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Orti urbani: altro che passatempo per pensionati!
Data di pubblicazione: 08.07.2008

In due corrispondenze di Mario Calabresi e Enrico Franceschini su la Repubblica, 8 luglio 2008, una tendenza (speriamo che duri) al recupero del ruolo della natura nelle grandi città del mondo

Gli Orti di New York
di Mario Calabresi

Tradizionalmente la classifica indicava al primo posto il prato, al secondo i fiori e al terzo le piante da giardino. Quest’anno gli orti sono schizzati al secondo posto, dopo i giardini ma prima di piante e fiori. Il 39 per cento degli intervistati in aprile ha detto che quest’anno aveva deciso di coltivare ortaggi nel proprio cortile. In tutti gli Stati Uniti i corsi estivi di giardinaggio sono esauriti da mesi e si moltiplicano le associazioni che forniscono assistenza a chi ha deciso di inventarsi agricoltore tra i grattacieli. Ci sono pubblicazioni su internet come City Farmer News e a San Francisco c’è una società che si chiama MyFarm che ti costruisce l’orto e te lo mantiene: il costo del servizio sembra sia leggermente inferiore al valore della verdura che viene prodotta, non è particolarmente conveniente ma c’è la soddisfazione del fatto in casa.
In generale non è però un fenomeno elitario ma al contrario una tendenza che investe gli strati meno ricchi della città, dove i redditi sono più bassi e dove l’obesità e la cronica mancanza di verdura nelle diete è più sentita. Gli agricoltori da città vivono a Brooklyn, nel Queens, nel Bronx e in New Jersey; a Manhattan sui tetti l’orto lo fanno gli architetti, i designer o i produttori cinematografici, per ragioni estetiche o perché è molto chic, ma questa volta la tendenza non l’hanno inventata loro.
Molti orti raccontano le etnie della città: i latini crescono peperoncini piccanti, cilantro, zucchine, la comunità asiatica spinaci, verze e cavoli, una famiglia di giamaicani di Brooklyn, i Wilks, ha piantato perfino la canna da zucchero e trionfano le cipolle, i pomodori e i peperoni. Brooklyn, che nell’Ottocento era il granaio e l’orto di New York, è tornato a produrre verdura: Denniston e Marlene Wilks hanno raccontato al New York Times che lo scorso anno non solo hanno messo in tavola i loro prodotti ma sono anche riusciti a guadagnare tremila dollari al mercato gestito dalla comunità «East New York Farms».

Qualcuno ricorda che durante la Seconda Guerra Mondiale gli americani con spirito patriottico producevano il 40 per cento degli ortaggi dietro casa nei cosiddetti «Giardini della Vittoria». Oggi i nemici sono i prezzi, lo squallore delle periferie e il degrado ambientale. Per questo le comunità cercano di recuperare gli angoli abbandonati dei quartieri e li bonificano creando orti comunitari attorno a cui ricreare un po’ di socialità. Le colture nascono dove prima c’erano rottami e sporcizia: le discariche a cielo aperto che erano ovunque in città vengono ripulite, circondate da una cancellata e si inizia a coltivarli. I terreni non sono certo dei più sani, gli spazi verdi ricavati tra i palazzi, nelle aree abbandonate rischiano di essere inquinati dai residui e dai metalli, ma certo è un modo per la metropoli di disintossicarsi.
Nel Bronx, Karen Washington, una fisioterapista, è riuscita a costruire una coalizione di bio-coltivatori metropolitani chiamata «La Famiglia verde», la città e il sindaco li sponsorizzano, con un programma del Dipartimento dei Parchi che si chiama «Pollice verde», che aiuta le associazioni e le comunità a recuperare i terreni e a bonificarli.

Michael Pollan, professore di giornalismo all’Università di Berkeley e autore del libro-culto «Il dilemma dell’onnivoro» - appena pubblicato in Italia da Adelphi - con cui ha lanciato l’allarme sull’insostenibilità del modello di produzione del cibo americano, è tra i sostenitori dell’orto cittadino e sul New York Times Magazine ha lanciato il "manifesto" degli agricoltori metropolitani. «Se avete un cortile - ha scritto - togliete l’erba, se non ce l’avete o vivete in un grattacielo cercatevi un pezzetto di terra in un giardino comunitario. Rispetto al problema che abbiamo davanti, piantare un orto sembra una cosa piccola e insignificante ma in realtà è una delle cose più importanti e decisive che un individuo può fare per ridurre la quota personale di inquinamento ma soprattutto per diminuire il senso di dipendenza dall’industria del cibo e per cambiare il nostro modo di pensare i risparmi energetici».
Nell’Upper West Side, all’incrocio tra West End Avenue e la 74esima strada, c’è una strana costruzione degli Anni Settanta che ha la forma di un vecchio televisore, ospita la Calhoun School, 750 studenti dall’asilo al liceo. Sul tetto hanno piantato il loro orto, con finalità educative ma anche per rifornire la mensa della scuola.

A Brooklyn hanno fatto le cose ancora più in grande trasformando un vecchio campo giochi nella Red Hook Community, una fattoria urbana di 12mila metri quadrati dove studenti delle scuole superiori si alternano nel coltivare rucola, pomodori e verza che sono stati venduti a tre ristoranti della zona e in due mercati rionali.
E come in tutte le fattorie che si rispettino, anche attorno agli orti metropolitani stanno spuntando gli animali da cortile: polli, galline, conigli, tacchini, oche e perfino le arnie con le api per fare il miele.
A Manhattan, come ha raccontato il New Yorker lo scorso autunno, c’è un uomo specializzato nella cura degli alveari: si chiama David Graves e da un’arnia nell’Upper West Side è riuscito a ricavare ben 70 chili di miele. Nel farmers market della domenica su Columbus Avenue un banchetto vende miele, pappa reale, saponi fatti dalle api di Manhattan.
Ma questo è un fenomeno folcloristico, mentre la storia dei polli sta prendendo davvero piede a New York, soprattutto nel Bronx, e dall’altra parte degli Stati Uniti a San Francisco. La gente li alleva per avere le uova fresche ogni giorno, perché rompono la routine della metropoli, e per i bambini c’è perfino un bimestrale sul pollame da cortile di casa. Ogni città ha le sue regole, ma quasi ovunque la legge dice che si possono tenere tre adulti di una stessa specie per un massimo di quattro animali (la regola era fatta pensando a cani e gatti) e non ci sono divieti per pollame e piccoli animali da cortile, mentre bisogna chiedere permessi speciali per asini, muli, mucche e capre. Anche per i galli non è necessario un permesso, ma alla terza mattina che canta l’alba i vicini sono liberi di chiamare la polizia municipale, che per regolamento è tenuta a sequestrare qualunque cosa produca disturbo della quiete pubblica.

Londra, i giardini reali danno il buon esempio
di Enrico Franceschini

Dall’altro, l’obiettivo è insegnare a praticare un’agricoltura organica e sostenibile, senza aspettare che siano le grandi fattorie ad abbracciarla, ma all’insegna del "fai-da-te".
In tempi non sospetti, qualcuno avrebbe commentato che si tratta di un tipico esempio di eccentricità anglosassone: non contenti di esercitare il loro pollice verde con i fiori, gli inglesi hanno deciso di farlo anche con fragole, insalata e peperoni. Ma i tempi, in questo caso, sono sospetti, nel senso che il momento per mettersi a coltivare un orticello nel giardino di casa non potrebbe essere più propizio. L’economia britannica, dopo un decennio di prodigioso boom, teme di entrare in recessione; la crisi globale spaventa i mercati; l’aumento dei prezzi, a partire dal petrolio per finire con i generi alimentari, costringe anche qui molta gente a tirare la cinghia. Nemmeno questa è una novità: gli "orti di guerra", in Italia e in altri Paesi all’epoca della Seconda guerra mondiale, contribuivano a ravvivare il menù familiare in anni terribili e difficili. Quelli attuali non saranno, c’è da augurarsi, altrettanto terribili e difficili, ma renderli un po’ meno difficili non guasta. «All’Avana, capitale di Cuba, la cittadinanza coltiva autonomamente il 40-50 per cento del cibo che consuma», osserva Ben Reynolds, direttore di Sustain, un’organizzazione promotrice dell’agricoltura sostenibile. «Certo, i cubani sono costretti ad arrangiarsi e noi non siamo nelle stesse condizioni economiche, ma è un modello che almeno in parte si può replicare». Insomma, i giardini seminati a orto possono essere belli d’aspetto, utili economicamente e lodevoli dal punto di vista ecologico, per la difesa dell’ambiente: perché non svilupparli?

Compito dei parchi, naturalmente, non è cominciare a sfamare la popolazione di Londra, bensì soltanto quello di dare l’esempio. "La semina di vegetali e frutta avverrà su un’area limitata", dice Colin Buttery, presidente dell’associazione parchi reali. "Vogliamo soltanto dimostrare alla gente che si può fare, come si può fare e con quali risultati". Il progetto prevede anche altre misure. Ci saranno corsi specifici per le zone degli alloggi popolari, lavori per adattare terreni inutilizzati ad aree coltivabili, promozioni e fiere per il commercio di sementi. L’amministrazione municipale, inoltre, pianterà più alberi da frutta nei parchi e lungo le strade della metropoli. "Quando ci si accorge della differenza di sapore tra un pomodoro acquistato al supermercato e uno colto nel proprio giardino", aggiunge Buttery, "si riceve un incitamento in più a continuare su questa strada". Una scolaresca delle elementari, portata a visitare il primo orto creato a St. James Park, il bellissimo parco di fronte a Buckingham Palace, ha mostrato subito di apprezzare: i bambini si sono fatti regalare un po’ di pomodori, e li hanno prontamente infilati nei sandwich che si erano portati dietro per il lunch.

Qualcuno si preoccupa che sono atteggiamenti da apocalisse prossima ventura, come se il mondo in cui viviamo avesse i giorni o i mesi contati; ma in un paese in cui ogni casa, o quasi, ha un giardinetto sul retro, dove il proprietario o la proprietaria o entrambi coltivano amorevolmente rose e ciclamini per tutta una vita, sembra sensato aggiungervi un angolino di verdure da mettere in tavola, anche se non ci fosse alcun pericolo di fine del mondo. Del resto, lo diceva pure Voltaire, affermando che l’unico modo per rendere sopportabile la vita è lavorare senza ragionare, ripetendo gli stessi gesti, meccanicamente ma diligentemente, di stagione in stagione: ovvero coltivando, concludeva il suo Candido, "il proprio orticello".









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( 20.07.2008 11:38 )
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( 18.07.2008 21:36 )
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