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Sono finiti i giorni dello sprawl urbano
Data di pubblicazione: 14.07.2008

Autore:

Il guru della classe creativa , tenta una sua spiegazione socioeconomica – fatalmente globale e legata alle sue teorie e paradigmi - della crisi dell’insediamento diffuso.Dal canadese Globe and Mail, 11 luglio 2008

Titolo originale: The days of urban sprawl are over ... but not for the reasons you think – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Una delle cose che negli ultimi tempi aumentano con una rapidità paragonabile a quella del prezzo del petrolio, è la quantità di commenti che legano i crescenti prezzi dell’energia alla morte del suburbio. Chiaro, che la benzina più cara influenzi i modi – e le possibilità – dell’abitare. Nello stesso modo in cui cala la domanda di SUV e i consumatori finalmente iniziano a capire il senso dei veicoli ibridi, la gente si allontana dall’esurbio più decentrato, verso i quartieri urbani o le fasce suburbane più interne.
In un recente rapporto di CEOs for Cities, organizzazione di esponenti del mondo economico, sindaci e studiosi, si afferma: “ Ora che è finita l’epoca dei carburanti a basso costo, è calata la domanda di urbanizzazione sulle fasce più esterne, e l’interesse dei consumatori e le potenzialità del mercato si orientano verso la realizzazione o trasformazione di quartieri più vicini al nucleo urbano centrale”.
“Potrebbe succedere anche in Canada?” si è chiesto recentemente questo giornale. Anche se il Canada non sta subendo il duplice colpo dei prezzi dei carburanti in ascesa e della crisi dei mutui, appare abbondantemente chiaro come sia in corso la medesima fuga dai sobborghi esterni verso il cuore urbano, da Toronto a Montreal, da Vancouver a Calgary.

Ma quanto sta accadendo qui va molto oltre la questione della fine del petrolio a buon mercato. Stiamo attraversando le prime fasi di una nuova organizzazione geografica – quello che i geografi definiscono “ spatial fix” – di cui lo spostamento verso le città rappresenta solo una parte.
La suburbanizzazione era lo spatial fix dell’epoca industriale: espressione geografica della produzione di massa. Mutui molto accessibili, enormi sistemi autostradali e progetti suburbani hanno alimentato il motore industriale del capitalismo del dopoguerra, spingendo la domanda di auto, elettrodomestici e tutta una serie di prodotti industriali.
L’economia creativa vede il sorgere di un nuovo spatial fix e di una geografia assai differente, i cui contorni si stanno ora solo delineando.
I maggiori costi dei carburanti ne sono un aspetto, ma nell’economia attuale spinta dalle idee, la cosa che conta davvero è il costo del tempo. Con la pressione costante ad essere più efficienti e a innovare, ha poco senso sprecare quantità illimitate di ore in pendolarismo. Così le regioni più efficienti e produttive sono quelle dove le persone pensano e lavorano, non quelle dove stanno bloccate nel traffico. E, secondo le approfondite ricerche del premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman, il pendolarismo è fra le attività umane una delle meno gradevoli, se non la più sgradevole.

Così, i centri urbani ridiventano i luoghi delle tecnologie, dei posti di lavoro, della crescita economica. Le compagnie all’avanguardia riconoscono il valore di una localizzazione urbana. La Google gestisce un autobus navetta che porta i dipendenti dal centro di San Francisco alla sede nella Silicon Valley. Nel corso di una mia visita recente alla nuova sede della compagnia in centro a Manhattan, mi è stata mostrata una carta dove apparivano le abitazioni dei dipendenti. In gran parte si concentravano in una piccola zona circostante di Manhattan, Brooklyn o abbastanza vicino come a Jersey City o Hoboken in New Jersey. E ricordiamoci che si tratta di personale molto ben retribuito, che potrebbe permettersi di stare dietro a uno steccato bianco nelle zone suburbane di Long Island, Westchester o Fairfield, Connecticut, volendo.
Questo nuovo spatial fix è contemporaneamente più globale e più concentrato: interessa una piccola quantità di grandi città mondiali e mega-regioni globali. Per ogni San Francisco o Londra, c’è una Detroit o una Cleveland, aree dove sia in nucleo centrale che le fasce suburbane sono in declino.
Zach Neal, sociologo dell’Università dell’Illinois, Chicago, scrive che le città-regioni del passato erano sostanzialmente mercati autosufficienti che operavano come “gerarchie funzionali”: ad esempio, producevano tutto quanto necessitava loro, e contenevano di tutto, dall’agricoltura alle fabbriche agli uffici in centro ai suburbi residenziali.

Ma, dice Neal, nel nuovo sistema globale delle città tutto opera attorno a una “gerarchia relazionale”: ciò che conta sono i rapporti fra le città e regioni chiave globali. Un rapporto della Brookings Institution rileva i fortissimi legami fra città come New York, Londra, Tokyo e Shanghai, molto più forti di quanto non accada, diciamo, fra New York e Louisville o Toronto e Edmonton.
Questi centri globali si fanno più grandi e strategicamente importanti, e sostanzialmente usurpano le funzioni un tempo svolte dalle città di seconda e terza fascia: in realtà si allargano a spese di queste ultime.
É fra queste entità globali –Londra, New York, Tokyo, Toronto, Los Angeles o Sydney – che si avverte più forte lo spostamento dal suburbio verso il nucleo centrale, con le persone più dotate e ambiziose che scambiano una maggior quantità di spazio con meno tempo impiegato negli spostamenti. Coi prezzi delle abitazioni nel suburbio di seconda e terza fascia stagnanti – o, come accade in alcune zone degli Usa, in crollo – quelli dei nuclei urbani superstar continuano a crescere, in alcuni casi in modo stratosferico.

Anche se ci troviamo soltanto nelle prime fasi di questa nuova geografia economica, una tendenza appare chiara: la storia dello sviluppo e del capitalismo ruota attorno all’uso più intenso dello spazio urbano. Nei prossimi decenni vedremo probabilmente maggiori concentrazioni di persone, maggiori densità urbane, più imprese, posti di lavoro e innovazione, in un numero limitato di enormi città e mega-regioni a livello globale. Parallelamente si assisterà ad un aumento della concentrazione e a un allargamento delle distanze economiche fra popolazioni e luoghi.
I costi crescenti dell’energia possono essere la goccia che fa traboccare il vaso, ma le trasformazioni geografiche che stiamo vivendo sono sicuramente spinte da qualcos’altro, più grande del prezzo al distributore.

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