0 0 0 0 0
0
0 0 0 0 0 0 0
0
0
0 > Urbanistica e pianificazione > In attesa

Ritratti dell'urbanista da giovane (1)
Data di pubblicazione: 25.07.2009

Autore:

Di fronte alla ricostruzione europea del secondo dopoguerra, i riferimenti culturali internazionali del nuovo ceto professionale emergente. Da Metronomie n. 25, 2003 (parte 1)

Premessa

È stato spesso sottolineato (forse con qualche eccesso di masochismo), che la cultura italiana in generale che esce dal ventennio fascista è piuttosto provinciale, e che all’indomani della liberazione le giovani leve intellettuali varcano fisicamente o virtualmente le frontiere europee o l’Atlantico, affamate di stimoli culturali all’altezza insieme delle loro aspettative, e delle nuove prospettive di una nazione democratica, in crescita civile, sociale ed economica. Per gli architetti/urbanisti questa esperienza assume valenze particolari, in cui alla sprovincializzazione si somma e spesso si sovrappone il nuovo uso che della cultura internazionale viene fatto, di vera e propria cifra del rinnovamento, a volte straordinario, reale e profondo, altre superficiale, strumentale, poco convinto. È un processo che avviene parallelamente alla formazione universitaria, spesso in alternativa ad essa, in cui la nuova generazione non riesce a scorgere se non “la frattura esistente tra l’insegnamento impartito nelle facoltà e l’esigenza di riferirsi a problemi più vasti e profondi che trascendevano la mera questione degli stili” [1].
Si tratta ovviamente di una fase complessa, che può essere letta secondo molti piani, che comprendono ad esempio la circolazione di idee fra élites (nazionali, internazionali, di studenti o di studiosi o di professionisti ..) così come un dibattito più diffuso e “di massa”, e all’interno di questa prima articolazione anche le varie fortune critiche di questo o quell’autore, o concetto, e la sua stabilità nel tempo oltre le mode. Il breve testo che segue, si limita a sfiorare, e nemmeno in modo esaustivo, solo uno di questi molti aspetti, e nemmeno tra i principali: la “disponibilità effettiva” di alcune di queste informazioni, punti di vista ecc. Si tratta di un percorso che ho costruito strumentalmente, per raggruppare in poche “voci” distinte molti contributi eterogenei, che vanno oltre la lettera dei testi citati nelle note, tentando di fornire una traccia di riflessione: cosa si presenta allo studente di architettura, desideroso di curiosare nel panorama del planning internazionale, nel periodo della ricostruzione?

Questa – parzialissima – risposta tiene conto soprattutto dei materiali periodici reperibili all’epoca, unitamente ad alcune monografie (pochissime citate nelle note) documentatamente circolanti. Il percorso è stato articolato in sei “voci”, ognuna a coprire il periodo dall’immediato dopoguerra all’emergere del nuovo paradigma della città-regione nei primi ‘60, che segna l’inizio di un’epoca nuova, in termini che sarebbe qui troppo lungo anche semplicemente accennare. Per inciso, i due periodici maggiormente citati nelle note, Town and Country Planning (TCP) e l’Architecture d’Aujourd’hui (AA) rappresentano al tempo stesso non solo quelli più diffusi ed accessibili nelle lingue più conosciute, ma anche i più rappresentativi di due tendenze che allora come oggi si contrappongono: l’urbanistica intesa come integrazione pluridisciplinare e equilibrio fra pubblico e privato nel caso britannico, la progettazione della città e il ruolo centrale dell’architetto nell’organo dei CIAM francesi. Semplificando al massimo, ovviamente.



1. La disciplina nel secondo dopoguerra: stato dell’arte e referenti sociali

Fra gli anni Venti e Trenta l’azione degli architetti, in particolare del gruppo che fa riferimento ai CIAM, aveva puntato gran parte delle proprie forze al rinnovamento dell’urbanistica secondo criteri di inclusività, pur secondo una ovvia prospettiva orientata ai propri temi. È probabilmente però solo nel secondo dopoguerra, che questo approccio e questa prospettiva assumono ad un tempo grande visibilità, ed insieme potenzialità operative. Le macerie della guerra, i problemi e le urgenze della ricostruzione, sembrano rendere praticabile la ricerca di un sostegno politico, di un consenso sociale diffuso, per una urbanistica intesa in senso lato come pianificazione del territorio nazionale: uso razionale delle risorse; organizzazione del sistema industriale e relative reti di comunicazione e trasporto; inserimento della struttura agricola in un quadro moderno di sviluppo. Erano temi già emersi negli anni precedenti, per esempio nel dibattito italiano sulla “bonifica integrale”, ma ora le grandi affermazioni di principio di Le Corbusier, più o meno benevolmente accolte dalla critica internazionale già alla pubblicazione di Urbanisme nel 1924, sembrano trovare un terreno quanto mai fertile. Studio degli agglomerati umani, orientamento della loro evoluzione, organizzazione armoniosa delle unità che li compongono, tutto questo appare ora in una nuova luce, nella prospettiva dell’uomo nuovo che si intravede per questo pacifico dopoguerra [2].
Con queste premesse, L’Architecture d’Aujourd’hui esordisce con un corposo numero monografico sull’urbanistica alla fine dell’estate 1946, importante sia per l’ampia audience internazionale della rivista, sia per la cura e l’autorevolezza con cui la pubblicazione è compilata, sia infine (e prima di tutto per gli scopi di queste note) per il seguito assoluto e relativo che la rivista ha in Italia [3]. Urbanistica, per i CIAM, è stabilire programmi a lungo termine che permettano di tradurre le intenzioni in realtà; è la ricerca dei mezzi finanziari; è la revisione di leggi e norme che spesso si oppongono a questi obiettivi. Ma non pare proprio che l’urbanistica “ufficiale” (quella dei municipi e degli organismi pubblici in generale) concepisca la sua missione in questa prospettiva. I piani, quei pochi faticosamente giunti alla conclusione dell’iter amministrativo, mancano di “dottrina”, sono timidi nelle concezioni, e contemporaneamente deboli nelle realistiche prospettive di realizzazione. Pure, conclude l’editoriale di presentazione del numero monografico, in una democrazia, l’urbanistica si inserisce senza soluzione di continuità nel quadro di una grande opera collettiva, che richiede adesione cosciente e partecipazione: in un paese libero non c’è posto per una urbanistica autoritaria, anche se a fin di bene [4]. Si introduce così una questione, nuova ma non nuovissima per le democrazie occidentali, inedita per l’urbanistica italiana: il consenso di strati estesi di cittadini, la collaborazione attiva dell’opinione pubblica allargata. Di conseguenza, si introduce il tema della divulgazione di temi, tecniche, obiettivi, terminologie, che vedano il layman, più o meno direttamente coinvolto e/o sconvolto nella vita quotidiana dai grandi progetti, trasformarsi da spettatore in soggetto attivo. Tanto più, si richiede questo processo di “alfabetizzazione urbanistica”, quando il ventaglio di destinatari si prospetta quanto mai allargato: “cittadini” in senso generico, ma anche gli stessi funzionari sinora poco sensibili ai temi del piano, o i ceti esclusi per motivi di censo o per collocazione territoriale, come gli abitanti delle campagne che nella prospettiva del decentramento produttivo verranno sempre più investiti dai processi di modernizzazione. Questi, in generale, i temi programmatici di una disciplina che oscilla tra il recupero della dimensione utopica così come declinata nel decennio precedente, il suo adattamento al nuovo contesto sociale e di partecipazione, l’individuazione dei temi della ricostruzione europea insieme come risorsa e rischio di ricaduta in antichi “vizi”: burocrazia, dirigismo, autoreferenzialità.

Ma in un “vizio”, spesso scambiato per virtù, ricasca la cultura degli architetti pianificatori quando riprende la tecnica, cara alle avanguardie ma forse meno adatta ad una comunicazione non episodica, del manifesto culturale fatto di affermazioni nette, organigrammi, “leggi” più o meno mutuate da felici intuizioni. Tocca ad André Lurçat, declinare quello che vorrebbe essere un rinnovato patto fra architetti-urbanisti e società, contrapposto al rapporto unidirezionale fra burocrazia ministeriale e cittadini impotenti[5]. Così, la loi de l’homme inquadra l’urbanistica in quello che è il suo obiettivo e la sua ragion d’essere, per non confonderne mai i fini coi mezzi. La loi du site avoca a sé, indirettamente, le discipline territoriali ancora riluttanti, come geografia o geologia, individuando in più una conseguente loi du climat et du soleil che recupera le antiche competenze dell’igiene, della salute, delle scienze dell’organizzazione, mentre una loi des convenances inquadra la progettazione spaziale all’insegna del funzionalismo. Né poteva mancare una loi des trafics, concepita in termini di stretto rapporto con i sistemi di azzonamento, che soli determinano le necessità e quantità di spostamenti da una funzione all’altra, razionalmente distribuite nello spazio in base ad una loi des répartitions. L’aspetto esteriore sarà regolato da una loi de l’espace per le questioni generali, e da una loi de l’aspect per quelle strettamente estetiche. Concludono la serie delle prescrizioni i vincoli nel rapporto fra intenzioni e mezzi, fra ideali e possibilità concrete di realizzazione, anche qui articolate fra la loi du meilleur rendement nei singoli progetti, ed una più generale loi des possibilités estesa nel tempo e nello spazio, che abbraccia sia le contingenze economiche, sia quelle tecnologiche, organizzative, dei bisogni sociali. In conclusione, come alternativa all’approccio burocratico che l’ha caratterizzata sinora, une doctrine d’Urbanisme réaliste doit être populaire.

Il percorso per costruire questa urbanistica “popolare”, non sembra però discostarsi molto dalle strategie che avevano caratterizzato in buona parte d’Europa l’affermazione delle disciplina negli anni Trenta. Secondo gli architetti, non c’è alcun bisogno di nuove elaborazioni teoriche, ma di semplice buona pratica quotidiana di quanto già forma il senso comune [6], e si tratta né più né meno della Carta d’Atene, il cui spirito andrebbe ben oltre le semplici affermazioni di principio, come dimostrano le varie realizzazioni pratiche che dal 1933 in poi l’hanno tradotta in tangibili spazi. L’urbanistica è arte nuova, almeno nell’accezione complessa assunta nella prospettiva della ricostruzione pianificata. A parere di molti, urbanistica coincide più o meno con un accresciuto senso sociale degli architetti [7], ma ancora, spesso, la responsabilità di redazione di un piano regolatore viene affrontata con irresponsabile spirito “compositivo”, da professionisti educati e formati più ad inseguire l’espoir du succès personnel, che non ad interagire con il sistema complesso della società e della pubblica amministrazione.
La specificità e la forza dell’approccio innovativo degli architetti, pur con questi limiti, è rivendicata e ribadita: l’eccesso di realismo spesso è solo una maschera per nascondere una estrema povertà di idee. La cultura dei CIAM porta a sostegno di questa tesi l’esempio degli Stati Uniti, popolo e società pragmatici per antonomasia [8], dove però l’urbanistica sembra essere studiata con un approccio totalmente idealista. Racconta, l’osservatore europeo, di scuole di urbanistica dove gli studenti, raccolti in un ambiente isolato e silenzioso, studiano con prestigiosi maestri a progettare città che non hanno niente a che vedere con quelle in cui sono nati e cresciuti: unità di vicinato, ampi spazi pubblici, occasioni di vita comunitaria. Città che hanno al centro l’uomo e non un’idea astratta di efficienza. Interrogato dal cronista sull’apparente contraddizione fra un simile atteggiamento e le necessità pratiche, il direttore della scuola risponde più o meno così: “Qui si insegna ad essere idealisti, nello stesso modo in cui è idealista lei, che mi ha detto di voler andare domani a New York in macchina. Un uomo pratico non pianifica di andare a New York in macchina. Si limita a salire in auto, e a guidare qui e là per tutta la giornata, dove lo trascina il traffico”. Oltre la certo discutibile “morale” di questa storiella, sta però la forza e il “realismo” di un certo approccio ai problemi della città: di fronte alle sfide della ricostruzione, e all’indubbia crisi dell’approccio tecnocratico, la sensibilità dell’architetto può essere la chiave risolutiva del problema, o se non altro un tentativo valido di affrontarlo.

Di segno non molto diverso, nella sostanza se non nelle forme, il modo in cui il problema della pianificazione nella nuova società è affrontato dalla cultura britannica. “Idealismo”, qui significa però soprattutto adesione a bisogni individuali, e “educazione” urbanistica non solo comunicare grandi schemi al popolo, ma anche se necessario accogliere richieste, indagare sui bisogni, rivedere schemi se questi non corrispondono a necessità rilevate. Perché urbanistica “popolare” non è certo quella coltivata tradizionalmente dagli operatori immobiliari, inclini da un lato a promuovere idee di spazio preconfezionate, dall’altro a promuovere e sostenere qualunque forma di deregulation nell’uso del territorio, gridando allo scandalo perchè col Town and Country Planning Act si sarebbe introdotta, nel 1947, una inusitata innovazione ... che è presente nell’ordinamento nazionale dal 1909! La mancata popolarità della disciplina, si deve anche ad un deficit di impostazione, perchè un conto sono i grandi schemi di pianificazione regionale e nazionale, un altro quelli che incrociano la vita quotidiana degli abitanti di una città o di un territorio. In definitiva, quando non si tratta di massimi sistemi o di ricerca avanzata, non c’è a ben vedere molta differenza fra il buon senso del cittadino comune e la buona pratica del pianificatore[9], anche per contribuire al superamento del piano come qualcosa di misterioso, lontano, deciso “là a Whitehall”, o in altri oscuri recessi dell’amministrazione, centrale o locale.

Ed è se non altro curioso che, là dove i francesi dei CIAM indicavano la cultura nordamericana a validità del loro metodo, proprio dagli USA la cultura britannica della partecipazione venga identificata come esempio. Catherine Bauer, in una relazione del 1950 sulla responsabilità sociale degli urbanisti, riassume il modello britannico, e vincente, di interazione sociale diffusa: decisioni politiche prese di concerto e scientificamente, a proposito dei reali bisogni in termini di abitazione e città [10]. Decisioni possibili solo quando, normalmente e continuamente, punti di vista diversi si scontrano sulla stampa, in modo anche sgangherato e spettacolare, a sostegno di interessi visibili e comprensibili. Perché, piaccia o meno, il cittadino ha poca influenza sulle decisioni che determinano qualità e forma del suo ambiente di vita. Esiste, certo, il controllo del ceto politico elettivo, ma decisioni e informazioni sono appannaggio di una rete complessa di specialisti, che redigono piani, scrivono regolamenti, gestiscono i passaggi dal progetto alla realizzazione. Sono personaggi che spesso non hanno molto potere, presi singolarmente, ma che nell’insieme costituiscono un organismo abbastanza autoreferenziale da far perdere di vista quello che è (o dovrebbe essere) il committente reale di tutti questi investimenti economici e progettuali: il cittadino, persona in carne ed ossa e non astrazione statistica, che merita di rapportarsi non con una “macchina” misteriosa di cui non capisce nulla, ma con argomenti di cui coglie senso generale e scopi. È, quello della Bauer, una sorta di invito all’impegno “politico” del planner, alla rinuncia ad un comodo ruolo di tecnico super partes.
Un impegno e una trasformazione di ruolo che sembrano quanto mai urgenti, visto che la stessa parola “urbanistica” sta, a parere di molti, diventando termine poco gradito, mentre la stampa popolare soffia sul fuoco dando della pianificazione e di chi la pratica un’immagine poco raccomandabile, e al termine stesso il vago sapore di un insulto [11]. Ciò si deve anche agli usi impropri e fantasiosi di parole nuove da parte di interessati incompetenti, che suggerisce l’immagine del pianificatore intento ad oscure pratiche, che resteranno oscure e impopolari finché qualcuno non si deciderà ad intervenire sul linguaggio, e sulla chiarezza di obiettivi. Gli urbanisti chiariscano prima a sé stessi cosa vogliono, e poi in modo semplice lo comunichino alla stampa popolare. La quale stampa è “popolare”, appunto perchè tale, e a differenza dei nuovi apprendisti stregoni non si fa vanto di borrow chunks of jargon from psychology and economics, per poi restituirli in forma necessariamente confusa e incomprensibile. Sembra che la pianificazione sia una buona parola finita in cattive mani: una parola sfuggita al controllo dei pianificatori, e ora libera di aggirarsi per il mondo facendo danni.

Chiarezza e consenso sono quello di cui necessita l’urbanistica, se vuole presentarsi all’Europa non più solo come la carta vincente della ricostruzione, ma contributo fondante dei nuovi orizzonti di unificazione continentale che iniziano a delinearsi concretamente. Non è quella del “coordinamento territoriale” una delle parole d’ordine della disciplina? Dunque ben venga il superamento dei confini politici reso possibile dal progresso tecnologico, e ben venga l’estendersi del concetto di pianificazione, nuova scienza che comprende sia il meglio dell’approccio umanistico in senso lato, sia i contributi delle più recenti e nuove discipline economiche, geografiche, e delle correlate tecnologie[12]. Siamo a metà degli anni Cinquanta, e l’idea stessa del piano come metodo di governo sembra farsi strada decisamente, di fronte alle sfide poste dallo sviluppo: dilatazione non governata degli insediamenti produttivi e di quelli residenziali, delle loro reciproche relazioni, delle reti infrastrutturali di connessione. La “conurbazione” sembra ahimè uscire dal novero delle “brutte parole” vittoriane, per diventare realtà quotidiana e tangibile, e insieme generare aspettative tra chi, sostenendo il decentramento, ha posto le basi di un modo veramente nuovo di pensare la pianificazione, oltre le dichiarazioni di principio. Quella che a livello continentale e oltre è ormai la “città conquistatrice”[13], può essere controbilanciata da una cultura solida e diffusa, che pur con ampie lacune trova consenso diffuso. Ormai, pochi si sognerebbero di esibire con orgoglio il fatto di abitare in una città grande, enorme, più grande di tutte. Anche i “drogati” di vita urbana, che sembrano non poter fare a meno della congestione, si rivelano a un esame più attento per quello che realmente sono: proprietari di seconde case che, quando lo desiderano, si trasformano in suburbanites o campagnoli part-time. E questo mutamento di prospettiva e di opinione diffuso è stato reso possibile dall’avvio, pur tra infinite difficoltà, di una politica coerente con le indicazioni della Royal Commission for the Distribution of the Industrial Population, di cui il presidente Sir Montague Barlow finiva di costruire la struttura operativa nello stesso 1937 in cui (è il caso di ricordarlo) per esempio, in Italia, Giuseppe Bottai dava legittimazione istituzionale alla disciplina inaugurando il congresso INU. L’ingresso del planning dalla porta principale nella politica britannica, porta, nel momento in cui emerge l’apparentemente nuovo paradigma della città-regione, a vedere in una prospettiva unitaria un ampio arco di tempo, anche oltre opposte concezioni politiche[14].

E non è certo un caso se, con l’avanzare dell’emergenza metropolitana, e delle relative difficoltà e diseconomie, anche da un ambiente apparentemente refrattario ad idee che si ritengono tipiche della sinistra europea, come quello dell’impresa americana, emergono istanze diffuse di “pianificazione”. In altre parole, il movimento che dagli anni Venti in poi ha proposto una città efficiente, ha sì affermato e imposto l’esigenza di pianificare, ma si è sempre trattato di piani per strade, nuovi sobborghi, complessi per uffici, o parchi, o case popolari. Tutto questo è stato realizzato senza alcuna prospettiva realmente strategica sulla città del futuro, sulle sue potenzialità per la vita umana[15].Ora, sembra giunto il momento di cambiare.

2. La legge urbanistica: pianificatori, decisioni e consenso

La questione della legge urbanistica, delle forme strutturate di patto sociale su cui si basa la legittimazione della disciplina, si declina in vario modo nel periodo immediatamente successivo alla fine della guerra. In generale, se l’Italia si colloca in un “limbo” dove le istanze di riforma si applicano a qualcosa di non ancora sperimentato, in altri contesti una trasformazione evolutiva è comunque oggetto di pressioni dovute sia all’accumularsi di idee sinora tenute a bada dall’emergenza bellica (e che temono di restare tali nella nuova emergenza della ricostruzione ad ogni costo), sia all’oggettiva necessità di affrontare nuovi problemi con nuovi metodi e meccanismi. Sul numero monografico che L’Architecture d’Aujourd’hui dedica all’urbanistica nel 1946, la questione della riforma legislativa si pone, in primo luogo e curiosamente, come patto fra tecnici e popolo: un popolo stanco, ferito nel fisico e nel morale, che dopo cinque anni di occupazione non vedrebbe di buon occhio qualunque tipo di nuova “disciplina”, e men che meno restrizioni nel ripristino delle condizioni di vita quotidiana nelle città. Comunque vada, i muratori si stanno già rimboccando le maniche, i cantieri apriranno presto[16], ed i piani approvati devono essere rispettati. Per quanto essi sono uno strumento istituzionalmente garantito di partecipazione del cittadino e dei suoi interessi alla costruzione della città. Sarà poi possibile, eventualmente, iniziare anche grazie a queste esperienze una revisione culturale e legislativa per costruire strumenti più adatti alle nuove esigenze. Quindi non siano troppo indulgenti con se stessi, gli architetti che non concordano con questa o quella soluzione: il problema ora è quello di ripristinare il funzionamento fisiologico delle città. Questa è la tanto auspicata “scala umana”.

E se in Italia la legislazione urbanistica generale è qualcosa ancora tutto da sperimentare, nel resto d’Europa molto c’è da dire a proposito di norme a volte abbastanza “sperimentate”, ma vissute sia dalla società che dal ceto politico, come vaghe istanze di architetti, mode destinate a passare, non certamente destinate a cambiare la tradizione operativa degli uffici tecnici municipali, e men che meno la vita quotidiana della popolazione. I primi decenni del Novecento, da questo punto di vista, appaiono in prospettiva come vero e proprio “monumento alla casualità”[17]. Una visione che riassume almeno due aspetti: da un lato la lentezza e disparità dei processi di affermazione legislativa dell’urbanistica (nel primo decennio del secolo per esempio in Gran Bretagna e Olanda, solo nel secondo dopoguerra per l’Italia); d’altro canto l’impossibilità per l’architecte, in quanto tale, di tracer le plan di qualunque legge socialmente accettabile, ovvero di saltare in tutto o in parte processi di mediazione, senza i quali (come hanno sperimentato e continueranno a sperimentare in futuro) la legittimazione non va oltre la superficie. Come ricorda ai lettori de L’Architecture d’Aujourd’hui un funzionario del ministero per l’urbanistica e la ricostruzione, i piani almeno in Francia sono cosa corrente, pur con tutte le possibili critiche, e anche la cultura della pubblica amministrazione ha compreso lo stretto rapporto fra processo di ricostruzione, e pianificazione di medio-lungo periodo. Questa consapevolezza fa sì che, almeno in linea di principio, il processo dei piani di ricostruzione per le zone effettivamente sinistrate da distruzioni belliche, possa non solo sommarsi alla pianificazione “corrente” di scala comunale, ma diventarne il fulcro e coinvolgere anche scale più ampie, con i groupements d’urbanisme sovracomunali, che consentono studi e piani estesi al territorio di dieci o venti municipalità[18].

Diverso, il caso della Gran Bretagna, dove apparentemente non solo l’urbanistica è accettata e sostenuta come funzione corrente del governo locale almeno dalla legge del 1909 (redatta con il contributo determinante di Raymond Unwin e della relativa cultura del decentramento), ma il sostegno sociale e politico alla pianificazione è garantito dalle scelte, maturate durante la guerra, di procedere ad una radicale riorganizzazione del rapporto fra Stato, territorio, interesse privato e pubblico. Se nel caso italiano questo circolo virtuoso è solo una vaga istanza dei tecnici, e in quello francese una possibile prospettiva di lettura, il Town and Country Planning Act del 1947 è sia punto terminale di un percorso disciplinare, sia tappa di una integrazione dei piani urbanistici con altri piani (di decentramento industriale, di riorganizzazione socio-sanitaria ecc.), ad ampliare il peaceful path to real reform indicato da Ebenezer Howard mezzo secolo prima. Anche in questo caso, però, si pone da subito un urgente bisogno di divulgazione, animazione sociale, alfabetizzazione a vari livelli. Il cittadino, improvvisamente nonostante tutto, dovrà imparare a camminare su un suolo patrio che non è più, per molti versi, quello su cui era nato e cresciuto. La legge appena approvata non nazionalizza la terra, ma il suo valore edificatorio[19], e questo oltre i giri di parole significa espropriazione di un valore, di una aspettativa. Anche se a lungo preparato, in generale nient’affatto leftist, quello della legge è a revolutionary act, i cui reali contenuti saranno compresi (e puntualmente rintuzzati) solo in seguito. A maggior ragione, si pone quindi la questione informativa, sul piano tecnico per la tutele dagli interessi, su quello generale per assicurare il coinvolgimento e il consenso, anche critico. Con britannico aplomb si osserva che l’urbanistica non è scienza esatta, ma branca dell’amministrazione, e come tale nasce dal dialogo con i soggetti/destinatari, dalla continua e perfettibile ricerca di un equilibrio fra domanda e offerta. Emerge, una relativa sorpresa: il planning, anche nella sua patria, dove due generazioni sono cresciute insieme ai piani urbani e regionali, non gode di piena cittadinanza, ed è percepito come cosa abbastanza lontana dalla vita quotidiana. Figuriamoci, per l’uomo della strada, conoscere le competenze del Central Land Board, a chi sono delegate le competenze urbanistiche, chi esattamente redige un piano regolatore, come si fa a presentare un’osservazione o un ricorso ... Deve quindi obbligatoriamente e con urgenza iniziare un processo di educazione e informazione dei cittadini, che veda al centro la pubblica amministrazione, e che possa contare sul fattivo sostegno della stampa locale[20].

E la necessità di educare si pone in prima istanza per chi ha interessi consolidati: è rilevabile come i proprietari e potenziali costruttori siano tutti in linea di principio favorevoli ad un pianificato e controllato sviluppo degli insediamenti ... tranne quando questa pianificazione e questo controllo riguardano il loro, specifico caso. Si tratta comunque di conflitti prevedibili, e destinati a ripetersi fisiologicamente. In questo senso, le autorità competenti sono invitate ad intervenire durante il processo di formazione del piano, a dirimere la maggior parte delle controversie con modifiche accettabili, che sperimentatamente conducono più spesso a miglioramenti che non a peggioramenti, e in definitiva a risparmio di tempo e denaro. È il caso comunque di continuare a ricordare che l’urbanistica non è scienza esatta, mentre gli interessi che tocca sono bene concreti e definiti, e quindi c’è enorme spazio per qualunque “equivoco” [21].
Anche la questione fondamentale dei development rights deve avere come base di riferimento un’idea condivisa di cosa debba essere considerato development, e quindi oggetto di controllo. La definizione giuridica divide questo tipo di azioni in due distinte famiglie: “realizzare edifici, macchinari, operazioni minerarie sopra o sotto terra”, o effettuare “qualunque trasformazione nell’uso di edifici o terreni”. Ma come si traduce, in linguaggio corrente, questo gergo? Secondo i divulgatori britannici, il cambio di uso, meno immediatamente percepibile dal grande pubblico, non sarebbe in effetti di difficile individuazione, e si può stare tranquilli: le abitudini correnti di uso dello spazio non saranno certo sconvolte dal Town and Country Planning Act. Il cittadino potrà continuare a suonare il piano in casa sua, o fare lavori di falegnameria, o scrivere a macchina, senza nessun urbanista scocciatore a mettergli dei limiti. Le cose non cambiano, se per esempio il dattilografo inizia a farlo professionalmente, fino a quando, in qualche modo, non viene “materialmente” rimpiazzato il carattere essenzialmente residenziale dell’edificio, con un altro uso diverso. Questo, è facilmente comprensibile: con il cambio di destinazione prevalente e caratterizzante dell’edificio, è avvenuto un development, e questo ricade sotto le attività controllate dalla legge. Meno chiaro, il concetto di development quando connesso a trasformazioni non di uso, ma più direttamente materiali, come le costruzioni o simili. Per assurdo, pare che qualche buontempone abbia insinuato che, in senso stretto, anche un bambino che costruisce castelli di sabbia sulla spiaggia induca una significativa trasformazione del territorio [22]. Ce n’è a sufficienza per terrorizzare qualunque cittadino, e si anticipano in qualche modo le inquietudini del pubblico italiano quando, più di dieci anni dopo, vedrà accusato il ministro Fiorentino Sullo, proponente una nuova legge urbanistica, di voler espropriare la casa ai connazionali.

L’obiettivo dell’azione istituzionale è quello (del resto già indicato da L’Architecture d’Aujourd’hui per il caso francese) di tradurre affascinanti idee di spazio, condivise più o meno da tutti, in un processo di costruzione concreta e condivisa. Primo passo di questo percorso, l’istituzione del Ministero per l’urbanistica, ma si tratta ancora di un dicastero poco strutturato: nell’immagine diffusa, nei rapporti di forza con altre competenze, nei poteri reali di coordinamento. Gli obiettivi del Ministero della Sanità, precedentemente delegato all’urbanistica, erano chiari per tutti, e anche se i piani regolatori erano l’ultimo dei suoi problemi si trattava di un apparato potente, in grado di confrontare le proprie istanze sullo stesso piano con altri uffici, competenti per esempio riguardo agli impianti energetici, o militari, o alle grandi infrastrutture in genere. Scendendo di livello, e incrociando la questione della partecipazione democratica ai processi territoriali, si incontra una prima contraddizione: là dove elemento cardine di un planning organico è la scala regionale, mancano autorità elettive, essendo le istituzioni rappresentate solo dagli uffici regionali del Ministero. Questo significa, in ultima istanza, un blocco nel flusso decisionale, che certo può essere aggirato dando un piglio autoritario ai processi di piano, ma non aiuta in nessun modo la politica di divulgazione e discussione a tutti i livelli che, sola, garantisce il consenso: l’urbanistica deve vivere e crescere soprattutto fra la gente, e non solo negli uffici tecnici e amministrativi[23]. Un fatto forse ancora poco compreso, sia dall’establishment che dai diretti interessati.

Una dichiarazione della Town and Country Planning Association, a meno di due anni dall’entrata in vigore della nuova legge, ne sottolinea alcuni punti deboli. L’azione pubblica doveva essere mirata a: 1) ricostruire le zone bombardate e degradate, migliorandone qualità ed efficienza, attraverso una politica di decentramento produttivo e di popolazione; 2) conservare le fasce verdi attorno alle città, e le terre agricole produttivamente strategiche, proteggendole da casuale suburbanizzazione o sporadica edificazione; 3) controllare che gli insediamenti non si sviluppassero né indebitamente mischiati, né troppo lontani gli uni dagli altri, ma raggruppati in modo da servire i bisogni socioeconomici, migliorare l’ambiente, prevenire il degrado. Tutto questo sta avvenendo in misura troppo limitata, e si si assiste invece spesso al reinsediamento residenziale nelle zone centrali, mente la politica di sostegno alle New Towns non procede ad una velocità sufficiente [24].
Efficienza e democrazia, a livello locale sollevano la questione del rapporto fra circoscrizioni amministrative e urbanistica. È noto come l’approccio prevalente del planner sia di relativa indifferenza ai confini, spesso stabiliti in epoche e per motivi affatto diversi da quelli di decentramento e riequilibrio che si pone il piano regolatore, e a volte rappresentanti proprio il principale limite ad azioni in questo senso. Con il passaggio delle deleghe per i piani regolatori al Ministry of Housing e Local Government, la questione assume però connotati di potenzialità inediti, raggruppando sotto un unico dicastero sia le questioni circoscrizionali che di coordinamento territoriale. È noto come i metodi più comuni fossero da un lato l’adesione volontaria a un joint committee, dall’altro l’estensione dei confini (municipale, di contea ecc., di uso corrente nel resto d’Europa) con incorporamento più o meno coatto di altre comunità. L’unione di entrambe le competenze sotto un unico dicastero, si spera, potrà risolvere la questione una volta per tutte. In attesa che questo avvenga, gli urbanisti possono solo collaborare volontariamente l’uno con l’altro nella redazione di separati piani per separati territori, e tentare unitarietà di intenti mentre i rispettivi datori di lavoro (i consigli municipali o di contea che li hanno ingaggiati), continuano a guardarsi in cagnesco [25].

Nell’autunno 1957, a dieci anni dall’approvazione della legge urbanistica, il bilancio che se ne può trarre è quantomeno contraddittorio. Secondo il Ministro competente Henry Brooke, l’uomo della strada, scopre l’urbanistica quando gli impedisce di fare qualcosa, o permette al suo vicino di casa di fare qualcosa che lo disturba. Fallimento dell’opera di alfabetizzazione e divulgazione? Macchè: l’urbanistica (intesa come professione) deve ficcarsi bene in testa che l’individuo e la sua libertà non possono essre messi in discussione[26]. Questo non significa rinunciare alla pianificazione, ma imparare a tenere nel conto quanto una sperimentata “interazione sociale” ha dimostrato sopra ogni dubbio, ovvero che occorre mediare fra un teorico “bene comune”, e la somma dei concreti interessi individuali. Ciò premesso, anche questioni di grande respiro si riducono a dettagli tecnici, come i modi di attuare la politica di decentramento produttivo indicata, già da prima della guerra, dagli studi di Raymond Unwin su Londra e da quelli della commissione Barlow. È ancora viva, nell’immaginario collettivo, l’aspirazione a creare nuove comunità di vita e lavoro, dove anche i più impensabili modelli di esistenza possano trovare spazio sostenuti da moderne tecnologie e forme organizzative, in luoghi che siano “contro-magneti” all’attrazione delle grandi metropoli[27], che insomma recuperino la forza propulsiva che originariamente aveva determinato il successo delle idee di Howard. Questo, in stretto contatto e sintonia con l’individualismo nazionale e di impresa, coinvolgendo nei processi decisionali strategici gli operatori economici. In mancanza di ciò, si rischiano casi di assurda contraddizione come ad esempio nei casi dove l’esigenza tutta teorica di conservare fasce verdi e terre migliori, si traduce (a parere proprio degli esperti in agricoltura) in enormi difficoltà di localizzazione per altre attività residenziali o industriali, con gravi perdite visto che perdite economicamente anche poco significative, spesso con una prospettiva ristretta vengono enfatizzate trattando il territorio agricolo come “vacca sacra” intoccabile[28].

Uno dei motivi più evidenti, dell’ostilità che continua a circondare la regolamentazione urbanistica dei comportamenti individuali, è il fatto che spesso la divulgazione, pur capillare, è stata rivolta agli obiettivi sbagliati. Là dove le maggiori diffidenze si concentravano negli interessi, si è invece mirato all’immaginario, alla responsabilità, all’idea di bene comune. Detto in parole diverse, il gap tra obiettivi della pianificazione e obiettivi degli individui non si è focalizzato sul rapporto fra meccanismi democratici e sistema decisionale. La critica più comune in questo senso, è quella di rallentare gli investimenti: l’operatore vuole agire, ma la regola vuole che le sue intenzioni siano esaminate e ponderate da un apposito Comitato di rappresentanti eletti. Un ostacolo superabile, semplicemente, separando dell’indirizzo generale, la policy, dalle decisioni caso per caso, che con la scusa della “democrazia” si prestano invece ad alimentare discrezionalità, arbitrio, e nel migliore dei casi indebiti rallentamenti [29].
Una nuova epoca si sta delineando, costruita anche sui risultati della pianificazione post bellica: decentramento, trasformazione delle attività economiche, diffusione dell’automobilismo e della casa in proprietà, aumento generalizzato del reddito e nuovi consumi di spazio. Un processo visibile soprattutto nelle grandi città, e che richiede sia di proseguire nelle politiche generali di dispersione pianificata che di individuarne nuove. Una dichiarazione della primavera 1960 della Town and Country Planning Association, individua le seguenti politiche per le aree metropolitane: a) prevenire la crescita dei livelli occupazionali nei centri congestionati; b) decentrare i posti di lavoro per attirare la residenza nelle zone esterne; c) accelerare il rinnovamento dei centri decongestionati; d) prevenire qualunque crescita ulteriore attraverso cinture verdi; e) attrarre attività in aree di declino, favorendone rilancio socioeconomico anche attraverso la pianificazione territoriale e urbanistica [30]. Sembrano in fondo riproposizioni di obiettivi antichi, ma si applicano ora ad un contesto profondamente trasformato.


3. Paradigmi e declinazioni particolari

Se è vero che nell’immediato secondo dopoguerra la ricerca degli urbanisti si orienta soprattutto verso l’innovazione, molto resta da realizzare sulla scorta di quanto elaborato ed accumulato nei lustri precedenti. Le Corbusier, da par suo, non perde l’occasione per ricordare che non c’è alcun bisogno di cercare nuove dottrine, ma lavorare nel solco di quanto già esiste, ovvero le dichiarazioni dei CIAM, e avviare senz’altro un processo di ricostruzione pianificata entro cui quadro generale e scelte particolari siano organicamente interdipendenti [31]. Mentre non sembra sfiorarlo l’eloquenza del dibattito britannico sul decentramento, il maestro di La Chaux De Fond nota come il ministro inglese Sir Bevin abbia sostenuto la necessità di realizzare residenze sviluppate in altezza, sancendo così una non meglio precisata “conversione” della cultura nazionale britannica alla “città giardino verticale”. Più scontato, il sostegno alle sperimentazioni urbanistiche dei suoi allievi con la Cidade dos Motores, in Brasile, orientata a una idea di piano dove soprattutto è l’architettura a farla da padrona, ampliando i propri strumenti e prospettive senza mutare la propria natura [32], ovvero la risposta degli intellettuali agli stimoli della modernizzazione inizia a tradursi in “risposte”, certamente meditate ma forse poco “popolari”, come dimostra l’applicazione in contesti a povera tradizione democratica e partecipativa.
A Londra, dove la questione della “città giardino verticale” non sembra incontrare grande interesse, ci si chiede invece che fine abbiano fatto i grandi piani di ricostruzione e decentramento della città, redatti durante la guerra nella scia dei documenti di intenzioni delle commissioni governative sul decentramento industriale, la decongestione della Metropoli, l’uso razionale anche ad usi agricoli del suolo. Si parla, in altri termini, dei piani per la Contea di Londra e per la regione della Greater London, elaborati con il coordinamento di Patrick Abercrombie e diventati a livello internazionale – certo, oltre le suggestive e utopiche immagini di Le Corbusier – il simbolo di una concreta opera di ricostruzione pianificata, con obiettivi di lungo periodo, con garanzie partecipative. Il 15 giugno 1949 una folla piuttosto rumorosa e polemica è riunita alla Conway Hall a chiedersi: What has happened to the London Plans? [33] Le risposte sono molte, e tutte legittime, ma il filo conduttore è uno solo: finita l’emergenza della guerra, sembra che le nuove progettualità scaturite dall’emergenza siano affievolite, se non scomparse. È il caso della mancata collaborazione fra enti di governo centrale e locale, che a fronte di un piano esistente per l’intera regione metropolitana non ne facilita la messa in atto. Come la radio avvertiva i cittadini di non frequentare il centro per i pericoli di attacco aereo, osserva piccata una signora, ora si potrebbero invitare i potenziali immigrati in città a non venirci, in ossequio alle politiche di decentramento e decongestione. Ma nessuno pensa a una cosa così semplice. Perché? L’immagine dell’intervento pubblico non ne esce bene, e queste sono cose che l’elettorato capisce, e al momento del voto esprime, piaccia o meno ad urbanisti e pianificatori pubblici, che del sostegno popolare hanno assolutamente bisogno.

Se in Gran Bretagna infuria la polemica, uno sguardo incantato/disincantato sull’Italia della ricostruzione offre un panorama forse più ricco ancora più contraddittorio. Per l’osservatore straniero l’Italia è per antonomasia terra di bellezza e poesia, abitata da un popolo erede di raffinati costruttori, ma in qualche modo inconsapevole di tanta fortuna. Del resto lo spaesamento davanti a tante opere d’arte è tale da confondere chiunque, e qualsiasi giudizio sulla scarsa sensibilità degli italiani sarebbe superficiale[34]. Vero è, che l’impatto della modernità appare violento, e ardua la sfida dei pianificatori per tentare da un lato di cogliere appieno dei frutti del progresso, dall’altro di conservare ciò che il passato ha sedimentato, non ultimo il know-how tecnico-artistico. Ma nella pur lodevole opera di ricostruzione, la pianificazione territoriale – almeno così come intesa dalla cultura britannica - ha avuto poco spazio[35]. Manca un Ministero dell’Urbanistica; la legge generale del 1942 e quella sui piani di ricostruzione sono inadeguate; le poche iniziative in corso per le aree delle maggiori città (il piano AR per Milano, gli studi per il Piano Regionale del Piemonte) sono condotti in modo isolato e volontaristico da pochi entusiasti, senza il dovuto sostegno pubblico. Anche immaginando che molti degli inputs più pessimisti siano da ricercarsi negli sfoghi dei frustrati planners italiani, va sottolineato l’abisso tra questo scenario e il pur aspro dibattito dell’urbanistica europea all’alba degli anni Cinquanta. Uno scenario che in parte si corregge, nella realtà così come nell’immagine restituita dalle riviste straniere, quando si presentano le più interessanti iniziative sperimentali, come il QT8, dove in forma di laboratorio gli elementi di collaborazione fra enti centrali e locali, la questione sociale-urbanistica dell’unità di vicinato, e insieme nuove forme di progettazione e realizzazione della città, anche se su piccola scala[36].

Del resto la sperimentazione innovativa è la norma, nel momento in cui la politica delle New Towns entra nel vivo, e l’esperienza sul campo inizia a restituire le prime riflessioni non teoriche sull’autentico significato di quella che è, a ben vedere, una grande migrazione di tipo quasi pionieristico. Come racconta una responsabile del servizio sociale di Crawley, la costruzione di una nuova comunità dalle radici è qualcosa di impensabile a tavolino, anche con le migliori intenzioni. Parte così, dalle scienze sociali, il circolo virtuoso dell’interazione fra spazi e società, che trova nel quartiere la sua dimensione ideale e nella declinazione della neighbourhood unit il suo modus operandi privilegiato. Un inquilino paragonando la vita nella grande città (e presumibilmente in un quartiere popolare degradato di una grande città) riassume: “cercavamo piaceri sintetici, ora la nostra vita è più semplice ma più divertente” [37]. Oltre la retorica interessata della professionista dedicata a promuovere l’integrazione, la frase riportata sta a significare almeno una cosa certa: il decentramento funziona, nel suo fattore essenziale, ovvero la costituzione di comunità e non di dormitori, e poco importa se il “più divertente” non sempre è davvero divertimento, visto che parecchi dei “piaceri sintetici” altro non erano se non sovraffolamento, o degrado ambientale.
Il fatto che una politica del genere funzioni, si deve ad un solo fatto: le “radici” stanno altrove, nel lungo lavoro culturale e istituzionale che ha preparato l’evento. Un lavoro che dura ormai almeno da due generazioni, e che a sua volta scaturisce dal dibattito sulla città giardino rivalutandone sia i contenuti politici riformisti che gli elementi di innovazione tecnico-scientifica. Naturalmente – come spiega Patrick Abercrombie ai lettori francesi - esistono cose positive e negative, che funzionano o che vanno radicalmente cambiate. Ma il processo di pianificazione nazionale comunque inteso è una pianta che ha ormai attecchito stabilmente grazie alla “preparazione del terreno” del periodo anteguerra [38], e non un sistema di oggetti inanimati, artificiosamente posati sul territorio e sulla società in forma di città nuove o unità di vicinato.

Chiamato a presentare lo stato dell’arte dell’urbanistica italiana al pubblico europeo, Giuseppe Samonà sceglie la via intermedia, tra la fiduciosa descrizione delle migliori aspettative, e l’eterna polemica con la sordità istituzionale alle istanze dei professionisti. La stagione dell’emergenza legata alla ricostruzione è in buona parte alle spalle, ed è inutile polemizzare su quanto si sarebbe potuto fare e non è stato fatto. Resta lo scollamento fra un ceto politico e burocratico sostanzialmente avulso dalla realtà, e la realtà di una domanda sociale della quale gli architetti-urbanisti sono i migliori interpreti, laddove invece si verifica con mano l’inadeguatezza culturale degli apparati tecnici preposti a ricostruire la nazione, in particolare in materia di urbanistica[39]. Si sarebbe giunti quindi, in Italia, ad una sorta di punto di crisi, con piani redatti ma che non riescono ad imboccare l’iter di attuazione, progetti vari che si realizzano in tutto o in parte, anche senza o contro qualunque piano di insieme, e in generale una mancanza di comunicazione fra domanda sociale e ambito delle decisioni. La strategia scelta dalla cultura urbanistica, come descritto da Samonà, è quella della penetrazione nel campo sociale, istituzionale, normativo, stimolando dove possibile l’azione pubblica, sostituendosi ad essa quando indispensabile. Questa azione di lobbying avrebbe come fine immediato l’alfabetizzazione disciplinare degli ampi strati di tecnici della pubblica amministrazione, e in parallelo del ceto politico. Obiettivi: revisione della legge nazionale e istituzione di un Ministero competente per la materia. Primo passo in questo senso, l’avvenuta istituzione di una Sezione urbanistica al Ministero dei Lavori Pubblici, simulacro in nuce del futuro ministero autonomo, e il varo della sperimentazione metodologica e organizzativa sui piani territoriali regionali.

In Gran Bretagna l’aspetto sperimentale della pianificazione si arricchisce con la possibilità di rilevare sul campo gli effetti delle innovazioni, e mentre crescono le nuove città ci si inizia a chiedere se la scelta strategica del passaggio dal volontarismo privatistico del modello originale di garden city, alla politica nazionale delle New Towns, non possa integrarsi con modelli misti. Interrogato sulla questione, un piccolo gruppo di testimoni privilegiati esprime in varie tonalità un relativo scetticismo[40]. Eric Macfayden ritiene esaurita la spinta propulsiva del modello originario nel momento in cui le istituzioni hanno iniziato ad agire in questo senso, ovvero già a partire dalla legge urbanistica del 1909, e poi con una serie di azioni di cui la politica di nuove città è solo l’ultimo atto. In altre parole, nello scenario socioeconomico della seconda metà del XX secolo, l’unica cosa da recuperare del modello garden city, è forse lo spirito comunitario, attraverso la mediazione degli organi di governo locale. Sostanzialmente identica l’opinione di Henry W. Wells e dell’ex direttore generale di Welwyn, John F. Eccles, secondo cui la dimensione degli interventi richiede un tipo di organizzazione della development corporation garantito solo dal coordinamento pubblico, dove anche soggetti di tipo privato possono trovare spazio, ma certamente non controllare (per esempio gestendo i flussi finanziari) l’operazione. L’unico a dissentire da questa linea, è Charles Benjamin Purdom, altro ex general manager di città giardino, e dagli anni Venti in poi uno dei massimi studiosi degli aspetti generali dell’esperimento[41]. Secondo Purdom, la lentezza con cui si sviluppa l’azione pubblica sta diventando un limite: procedure centralizzate, poco elastiche, spesso “fuori fase” rispetto alle necessità sociali in evoluzione. In definitiva la logica dell’intervento pubblico starebbe rapidamente invecchiando, in assenza di scambi strutturati con il settore privato nelle sue varie forme.

Un modello interamente privatistico e volontario, è quello rappresentato dalla comunità di USONIA, pratica traduzione dell’idea di Broadacre City, così come delineata da Frank Lloyd Wright nelle sue proposte degli anni Trenta: una famiglia, un acro. Ma, senza sostegno pubblico di alcun tipo, solo l’essere “firmata” dal maestro di Taliesin ha consentito alla comunità di sopravvivere, oltre alla dedizione dei fondatori naturalmente, che ha evitato di sprofondare il progetto tra giganteschi litigi da cortile su questioni comuni come l’acquedotto, le strade, le aree verdi [42]. Implicitamente, nel dibattito sul rapporto tra pubblico e privato nella realizzazione dei piani urbanistici, questo pur curioso e ricco esperimento di comunità autogestita ricorda più le utopie ottocentesche che non i vari tentativi – da Howard alla RPAA, alle New Towns ecc. – di dare solidità e continuità a queste forme di insediamento.
E di intervento pubblico, in quantità massicce e qualità eccellenti, c’è davvero urgente bisogno se, come avverte L’Architecture d’Aujourd’hui in una serie di saggi dedicati ai problemi delle città Capitali, i pur grandi passi compiuti dalla conurbazione londinese in materia di decentramento non sono che un assaggio delle probabili sfide future. Si starebbe iniziando a manifestarsi un duplice fenomeno: da un lato si accresce il ruolo delle città capitali, anche nei paesi meno sviluppati; dall’altro le necessità di ammodernamento dei sistemi di vita collettiva rendono problematico il semplice adattamento dei centri esistenti alla vita moderna. Una risposta esiste già, ed è quella del decentramento “totale”, ovvero spostamento a partire dagli uffici pubblici dell’intero establishment politico amministrativo, che si trascinerà anche quello correlato delle sedi di rappresentanza ecc. Il modello, manco a dirlo, sono Brasilia e Chandigarh, ed in questo senso il caso di Londra è giudicato troppo “timido”: l’avvenire è della città completamente nuova, realizzata su terre vergini, su misura per le necessità attuali e future [43].

[1]Chiara Mazzoleni, «Lewis Mumford nella cultura urbanistica e architettonica italiana», CRU n. 9-10, 1988, p. 15

[2]c’est créer les conditions les plus favorables au plein épanouissement de la personne humaine . Pierre Vago, [Editoriale], AA 7-8, sep-oct 1946

[3] Un seguito che va ben oltre il prestigio internazionale del periodico, come si comprende confrontandone i temi, i punti di vista, e anche i singoli “casi” pubblicati, con quelli via via trattati prima da Metron, poi da Urbanistica.

[4]l’hadésion consciente et complète, la participation active de tout le peuple. Il ne peut y avoir d’Urbanisme imposé dans un pays libre.Pierre Vago, op. cit.

[5] Cfr. André Lurçat, «A propos de la Charte de L’Urbanisme du Ministère Dautry», ivi. Si tratta, a ben vedere, di un consolidato modello comunicativo, che replica e replicherà in forme molto note sempre lo stesso schema, come nel Can our Cities Survive ?, curato in questi anni da Josè Luis Sert sullo schema della Carta d’Atene, o nel caso italiano dal più complesso schema costruito da Piero Bottoni per la Triennale della Ricostruzione nel 1947, e pure “figlio” delle conclusioni del CIAM 1933, riassunte a suo tempo dallo stesso Bottoni nella “tavola sinottica della disciplina urbanistica”, in Urbanistica, Quaderni della Triennale, Hoepli, Milano 1938.

[6]une doctrine existe. Il ne reste plus qu’à poursuivre son application. André Wogenscki, «La Charte d’Athènes», AA cit.

[7]Les experiénces des Architectes les ont peu à peu menés vers l’Urbanisme.Georges F. Sebille, «De l’urbanisme a l’architecture», ivi

[8] Cfr. André Sive, «Urbanisme Américain», idem

[9]at the local level, expert and citizen can work together to their common advantage. Laurence Welsh, «Planning and the plain man» [recensione a R.K. Kersall, Citizen’s Guide to the New Town and Country Planning, Pen-in-hand, Oxford], Municipal Review, Oct 1949, p. 192

[10]more refined and exact decisions aboutthe kind of homes and cities people want, in the political arena. Catherine Bauer, «Social responsibility of the Planner (An address to a Conference of American Planners, Niagara Falls 1950)», TCP, Apr 1952

[11]giving it an ominous and sinister sound, while the word “planners” is almost a term of abuse. John Gloag, «Planning and Ordinary People», TCP, Nov 1952

[12]cette nouvelle science qui tient de l’humanisme antique, mais qui lui allie cette toutes récentes de la géopolitique, de l’économique, de l’économetrique, des sciences humaines et sociales de la statistique électronique. Maurice Rotival, «Faut-il planifier L’Europe?» , AA, n. 63, déc 1955

[13] Cfr. Frederic J. Osborn, «The Conqueror City», TCP, Apr 1961 [relazione alla American Society of Planning Officials, Miami Beach, 1960]

[14]We use both the right and left hands in taking our nourishment, whereas Americans seem so timid of any suspicion of Leftism that they transfer the fork to the right hand for every mouthful – a beautiful example of leisurely manners; but is it necessary to carry the idea into political philosophy? ivi

[15]unrelated to any grand vision of what the city might be as a whole, as a place for all the richness of human life. Norman Pearson, «North America: Planning without a Plan», TCP, May 1961

[16]nos terrassiers et nos maçons ouvrirant les chantiers de la reconstruction et commenceront leur travail. Andre Prothin, «Urbanisme et reconstruction», AA, n. 7-8, sep-oct 1946

[17]monument dont nul architecte n’avait tracé le plan. Andre Menabrea, «La recherche d’une législation urbaine», ivi

[18] Cfr. M. Palanchon, [Architecte-urbaniste chargé des projets d’aménagement. Ministère de la Reconstruction et de l’Urbanisme]«L’effort Français en matière d’urbanisme de 1940 a 1945», idem. Per il rapporto gerarchico fra piani e competenze, sullo stesso numero monografico della Rivista, «L’organisation de l’urbanisme en France»

[19]does not nationalise the land, but it does nationalise the development value in land. Desmond Heap, «New Planning Act explained», Municipal Review, Aug 1948, p. 117 (I); Sep 1948, p. 130 (II)

[20]a process of educating and informing the people ...helped ... by the local Press John Mumford, «Town and Country Planning», Municipal Review, Mar 1949, p. 49

[21]planning is not an exact science and the interests of developers are very real. There is, therefore, plenty of room for disagreement .John Mumford, «Planning appeals», Municipal Review, July 1949, p. 99

[22]the building of a sand-castle on the beach might be held involve development. John Mumford, «Development under the 1947 Act», Municipal Review, Aug 1949, pp. 125-126

[23]planning cannot be accomplished in Britain simply by men working at drawing boards and in offices. William A. Robson, «Politics and Administration of Planning», TCP, Dec 1949

[24] «The working of the Town and Country Planning Act 1947. A statement by the Town and Country Planning Association», TCP, Feb 1950

[25]planners must continue to do their willing best under the present dispensation and between them there is good will and mutual understanding, even if some of their masters are sometimes apt to look askance at each other. George Pepler, «Local Government and Planning», TCP, Nov 1952

[26]planning must accept that this is a country where we prize freedom of choice and intend to go on prizing it. «Ten years of Planning Control», TCP, Mar 1958

[27]counter-magnets to the pull of the great conurbations . ivi

[28]a marginal loss of agricultural output is treated ... as a sacred cow. idem

[29] Cfr. Ernest Doubleday, «The administration of Planning», TCP, Apr 1959

[30] Cfr. «Planning problems of the Large Towns», TCP, June 1960

[31]le détail et l’ensemble sont mis au point simultanément. Le Corbusier, «Urbanisme 1946: les travaux ont commence», AA, n. 9, déc 1946

[32]l’architecture eut besoin d’étendre ses effets à l’entour. Le Corbusier, «La Cidade dos Motores» , AA, sep 1947

[33] Robert Sinclair, «What has happened to the London Plans? », TCP, n. 66, Summer 1949. Sullo stesso argomento e con toni simili, Cfr. Frederic J. Osborn, «Criticism of the London Plan», TCP, Aug 1953

[34]I could light a hundred candles to St. Mark in thankfulness that Venice exists, and another hundred thatI’m not its planning officer and do not have to decide what to do with the crowded rabbit-warrens that were once the homes of its princely merchants. Frederick J. Osborn, «Italian journey», TCP, Dec 1949

[35]town planning as we understand it has had a small part. idem

[36] Cfr. H. McDowall, «”Città di Milano”. British local government systems help to solve Italian administrative problems», Municipal Review, June 1950, p. 118

[37]we relied on synthetic pleasures, now our life is simpler but much more fun. Margaret Wragg, «Starting Life in a New Town», TCP, June 1951

[38]pre-war preparation of the ground. Patrick Abercrombie, «Town and regional planning in Great-Britain» , AA, n. 39, fév 1952. Abercrombie si riferisce anche al proprio lavoro di lobbying, esercitato direttamente o indirettamente sui lavori delle Commissioni ministeriali, Cfr. Peter Hall, Sesso, nevrosi e impotenza politica: la triste storia della Regional Planning Association of America, in Francesco Ventura (a cura di), Alle radici della città contemporanea. Il pensiero di Lewis Mumford, Città Studi Edizioni, Milano 1997

[39]insuffisance de la formation technique des organismes préposés à la reconstruction, lesquels manquent d’urbanistes qualifiés. Giuseppe Samonà, «L’urbanisme d’après guerre en Italie» , AA, n. 41, juin 1952

[40] «A third Garden City? », TCP, May 1953

[41] Cfr. C.B. Purdom, The building of satellite towns: a contribution to the study of town development and regional planning, J. M. Dent & Sons, London 1949. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1925, soprattutto nell’edizione del secondo dopoguerra - interamente riscritta - sostiene la necessità di un passaggio, proprio dal modello “alto” ma solo emblematico dell’originaria garden city









0
0
Vanni, Massimo
( 28.07.2010 17:02 )
( 15.07.2010 17:34 )
De Lucia, Vezio; Salzano, Edoardo
( 15.07.2010 17:24 )
( 06.07.2010 12:41 )
Erbani, Francesco
( 06.07.2010 10:14 )
( 06.07.2010 09:16 )
Gallingani, Mariangiola
( 18.06.2010 10:47 )
Angelini, Piero
( 11.06.2010 07:59 )
Tozzi, Mario
( 10.06.2010 16:46 )
( 09.06.2010 12:20 )
Ansaloni, Francesca; Cararo, Rita
( 03.06.2010 18:48 )
Gaggioli, Alessio
( 27.05.2010 19:01 )
( 18.05.2010 15:52 )
Jozzelli, Pietro
( 13.05.2010 11:50 )
( 13.05.2010 11:34 )
Allegranti, David
( 28.04.2010 17:28 )
( 26.04.2010 09:34 )
Ginsborg, Paul
( 25.04.2010 10:50 )
( 20.04.2010 13:47 )
( 15.04.2010 15:49 )

Chi fa Eddyburg | Copyright e responsabilità | | Sostenere Eddyburg | Chi sostiene Eddyburg