendo a disposizione spazi per le industrie in quantità, qualità, ed attrattività maggiore. Non c’è da stupirsi, quindi, se l’ufficio preposto al rilascio dei permessi per nuovi impianti sembra orientato ad una politica lassista per l’area londinese. Esiste, ora, un serio pericolo di urbanizzazione totale, che tra l’altro vanificherebbe anche il successo delle New Towns, sommergendole in una generica massa compatta metropolitana a scapito dell’intera Gran Bretagna. Le misure in controtendenza si individuano, manco a dirlo, in una somma virtuosa di vincoli e incentivi, che vedano: a) limiti più severi all’insediamento di nuove imprese nell’area; b) sostegno ai poteri del London County Council e le altre autorità interessate a favorire il decentramento; c) investimenti infrastrutturali ma non solo, per l’aumento di attrattività e competitività di siti fino ad una distanza di 100 miglia.

Per quanto riguarda strettamente l’urbanistica, questo significa aumentare la produttività del piano, incrementando le sinergie con l’organizzazione del governo locale, anche oltre la dilatazione delle unità territoriali responsabili e scale di intervento. Il decentramento si persegue anche realizzando nuove centralità, e intendendo unità amministrative e idea di “centro” non solo come lavoro sulle densità di edificato, ma soprattutto come comunità di interessi e scambi. Certo è difficile, a scala vasta di conurbazione, valutare quanto i vari centri gravitino effettivamente sulla metropoli principale, ma ad esempio una valutazione dell’area di influenza dei servizi, della relativa efficienza, è possibile da subito. Questo tipo di unità amministrativa e di piano, basata sull’efficienza, sarebbe un primo passo importante per rispondere alla question of the productivity of planning [5], e costituire la base per un ripensamento in termini efficaci dell’intera politica di decentramento industriale e di popolazione.
Il problema dell’efficienza ed efficacia dei piani, e della conseguente vivacità socioeconomica delle nuove comunità, tocca anche, secondo la Town and Country Planning Association [6], uno stretto rapporto con il fattore popolazione. Per evitare il rischio di creare nuova congestione e minor attrattività per le imprese, la dimensione demografica va davvero “pianificata”, tenendo debitamente conto di un fattore ovvio ma sottovalutato: l’incremento naturale. Pare invece che spesso le città nuove siano state progettate per una popolazione finale pari a quella che, in prima istanza, viene indotta all’immigrazione. Questo pone le premesse per una crisi da sovraffollamento, che a sua volta mina le basi dell’equilibrio che si voleva raggiungere. La seconda questione, pure legata all’ovvio fattore della “vitalità” dell’insediamento, è quella della motivazione collettiva ad investire risorse, economiche e non, su tempi lunghi. In questo senso, si suggerisce che le development corporations, fattore fondante della nuova comunità, non siano sciolte una volta conseguito l’obiettivo di realizzazione fisica della città, ma mantenute in vita per un tempo più lungo. Infine, l’incremento di valore dei suoli, essendo stato realizzato con il determinante contributo della comunità (oltre che dall’investimento iniziale del Tesoro), dovrebbe almeno in parte essere trattenuto in sede locale.

In tutto il mondo, la pianificazione regionale si scontra con le difficoltà inerenti sia l’estensioni fisica dei territori, sia la differenziazione qualitativa degli insediamenti e dei modelli socioeconomici, sia infine la complessità di un approccio multidisciplinare. Alla scala regionale si incrociano la dimensione del programma economico e quella della pianificazione territoriale [7], offrendo l’omogeneità concreta o potenziale necessaria per una azione in cui tutte le forze o buona parte di esse agiscano di concerto, e non semplicemente sommandosi le une alle altre [8]. Anche se l’interesse per la questione si sta sviluppando rapidamente solo nella seconda metà del secolo, appare già piuttosto consolidato e sperimentato: dalla Tennessee Valley Authority degli anni Trenta, ad azioni simili anche in un sistema politico antitetico, come i piani regionali dell’Unione Sovietica, fino alla Cassa per il Mezzogiorno in Italia, che persegue una politica di continuità con la “bonifica integrale” di epoca fascista, unendo un insieme eterogeneo di interventi in una politica di sviluppo [9].
Decentramento, sradicamento, ricerca di un nuovo senso comunitario. Un curioso ruolo di agente di sviluppo nei processi di decentramento è rivendicato, nientemeno, dalla Chiesa di Inghilterra, a partire dall’ovvia osservazione secondo cui il semplice brick & mortar, ovvero la costruzione fisica dello spazio, è un passo, e nemmeno il più importante, nella realizzazione della città. Strappare gli abitanti anche al più degradante e promiscuo sovraffollamento metropolitano, ha significato recidere relazioni socio-spaziali importanti, e decisive per l’equilibrio della collettività. Anche nei casi in cui si trattava di forme elementari di comunità, qualche costruttivo spirito primordiale abitava anche lì: oltre a case, servizi, posti di lavoro, ora occorre provvedere anche un senso comunitario che superi la semplice affinità di famiglia e parentado [10]. E quale migliore veicolo di spirito comunitario, della Chiesa ufficiale, che unisce il “professionismo” dell’approccio religioso e non solo, alla garanzia di uno stretto contatto con le istituzioni, insieme alla capillarità di penetrazione?. Oltre la curiosità di questa profferta, vale la pena però notare la sottolineatura di un fatto: quelli emergenti (come da lustri gli urbanisti si sgolano a tentare di spiegare) sono problemi abbastanza ovvi, ma che nel caso di urbanizzazione o riurbanizzazione di massa si presentano in forma “acuta” [11].

All’alba del nuovo decennio, comunque, tutte le questioni della dimensione regionale e della dispersione più o meno governata degli insediamenti, confluiscono nel paradigma della città-regione: un concetto che nella pubblicistica sostituisce o si affianca alla conurbazione, all’area metropolitana, riprendendo e sviluppando studi in questo senso che procedevano da anni[12]. Il fenomeno sembra affermarsi visibilmente nel caso degli USA, che per primi hanno sperimentato gli effetti della motorizzazione privata di massa, nuovi consumi, espansione del tempo libero, aumento generalizzato del reddito. L’apparire acuto della questione anche nel caso britannico si deve in parte alla maggior lentezza nel verificarsi delle precondizioni, in parte alle chiare politiche di dispersione pianificata, che hanno almeno in parte consentito all’armatura urbana tradizionale di mantenersi. Negli Stati Uniti il generale declino delle città, del tradizionale rapporto fra downtown, resto dell’insediamento e suburbio, è da tempo un fatto consolidato[13], che preoccupa non poco architetti, urbanisti e operatori economici. Le reazioni sinora non sono state all’altezza dei problemi, soprattutto perchè si è trattato di risposte fai-da-te, con in prima fila comitati di cittadini, tecnici, amministratori, uomini d’affari, tutti impegnati ad arginare la perdita di popolazione e valore immobiliare dei centri, mentre basta guardarsi attorno per vedere che la domanda di spazi alternativi alla città e campagna tradizionali è ancora molto simile quella che aveva decretato il successo della Città Giardino di Howard[14]. Perché faticosamente e impropriamente contrastare questa tendenza per nulla perversa, quando è possibile agire in positivo, assecondandola in modo da eliminarne gli elementi negativi? Ma, come ci racconta ironicamente il cronista, l’architetto contemporaneo forse è troppo impegnato a piangere sulla “morte della città”. Poi si asciuga gli occhi, scuote la testa tristemente di fronte al grigio scenario che gli si prospetta, guida la sua lunga automobile sull’autostrada a otto corsie che lo porta lontano dalla casa tipo ranch dove abita, fino al parcheggio sotto il lussuoso grattacielo di uffici dove ha lo studio, nel centro della “città morente”.

Il passaggio da uno stadio insediativo denominato “conurbazione” ad un altro di “città-regione”, è sancito ufficialmente per la Gran Bretagna dalla conferenza della Town and Country Planning Association nel 1961, dove si coglie l’occasiona da un lato di chiedere per l’ennesima volta una riforma del governo locale, attivando l’ente Regione, dall’altro recuperando almeno in parte alcune istanze tipiche dei CIAM, ovvero l’approccio più radicale al tema della città nuova: lo spostamento della Capitale. A really splendid lead in decentralizing [15], si suggerisce, potrebbe essere dato proprio dagli uffici pubblici, che catalizzano innumerevoli altre attività, provocando e mantenendo la congestione. Così la “Brasilia” di Londra, nonostante l’apparente radicalità dell’idea, produrrebbe solo qualcosa di simile a quello che è Washington per New York, o l’Aja per Amsterdam. È facile immaginare la schiera di avvocati che coi loro studi professionali seguirebbero a ruota il decentramento della Corte di Giustizia, o dello sciame che si trascinerebbe dietro il volo di quella Ape Regina rappresentata dal Parlamento.
In definitiva, è comunque sbagliato e inutile tentare di arginare un processo di decentramento che lo stesso termine città-regione non descrive appieno, in quanto parola vecchia per descrivere un fenomeno nuovo, che comporta un insieme inedito di aspetti fisici, organizzativi, di percezione dello spazio, del tempo, delle relazioni fra luoghi e soggetti. A ben vedere, è la stessa politica di decentramento che, perseguita con successo, ha posto le condizioni perchè le nuove tecnologie di comunicazione e trasporto, a partire dall’automobilismo di massa, possano offrire nuove opportunità di vita [16]. Naturalmente i risultati sono diversi da quelli ipotizzati a suo tempo, soprattutto perchè i nuovi soggetti che abitano questo spazio non pensano più in termini di separazione fra città e campagna, fra tempo del lavoro e tempo libero. Soprattutto, non c’è più identificazione privilegiata fra un individuo e un contesto spaziale. È finito il tempo in cui tutti gli sforzi dell’urbanistica si focalizzavano sulla costruzione della “comunità”: ora i valori sono dispersi sul territorio, e la persona divide la sua identità su differenti luoghi. Queste sono le nuove sfide della progettazione spaziale.

5. L’unità di vicinato

Il tema della ricostruzione scientifica, studiata a tavolino, degli elementi comunitari smarriti nei processi di inurbamento o decentramento, merita di essere trattato, anche se brevemente, a parte. Come la regione è lo spazio di interazione tra programma economico e pianificazione territoriale, la dimensione del quartiere rappresenta d’altra parte l’incrocio tra i temi urbanistici e la progettazione architettonica. Significativo, tra l’altro, che proprio nel secondo dopoguerra la questione della neighbourhood unit si ponga con tanta rilevanza, e che la sua origine sia acriticamente indicata da tutti (nonostante l’evidenza e le anche rilevanti differenze interpretative) nella teorizzazione anni Venti di Clarence Perry per il Regional Plan of New York and its Environs, o nella di poco successiva sperimentazione a Radburn di Clarence Stein e Henry Wright[17]. Resta, il fatto che questo tipo di intervento è percepito come novità, e spiegato coerentemente come strumento di progetto tecnico-sociale finalizzato a ricostruire identità nel quadro di servizi efficienti. L’entusiasmo per la novità, fa addirittura perdere di vista ad alcuni commentatori e interpreti il quadro generale entro cui si inserisce, presentandola come modo di recupero della “face to face” association of the old village community[18], alternativa e non complementare a qualunque idea di insediamento nuovo, e quindi adatta solo per quartieri nelle città esistenti.

Innovativi o meno, i vicinati rappresentano il punto focale di interscambio fra i nuovi elementi di progettazione e analisi spaziale. Uno degli obiettivi dell’azione pubblica, ad esempio, è l’attenuazione dei divari nei livelli di vita, e l’unificazione nell’uso di determinati servizi. Posto che queste politiche sono innanzitutto demandate all’aspetto fiscale e di redistribuzione del reddito, si ritiene comunque che una progettazione mirata delle neighbourhood units possa sostenere questa linea: là dove sarebbe impraticabile costruire quartieri socialmente misti (per questioni di mercato, ma non solo), la gravitazione attorno ad alcuni fulcri pubblici, la possibilità di mettere in comune gli spazi verdi, e altri accorgimenti di progetto spaziale, si pensa possano aiutare ad evitare la formazione di ghetti, o quartieri monoclasse tendenzialmente squilibranti [19].
Nei vicinati è anche possibile dare forma strutturata alle analisi sociologiche che, riferite ad uno spazio ben definito, possono dare importanti informazioni proprio sui modi di progettazione dello spazio. Il buon senso e la sensibilità quotidiana, in altre parole, possono entrare dalla porta principale nella redazione dei piani urbanistici per i quartieri. È il caso del contributo delle donne, intese come soggetto socioeconomico ben preciso, ovvero operatrici domestiche (piaccia o meno, questo è il ruolo della stragrande maggioranza della popolazione femminile nel secondo dopoguerra). Si chiede il sociologo, come mai di fronte ad una cucina inefficiente, ergonomicamente mal progettata, mal inserita nella casa, chiunque si profonde in critiche, mentre poche voci si levano contro le inefficienze generali, ben più gravi, delle città nel loro insieme. La risposta è provocatoria: la cucina, e in generale l’housing, hanno potuto approfittare del buon senso femminile, che ne ha via via migliorato la progettazione. Questo non è accaduto per la città, sia per predominio maschile nelle scelte e nella percezione, sia per la grande scala delle questioni che si opponeva all’incontro fra percezione individuale e giudizio di sintesi. Ora, la scala del quartiere rappresenta l’unità di base che costruisce per aggregazione l’intera città, e via via le sensibilità avranno modo di essere ascoltate e tenute nel debito conto nelle future progettazioni. L’urbanistica in generale riuscirà a rendersi meno ostica al grande pubblico. Perché la politica delle New Towns e del decentramento è affare delicato, che richiede consenso di una ampia base elettorale (a maggioranza di donne), e i piani regolatori non devono presentarsi certo come “trasportare gente da posti dove non sta, ad altri dove non vuole andare” [20].

Anche il progettista tenta sistematicamente di analizzare e orientare il proprio lavoro nell’ambito dell’unità di vicinato, dove assumono senso nuovo concetti apparentemente consolidati. È il caso della densità, che una volta determinata dal piano generale può dar luogo a varie scelte: effetto “città”, o immagine di “villaggio” disperso nella campagna, più o meno coerenti con gli obiettivi generali del nuovo quartiere [21]. Si costruisce così un insieme di occasioni “manualistiche” di intervento, con relativi suggerimenti, che riprendono la tradizione del Town Planning in Practice di Unwin, stavolta esteso ad un vastissimo pubblico di operatori.
L’attenzione ai bisogni dei soggetti sociali vecchi, nuovi, emergenti, inizia a mettere in primo piano la “questione giovanile”, che con l’estensione del periodo scolare, l’aumento della possibilità di spesa e di tempo libero, costituisce un punto fermo per la progettazione degli spazi. Anche l’urbanista dovrà interagire coi nuovi soggetti giovanili, singolarmente e nelle loro associazioni, imparando anche a costruire metodi di monitoraggio e verifica specifici. Quando progetta spazi per lo sport, la cultura, l’aggregazione, per esempio, l’urbanista spesso sembra credere fermamente che la vita dei giovani d’oggi segua più o meno quella di chi è nato prima della Grande Guerra [22]

Anche per quanto riguarda le unità di vicinato, però, l’effetto dei grandi mutamenti anche nella struttura insediativa delle aree metropolitane sta iniziando a farsi sentire all’alba degli anni Sessanta, con la messa in crisi della idea di relativa autosufficienza che queste piccole comunità implicavano, immersa nel mare della città-regione. Ancora una volta, sono i più pragmatici studi americani a mettere in luce tendenze oggettive altrimenti difficili da rilevare con tanta chiarezza, ma che indicano la strada inevitabile del ripensamento dell’idea di comunità. Uno studio sulla crisi economica e fiscale di alcune aree metropolitane statunitensi pubblicato nel 1959 da Science, indica che la crescita demografica nelle zone di diretta pertinenza dei centri maggiori si accompagna ad una profonda trasformazione nella composizione sociale e nel sistema di relazioni, con tendenze al degrado delle infrastrutture dovuto all’aumento dei costi di insediamento e manutenzione. La crisi delle comunità si riassume rozzamente nella “balcanizzazione” dei governi locali, negli squilibri in termini fiscali e nelle conseguenti capacità di investimento, da una comunità all’altra[23]. Si inizia a delineare uno scenario di crisi dei distretti commerciali centrali, dei più antichi e grandi suburbi. Anche in un paese cultore dell’individualismo come gli Stati Uniti, ci si inizia a rendere conto dell’indispensabilità di grandi policies a iniziativa e gestione pubblica, pur concordate con il mondo degli affari e il sistema dei comitati più o meno influenti: nuove autorità metropolitane, nuovo coordinamento nei progetti di housing e urban renewal, per passare da una politica centrata sui quartieri alla costruzione di più vaste metropolitan communities that we and our children can live in and take part in with pride.

6. Le discipline del piano

Nonostante l’indubbia suggestione dell’approccio CIAM, nonostante la tradizione del planning che, dalla crisi di ruolo dell’approccio igienista, trasmette una immagine (positiva tutto sommato) di architecture étendant ses effets à l’entour, gli obiettivi dichiarati dell’urbanistica nel secondo dopoguerra implicano accettazione del contributo di nuove discipline, non più inquadrate nel ruolo di occasionali ancelle. Ed è naturalmente un processo che non avviene senza contrasti e incomprensioni. Prima fra tutte la sociologia, già alla base degli studi che a fine Ottocento avevano caratterizzato il primo periodo di ricerca sulle case popolari, ora torna di grande attualità nella dimensione dilatata della neighbourhood unit e oltre, come strumento di programmazione e interazione. Un ruolo che gli specialisti ritengono di poter ricoprire senza alcuna difficoltà, giudicando ormai finito il tempo in cui un architetto qualunque poteva, usando buon senso ed esperienza, progettare spazi socialmente efficienti ed accettati. Quando dalla casa si passa all’isolato, al quartiere, alla città e alla conurbazione, è inevitabile che le competenze debbano estendersi, per fare un esempio, a geografi, economisti e altri scienziati sociali. Ma la tendenza dominante, in pratica, sembra quella di affidare la direzione del piano, per quanto complesso e articolato, a un tecnico formato in discipline architettoniche, ingegneria, cartografia: ottimi professionisti, che hanno saputo assorbire anche gli avanzamenti in altri campi, ma oltre un certo livello di complessità il tuttologo improvvisato può portare più danni che benefici[24]. Una risposta seria a questo problema, potrebbe venire da una riforma degli studi. Se la pianificazione del territorio è, come è, delicato processo di bilanciamento e armonizzazione dei bisogni umani, si comprende come l’individuazione di tali bisogni debba essere al centro delle competenze necessarie. Ora come ora, l’organizzazione degli esami per conseguire il titolo di planner è una barriera insormontabile per chi non è formato nelle tradizionali discipline dell’ingegneria e dell’architettura. A tale proposito, si suggerisce di istituire un accesso separato alla professione, con un esame di abilitazione specificamente mirato agli scienziati sociali.

Il contributo specifico di questi specialisti, segnatamente nel programma di decentramento delle New Towns, potrebbe essere immediatamente di riduzione di alcuni carichi per la comunità, a partire da un rilevamento dei bisogni realmente scientifico anziché improvvisato. Senza contare che esiste la questione del consenso, chiave del successo o insuccesso di numerose iniziative: è una contraddizione, per non dire un affronto alla democrazie, se interi settori di interesse comunitario vengono sottratti al controllo della comunità e delegati al piano [25]. Compito del sociologo sarà, appunto, riempire questo vuoto, questa involontaria ma grave “rimozione”.
Il contributo delle scienze sociali appare strategico, soprattutto nella fase di survey che sempre più si articola, si estende nel tempo e nelle qualità, caratterizza la preparazione del piano, l’attuazione, monitoraggio, eventuale modifica. Emerge la questione del limite fra una conoscenza scientificamente corretta nel metodo e nei presupposti, e una strettamente finalizzata al progetto. Caratteristiche di quest’ultima dovranno essere chiarezza e accuratezza, dato che dalle informazioni e dal loro corretto recepimento dipendono scelte importanti. La pubblica amministrazione interviene direttamente in questo campo, promuovendo manuali come i Basic Surveys for Planning, o le apposite sezioni dei più organico Town and Country Planning Textbook [26], entrambi pubblicati dalla Association for Planning and Regional Reconstruction nel 1950. Pur nella distinzione di competenze e ruoli, appare ancora ovvio l’accorpamento del pur complesso apparato di survey sotto la stessa direzione preposta a redigere il piano, anche se si va affermando la nozione di piano-processo. Quanto va ancora “pianificato” in modo preciso, è invece il sistema di revisione periodica delle analisi, dei metodi, e necessariamente del progetto spaziale che ne consegue, dato per scontato che al mutare dei bisogni dovrà corrispondere una anticipata risposta in termini decisionali pubblici [27].

Ciò che deve apparire chiaro a tutti, è che il sociologo non è un deus ex machina in grado di risolvere la questione dei bisogni cangianti con una formula, matematica o magica che sia. La società nel suo complesso, e i redattori tecnici di piani regolatori in prima fila, devono abituarsi a non pretendere hard recommendations, e ad accontentarsi to accept advice couched in highly tentative terms [28]. Lo studioso specializzato può andare ben oltre un approccio da geniale bricoleur, leggendo bisogni e stilando previsioni, ma non è possibile farsi carico di tutti i problemi. Compito del sociologo sarà, dunque, soprattutto quello di chiarire ai colleghi ingegneri e architetti limiti e potenzialità della sua azione.
Ma come costruire un linguaggio comune, superando le asperità e il ridicolo del borrowed jargon più volte criticato? Torna il tema della formazione comune dei planners, come nuovo percorso didattico autonomo, dove i vari aspetti del piano e della survey possano trovare sintesi, selezionando una nuova generazione di tecnici. La domanda di partenza è a questo punto abbastanza ovvia: vista la realtà tangibile della professione urbanistica, che senso ha obbligare uno studente a studiare per anni questioni che nulla hanno a che vedere con il piano, la società, le sfide disciplinari contemporanee? La risposta la forniscono, forse involontariamente, gli stessi pianificatori attuali – ingegneri e architetti – quando sostengono che l’urbanistica è cosa complessa, vasta al punto che è impossibile penetrarne a fondo il senso nel corso di una vita umana. E allora, perché passare una parte importante di questa vita a formarsi su cose che all’urbanistica sono estranee? La risposta, può essere l’istituzione di un corso di studi interamente dedicato alla materia. Dal punto di vista dei contenuti, è possibile e auspicabile una certa articolazione, tra scuole di sedi diverse, ma in generale dovrebbero essere comuni i gruppi di materie: tecnica urbanistica in senso lato innanzitutto, comprendente anche la parte storico-disciplinare; diritto e amministrazione, pure con una relativa sezione storica; infine materie varie come geografia (umana, economica, fisica), geologia, economia generale e dei suoli in particolare, ingegneria civile, progettazione architettonica e del paesaggio [29].

Il continuo sottolineare gli aspetti di ricerca del consenso, di identificazione dei bisogni, di attenzione a tutti gli aspetti del piano, non deve far dimenticare, però, che l’oggetto concreto su cui si disserta è un faticoso, spesso traumatico processo di modernizzazione, spesso imposto con metodi nella sostanza piuttosto spicci, a popolazioni sottoposte a sradicamento, o comunque spaesamento. Ancora più importante, quindi, il ruolo del ricercatore nell’identificare virtù e vizi delle nuove comunità generate dall’iniziativa pubblica. La ricerca del sociologo nei nuovi spazi, deve ora orientarsi a comprendere il bilancio fra innovazioni spaziali proposte, reazioni e mutamenti sociali, risultati complessivi[30]. In sostanza, si vuole evitare che nel quadro di ampi programmi di intervento pubblico si verifichino “sviste” come quelle ben rappresentate per esempio dalla contraddizione fra gli estatici paesaggi della Ville Radieuse i gli spazi cupi e deserti della Unitè d’Habitation effettivamente realizzata, che secondo i critici mostra chiaramente i limiti dell’approccio solo progettuale dell’architetto, che si improvvisa via via ciò che non è, fornendo solo una caricatura del contributo di altre discipline[31]. E non c’è in questo una particolare acrimonia nei confronti degli architetti o di una loro particolare scuola, ma una rivendicazione di competenza nello sviluppare un metodo, applicabile ad un campo già socialmente e spazialmente abbastanza definito come la neighbourhood unit. Uno schema di lavoro del genere, si articola in: a) riassumere ad uso del progettista informazioni dal punto di vista dell’utente; b) proiettare nel futuro bisogni e possibili risposte; c) esercitare lobbying perchè i progetti contengano varietà di opzioni, e respingere tentativi di limitazione delle scelte per contingenti motivi tecnici o economici.

La multidisciplinarità nella formazione e gestione del piano non è, ovviamente, limitata al solo campo della sociologia, della survey, dell’indagine sui quartieri, ma permea di sé molta parte del dibattito. Prima fra tutte quella, annosa, del rapporto fra unità amministrative, relative gerarchie, e livelli di piano, dove Londra è il caso più emblematico di inadeguatezza, con competenze che si incrociano, sovrappongono, ma raramente si integrano. L’ennesima dichiarazione ufficiale della Town and Country Planning Association,come contributo agli studi della (pure ennesima) commissione di studio governativa, suggerisce per la Greater London una autorità con poteri su: a) limiti e confini allo sviluppo, mantenimento delle greenbelts; b) limiti assoluti ed equilibri qualitativi alla popolazione e posti di lavoro; c) linee di comunicazione principali; d) insediamenti industriali, militari, aeroportuali[32]. Evidentemente questa scala e qualità di impostazione include competenze quanto mai varie, che sfumano dall’aspetto scientifico, a quello tecnico, a quello più propriamente decisionale e in definitiva strettamente politico. Ma cos’è, a ben vedere, il planning, se non una tappa nel quadro di un processo decisionale? Sempre di più, in questa prospettiva, il pianificatore dovrà diventare, o svolgere ruolo di, generalista, coordinatore di aspetti tecnici specializzati in vista di una decisione, sempre più lontano dalla figura del tecnico che delega o improvvisa impropriamente una decisione, la cui validità è spesso affidata al caso, all’eventuale capacità istintiva di giudizio. Invece, il pianificatore del futuro probabilmente scoprirà - per l’ennesima volta – che il “comune buon senso”, l’intuito, l’esperienza, sono utili ma a volte inadeguati a confrontarsi coi problemi della complessità[33]. Questo non esclude, anzi amplifica, il ricorso a nuove tecniche e competenze, prima fra tutte quella informatica per l’analisi e gestione dei dati, ma il planning proprio grazie a queste acquisizione diverrà sempre più orientato in senso decisionale, con gli apporti specializzati a fungergli da “assistente”.

[1] La politica del decentramento in Europa deve il suo maggiore impulso iniziale alle questioni di sicurezza, o limitazione dei danni, connesse al pericolo di attacchi aerei. Moltissima parte dei lavori, per esempio, della Royal Commission on the Distribution of the Industrial Population, vertono proprio su questo aspetto, del resto apertamente sostenuto da Winston Churchill in parecchie affermazioni sulla vulnerabilità della “Metropolis”. Il tema, ben presente nel dibattito italiano sulla pianificazione urbana e regionale, soprattutto nel periodo a ridosso dell’approvazione della legge urbanistica (Cfr. vari interventi di Vincenzo Civico su Critica Fascista, e di Giuseppe Stellingwerf su L’Ingegnere), sembra quasi completamente dimenticato nel dopoguerra, proprio mentre altrove ne maturano i frutti sul versante operativo.

[2]an under-emphasis of the importance that survey work must play in good planning. Frank Layfield, «City Centres», TCP, n. 61, Spring 1948

[3]both the fallacies and the virtues of present theories of decentralisation badly need testing. Robert Sinclair, «Businesses will gain by decentralisation. But the town planners must convince them first», TCP, n. 62, Summer 1948

[4]the industrial trend is in the wrong direction. Peter Self, «Is the Barlow Policy failing?», TCP, Oct 1955

[5] Derek Senior, «Planning and Local Government», TCP, Apr 1957

[6] «The future of New Towns. Statement by the Executive Committee of the Town and Country Planning Association, 1 May 1958», TCP, June 1958

[7] Una tesi, quelle della regione come spazio di incontro fra programma economico e pianificazione territoriale, cara in questi anni anche in Italia, e alla base del dibattito in questo senso. Cfr. Atti del Convegno Nazionale di studio sulla pianificazione locale. Mendola 6-12 settembre 1961, a cura della CCIAA di Trento

[8]le développement devra être simultané et coordonné et non pas juxtaposé. M. Carbonnières, «Aménagements régionaux dans le Monde et en France» , AA, n. 80, oct-nov 1958

[9]corrélativement à la réforme agraire une amélioration de l’économie des régions. idem

[10]something therefore has to be put in the place of these old associations of blood and kin. Peter Stokes, «The Church as a Community Builder», TCP, Feb 1959

[11]problems which will be found elsewhere. But they are found “together” in the new towns . idem

[12] L’uso del termine in geografia risale almeno agli anni Trenta, Cfr. Robert E. Dickinson, City Region and Regionalism – A Geographical contribution to Human Ecology, Routledge & Kegan, London 1947; in Italia un poco noto precedente al famoso seminario ILSES, La nuova dimensione della città. La città regione (Stresa 19-21 gennaio 1962), Milano 1962, è la definizione di città-regione come possibile autorità di governo locale a scala metropolitana, sostitutiva della Provincia, proposta al dibattito della Costituente da: Silvio Ardy, Regioni, Comuni, Province nello Stato unitario, La Dominante, Genova 1946

[13] Ma anche in Gran Bretagna i processi sono identici, anche se chiamati con altri nomi e affrontati in modo diverso. Cfr. Robin H. Best, «The End of the City», TCP, July 1960

[14]people can live happy, full, and useful lives in a much more diffuse and varied environment than the traditional city now provides. Wyndham Thomas, «City-Regions in the USA», TCP, Oct 1960

[15] Joan Aucott, «Inquiry into Planning», TCP, Dec 1961

[16]technology, and above all the motor-car, offers us the means of detachment as well as of involvement. Maurice Ash, «The idea of the Region», TCP, Dec 1963

[17] La cosa colpisce ancora di più se si considera il successo di questa impostazione nel caso dei quartieri delle New Towns, che si vogliono eredi del pensiero di Ebenezer Howard il quale esplicitamente, nei suoi diagrammi, aveva indicato e dimensionato nuclei di 5.000 abitanti, raccolti in un determinato settore parzialmente autosufficiente, denominato Ward. La curiosità è rilevata da C.B. Purdom, The building of Satellite Cities ... cit.

[18]D.B., «The neighbourhood-in-the-city», Municipal Review, May 1948, p. 75

[19] Cfr. Gordon Campleman, «Mixed class neighbourhoods: some sociological aspects», TCP, Aug 1950

[20]trying to take people from where they aren’t, to where they don’t want to go. L.E. White, «Good Kitchens and BadTowns», TCP, Sep 1951. Concetti analoghi sono sviluppati dallo stesso autore in tre studi su diversi tipi di comunità, condotti fra il 1950 e il 1951 per il National Council of Social Service, e raccolti col titolo Towns of today and tomorrow. Three studies: Small Towns; Housing Estates; New Towns

[21] Cfr. G. Brooke Taylor, «Study in Neighbourhood Planning», TCP, Apr 1958

[22]does the modern planner believe, for instance, that the lives of modern young people can be patterned on the lives of those who were born well before the days of the First World War? E.W. Martin, «Youth problems and Planning», TCP, Nov-Dec 1959

[23]the Balkanization of local government jurisdictions that results ... in great disparities in tax paying and borrowing capacity from local jurisdiction to local jurisdiction. Coleman Woodbury, «Economic implications of Urban Growth», TCP, Jan 1960

[24]the Jack-of-all-the-trades represents a positive danger. Gordon Campleman, «The role of the Social Scientist in Planning», TCP, Dec 1950

[25]it is an affront to democracy if ... essential sectors of community interests are, through planning, removed from jurisdiction. Julian Friedman, «From Social Science to Town and Country Planning», TCP, Mar 1951

[26] Molto noto a livello europeo e anche in Italia, il Town and Country Planning Textbook (The Architectural Press, London 1950) contiene una accurata sezione di Surveys for Planning curata da Jaqueline Tyrwhitt, inserita in un contesto di altri contributi di carattere demografico, statistico, e una sintetica ricostruzione storica sul ruolo dell’urbanistica nel Novecento curata da George L. Pepler

[27] Cfr. L.A. Pittam, «The technique of Planning Surveys», TCP, Oct 1951

[28] Peter Collison, «The Sociologist and the Planner», TCP, Mar 1952

[29] Cfr. L.B. Keeble, «Problems of Planning Education», TCP, Jul 1953

[30] Su piccola scala e questioni puntuali, anche in Italia un tentativo di questo genere è condotto negli stessi anni nell’ambito del Piano Fanfani. Cfr. Salvatore Alberti (a cura di), Caratteristiche e preferenze di un gruppo di famiglie assegnatarie di alloggi INA-Casa, Gestione INA-Casa, Ente Gestione Servizio Sociale, Roma 1956

[31]demonstrate vividly the dangers of the gifted architect playing at sociology. G. Brooke Taylor, «Social satisfaction in Planning», TCP, Mar 1958

[32] Cfr. «The Government of London», TCP, Aug 1958; G. Brooke Taylor, «Services and the City Region», TCP, May 1964

[33]the planner of tomorrow may discover that the attributes of “good sense”, intuition and practical experience are inadequate to cope with the complexity of modern urbanism. Glenn W. Ferguson, «Decision Making and the Planning Process», TCP, Aug-Sep 1960









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